HOME        CONTATTI          
  
                                                          HOME           ATTIVITÁ PARROCCHIALI       ATTIVITÁ SPORTIVE       AVVISI            GALLERY

                                                         Dove ti trovi:  Home Page >  Archivio Notizie
 UTILITÀ
  :. ENCICLOPEDIA
 LINK
  :. COMUNE DI ROMA
  :. REGIONE LAZIO
  :. PROVINCIA di ROMA
  :. GOVERNO
 
 Inserisci qui il tuo indirizzo email per ricevere la newsletter della parrocchia:



 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

DOMENICA 15 Luglio 2018      notizia del 14/07/2018

Commento alla XV Domenica del T. O. ( Mc 6,7-13 ) liberi per annunciare Cristo ovunque e a tutti SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 La storia del profeta Amos è interessante e originale. Forse la possiamo sentire vicina alla nostra. Riceve una chiamata improvvisa, pur non essendo particolarmente idoneo, sul piano umano, a fare il profeta; è un uomo semplice, rude e schietto. Un contadino e mandriano. Da contadino-allevatore impreparato si trasforma in un batter d´occhio nel più virulento profeta del Vecchio Testamento. Amos rimase colpito dalla corruzione dilagante che egli individuò in due settori soprattutto: l´ingiustizia sociale e la degenerazione del culto. Egli interviene contro tale stato di cose con la forza della parola profetica che da lui erompe implacabile e terribile; il suo ministero non dovette durare più di un anno. Ma in un anno la sua voce fu sentita sia dal Regno del Nord che da quello del Sud. Non era tra i suoi progetti o tra le sue ambizioni esercitare questo ministero: si trova costretto. Osserviamo il tratto determinante della personalità di Amos: la libertà. Libertà verso il prossimo: non essendo un profeta di corte, si può permettere di dire senza peli sulla lingua quello che pensa e non ha paura che il re lo mandi via dal suo palazzo, dove i falsi profeti di Geroboamo possono mangiare, bere e divertirsi a scrocco. Libertà verso le cose e il possesso: ha lasciato greggi e piantagioni e vive con il cuore leggero, senza necessità di accumulare. Non gli si può portare via nulla! Libertà verso Dio: dimostra una capacità di lettura della propria vocazione molto originale. Ha accolto il dono profetico e le persecuzioni che esso comporta. Ma non ha nulla da recriminare contro Dio. Pace! Invece il profeta di corte Amasìa e il re Geroboamo non hanno questa triplice libertà: vivono nel continuo timore del linguaggio politically correct, della diplomazia, delle alleanze di convenienza, del calcolo, del tornaconto personale. Sono attaccati ai loro possedimenti e non hanno un rapporto libero con Dio: lo temono e non sanno bene cosa prepari loro nel futuro. Nelle istituzioni del Vecchio Testamento ci sono tre pilastri fondamentali: il sacerdozio, la monarchia e il profetismo. Va detto che il profetismo nel senso stretto della parola non è mai, in Israele, una vera istituzione, come la regalità e il sacerdozio: Israele può darsi un re, ma non può darsi un profeta; questo è un dono di Dio, oggetto di una promessa, ma accordato liberamente. Profeta si diventa per una speciale chiamata e iniziativa divina, non per designazione o consacrazione degli uomini. Ciascuno dei tre pilastri ha il suo luogo particolare: il sacerdote sta nel tempio, il re nel palazzo e il profeta nel mercato. Il mercato è il luogo in cui si raduna la gente povera, gli anali di Yahwé, coloro che sono stati scelti come popolo santo. Nessuno conosce gli umori del popolo di Israele come il profeta. Il re, dal lusso del suo palazzo e il sacerdoti, dall´alto del tempio, ricevono solo voci di seconda mano. Il loro mondo è ovattato dalla barriera del prestigio, che crea separazione, dell´essere una classe eletta (che crea snobbismo) e del lusso (che anestetizza la coscienza). Delle tre istituzioni di Israele solamente la profezia non dipende da legami familiari. È dono gratuito di Dio. Dio sceglie in modo umanamente pazzesco, senza badare al blasone, alla cultura, alla classe sociale. È per questo che i profeti sono la linfa vitale di Israele. La maggioranza di loro, dopo essere stati isolati, criticati e perseguitati, hanno subito il martirio. Ma hanno custodito sempre il loro elemento caratteristico: la libertà esteriore di dire ciò che pensano, quella interiore di essere in pace con Dio, e quella “ecologica” di essere in pace con le cose del mondo. Il ritratto del profeta del Vecchio Testamento, lo ritroviamo, aggiornato e riveduto dallo Spirito Santo, nel Vangelo di Marco. I discepoli sono i nuovi profeti, gli annunciatori del Regno che viene. Anch´essi godono della stessa libertà di Amos. Non hanno bisogno di due bastoni o due tuniche, non cercano di essere approvati dagli ascoltatori, ma annunciano con libertà e letizia che il Regno è vicino, hanno un rapporto di profonda amicizia con Gesù, che considerano Amico, Messia e Signore. Potremmo dire che in più hanno la dimensione carismatica: guariscono gli infermi e scacciano i demoni. Soprattutto hanno potere sugli spiriti impuri: è un dettaglio importante ed è l´unica motivazione del loro invio. È vero, anche Eliseo e qualche altro profeta hanno compiuto qualche segno, ma il nuovo potere di scacciare i demoni è il sigillo evidente che la potenza di Dio è entrata nel mondo in modo nuovo. Nella persona di Gesù, il Cristo di Dio, e attraverso il potere della liberazione, comunicato ai discepoli, si rende presente il regno di Dio. Questi prodigi sono il segno che siamo entrati negli ultimi tempi. Gesù è la manifestazione ultima di Dio: attraverso di lui si compie la nuova ed eterna alleanza (non occorre aspettarne altre). Anche la seconda lettura, in un certo modo, segue lo stesso filo delle altre due. Dio ci ha scelto per la vocazione profetica, in virtù del nostro Battesimo, non a causa della nostra appartenenza a qualche casato o perché abbiamo qualcosa in più degli altri. La sua chiamata è totalmente libera e gratuita, come quella di Amos. Ci ha predestinati ad essere più che profeti: figli adottivi. Scrive Paolo: “Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità”. La differenza tra pegno e caparra sta nel fatto che il primo può essere qualsiasi oggetto dato per avere in cambio del denaro, mentre la seconda è una parte del dono finale. La caparra è della stessa natura del full payment. Il pegno no. La gioia che i cristiani possono sperimentare in questa terra è della stessa qualità di quella che avranno in cielo. L´unica differenza è la quantità: in questa vita ne riceviamo solo qualche briciola, in Paradiso la vivremo al 100%. In conclusione, anche noi, come Amos, Paolo e i discepoli del Vangelo odierno, siamo stati chiamati da Dio a testimoniare la sua Parola. Anche a noi viene conferita la triplice dignità: sacerdotale, profetica e regale. Primo: si tratta di un sacerdozio diverso, rispetto al Vecchio Testamento. Possiamo rivolgerci al Padre direttamente. Non c´é più il velo del tempio che ci separa da Dio. Nel Corpo di Cristo abbiamo accesso al cuore del Padre. Direttamente. Secondo: si tratta di una regalità diversa rispetto a quella di Geroboamo: possiamo servire Dio e i fratelli. “Servire Dio è regnare”. Terzo: si tratta di una profezia diversa e nuova. Possiamo testimoniare con la vita. Qualche volta (ma solo qualche volta) anche con le parole. Mentre la profezia di Amos era tutta imperniata sul parlare, noi siamo chiamati a manifestare con la condotta il nostro essere scelti, figli, eredi, predestinati.

domenica 8 LUGLIO 2018      notizia del 07/07/2018

Commento alla XIV Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 6,1-6) : Chiamati da Dio a realizzare la propria vocazione SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Il racconto della vocazione di Ezechiele è, in sostanza, la storia di ogni vocazione a diventare profeta. Il profeta è per definizione una persona scomoda, che pronuncia parole scomode, e vive coerentemente alle parole che pronuncia. E dunque compie gesti che quantomeno fanno pensare...O, meglio, facevano pensare, in passato. Oggi neanche un profeta lo ascolta più nessuno... Con questo clima di generale indifferenza, non c´è da stupirsi che neanche i profeti trovino seguito tra il popolo; men che meno tra coloro che abitano i palazzi del potere, politico, o religioso che sia. Perché la categoria del profeta è valutata in senso negativo: profezia e sventura vanno a braccetto. Sarà questo stereotipo, sarà perché c´è inflazione anche di profeti e, si sa, l´inflazione ne diminuisce il valore. A proposito di stereotipo del profeta, è necessario precisare che, secondo la Bibbia, un profeta che non annunci l´avvento di una qualsivoglia salvezza, non è un vero profeta, comunque non lo è secondo Dio. La volontà di Dio è sempre una volontà di bene, di liberazione. Fatto sta che il mestiere del profeta non garantisce il pane quotidiano: i profeti dell´AT conducevano quasi sempre una vita poverissima; letteralmente mendicavano il pane. Ma anche dal NT sappiamo che il profeta non se la passava bene, non per necessità, ma per scelta: un esempio per tutti, Giovanni il precursore, il quale viveva nel deserto, vestiva pelli di cammello, mangiava locuste e miele selvatico... E inveiva contro tutti: “Razza di vipere!” La vocazione del profeta e, in generale, il mestiere del predicatore non paga mai. Non lasciatevi ingannare dagli odierni telepredicatori americani! Intendo i predicatori del Vangelo, i quali, in tanto annunciano il Vangelo, in quanto lo vivono radicalmente. Dirò di più: il primo annuncio avviene attraverso il comportamento, il modo di vivere, che colpisce, incuriosisce, attira e suscita il desiderio di ascoltare, e magari, anche, di imitare colui che predica. Tornando alla prima lettura, tanto per ripassarvi la lezione, Ezechiele è quello che a nome di Dio annunciò al popolo di Israele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.” (cfr. 36,26-27): la famosissima profezia che si legge la notte di Pasqua. Venendo alla Rivelazione cristiana, uno degli esempi più autorevoli di cosa e di come si predica resta ancora e sempre san Paolo; il brano che la liturgia di oggi propone alla nostra riflessione, tratto dalla seconda lettera ai cristiani di Corinto, è una confessione intima dell´apostolo; questa spina che un messo di satana gli ha conficcato nella carne non si sa di che natura sia: una malattia? un handicap fisico? una tendenza sessuale? certo, era qualcosa di serio e di ineliminabile, contro il quale dovette sempre combattere. Sappiamo che Paolo aveva un temperamento acceso, non era propriamente un diplomatico; da questo punto di vista risponde bene all´identikit del profeta, il quale non usa mezzi termini, non è politically correct; e non esita a indicare i rimedi estremi, a quelli che secondo lui sono mali estremi. L´apostolo dei lontani è ossessionato dalla superbia - in appena tre righe la cita due volte -, contro la quale lotterà tutta la vita, mantenendo sempre una bassa, molto bassa autostima. Evidentemente (san Paolo) non fu mai in grado di archiviare del tutto il passato di persecutore e nemico acerrimo dei cristiani; chiamava se stesso l´infimo degli Apostoli, addirittura un aborto... Ma forse c´era dell´altro, che rendeva così negativa la sua percezione di sé. In questa convinzione di essere l´ultimo in classifica tra i testimoni di Cristo, Paolo approdò ad una rivelazione che accese una luce non solo nella sua vita e nel suo ministero, ma che può riscattare la vita di tutti, a cominciare dalla nostra: “Ti basta la mia grazia - gli disse il Signore -; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.”. Ecco la grande rivelazione per Paolo, e per noi! San Giovanni sottolinea lo stesso principio teologico nella sua prima lettera, al cap. 3: “Qualunque cosa il vostro cuore vi rimproveri, Dio è più grande del vostro cuore.” La sfida è quella di imparare ad integrare le nostre debolezze, le nostre fragilità, nella vita fisica, nei nostri affetti, a scuola, nel lavoro... Fragilità e debolezze non vanno demonizzate, non vanno vissute come un corpo estraneo, come un virus, come una malattia, come una disgrazia, qualcosa che ci rende meno uomini e meno donne... Ma questo non significa arrenderci e lasciare che i nostri lati peggiori si manifestino, senza provare almeno a lavorarci su. Vedete, una fragilità può suscitare in noi due reazioni opposte; la prima è quella di fissarvi lo sguardo in modo ossessivo, malato, vivendola come una sorta di marchio di fabbrica; l´esito è fatale: ci si annega dentro! nessuno potrà aiutarci. Per noi non c´è redenzione! Ne siamo convinti, lo abbiamo già deciso! E se non c´è possibilità di redenzione, allora non la cercheremo neanche! E a chi ce la offre, fosse anche Dio, non gli crederemo. La seconda reazione alle fragilità è quella di chi, divenutone consapevole, alza lo sguardo e lo rivolge a Dio, come ha fatto san Paolo. E da Dio attende e riceve l´aiuto necessario per portare a compimento la missione ricevuta, o, più in generale, per realizzare la propria vocazione. Punto di partenza per affrontare il cammino della redenzione è diventare consapevoli dei nostri punti deboli; così come è necessario conoscere le nostre doti. Conoscete la regola del funambolo? Immaginate una corda tesa, e noi che ci camminiamo sopra: il segreto è l´equilibrio; e per mantenere questo equilibrio precario, è necessario tenere saldamente tra le mani un bilanciere munito di pesi: da una parte collochiamo i pregi, dall´altra i difetti: se perdiamo di vista i difetti, saremo vittime della superbia; se invece trascuriamo i pregi, cadremmo nel vizio opposto, l´avvilimento e il disimpegno. Benvenuti al circo della vita! Signore e signori, andiamo a incominciare! o, come dice una famosa canzone dei Queen: “The show must go on!”.

DOMENICA 1 LUGLIO 2018      notizia del 30/06/2018

Commento alla Domenica: Una fede che da vita ( Mc 5,21-43) SS. Messe h.9.00 - 11.00 e 19.00 La Prima Lettura di oggi ci assicura che Dio ha creato ogni cosa per la vita e non gode della morte e della disfatta soprattutto dell´uomo. E del resto le pagine della storia della salvezza delineate nella Scrittura ci ragguagliano sull´intervento di Dio a favore del suo popolo e dell´uomo singolo: ogni cosa è preziosa e non è interesse del Signore che vada perduta. Questo legittima allora che Dio possa intervenire a vantaggio del cosmo e dell´uomo per il tramite di parecchie vie, quelle ordinarie come anche quelle straordinarie. Quindi che Dio possa anche operare nella forma sovrannaturale. Che cos´è il miracolo? I teologi lo definiscono pressappoco come un evento di natura trascendente che provoca una momentanea interruzione dell´ordine della natura. Un intervento divino sovrannaturale che irrompe improvviso nell´ordinario della vita umana per turbarla lo spazio di un evento. Che il miracolo sia possibile lo dimostra il fatto stesso che è radicato nella cultura dell´uomo di tutti i tempi e che in ogni civiltà ed etnia si è parlato almeno una volta di un fatto sovrannaturale. Il miracolo è dunque possibile abbandonando la prospettiva propriamente umana e assumendo la posizione di Dio: lo si può accettare se si accetta che Dio esiste e provvede al meglio, come provvidenza e misericordia, al beneficio dell´uomo. E di conseguenza il miracolo non può essere concepito al di fuori di un discorso di fede. E´ infatti in conseguenza della disponibilità umile dell´apertura del cuore, del suo credere e affidarsi, del suo donarsi incondizionato a Dio, che è possibile essere destinatari di un evento straordinario. In altre parole, non avviene miracolo alcuno se non in conseguenza della fede e della buona disposizione, e del resto questa certezza ci proviene oltre che dalle pagine evangeliche anche dall´agiografia di tanti santi e uomini illustri di spiritualità. In relazione all´atteggiamento e alle opere di Gesù, ogni miracolo però non è tale se non contiene un messaggio o un´indicazione pedagogica: ogni volta che ne viene realizzato uno, esso è accompagnato da un significato preciso che riguarda la persona stessa di Gesù, il suo messaggio, la sua opera di salvezza. Anzi, sempre i teologi del miracolo hanno affermato che, prima ancora delle sue stesse opere prodigiose, Gesù è stato egli stesso un miracolo. Un evento cioè sconvolgente e turbativo dell´ordinario in quanto Verbo fatto carne da una vergine, morto, risorto e asceso al Cielo, che contrassegna la grande opera prodigiosa di cui è capace Dio Padre. Cristo è il primo Miracolo e ci parla di sé attraverso i miracoli. Nella pagina del Vangelo di Marco che ci viene proposta adesso, Gesù ha davanti a sè prima un uomo disperato e sconvolto che teme per la vita della sua figlioletta, poi una donna gravemente malata da dodici anni, quindi una bambina (la stessa figlia di Giairo) giacente senza vita su un letto. E fatta eccezione per la folla di increduli che si trova al capezzale della piccola, si trova un filo che lega tutti i personaggi: la fede. Al pover´uomo che chiede l´intervento di Gesù sulla figlia, questi raccomanda le condizioni fondamentali per essere graditi a Dio soprattutto a proposito dei benefici soprannaturali: “Non temere, soltanto abbi fede”. Lo convince cioè a non aver paura della morte, a non lasciarsi sorprendere dal timore dell´irrimediabile, ma ad aprire il cuore limitando la razionalità per non darla vinta al dubbio e all´arrendevolezza gratuita. Deve avere fede, cioè credere e affidarsi senza riserve a Colui che non è vincolato dai limiti circoscritti delle potenzialità dell´uomo, ma che le trascende e le prevarica. Insomma deve credere in Colui che può tutto. Alla donna emorroissa che sgomita fra la folla per lambire anche solo il lembo del suo mantello, Gesù elogia la fede con la quale non ha esitato a toccare la sua veste senza neppure la necessità di conferire con lui e appunto questo eroismo di apertura di cuore le guadagna la guarigione che la scienza non era mai stata in grado di assicurarle. La fede del padre della bambina, anche se vista in modo un po´ più blando e indiretto, ottiene che la piccola si ridesti e cammini, prendendo regolarmente cibo. I due miracoli di cui si parla oggi, come tutti gli altri compiuti da Gesù, contengono un messaggio ben definito al quale accennavamo poco prima: il Figlio di Dio fatto uomo è la via, la verità e la vita (Gv 14,6), nonché vita eterna origine e fine ultimo della cose. Egli quindi è la risurrezione e la vita, che toglie spazio al dolore e all´imprevisto pauroso della morte, essendo egli stesso risuscitato e avendoci chiamati a nuova vita e ha ragione sul dolore e sulla malattia, poiché egli ha preso su sé le nostre infermità (Is 53, 4). Quanto alla morte, Cristo risusciterà per toglierle potere e per definire anche per noi la vita per sempre, a dispetto delle apparenze della disfatta del corpo. In Gesù, che stramazzerà di dolore sulla croce, la sofferenza e la malattia acquistano il loro senso, perché diventano opportunità di condivisione del nostro dolore con il suo e ci immettono nello stesso mistero di redenzione che lui stesso opera sul legno per il riscatto dell´umanità. In più, il dolore e la malattia, seppure compagni scomodi e lancinanti, diventano pesi sempre meno gravosi quando vengono sopportati nella fiducia e nella speranza; quando nella prova ci si sente sostenuti dallo stesso Signore Crocifisso e Risorto. Cristo patisce con noi, ci dona forza, fiducia, conforto e allevia sempre le nostre pene nel patire, anche quando il dolore non si estingue. Nella sofferenza si accresce la speranza e il coraggio e la fortezza ci aiuta a superare prove e smarrimenti. La fede ci permette di vederlo presente di un´attualità reale e consolidata, ci permette di scorgere la sua presenza e tutte le garanzie ad essa correlate. Nei miracoli descritti dal brano evangelico odierno, Gesù si configura come il Crocifisso Risorto e il suo messaggio è per l´appunto quello della fede da ravvivare in lui, nella quale prende corpo e si sviluppa la speranza. Chissà poi che la nostra fede non sia talmente forte e categorica da meritare anche ai nostri giorni una guarigione del tipo di quella descritta o anche una resurrezione da morte? Anche se va non vanno omesse prudenza e circospezione nell´interpretazione dei presunti episodi soprannaturali, d´altra parte non è assolutamente da mettere in discussione la possibilità che un evento straordinario possa verificarsi anche ai nostri giorni e sarebbe per noi un monito, oltre che un suggello di fede. Nulla vieta che noi possiamo sperare anche in un evento prodigioso, fatta salva la libertà decisionale di Dio. Ci sovviene un´altra riflessione osservando le protagoniste di questi eventi miracolosi. L´emorroissa soffriva da dodici anni di un´infermità grave che peraltro comportava anche una certa sorta di impurità. La bambina dormiente che si risveglia ha dodici anni. Come affermano non pochi commentatori, “dodici anni” nell´antichità giudaica è il tempo della maturità umana, l´età propizia per interagire socialmente e per dischiudersi alla prospettiva futura del fidanzamento e del matrimonio. Potremmo affermare che in dodici anni la donna affetta dal male ha potuto maturare nella conoscenza della misericordia di Dio e adesso la sua fede la rende pronta a rendere testimonianza di tale amore e di tale misericordia. La malattia l´ha visibilmente fatta crescere nella fede per l´esperienza liberatoria di donna emancipata e protagonista secondo il Signore. La bambina ricuperata alla vita da Gesù... è pronta per la vita e per le relazioni, ciò però non senza l´apporto della compagnia del suo guaritore. Anche la dodicenne si prodigherà per la testimonianza e per l´annuncio della misericordia e si farà forte di una fede radicata e indiscussa. Come avevo detto in precedenza, il vero miracolo è Gesù stesso. Ravvivare in noi una fede attenta per lo sviluppo di una vera speranza è l´ulteriore miracolo che lui vorrebbe compiere ogni giorno e al quale non dovremmo recalcitrare.

VENERDI´ 29 GIUGNO 2018      notizia del 28/06/2018

Ricordo che domani, con la prefestiva di questa sera h.19.00, si celebra la solennità dei patroni di Roma: SS. Pietro e Paolo e, rispondendo alla varie telefonate è , per i romani che lavorano e vivono a Roma, giorno di precetto. SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Il 29 giugno a Roma si festeggia ogni anno i Santi Pietro e Paolo, patroni della Città eterna. Le Origini della Festività Questi due giudei, molto diversi tra loro per origine e formazione, non sono i primi seguaci di Gesù ad essere arrivati nella capitale, ma piuttosto i due apostoli (termine, derivato dal greco, che significa inviati) che proprio a Roma furono uccisi per essersi fatti annunciatori del nuovo messaggio, divenendo così martirivittimi dalle persecuzioni anticristiana di Nerone. Si dice che Pietro fu crocifisso la testa in basso nel´64 d.C. e che Paolo venne decapitato nel´67. Più precisamente, Pietro fu crocifisso a testa in giù in Vaticano, Paolo fu decapitato nell´attuale zona delle Tre Fontane. Dai tre rimbalzi che fece il suo capo mozzato sgorgarono tre fonti e successivamente vennero edificate tre chiese. Storicamente, Le date di morte dei due apostoli e delle persecuzioni di Nerone non potevano essere il 29 giugno del 67, i due Santi non furono in effetti contemporaneamente martirizzati in tale data. In realtà, questa data del 29 giugno è legata all´antica festività romana del Quirino (divinazione e festa romana che celebrava i due gemelli Remo e Romolo). Col tempo i due apostoli furono considerati anche loro i fondatori della nuova Roma. Infatti papa Leone Magno, verso la metà del secolo V, si rivolse in un sermone pronunciato in occasione di questa festa, a Roma personificata ricordandole che gli apostoli le avevano portato il Vangelo di Cristo, trasformandola da maestra di errore in discepola di verità. Quelli sono i santi padri tuoi e i veri pastori che ti fondarono, molto meglio e molto più felicemente di coloro per opera dei quali fu stabilita la prima fondazione delle tue mura, rammentando che Romolo aveva macchiato la nascita della città col sangue fraterno. I due martiri vengono così a costituire le due colonne portanti della Chiesa: Pietro per aver ricevuto le chiavi del regno dei cieli da Cristo risorto, Paolo per essere l´apostolo dei Gentili. Riti e tradizioni La festività sarebbe celebrata dal 258. Fino ai primi decenni del ‘900 il 29 giugno si faceva festa grande, a Roma, con le classiche scampagnate fuori porta: presso le osterie e le fraschette si poteva mangiare pagando solo lo scommido all´oste e portandosi da casa il fagotto. San Pietro e San Paolo sono citati nei giochi dei ragazzini romani dell´800. Alcuni di loro, prendendosi per mano, cantavano: San Pietro e San Paolo, opritece le porte!. E un´altra coppia di ragazzini, i due capi-gioco sorteggiati, dopo aver deciso, in segreto tra di loro, due parole d´ordine, ed abbinatele sempre in segreto all´Inferno una ed al Paradiso l´altra, presisi anch´essi per le mani ed alzate le braccia ad arco, rispondevano: Le porte stanno aperte pe´ cchi ce vòle entra´! (un gioco che ricorda l´eterna contraddizione tra il Paradiso e il fatto di essere imprigionato in inferno). Al giorno d´oggi, ufficialmente, La celebrazione della festa patronale di Roma comincia la sera del 28 giugno, nella Basilica Vaticana, quando la statua di San Pietro viene vestita da pontefice. Un´altra tradizione ci viene del 1868 quando papa Pio IX affidò l´Abbazia ad una compagnia di frati Trappisti, i quali, dopo aver bonificato la zona dalla malaria, vi piantarono una gran quantità di eucalipti, allora ritenuti una barriera al diffondersi della malaria, costituendo così un celebre e salubre bosco, mèta delle scampagnate dei romani che qui venivano a godere sia della pace e della bellezza del luogo, sia delle rinomate specialità dei frati come il cioccolato ed il liquore ricavato dalle foglie di eucalipto. Un´antica tradizione dei romani era quella di recarsi di buon mattino presso i frati Trappisti per gustarsi una rosetta (pane tipico di Roma) riempita di una buona dose di cioccolato caldo. Da quel giorno, andare all´Abbazia delle Tre Fontane il 29 giugno è una tradizione da non perdere. Ai secondi vespri, chiamati dai romani familiarmente vesperoni, infatti la statua di San Pietro, di Arnolfo di Cambioera vestita con gli abiti solenni del pontefice: l´amitto (un liturgico panno di lino rettangolare da indossare sulla testa), la stola, il piviale (mantello) rosso, la tiara sul capo e l´anello al dito. In sua presenza si benedivano i pallii, che il giorno dopo sarebbero stati donati dal Papa a patriarchi, vescovi e metropoliti nominati in occasione della ricorrenza. Il Palio rappresenta l´unione tra la Chiesa Universale e quelle locali. Il Papa bacia poi il piede della statua di bronzo di San Pietro, adornata con il "piviale" rosso. Ogni 29 giugno, al tramonto si svolge anche una processione, che ha come particolarità quella di portare una reliquia di San Paolo: la sua catena composta da 14 anelli di ferro, attualmente custodita nella basilica di San Paolo Fuori le Mura (così come la catena di San Pietro è custodita in San Pietro in Vincoli, dove si possono anche ammirare la meravigliosa tomba di Giulio II° ed il Mosè, entrambe opere di Michelangelo). Dopo il tramonto la cupola della basilica di San Pietro è illuminata a giorno da decine di fiaccole, mentre sopra Castel Sant´Angelo vengono fatti esplodere i fuochi d´artificio. Visto che il 29 era però prevalentemente dedicato a San Pietro ed alle funzioni religiose, si decise di onorare San Paolo il 30 Giugno ed era, questa, una giornata esclusivamente dedicata alle scampagnate ed ai festeggiamenti.

DOMENICA 24 GIUGNO 2018      notizia del 23/06/2018

Commento alla liturgia della Domenica: solennità della Natività di S. Giovanni Battista ( Lc 1,57-66.80) SS: MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Diede alla luce un figlio Il racconto che Luca ci trasmette dell´annuncio e della nascita del Battista andrebbero letti in parallelo con gli stessi racconti che riguardano Gesù, non è il susseguirsi cronologico quanto il loro significato teologico che dovremmo considerare. All´annuncio a Zaccaria (Lc 1,5-25) fa eco quello a Maria (Lc 1,26-38), alla nascita di Giovanni (Lc 1,57-66) corrisponde la nascita e la circoncisione di Gesù (Lc 2,1-21), col cantico di Zaccaria (Lc 1,67-80) risuona quello di Simeone (Lc 2,29-32): il sole sorge dall´alto è luce per rivelarti alle genti; di Giovanni si dice che cresceva e si fortificava nello spirito (Lc 1,80) mentre di Gesù: cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui (Lc 2,40); meraviglia, stupore, timore sono suscitati nella gente in entrambi gli avvenimenti (Lc 1,65-66 e 2,18-19). Giovanni è Precursore dapprima della sua nascita; quanto è avvenuto nel tempio a Zaccaria è già annuncio della venuta del Signore, Dio ha posto fine alla nostra sterilità ci ha reso fecondi, ci conduce al battesimo al Giordano (Lc 3, 21-22) in cui è manifestato lo Spirito e ricevuto la conferma del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l´amato: in te ho posto il mio compiacimento». Il nostro itinerario di fede ha bisogno di confrontarsi con il Battista, passare attraverso il deserto in un impegno di conversione per il perdono dei peccati (Lc 3,3), per scoprire il senso di appartenenza alla famiglia umana e la necessità della comunione: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11). Otto giorni dopo Il racconto della imposizione del nome è molto singolare, e per alcuni aspetti buffo, tanto da suscitare riflessioni anche al nostro tempo: la dinamica tra tradizione e novità, la condizione femminile, la relazione con i portatori di disabilità. Volevano chiamarlo con il nome di suo padre per seguire la logica del tradizionalismo, del “si è fatto sempre così”, per mantenere le cose come sono, come se la storia non camminasse, come se la Promessa e ogni Benedizione rimanessero cristallizzate nel passato, come se nella storia Dio non avesse offerto prospettive e speranze. Il tradizionalismo è la negazione dell´azione di Dio nel tempo, mentre il fare memoria chiede di ritornare sempre alle radici con grande rispetto per trovarvi stimoli e indicazioni per camminare avanti, crescere e rinnovarci. Rinnovarci è accogliere ogni giorno il dono di Dio che ogni giorno ci accompagna. Volevano portare Elisabetta e Zaccaria a trattare quella nascita come un evento qualsiasi senza riconoscere in esso la presenza decisiva del Signore. Con lo stile deciso e delicato che ci sta trasmettendo Papa Francesco bisogna resistere a tutto ciò che vuole fare della Chiesa, e del clero in particolare, una combriccola di gente che, tradendo Cristo ed il Vangelo, sostituisce l´uno e l´altro con le proprie fisime, ammantandole di sacralità falsa. (Nunzio Galantino 23.12.14) Ma sua madre intervenne per dare il nome al bambino che non viene presa in considerazione, anzi contestata. La tradizione prevedeva che il padre del bambino desse il nome al figlio seguendo la consuetudine della «discendenza». Il figlio è proprietà del padre, suo è il seme, la donna ha solo una funzione strumentale. Anche se la storia e la scienza ci hanno portato a capire altro ancora c´è molto da fare nel mondo perché il genio femminile sia rispettato e valorizzato. Allora domandavano con cenni a suo padre, cosa strana visto che è scritto che divenne muto e non sordo. Purtroppo, è assai difficile comportarsi normalmente con chi ha delle disabilità, come se un deficit rendesse tutto il suo essere incapace, fino a negare la possibilità di intendere e di volere. «Giovanni è il suo nome». Il nome indica la persona, il suo unico ed irripetibile valore. Noi non “ci chiamiamo”, “siamo chiamati” dagli altri, siamo il frutto di una relazione, di cui il nome è espressione. Il figlio di Elisabetta e Zaccaria non porta il nome del padre nella carne, ma di chi lo ha generato in forza della Promessa: «Giovanni», che significa «Dio fa grazia» o «Dio fa misericordia». Ogni nome deriva da Dio: solo in Lui l´uomo comprende il valore della esistenza che ha ricevuto. Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia.... E implica una risposta personale, non presa a prestito, con un “copia e incolla”. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. (Francesco, 18 aprile 2018)

DOMENICA 17 giugno 2018      notizia del 16/06/2018

Commento al vangelo della domenica( Mc 4,26-34):Eliminare il sentimento della nostalgia: perché con la nostalgia, nella vita di fede, non si va affatto lontano. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La nostalgia è un sentimento molto particolare. Formalmente, da un punto di vista puramente etimologico, è un dolore: è il dolore “da ritorno”, il dolore che l´animo prova quando rivive con la mente situazioni passate piacevoli che ora non ci sono più, oppure si manifestano in modo diverso, talmente diverso che non le riconosciamo più, non le sentiamo più “nostre”, per cui nasce dentro di noi un disagio profondo, perché le cose di prima ci piacevano tanto e adesso che non ci sono più, facciamo fatica a trovare un senso a ciò che facciamo. Ancora peggio, quando la nostalgia ci colpisce non tanto per via delle cose, quanto delle persone che non ci sono più. Se la nostalgia è fondamentalmente un dolore in ambito psicologico o antropologico, in ambito evangelico - o meglio in ambito ecclesiastico - è una vera e propria rovina... Ed è un sentimento molto diffuso, più di quanto si creda, anche perché spesso neppure ci accorgiamo di esserne pervasi, perché s´insinua in noi in maniera tutto sommato anche “innocente”, innocua, priva di malizia. E si manifesta in molte forme, alcune eclatanti, come quelle di un ritorno al passato attraverso la riscoperta (o meglio la riesumazione) di liturgie veterotestamentarie, di paramenti preconciliari, di formule eucologiche (preghiere) che emanano più fumo che sostanza, di concetti catechetici rassicuranti perché basati su risposte certe e precise a domande che toccano il nostro vivere quotidiano - soprattutto quando accadono fatti drammatici - e via discorrendo. Tutto quanto, riconducibile ad alcune semplici affermazioni, spesso sulla bocca di ognuno di noi, chi più chi meno: “Dove siamo andati a finire! Si è perso tutto quello che c´era una volta! Non c´è più religione, e nemmeno la fede!”. Senza tener conto, poi, di tutte quelle conseguenze che ne derivano, ovvero la ricerca delle cause di questo crollo, imputabili quasi sempre a fattori esterni a noi, a colpe che vengono da fuori: a buon intenditore, poche parole... Mentre se sapessimo guardare dentro di noi, non solo non daremmo la colpa del crollo della fede o della perdita delle “cose di una volta” a situazioni, fatti o persone che vengono da fuori (il problema è quello che viene da dentro di noi, dalla nostra indifferenza verso le cose di Dio), ma anche scopriremmo che, in fondo, non si è perso proprio nulla. Forse le cose non si manifestano in maniera così eclatante, pomposa, gloriosa e quantitativamente numerosa come prima: ma dentro di noi, dentro la vita della Chiesa, dentro le nostre case, dentro le quotidiane storie di vita familiare, di vita lavorativa, di vita sociale, di amicizie e legami che si fanno e si disfanno, c´è un segno di vita e di speranza che non si perde mai, c´è qualcosa di piccolo e insignificante che è visibile solo agli occhi della fede e del cuore, che ha il potere di impedire alla fede, alla religione e comunque più in generale ai valori della vita, di andare perduti. E questo piccolo segno di vita ha le fattezze di un seme. Piccolo o grande che sia, un seme ha dentro di sé una potenzialità enorme: da qualcosa di microscopico, gettato in terra, squarciato dal suo involucro, emerge la capacità di germogliare, di crescere, di produrre spontaneamente (spontaneamente, cioè senza che facciamo qualsiasi cosa per diventare matti ad avere gente, soldi e strutture) prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco, per poi farci sperimentare la gioia del raccolto. Purché sia un seme, non ha alcuna importanza che sia piccolo o grande. Anzi, secondo la logica del Vangelo, più è piccolo e più ha la possibilità di diventare grande, il più grande di tutti gli ortaggi di quell´orto, di quel giardino che domenica scorsa avevamo perduto per colpa della disobbedienza e dell´incoerenza del primo uomo e della prima donna. Anche loro avevano cercato di incolpare qualcun altro del loro peccato e della perdita della fede in Dio: in realtà, non si sono accorti che il seme di vita che avevano dentro era ancora vivo, era opera e proprietà di Dio, e non andava mercanteggiato con nessuno, neppure col demonio. Anche loro hanno perduto l´Eden, eppure (felice colpa!) per via del loro peccato l´umanità ha sperimentato la storia della salvezza. E noi abbiamo nostalgia dei tempi passati? E noi abbiamo paura di perdere la fede? E noi abbiamo paura che qualcuno ci porti via la nostra religione? E noi temiamo che i cattivi prevalgano sui buoni? Beh, se la pensiamo così, vuole dire che abbiamo ancora tanta strada da fare, prima di scoprire la potenza di ciò che Dio ha seminato nel nostro cuore! Facciamola, questa strada: chi mai ha fretta di arrivare a comprendere subito i misteri del Regno? Non ci erano arrivati nemmeno i nostri padri, quelli che vivevano in quei “bei tempi” che oggi sono andati perduti, perché dovremmo riuscirci noi, subito, senza fatica, in maniera gloriosa ed eclatante? L´importante è eliminare il sentimento della nostalgia: perché

DOMENICA 10 GIUGNO 2018      notizia del 09/06/2018

Commento della domenica : Appartenere alla famiglia di Dio seguendo gli esempi di Gesù (Marco 3,20-35) SS. Messe h. 9.00 - 11.00 - 19.00 In questi testi notiamo due opposizioni; quella di Gesù con i suoi parenti (all´inizio e alla fine) e l´aspro contrasto con gli scribi (al centro). Vediamo brevemente quello con gli scribi; essi accusano Gesù di operare prodigi per mezzo del capo dei demoni. È assurdo: danno a Dio dell´indemoniato, lo trattano ostilmente, calunniandolo e maltrattandolo. E Gesù, con grande pazienza, cerca di farli riflettere: come potrebbe andare avanti un regno diviso in se stesso? Questo è un principio universale; come si può reggere se si è “separati” in casa? Come può sussistere una comunità, un gruppo di amici, un presbiterio (=insieme dei sacerdoti) se si è divisi? Persino il diavolo non potrebbe fare niente se, tra diavoli, non fossero uniti nel desiderio del nostro male. Perciò Gesù dice che la liberazione dal male che compie è segno che è arrivato Colui che è più forte del male. E poi parla della bestemmia contro lo Spirito Santo che non sarà mai perdonata; egli intende quell´indurimento estremo di cuore che ti porta a negare l´evidenza e a chiuderti ostinatamente e orgogliosamente alla verità. E se uno si chiude così, neanche Dio può farci nulla, un po´ come diceva S. Agostino: il sole brilla su tutte le case, ma entra se uno apre dall´interno le finestre. Andiamo ora all´incomprensione dei parenti. Anzitutto, per comprendere meglio, dobbiamo tener conto che all´epoca di Gesù la famiglia era il riferimento-base dell´individuo per l´inserimento nella vita sociale: tu ti presentavi al mondo come parte della tua famiglia e avevi la considerazione sociale a seconda della famiglia di appartenenza (ad esempio, ti riconoscevano come figlio di Tizio, che fa questo mestiere, dunque tu “vali” a seconda del livello sociale della tua famiglia); non solo, ma spesso la famiglia era anche luogo di lavoro (proseguivi l´attività del padre) e di sostentamento (abbandonarla significava rischiare il futuro), ed eri tenuto a proseguire l´attività della famiglia, dando il tuo contributo e provvedendo ai tuo genitori nell´anzianità. Gesù “rompe” con queste norme sociali; rinuncia a tutto per l´annunzio del regno di Dio, vive in maniera itinerante, povero, chiama a sé dei discepoli (uomini e donne) che condividono il suo stile e “infrange” alcuni codici culturali e religiosi dell´epoca. Ora, Gesù si trova in una casa, non quella dei suoi genitori, dove sta insegnando; la casa appare qui come un luogo di insegnamento e di condivisione. Gesù secondo i “canoni” del buon senso comune, si comporta in modo strano, disonorevole; insegna in un luogo non adibito a ciò (era la sinagoga), a contatto con tante persone (magari c´era qualche impuro) e non si ferma neanche un attimo per mangiare. Per i parenti questo è troppo, è “fuori di sé”, e vanno a prenderlo. Non comprendono la sua missione e vorreb-bero fermarlo; questo nasce da una preoccupazione per lui (è l´atteggiamento tipico del difendere il “loro”), ma anche dal voler difendere se stessi: arrecare disonore a se stessi significava arrecare onore alla famiglia. I familiari non sono in aperta opposizione a Gesù, ma sono preoccupati che delle sue azioni o parole fuori posto (= contrarie alla Legge o alle regole di vita correnti) possano compromettere l´onore familiare (la gente che pensa?). La folla intanto gli stava seduta intorno. Gli dicono: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli, fuori, ti cercano». Madre e fratelli restano fuori: perché? La casa (in greco oikos) è immagine della casa dei discepoli, il luogo della comunità; è come se avessero difficoltà ad entrare nei discepoli. Non entrano: dovrebbero cambiare la relazione familiare, accettando di fare come Gesù, che “disonora” la famiglia secondo lo schema del tempo. Colpisce che tra essi Marco sottolinei che c´era anche “sua madre”. Ma come, la Madonnina? Eh sì, anche lei; anche la Madonnina ha fatto il suo percorso di fede, e ha faticato a comprendere Gesù; lei ovviamente non le era ostile, era solo umanamente preoccupata per lui e non capiva fino in fondo il suo stile, ma la sua grandezza è stata proprio nel suo essersi fatta sua discepola, nell´averlo seguito, ascoltando e praticando la sua Parola. E per chi è madre o padre, sa bene che ascoltare e seguire il figlio, rinunciando alla sua autorità su di lui, non è semplice. Quante volte anche oggi il seguire Gesù comporta incomprensioni a livello familiare; quanti giovani chiamati faticano anzitutto con i genitori che non ne capiscono la grandezza, quante persone che iniziano una conversione sono incomprese e sbeffeggiate: che il Signore dia loro la grazia di perseverare. E infine, nella sua risposta Gesù dice: Ecco mia madre e i miei fratelli: sono coloro che fanno volontà del Padre. Gesù qui ci mostra una nuova famiglia: quella della Chiesa, dei discepoli, che hanno un solo Padre, Dio, e uno stile di vita: fare la sua volontà. I legami familiari non sono esclusi, ma risignificati: Gesù sposta e allarga la famiglia da un piano naturale a un piano soprannaturale. Che bello sarebbe riscoprire l´appartenenza a questa grande famiglia; lavorare per formare comunità cristiane nelle chiese, che troppo spesso somigliano a dei grandi “distributori del sacro”, dove ognuno, dopo aver attinto, se ne va, solo come quando è arrivato! Chiediamo al Signore che ci aiuti ad essere e vivere come suoi veri familiari, portando nel mondo “lo stile alternativo” dei figli di Dio, la cui legge è l´amore.

3 Giugno 2018: CORPUS DOMINI      notizia del 02/06/2018

Commento alle letture della Domenica : Corpus Domini )Mc 14,12-16.22-26) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 -12.00 e 19.00 “Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue” Quest´anno la festa del Corpo del Signore mi coglie un po´ impreparato. È una festa a cui ci tengo moltissimo perché questa solennità mi ricorda il giorno che ho ricevuto la mia rima Comunione ...e non avevo ancora compiuto 6 anni!, eppure quest´anno viene in un periodo di tanti impegni che non mi permettono, purtroppo, di darle quello spazio di tempo che normalmente voglio dargli. Ho riflettuto su due cose, e qualcuno potrà dire: cosa si mette a fare le belle testimonianze oggi? Ebbene, sì. Magari non sarà bella, ma di sicuro proverò a condividere alcune cose che possono, credo, essere testimonianza. Sapete perché? Perché, sono convinto che parlare dell´Eucaristia è sempre un parlare di se stessi, è sempre un parlare di come vivo io, personalmente, l´incontro con il Signore nell´Eucaristia. Eh, si, nell´Eucaristia riceviamo né più né meno che Dio, ecco allora i due pensieri: Mi tormenta sempre un´osservazione che, quasi giustamente, sento dire da parte di alcune persone: “Padre, io faccio da tanti anni la comunione (o più precisamente, il termine adoperato è: “prendo”), eppure non è cambiato nulla. La mia perplessità sta proprio qui: perché l´Eucaristia non fa effetto, per lo meno effetto in certe persone e come si possono riconoscere questi effetti quando ci sono? O se volete, più da vicino, quali cambiamenti ha provocato/sta provocando in me il ricevere Gesù nell´Eucaristia? Ebbene, sono tanti anni che faccio la comunione, questa domanda me la devo/ce la dobbiamo fare. Vedete, l´Eucaristia, questa grandissima “invenzione” di Dio per rimanere con noi, non può non cambiarci, non può non iniziare in noi un cammino verso il meglio. Certo siamo deboli e magari le debolezze aumentano con il passare degli anni, ma qualcosa deve cambiare in noi, e se l´Eucaristia, cioè Dio, non riesce a cambiarci, quando riusciremo noi con i propri sforzi?... Mai! Allora, la domanda che dobbiamo farci è: ma io ricevo bene l´Eucaristia? Mi preparo per l´incontro reale con il Signore? Guardate, l´Eucaristia non fa il suo effetto in noi così automaticamente, senza che noi ci mettiamo la nostra parte. Come partecipo alla messa? Sapete, la migliore preparazione è quella del raccoglimento (il silenzio: rendersi consapevoli di ciò che facciamo: prima, durante e un po´ dopo la messa: che impatto dovrebbe avere quel libro del Card. Sarah: “La forza del silenzio”!) e soprattutto nell´ascolto della parola di Dio durante la messa. Guardate che l´ascolto della parola di Dio è ugualmente importante come il fare la comunione. Origene diceva: “così come ci preoccupiamo che non cada nessuna briciola del Corpo di Cristo, così dobbiamo preoccuparci che non cada nessuna briciola della parola di Dio che ascoltiamo durante la Messa”. Ma se noi siamo distratti, ma se noi chiacchieriamo durante la messa, come farà il suo effetto l´Eucaristia o la parola di Dio? Per la curiosità di qualcuno, la messa domenicale è valida se si partecipa (attenzione: se si partecipa attivamente, non solo se si “prende la messa”) dall´inizio alla fine; letture comprese: perché l´Eucaristia, la Messa è fatta di Parola di Dio e del suo corpo. Verificate Lc 24 o gli scritti di S. Giustino. È una frase di S. Paolo: “chi mangia o beve il corpo e il sangue di Cristo con peccato, mangia e beve la propria condanna”. Guardate che non ho intenzione di rimproverare nessuno, ma di richiamare tutti, me compreso, all´importanza dell´accostarsi all´Eucaristia con cuore adatto, anzi purificato dalla confessione. Cari miei, non si può fare la comunione con peccati! Esempi di peccati? Mah, tutti sappiamo che di peccati ne facciamo. Accenno solo: come fa a fare la comunione una persona che non viene a messa la domenica oppure che non prega regolarmente? Ricordo anche in questa occasione che non ci si confessa da soli, nemmeno noi preti!!! O tanti altri che fanno la comunione “di passaggio”, sia nel senso che “ah, già che ci sono”, sia nel senso di “quando capito in chiesa”. Oppure quando tutta la messa si sta a “chattare sul telefonino” o a chiacchierare con il vicino (magari criticando oppure sparlando) e poi, ad un certo punto si va a “prendere l´ostia”. Allora, se l´Eucaristia non fa il suo effetto, ci sarà un motivo: e questo riguarda tutti noi, preti compresi. Potrebbe essere utile ricordarci che la messa non la si fa, ma la si celebra. Così come nell´amicizia non si sta insieme perché si deve, bensì perché ci si vuole bene. Provate a preparare bene la messa domenicale, a preparavi bene per ricevere l´Eucarestia (non solo a prenderla come si prende un pesce, per esempio) e vedrete come cambierete... da dentro! Ed è la cosa più bella che ci può capitare: perché diventiamo nuovi, con un cuore nuovo, di carne, abbandonando il cuore di pietra dell´ipocrisia e dell´egoismo. L´Eucaristia ci cambia se lo riceviamo nell´ambito dell´amicizia con Dio, non per dovere! Chiediamo al Signore in questa eucaristia la grazia di saper sempre meglio accostarci all´Eucaristia. Non che poi sarà un premio per il nostro sforzo “autopurificativo”, ma perché sappiamo corrispondere all´amore immenso di Dio nascosto nell´Eucaristia con il nostro piccolo, ma pur concreto amore.

3 Giugno 2018: CORPUS DOMINI      notizia del 02/06/2018

Commento alle letture della Domenica : Corpus Domini )Mc 14,12-16.22-26) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 -12.00 e 19.00 “Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue” Quest´anno la festa del Corpo del Signore mi coglie un po´ impreparato. È una festa a cui ci tengo moltissimo perché questa solennità mi ricorda il giorno che ho ricevuto la mia rima Comunione ...e non avevo ancora compiuto 6 anni!, eppure quest´anno viene in un periodo di tanti impegni che non mi permettono, purtroppo, di darle quello spazio di tempo che normalmente voglio dargli. Ho riflettuto su due cose, e qualcuno potrà dire: cosa si mette a fare le belle testimonianze oggi? Ebbene, sì. Magari non sarà bella, ma di sicuro proverò a condividere alcune cose che possono, credo, essere testimonianza. Sapete perché? Perché, sono convinto che parlare dell´Eucaristia è sempre un parlare di se stessi, è sempre un parlare di come vivo io, personalmente, l´incontro con il Signore nell´Eucaristia. Eh, si, nell´Eucaristia riceviamo né più né meno che Dio, ecco allora i due pensieri: Mi tormenta sempre un´osservazione che, quasi giustamente, sento dire da parte di alcune persone: “Padre, io faccio da tanti anni la comunione (o più precisamente, il termine adoperato è: “prendo”), eppure non è cambiato nulla. La mia perplessità sta proprio qui: perché l´Eucaristia non fa effetto, per lo meno effetto in certe persone e come si possono riconoscere questi effetti quando ci sono? O se volete, più da vicino, quali cambiamenti ha provocato/sta provocando in me il ricevere Gesù nell´Eucaristia? Ebbene, sono tanti anni che faccio la comunione, questa domanda me la devo/ce la dobbiamo fare. Vedete, l´Eucaristia, questa grandissima “invenzione” di Dio per rimanere con noi, non può non cambiarci, non può non iniziare in noi un cammino verso il meglio. Certo siamo deboli e magari le debolezze aumentano con il passare degli anni, ma qualcosa deve cambiare in noi, e se l´Eucaristia, cioè Dio, non riesce a cambiarci, quando riusciremo noi con i propri sforzi?... Mai! Allora, la domanda che dobbiamo farci è: ma io ricevo bene l´Eucaristia? Mi preparo per l´incontro reale con il Signore? Guardate, l´Eucaristia non fa il suo effetto in noi così automaticamente, senza che noi ci mettiamo la nostra parte. Come partecipo alla messa? Sapete, la migliore preparazione è quella del raccoglimento (il silenzio: rendersi consapevoli di ciò che facciamo: prima, durante e un po´ dopo la messa: che impatto dovrebbe avere quel libro del Card. Sarah: “La forza del silenzio”!) e soprattutto nell´ascolto della parola di Dio durante la messa. Guardate che l´ascolto della parola di Dio è ugualmente importante come il fare la comunione. Origene diceva: “così come ci preoccupiamo che non cada nessuna briciola del Corpo di Cristo, così dobbiamo preoccuparci che non cada nessuna briciola della parola di Dio che ascoltiamo durante la Messa”. Ma se noi siamo distratti, ma se noi chiacchieriamo durante la messa, come farà il suo effetto l´Eucaristia o la parola di Dio? Per la curiosità di qualcuno, la messa domenicale è valida se si partecipa (attenzione: se si partecipa attivamente, non solo se si “prende la messa”) dall´inizio alla fine; letture comprese: perché l´Eucaristia, la Messa è fatta di Parola di Dio e del suo corpo. Verificate Lc 24 o gli scritti di S. Giustino. È una frase di S. Paolo: “chi mangia o beve il corpo e il sangue di Cristo con peccato, mangia e beve la propria condanna”. Guardate che non ho intenzione di rimproverare nessuno, ma di richiamare tutti, me compreso, all´importanza dell´accostarsi all´Eucaristia con cuore adatto, anzi purificato dalla confessione. Cari miei, non si può fare la comunione con peccati! Esempi di peccati? Mah, tutti sappiamo che di peccati ne facciamo. Accenno solo: come fa a fare la comunione una persona che non viene a messa la domenica oppure che non prega regolarmente? Ricordo anche in questa occasione che non ci si confessa da soli, nemmeno noi preti!!! O tanti altri che fanno la comunione “di passaggio”, sia nel senso che “ah, già che ci sono”, sia nel senso di “quando capito in chiesa”. Oppure quando tutta la messa si sta a “chattare sul telefonino” o a chiacchierare con il vicino (magari criticando oppure sparlando) e poi, ad un certo punto si va a “prendere l´ostia”. Allora, se l´Eucaristia non fa il suo effetto, ci sarà un motivo: e questo riguarda tutti noi, preti compresi. Potrebbe essere utile ricordarci che la messa non la si fa, ma la si celebra. Così come nell´amicizia non si sta insieme perché si deve, bensì perché ci si vuole bene. Provate a preparare bene la messa domenicale, a preparavi bene per ricevere l´Eucarestia (non solo a prenderla come si prende un pesce, per esempio) e vedrete come cambierete... da dentro! Ed è la cosa più bella che ci può capitare: perché diventiamo nuovi, con un cuore nuovo, di carne, abbandonando il cuore di pietra dell´ipocrisia e dell´egoismo. L´Eucaristia ci cambia se lo riceviamo nell´ambito dell´amicizia con Dio, non per dovere! Chiediamo al Signore in questa eucaristia la grazia di saper sempre meglio accostarci all´Eucaristia. Non che poi sarà un premio per il nostro sforzo “autopurificativo”, ma perché sappiamo corrispondere all´amore immenso di Dio nascosto nell´Eucaristia con il nostro piccolo, ma pur concreto amore.

DOMENICA 27 maggio: SS: TRINITA´      notizia del 26/05/2018

Commento della domenica :Santissima Trinità (Mt 28,16-20) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Nella lingua corrente non esisteva una parola che indicasse contemporaneamente ‘uno´ e ‘tre´... Quando la teologia cristiana cominciò a raccogliere le idee sull´identità di Dio, non poté far altro che inventare un nuovo termine, per esprimere che il nostro Dio è uno solo, ma in tre persone; e questo neologismo è proprio TRINITÁ. Sulle tre persone della Trinità è stato detto e scritto tanto, eresie comprese. Nei primi quattro secoli, i due nodi più difficili da sciogliere erano tre.... Il primo consistette nel definire la Trinità - un solo Dio in tre Persone - senza cadere nell´errore di presentarla come relazione fra tre Dei. La seconda difficoltà riguarda la divinità del Cristo e la sua generazione dal Padre; il rischio - e anche più di un rischio! - era di farne una creatura, sublime finché si vuole, eccelsa, perfetta, celeste... ma sempre una creatura; e non lo si può accettare! Non vi sembri un problema superato... Ancora oggi, molti (sedicenti) cristiani, interrogati se Gesù di Nazareth fosse Dio, dichiarano senza alcuna esitazione che “Gesù non era Dio: Gesù era Gesù; ma Dio è un´altra cosa”... Della serie: poche idee, ma confuse! La terza difficoltà - indovinate un po´! - non poteva che riguardare la terza Persona della SS.Trinità; a ciascuno il suo nodo... “Da dove viene lo Spirito Santo?”, si chiesero i Padri che definirono in Concilio il dogma della Trinità: dal Padre, o dal Figlio?...o da tutti e due? La soluzione finale fu quella che ripetiamo ogni domenica recitando il Credo: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato. Ora, tutte queste verità - per molti fedeli, si tratta di concetti astratti, mandati a memoria al catechismo e recitati a macchinetta, senza troppa attenzione, perché, se appena si pensa a quel che si dice, ci si scorda le parole... - (queste verità) ricevono l´ossequio della ragione; in quanto cristiani, siamo stati educati da santa madre Chiesa a credere tutto ciò che afferma in materia di fede... Ma lo sapete che nel IV secolo, quando i Padri che parteciparono ai Concili di Nicea e Costantinopoli, uscirono dall´aula conciliare con il testo del Credo, la popolazione li portò in trionfo per le strade della città, perché avevano finalmente trovato le parole per poter dire la fede? Sarà capitato anche a voi di voler dire qualcosa, ma di non trovare le parole adatte... si è colti da un senso di frustrazione, di inadeguatezza... quasi che quello che sentiamo non fosse del tutto reale, del tutto vero... del tutto chiaro a noi, prima che agli altri. Alcuni filosofi moderni, da Schleiermacher in poi, scrivono che non ci sono parole adeguate per comunicare il proprio sentimento religioso. In pratica siamo condannati al silenzio... o, peggio ancora, dubitiamo che si possa addirittura vivere un´esperienza religiosa. Tantovale arrendersi, abbandonare il cammino dello spirito e percorrere altre strade, ad esempio il cimento intellettuale... Tornando alla odierna solennità, vi confesso che non mi è facile pregare la Trinità in quanto tale: preferisco indirizzare la preghiera a Gesù, più precisamente al Cristo del Venerdì Santo. Non solo perché il Crocifisso è il simbolo per eccellenza della nostra fede; non solo perché l´azione liturgica del Venerdì Santo è particolarmente ricca di pathos, pervasa dal silenzio, e favorisce il raccoglimento e l´adorazione del Figlio di Dio deposto dal legno... L´ultimo soffio vitale di Cristo è lo Spirito Santo, lo stesso che (cfr. Gen1,1) aleggiava sulle acque, agli albori della creazione, quando Dio chiamava all´esistenza tutto ciò che è, semplicemente pronunciandone il nome. Ebbene, sul Calvario la storia degli uomini vive un nuovo inizio, una nuova creazione. In mezzo a quel caos, straordinariamente simile al caos primigenio, tra le tenebre di un pomeriggio particolare, le voci concitate della folla che rientrava in città, le manovre dei soldati pronti a lasciare la scena dell´esecuzione - chiamiamola pure scena del crimine... il peggiore della storia! -, (in mezzo a quel caos) il Signore si abbandonò tra le braccia del Padre suo, esalando l´ultimo respiro. Quel respiro fu il protagonista della creazione nuova, chiamata Chiesa, scaturita dal costato aperto del Signore, vitalizzata dal Suo ultimo respiro, e rappresentata dalla madre e dall´amico del cuore. Come vedete, sul monte della crocifissione, le tre Persone della Trinità sono presenti, a diverso titolo: il Padre contempla l´azione, restando per così dire all´esterno della scena. Il Figlio, la sua missione l´ha compiuta. Ora è l´ora dello Spirito Santo: dopo avere scortato il Verbo ad incarnarsi nel grembo della Vergine; dopo aver assistito Gesù nel suo ministero pubblico, ripresentandogli la volontà del Padre affinché la realizzasse in parole e gesti; sul Calvario lo Spirito Santo diede dunque inizio alla Chiesa; ora la assiste e la assisterà fino alla consumazione dei giorni. Come ci insegna san Paolo, lo Spirito è Colui che ci educa a chiamare Dio papà; ci suggerisce che cosa chiedere, e come chiederlo; ci trasforma con la sua Grazia infusa nei sacramenti; feconda la nostra opera di promozione umana, trasformandola in autentica carità. L´apostolo dei pagani è il primo ad avviare una riflessione teologica seria e coraggiosa sulle tre Persone divine, prima ancora che il magistero ufficiale ne dichiarasse la natura e le reciproche relazioni; prima ancora che si cominciasse a parlare della Trinità: scrivendo ai cristiani di Roma, Paolo dichiara che siamo figli di Dio e coeredi di Cristo, a condizione, però, che prendiamo parte alle sue sofferenze. Che significa? Un aiutino? OK: Vangelo di Matteo, capitoli 5, 6 e 7. Rileggeteli con attenzione e capirete. Non bisogna aver paura di leggere il Vangelo. È una buona notizia, per tutti! Anche per noi.

DOMENICA 20 maggio: PENTECOSTE      notizia del 19/05/2018

Commento alla domenica di Pentecoste ( Gv 15,26-27; 16,12-15) : un vento di libertà che ci rende unici per creare unità SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E così sono i racconti della Pentecoste, pieni di strade che partono da Gerusalemme e di vento, leggero come un respiro e impetuoso come un uragano. Un vento che scuote la casa, la riempie e passa oltre; che porta pollini di primavera e disperde la polvere; che porta fecondità e dinamismo dentro le cose immobili, «quel vento che fa nascere i cercatori d´oro» (G. Vannucci). Riempì la casa dove i discepoli erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in certi luoghi che noi diciamo sacri. Ora sacra diventa la casa. La mia, la tua, e tutte le case sono il cielo di Dio. Venne d´improvviso, e sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite. Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Lo Spirito tocca ogni vita, le diversifica tutte, fa nascere creatori. Le lingue di fuoco si dividono e ognuna illumina una persona diversa, una interiorità irriducibile. Ognuna sposa una libertà, afferma una vocazione, rinnova una esistenza unica. Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro piccolo mondo stagnante, senza slanci. Per una Chiesa che sia custode di libertà e di speranza. Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali. Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità e che metta a servizio della vita la propria creatività e il proprio coraggio. La Chiesa come Pentecoste continua vuole il rischio, l´invenzione, la poesia creatrice, la battaglia della coscienza. Dopo aver creato ogni uomo, Dio ne spezza la forma e la butta via. Lo Spirito ti fa unico nel tuo modo di amare, nel tuo modo di dare speranza. Unico, nel modo di consolare e di incontrare; unico, nel modo di gustare la dolcezza delle cose e la bellezza delle persone. Nessuno sa voler bene come lo sai fare tu; nessuno ha quella gioia di vivere che hai tu; e nessuno ha il dono di capire i fatti come li comprendi tu. Questa è proprio l´opera dello Spirito: quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità. Gesù che non ha la pretesa di dire tutto, come invece troppe volte l´abbiamo noi, che ha l´umiltà di affermare: la verità è avanti, è un percorso da fare, un divenire. Ecco allora la gioia di sentire che i discepoli dello Spirito appartengono a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, dove tutto è già prestabilito e definito. Che in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. E che non mancherà mai il vento al mio veliero.

DOMENICA 13 MAGGIO . ASCENSIONE di GESU´      notizia del 12/05/2018

commento della domenica: Ascensione del Signore ( Mc 16,15-20) Cristo torna la Padre, per rimanere sempre con noi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 «Partenza», «Presenza», «Prodigio»: con tre parole che iniziano con la “p” possiamo custodire nel nostro cuore e nella nostra mente un messaggio per la nostra vita, nella festa del Cristo risorto, asceso al cielo.. «Partenza»: ci ricorda l´ultimo atto del racconto dell´evangelista Marco, in cui contempliamo il partire dei discepoli di Gesù per le strade del mondo a predicare la buona notizia: «Allora partirono e predicarono dappertutto». A questa «partenza» della missione di evangelizzare, corrisponde la «partenza» del Cristo risorto: ascende al cielo, sono finite le sue apparizioni nel mondo. Strana «partenza»: se ci immedesimiamo nei discepoli, è un partire umanamente impreparati perché Gesù, li aveva appena «rimproverati della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a coloro che lo avevano visto risuscitato» (Mc 16,14). E poi partivano con un lutto da elaborare dentro di loro: Gesù risorto non sarebbe più apparso a loro. «Partenza» ricolma di stupore: nonostante l´incredulità, la durezza di cuore e un lutto da elaborare, quel comando di Gesù, «Andate», risuona come una iniezione di grande fiducia. Sembra che Gesù risorto ci dica: «Io confido in voi! Non temete! Non tiratevi indietro! Non fermatevi! Mettetevi in cammino, con la durezza del vostro cuore e con i dubbi che vi accompagnano. Partite! Partite perché il vostro camminare come miei discepoli è un andare abitato». Partenza abitata di «presenza»: la festa dell´ascensione al cielo di Gesù segna l´inizio del tempo dello Spirito Santo, l´inizio della responsabilità di evangelizzare tutte le genti, di diventare testimoni del Risorto nel mondo. Il nostro «andare a predicare la buona notizia ad ogni creatura» parte dal luogo della nostra quotidianità, dal luogo della situazione in cui ci troviamo, dal luogo interiore del nostro cuore sempre fragile e impreparato, ma con la consapevolezza che tutto ciò che ci circonda, che ogni situazione di vita, tutto è già “abitato dalla Presenza divina, dal Padre, per mezzo del Cristo, nello Spirito Santo”, ed è questa la speranza, che fa della nostra partenza una partenza abitata di «presenza». Partiamo, siamo in cammino con la certezza che «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose» (Ef 4,10) Tutto è riempito della «presenza» del Risorto, con l´azione dello Spirito Santo, perché tutti si riconoscano figli dell´unico Padre. Tutto è già “Cristificato”: non siamo solitari testimoni del Risorto, lo siamo portando nel nostro corpo, irradiante l´amore di Cristo, l´ appartenenza alla nostra “Gerusalemme”, la nostra comunità. Contempliamo allora la «presenza» del Risorto che riempie la nostra comunità con il dono della Parola di Dio, parola del Cristo vivente per noi; con il dono del pane e del vino, suo corpo e sangue offerti per la remissione dei nostri peccati, perché risplenda nel mondo la pienezza di Cristo con la testimonianza dell´unità nella carità. Il mio corpo è membro vivo del Corpo di Cristo, la Chiesa. Partiamo dunque coltivando in noi questa essenziale appartenenza ecclesiale «cercando di conservare l´unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati, quella della nostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.» (Ef 4,3-6) «Presenza» significa anche «posto» da occupare nella Chiesa, il nostro posto specifico, chi come sacerdote, chi come diacono, chi come catechista, chi come animatore, chi come educatore, «affinché arriviamo tutti all´unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all´uomo perfetto, a quello sviluppo che realizza la pienezza del Cristo» (Ef 4, 13). L´uomo perfetto ci richiama la responsabilità al pieno rispetto della dignità umana di ogni persona, soprattutto dei sofferenti, spesso lontani dalla comunità, ma già abitati dalla «presenza» del Risorto. Si, perché Lui è già «presenza» in chi ha fame, è assetato, è senza tetto, è malato, è in carcere, è emarginato, e attende il nostro incontro, la nostra condivisione di vita. Partiti, in cammino, con il nostro corpo in comunione al Corpo di Cristo ecclesiale, diventiamo così «Presenza» viva dello Spirito Santo per essere «prodigio» della sua azione di liberazione, nelle sfide drammatiche del nostro stare in un mondo, con l´arma efficace della Parola di Dio. Il vero e unico prodigio, che lo Spirito Santo compie per mezzo della nostra disponibilità, è quello di confermare la potenza della Parola del Signore Risorto, contro tutti gli ostacoli che si oppongono alla manifestazione del Regno di Dio nel mondo. Il Signore risorto «opera insieme con noi», per mezzo «della forza dello Spirito Santo sceso su di noi», e «conferma la sua parola con i prodigi che l´accompagnano». Il «prodigio» di «scacciare demoni nel suo nome», può significare liberazione da tutte quelle forze di male che ci disumanizzano e disumanizzano gli altri: l´attaccamento ai beni materiali e al denaro, l´essere condizionati dalla paura dell´altro, dalla ricerca sfrenata del piacere che appaga i desideri egoistici del cuore, dal potere che vuole dominare e manipolare cose e persone. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che scaccia queste forze di morte e divisione. Il «prodigio» di «parlare lingue nuove», può significare la novità assoluta del nuovo linguaggio della gratuità dell´amore di Dio, che si offre di fronte ai linguaggi molteplici del mondo fatti di giudizi discriminanti tra buoni e cattivi, maldicenze, mormorazioni, critiche, menzogne camuffate di verità. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che propone il linguaggio del farsi dono gratuito. Il «prodigio» di «prendere in mano i serpenti», può significare coraggio di affrontare tutte quelle situazioni di ingiustizia che minacciano la vita e la dignità dell´uomo. Cammineremo su aspidi e vipere (Sal 91,13). In nome della Parola liberante del Vangelo, avremo il coraggio di non diventare complici di situazioni che uccidono la dignità degli impoveriti del mondo, degli ultimi, calpestati della malvagità che esce dal cuore di quelle persone, che confidano troppo in se stesse, annullando il timore di Dio. Il «prodigio» di «bere qualche veleno senza ricevere danno», può significare la capacità di resistere a quei veleni che beviamo ogni giorno attraverso i mezzi di comunicazione, che ci trasmettono prevalentemente fatti di morte, conflitti e tensione. Può significare oggi la capacità di resistere ai veleni che circolano in rete, quando navighiamo in internet e possiamo accogliere tutto e il contrario di tutto. Oppure la capacità di resistere alla mentalità dominante che ci avvelena con i principi del “tutto è necessario”, “tutto è lecito”, “tutto è possibile” in nome della nostra libertà individuale. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che ci fa resistere a tutti questi veleni, che cercano di stordirci ogni giorno. Il «prodigio» di «imporre le mani ai malati e bene avranno», può significare la capacità di dare o e trovare un senso nel momento in cui siamo costretti a condividere il nostro vivere con chi soffre la perdita dolorosa della salute fisica e mentale. Il Vangelo è un annuncio che dà un senso alla fase dolorosa della malattia e l´imporre le mani diventa segno che lo Spirito Santo abita ancora nel tempio martoriato di un corpo malato e può operare il prodigio della serenità del cuore. Ed è già un grande segno di sollievo e può anche significare speranza di guarigione.

8 maggio 2018      notizia del 08/05/2018

Oggi a livello devozionale si celebra Madonna del Rosario di Pompei h.12.00. recita della supplica alla Madonna di Pompei Il culto della Beata Vergine del Rosario di Pompei, o, più semplicemente, della Madonna di Pompei, nasce alla fine del 1800 ad opera di Bartolo Longo, oggi Beato Bartolo Longo, il quale, si narra che, mentre si trovava nei campi, udì la Madonna dirgli: "Se propagherai il Rosario sarai salvo" . Il giovane Bartolo Longo, rimase scosso da questo messaggio che la Madonna gli affidava, tanto da abbandonare gli ambienti satanici che frequentava, e iniziare la propria opera di diffusione della preghiera del Rosario. Tuttavia i primi tentativi di diffusione del Rosario non ottennero grandi risultati, e per questo si recò a Napoli, per acquistare un dipinto affinché il popolo di Pompei potesse più facilmente convertirsi a questa preghiera. La sorte volle che, una volta giunto a Napoli, Bartolo Longo incontri il proprio confessore, che gli suggerisce di rivolgersi a Suor Maria Concetta del convento di Porta Medina, la quale custodiva un dipinto della Madonna del Rosario, che lo stesso confessore gli aveva affidato anni prima. La tela era in pessime condizioni, danneggiata dalle tarme e con intere parti di colore mancante, tanto che Bartolo Longo non voleva accettarlo. Ma, di fronte alle insistenze della suora, non potè rifiutare il dono e con questo si diresse verso Pompei, su di un carretto utilizzato solitamente per il trasporto del letame. Il quadro, così come era, non poteva essere esposto alla cittadinanza, sia per lo stato di degrado, che per un errore nel dipinto, che ritraeva Santa Rosa, al posto di Santa Caterina da Siena, come colei che riceveva il rosario, e dunque ponendo l´immagine a rischio di interdetto. Fu così che Bartolo Longo decise di affidare alle mani di un restauratore il quadro e, contemporaneamente, diede inizio alla costruzione di una nuova chiesa nella quale esporre il dipinto: la edificazione di questa chiesa sarà resa possibile dalla contessa Marianna De Fusco, futura sposa dello stesso Bartolo Longo, che fece cospicue donazioni, e, le successive elargizioni dei fedeli fecero in modo che ben preso la chiesa si trasformasse nella attuale Basilica Pontificia della Beata Vergine del Rosario di Pompei. Il dipinto della Madonna di Pompei, o della Beata Vergine del Rosario di Pompei, che dir si voglia, infatti, venne venerato fin dalla prima esposizione pubblica: infatti, già il 13 Febbraio 1876, quando appunto venne mostrato per la prima volta il dipinto, si verificò il primo miracolo, ovvero la guarigione a Napoli di una ragazzina che malata di epilessia inguaribile. In ben poco tempo iniziarono a giungere a Pompei migliaia di fedeli, ciascuno chiedendo una grazia alla Madonna, tanto che ai giorni nostri si stima che più di 4 milioni di persone ogni anno si rechino in pellegrinaggio, facendo così, di quello di Pompei, uno dei santuari mariani più visitato al mondo. La importanza della Basilica di Pompei, per il mondo cattolico, è testimoniata anche dal fatto che per ben 4 volte è stata visitata da un papa: in particolare sia papa Giovanni Paolo II, sia papa Benedetto XVI che papa Francesco si sono recati in visita al Santuario e, in occasione della visita di San Giovanni Paolo II venne recitata la Supplica. SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI si recita l´8 maggio e la prima domenica di ottobre Nel mentre i fedeli giungevano al Santuario, Bartolo Longo cominciò a diffondere preghiere e pie devozioni, componendo, poi, nel 1883, anche la Supplica. Questa è una preghiera, inizialmente intitolata "Atto d´amore alla Vergine" ma poi ribatezzata "Supplica alla potente Regina del SS.mo Rosario di Pompei". Il testo ha avuto nel tempo vari ritocchi, prima della formula attuale La Supplica viene recitata solennemente due volte l´anno, l´8 maggio e la prima domenica di ottobre. L´otto maggio del 1915, la preghiera fa il suo ingresso in Vaticano: alle 12.00 di quel giorno, Benedetto XV e i dignitari vaticani la recitarono nella cappella Paolina. Da allora la tradizione è continuata con i Pontefici successivi.

DOMENICA 6 MAGGIO 2018      notizia del 05/05/2018

Commento VI Domenica di Pasqua Gv 15,9-17: essere amici di Gesù, cristiani: amandoci, perdonandoci, accogliendoci, aiutandoci SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 In questo breve passo tratto dal capitolo 15 del quarto Evangelo la Rivelazione raggiunge il culmine: Gesù svela il senso profondo della vocazione dei discepoli: diventare suoi amici. Si delinea così un nuovo legame tra Dio e gli uomini: fino ad allora percepito e vissuto come rapporto servile tra un padrone e i suoi schiavi, è sovvertito; al suo posto, Cristo ne inaugura un altro nel suo sangue: coloro che accolgono il Verbo Eterno di Dio, che in Gesù di Nazareth ha assunto un volto di uomo, sono chiamati a diventare coeredi di Cristo. La passione di Gesù rappresenta l´atto costitutivo di questa nuova famiglia dei figli di Dio, fratelli tra loro e amici del Signore. È vero, Gesù sceglie personalmente coloro che chiama a vivere con lui: l´iniziativa di Gesù è conforme alla volontà del Padre, ma, attenti bene, tale iniziativa non si impone a nessuno! Il Vangelo di Giovanni, l´amico del Signore, non nasconde che i primi discepoli seguirono Gesù sulla base della testimonianza del Battista, del quale erano stati seguaci, senza che ci fosse stata una chiamata diretta ed esplicita del Cristo (1,37): un modo per sottolineare quanto il Figlio di Dio rispetti la libertà degli Apostoli, all´origine, ma anche strada facendo; e la rispetti fino alla fine. Vedendo che molti discepoli se ne andavano a motivo della durezza dei suoi insegnamenti, Cristo indirizza ai Dodici una domanda inquietante: “Forse volete andarvene anche voi?” (6,67); un modo fin troppo diretto per dar loro l´aut aut? in realtà, (Gesù) vuole ricordare loro, e ricordare a noi che la fede è esigente, sì, molto esigente, ma non obbliga nessuno contro voglia! Care mamme, care nonne, vostro malgrado, una volta raggiunta la maggiore età, figli e nipoti sono liberi di dire ‘sì´ al Signore, ma anche di dire ‘no´! La fede va scoperta di persona! e ciascuno ha i suoi tempi... La comunità di Gesù è l´esatto contrario di una setta. Recentemente, una famosa showgirl ha raccontato in un libro l´esperienza personale vissuta dopo essere entrata in una setta, e come ne sia uscita, a caro prezzo: ne emerge una vicenda dai risvolti psicologici e affettivi a dir poco tragici. E di questi racconti - veri e propri casi di plagio, ricatti, istigazioni al suicidio... - se ne sono sentiti in passato e se ne sentono tanti ai giorni nostri. Essere discepoli di Cristo, invece, non è vivere da schiavi, in una soggezione che annienta la personalità. Divenire discepoli di Cristo significa accogliere la Sua parola, dimorare in essa per accedere alla verità che rende liberi (8,31-32). Gesù di Nazareth ci offre di entrare in uno spazio di libertà vasto quanto il mistero di Dio: “Io sono la porta - dice il Signore -: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà... Sono venuto perché abbiano la vita e l´abbiano in abbondanza.” (10,9-10). Nel corso della sua vita pubblica, il Messia ha agito così con i suoi discepoli. Quando giunse l´ora di passare da questo mondo al Padre (cfr. 13,1), annunciò loro la nuova condizione del discepolo: non più servi, ma amici (15,15). Giovanni inserisce questo insegnamento nel contesto della cena di addio. Alla luce dei fatti immediatamente successivi, non possiamo fare a meno di pensare che in questa dichiarazione così nuova e, suppongo, inaspettata, Gesù abbia insinuato una supplica, affinché, da buoni amici, da veri amici, gli Apostoli non lo abbandonassero, nell´imminenza della passione. Ma, già... ho appena ricordato che l´amicizia non pretende nulla, l´amicizia libera e lascia liberi. Anche nel momento di maggiore paura, quando la sua fragile umanità era più esposta e vulnerabile, il Figlio di Dio rispettò questa libertà sovrana degli amici e se ne fece una ragione! E non gliene volle!!! La sera della sua risurrezione fece Lui, ancora e sempre Lui, il primo passo per riannodare il rapporto con ciascuno. Lo fece con Pietro, lo fece con Giovanni, lo fece con Tommaso, con Maria Maddalena, con i due di Emmaus... Quale lezione!! Questa è l´amicizia secondo Cristo! Ma la vocazione di ogni discepolo che sia tale in base alla scelta di fede, non consiste solo in una relazione nuova con Dio. O meglio, questa nuova relazione produce conseguenze, che il Signore esprime così: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.” (15,8). Il discepolato cristiano è una lunga, avvincente avventura! Portare frutto e diventare grandi realizza il comando che il Creatore diede al primo uomo e alla prima donna, fin dagli albori della creazione! (cfr. Gen 1,28). Portare frutto, nel tempo della Chiesa, significa essere testimoni del Vangelo. La testimonianza evangelica non è monopolio dei sacerdoti, dei religiosi, dei missionari. In forza del battesimo, tutti siamo stati chiamati a dare testimonianza. Questa testimonianza, lo sappiamo, può essere difficile da rendere; del resto, chi ha mai detto che la scelta cristiana sia una scelta facile? Come Lazzaro, amico di Gesù, la radicalità cristiana può condurci al martirio (12,10-11). Ma, non temete, fare un semplice segno di croce in pizzeria, o al ristorante, anche questo è una piccola testimonianza di fede cristiana, e non ci condurrà al martirio! Tuttavia, chi testimonieremo, se non avremo gustato personalmente l´amore, con il quale Cristo ci ha amati, consegnandosi corpo e anima a ognuno di noi? (cfr. Gal 2,20). Vivere da amici dello sposo, come il Battista, da discepoli amati come Giovanni, da risorti come Lazzaro... è la proposta di Dio, che suo Figlio ha rivelato e ha reso possibile: parlare di Gesù, scrivere di Lui, ma soprattutto condurre un´esistenza impregnata di Vangelo che sia testimonianza personale ed unica del Risorto; rendergli ragione con tutti i pori della nostra pelle, con tutte le sinapsi del nostro cervello, con ogni umore della nostra anima,... affinché anche altri possano a loro volta accedere all´incontro personale con Gesù e diventare suoi amici. Come la sapienza della Scrittura, il Cristo, mostrerà loro, Cristo mostrerà a noi il Regno dei Cieli e ce lo donerà nell´ora che il Padre ha stabilito.

DOMENICA 29 APRILE 2018      notizia del 28/04/2018

Commento V Domenica di Pasqua su Giovanni 15,1-8: rimanere in Cristo per non arrendersi, rialzarsi...esserci con la mente e con il cuore SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -19.00 Il quarto evangelista, unico a riportare questo insegnamento del Signore, ambienta la parabola della vite e dei tralci nel cenacolo, durante la cena di addio. Il contesto conferisce alle parole di Gesù una profondità e un valore singolari: (queste parole) rappresentano le ultime volontà del Maestro, il quale sa che la sua missione è ormai alla fine, ed è tempo - direbbe san Paolo - di sciogliere le vele e di prendere il largo... Il mare e la campagna, la pesca e l´agricoltura rappresentavano le due fonti di sostentamento del popolo palestinese: normale, pertanto, che il Signore facesse riferimento ad esse, nelle sue catechesi. Fosse vissuto ai giorni nostri, in un paese occidentale come questo, chissà che similitudine avrebbe usato per trasmettere il Suo messaggio... Forse, Gesù non avrebbe neppure scelto la categoria del lavoro; non nella sua accezione tradizionale; magari avrebbe predicato sui social, sarebbe apparso in televisione, in un format di fama internazionale... Stare davanti alle telecamere in un programma seguito da milioni e milioni di spettatori in tutto il mondo è una tentazione troppo gustosa, praticamente irresistibile. Uno scrittore americano ha recentemente pubblicato una storia di Gesù, immaginando che il Signore ritorni tra gli uomini del ventunesimo secolo, nei panni di un cantautore che si iscrive a una gara di voci nuove... E approfitta della situazione - la scena sfavillante di luci, i microfoni, e tutto il resto - per annunciare il Vangelo; naturalmente questo Gesù postmoderno non usa i generi letterari di duemila anni fa, ma quelli in voga presso i giovani di oggi... turpiloquio compreso... sfidando la morale corrente, i modi garbati e un po´ asettici della gente per bene e dribblando il linguaggio convenzionale e politically correct della politica...Un effettone! Peccato... finisce che muore...anche stavolta. Del resto, ogni volta che il mondo di Dio viene a contatto con il mondo degli uomini, l´epilogo è scontato: gli uomini uccidono Dio. In molti discorsi parabolici, soprattutto quelli in cui il Maestro di Nazareth prende spunto dalla natura, emerge il tema del sacrificio, della sofferenza, della ferita, della morte... ma sempre in funzione di un frutto abbondante, di una vita nuova, di un bene maggiore e più perfetto della vita perduta/donata ...il tema sotteso è ovviamente la risurrezione. Il verbo-simbolo di questo Vangelo è “rimanere”: rimanere significa resistere, rimanere significa non arrendersi, rimanere significa provare ancora, rialzarsi,... Rimanere significa esserci con la mente e con il cuore, oltre che con il corpo... Sono tutte declinazioni della fede: i personaggi della Bibbia ci incoraggiano a guardare in faccia la nostra verità: ci sfidano, e se appena diamo loro credito, hanno il potere di risvegliare in noi energie sopite. A condizione che non facciamo di loro delle immagini idealizzate, dei modelli di perfezione. Adamo, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosé, Sansone, Davide, Salomone, Geremia, Elia, Giobbe, Giona,... e poi Pietro, Paolo, il Battista, Giovanni l´amico del Signore, Gesù, sì, anche Gesù; Maria sua madre, Giuseppe suo padre... Costoro hanno percorso strade intricate; qualcuno ha anche commesso errori, errori gravi; qualcuno si è smarrito, è stato sconfitto... Tutti sono caduti almeno una volta lungo il cammino! Ci hanno lasciato un grande lezione: ciò che importa non è fare le cose in modo perfetto, ma mettersi in gioco con coraggio, e con tutto noi stessi! in una totalità di ordine qualitativo, ma anche quantitativo; il che vuol dire tutto e sempre... Nascondere gli errori è infantile. Imparare da essi è saggio. Combattendo è giocoforza che si riportino ferite, anche gravi. Non si sfugge, fanno parte del gioco; è necessario riconoscerle, per poterle integrare nella vita. Voglio dire che le ferite non sono disfunzionali alla vita, ma funzionali! Le ferite non sono un aggressore esterno alla vita, ma fanno parte integrante della vita. Dirò di più: le ferite che riportiamo lungo il cammino, se sappiamo assumerle con atteggiamento di fede, o come dice il Vangelo, potature operate dal Padre, secondo un suo disegno misterioso e ineffabile, affinché portiamo più frutto, (le ferite) ci rendono più sensibili, e potenzialmente più capaci di amare. Non c´è amore senza ferite. Non bisogna aver paura delle energie che pervadono il nostro essere, corpo e anima: aggressività, sensualità, passioni; immaginate se fossimo in grado di dominarle in modo dispotico, cioè totale. Peggio: immaginate se queste energie oscure, talvolta ambigue, improvvisamente si spegnessero... La vita diventerebbe invivibile, moriremmo di noia! La noia può uccidere! Alcuni filosofi l´hanno analizzata... Tra la noia di vivere e il senso del nulla, il passo è brevissimo! L´inerzia, l´abitudine, il conformismo, l´omologazione... sono questi i veri pericoli che bisogna conoscere per poterli evitare! Impediscono di vivere. Se vita e vitalità hanno la stessa radice, la vita non può restare ferma, ma deve muoversi in qualche direzione, possibilmente in avanti. Ci penserà il buon Dio a portare a compimento la nostra esistenza! Non moriamo prima del tempo! Non moriamo prima di morire!! Impegniamoci con tutte le energie che abbiamo, poche o tante che siano, giovani o vecchi che siamo; e tra queste energie c´è la fede, c´è la speranza e c´è l´amore! Roba da preti? Roba da suore? Roba da uomini! Roba da donne! Roba da cristiani!

DOMENICA 22 APRILE 2018      notizia del 21/04/2018

Commento della IV Domenica di Pasqua : Gv 10,11-18: chiamati ad essere un unico gregge seguendo la voce di Cristo SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Oggi, Domenica del Buon Pastore, in tutta la Chiesa si celebra la 55° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni; sappiamo che l´idea di vocazione è stata legata a doppio nodo alla scelta sacerdotale e di consacrazione religiosa. Fino a ieri l´altro, pensare alle vocazioni e pensare a frati e preti era la stessa cosa. Non è da molto che la Chiesa ha allargato la propria visuale, abbandonando certi schemi rigidi e, confessiamolo, non pochi stereotipi pesantemente maschilisti, per assumere un´idea più ampia di vocazione e, anche questo va detto, più in sintonia con la visione cristiana della vita. Siamo solo all´inizio di questo cammino di conversione integrale che la nostra amata e odiata Chiesa sta percorrendo, tra slanci coraggiosi e clamorose battute d´arresto, impennate profetiche e patetici ritorni al passato... Il tema, a dir poco scottante, a tratti scabroso, è un esame di coscienza di categoria, se così si può dire, e lo dico... La marcata impronta clerical maschilista assunta dalla Chiesa fin dai primi secoli costituisce uno solo dei due binari sui quali ha viaggiato veloce e sicura - beh, veloce mica tanto! -per venti secoli... Il secondo binario, inutile negarlo, è il potere. Le scienze umane, dall´antropologia alla fenomenologia, dalla psicoanalisi alla sociologia, hanno ampiamente mostrato le corrispondenze e le implicazioni tra maschilismo e potere. Volendo risalire il vasto fiume della Rivelazione, la Bibbia affonda le sue radici in una cultura caratterizzata dalla presenza ancestrale del cosiddetto maschio (dominante) alfa; se appena scorriamo i primi versetti della Genesi, al capitolo 3, in pieno racconto della creazione, tra le conseguenze del peccato d´origine, c´è appunto la soggezione della donna all´uomo, che lo scrittore ispirato ha così descritto: “Il Signore Dio disse alla donna: Moltiplicherò i tuoi dolori le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.” (v.16). In questi ultimi cinquant´anni, dal Concilio in poi - in confronto a venti secoli di storia, che saranno mai 50 anni? e tuttavia non son neppure pochi! -, la Chiesa ha intuito che proseguendo il suo viaggio su questo binario, avrebbe raggiunto presto il capolinea... Sulla spinta delle successive rivoluzioni, o primavere, che nel volgere di un secolo, hanno profondamente mutato gli equilibri tra i sessi, a livello familiare, professionale, culturale, anche la Chiesa ha preso maggiore coscienza che il mondo religioso è popolato da donne, più che da uomini, e che il primato del maschio non è più un dogma teologico, né un apriori filosofico... Che il contesto religioso sia popolato per lo più da donne, non è una novità; è sempre stato così! Nelle culture antiche, l´istruzione religiosa (dei figli) era impartita dalla madre. Per converso, nei luoghi di culto, il protagonista era ed è ancora il maschio. Moschee, sinagoghe, chiese cristiane, prevedevano un luogo più discreto e appartato, il matroneo, ove le donne assistevano, opportunamente nascoste, alla liturgia. In talune religioni, compresa la nostra, assistiamo ancora oggi a questa singolare separazione tra devozioni prettamente femminili - basti pensare a taluni uffici funebri affidati da sempre alle pie donne, come l´animazione col canto dell´ultimo viaggio del defunto verso il cimitero - e culto pubblico, tassativamente presieduto dalla figura virile del pastore. Questo e altro ancora, a proposito della differenza - discriminazione? - presente nella Chiesa tra uomo e donna, nonostante, ripeto, la preponderanza femminile delle forze in gioco. Perdonate questo lungo cappello a margine della Giornata Mondiale delle Vocazioni; almeno una volta, ho ritenuto necessario sfiorare il tasto, il quale, ahimé, produce sempre dolenti note... Per fortuna, la persona di Gesù si tenne prudentemente ai margini della questione, assecondando peraltro la tradizione corrente. Chissà se in un futuro magari remoto le cose cambieranno... Mah... La similitudine del buon pastore la troviamo solo nel quarto Evangelo: ed è un modo suggestivo e originale, per definire le coordinate della relazione di Gesù rispettivamente con gli uomini e col Padre. Nell´opera giovannea, Gesù resta il Signore della storia, protagonista incontrastato della vicenda, colui che dà la vita quando vuole e la riprende quando vuole. Sul versante degli uomini, la persona del Figlio di Dio non è condizionata dal comportamento di coloro che lo circondano: lo accolgano oppure no, lo seguano oppure no, lo amino o lo tradiscano, il Verbo incarnato ha una missione da compiere e la porterà a compimento; per l´apostolo che Egli amava, la missione del Cristo, non è morire in croce, ma essere innalzato, glorificato; e in questo innalzamento, in questa glorificazione, Egli rivela l´amore a dir poco scandaloso del Padre. Come un generale vittorioso, fin dalle prime battute del Prologo, Cristo celebra i suoi trionfi, percorrendo le strade della Giudea e della Galilea. E strada facendo, parla, insegna, guarisce... Ne emerge un ritratto assolutamente inedito e per certi aspetti inquietante, misterioso, del Re dei re, come Lui stesso si definisce nel dialogo con il governatore romano Ponzio Pilato. Di fronte a Lui, le potenze del male sembra non abbiano alcun ascendente, alcun effetto, nonostante le apparenze! Incarnato, certo, nato al mondo, certo, uno di noi, certo,... il Cristo di Giovanni resta tuttavia un altro rispetto a noi, il viso impassibile del Pantocratore, così come lo ritraggono le icone, e però capace di sentimenti di straordinaria intensità, che nessun uomo sarebbe in grado di provare. Per questo ci è pastore e maestro: la voce inconfondibile, lo sguardo dolce e disarmante, la mano ferma. Per questo il Padre lo ama. E il male se ne fugge inorridito, mentre professa la fede in Lui: “Tu sei il Cristo, tu sei il Santo di Dio.”.

DOMENICA 15 Aprile 2018      notizia del 14/04/2018

Commento alla III Domenica di Pasqua:non c´è peccato che possa ostacolare la grazia che Dio dispiega nella resurrezione di ( Lc 24,35-48) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Il primo discorso di Pietro dopo la Pentecoste afferma la nostra responsabilità collettiva per la morte di Gesù. Fu crocifisso dai suoi contemporanei, ma ancora oggi siamo complici delle stesse dinamiche che condussero alla sua condanna. Nella celebre leggenda del grande inquisitore de I fratelli Karamazov, Dostoevskij afferma che se Gesù ritornasse oggi nel mondo, ancora una volta non sarebbe riconosciuto e di nuovo lo crocifiggeremmo. La chiusura del cuore che Gesù incontrò nei suoi contemporanei resta la stessa oggi. La sola ragione per la quale non ce ne accorgiamo è perché essa appare solo quando Dio ce la svela: solo la luce della misericordia manifesta il nostro peccato nel momento stesso in cui lo perdona. Come i contemporanei di Gesù, anche noi oggi abbiamo paura di ciò che Dio può cambiare nelle nostre vite, temiamo le sue esigenze, la sua novità, il suo modo di presentarsi che non corrisponde all´idea che ci facciamo di lui. Le parole di Pietro non sono tenere: Avete rinnegato il Santo e il Giusto; avete graziato un assassino; avete ucciso l´autore della vita (At 3,14-15). Questa insistenza sulla gravità del peccato però è al servizio della proclamazione della grandezza del perdono di Dio, del cambiamento che esso introduce nella storia e nelle nostre esistenze: Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire (At 3,17-18). L´uccisione di Gesù, il rifiuto dell´intervento di Dio nella storia che essa rappresenta, è diventata per Dio l´occasione di manifestare la sua determinazione di salvarci malgrado ogni nostra resistenza. Nessun rifiuto dissuade Dio. Quella di Pietro è dunque non una condanna, ma un messaggio di speranza: non c´è peccato che possa ostacolare la grazia che Dio dispiega nella resurrezione di Cristo. Ce lo conferma Giovanni nella sua lettera quando dice: Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paraclito (un consolatore, un avvocato) presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1Gv 2,1-2). Colui che intercede per noi è lo stesso che abbiamo ucciso e rifiutato, ma che è ritornato alla vita in virtù di un amore più forte della morte. Ecco perché Pietro può proclamare: Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati (At 3,19). Risurrezione vuol dire proprio questo: possibilità di cambiare vita. La potenza di Dio vince la nostra ignoranza, la nostra incapacità di percepire Dio come colui che vuole la nostra salvezza. La colpevolezza che ci opprime non è più insormontabile perché abbiamo un Paraclito, cioè un difensore, un avvocato, un consolatore presso il Padre. Siamo spesso fatalisti, cinici, disillusi riguardo a questa possibilità di cambiamento, come questi discepoli che in presenza di Gesù, pur toccandolo, pur vedendolo mangiare davanti a loro, ancora non possono credere sia veramente vivo, presente tra di loro. Stentano a credere che colui che era stato così barbaramente soppresso, che avevano visto dissanguato, esanime, che era stato chiuso in un sepolcro, adesso fosse ritornato alla vita. Ecco perché Gesù dedica cinquanta lunghi giorni per farsi vedere, toccare dai discepoli. E´ paziente con la nostra difficoltà a credere. Sa che abbiamo bisogno di tempo per accogliere la sua novità e aprirci così al suo invito: Convertitevi! (Mc 1,15; Mt 4,17) Non dobbiamo allora scoraggiarci se, malgrado i nostri propositi di cambiamento di vita, continuiamo a sentirci pesanti, a non saper resistere al peccato. Se è vero infatti che il Vangelo ci chiede di non peccare, ancora più insistentemente ci invita a credere che la misericordia di Dio è più grande di ogni nostra trasgressione, come ce lo ricorda Giovanni: il Paraclito, cioè l´avvocato che difende la nostra causa, è Gesù stesso che ci ha amati e ha dato la propria vita per noi. La nostra salvezza si manifesta in un cambiamento della nostra vita, ma questo è possibile solo a condizione di riceverla costantemente da Dio. Salvezza e cambiamento non eliminano il peccato dalle nostre vite, ma ci permettono di vincerlo facendolo continuamente perdonare, cancellare da Dio. Più riconosciamo il nostro peccato, più esso è perdonato e ci è così restituita la libertà di poter avanzare in una vita diversa. Riflettiamo, meditiamo su questa equazione: credere nella resurrezione è credere nella possibilità di cambiare le nostre vite. Chiediamo al Signore questa grazia: “Signore, donami la grazia della conversione! Introduci questo fermento di novità nella mia vita. Aprimi gli occhi. Conducimi a percorrere, nella libertà dell´amore, le tue vie”.

DOMENICA 8 APRILE 2018      notizia del 07/04/2018

Lucio Boldrin ha aggiunto 3 nuove foto. 11 h · Commenti al Vangelo della II Domenica di Pasqua Gv 20,19-31: avere dubbi non è né peccato , né mancanza di fede..ma semplicemente essere persone in ricerca SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Il racconto dell´apparizione del Risorto a Tommaso risente di una modalità letteraria tipica del quarto evangelista: l´utilizzo di un personaggio, come figura collettiva, per presentare cioè un atteggiamento non solo individuale, ma diffuso... L´apostolo incredulo è la personificazione del dubbio dei discepoli - oggi parliamo del dubbio dei fedeli - riguardo alla risurrezione di Cristo. Caratteristica identificativa di Tommaso è l´assenza: Tommaso - Tomà in aramaico -, Didimo in greco, Gemello in italiano, non era con gli Undici, quando il Signore apparve nel cenacolo a porte chiuse la sera della sua risurrezione; non avendo visto di persona, Tommaso dubita. Sapete quanta gente ritiene che dubitare su articoli di fede sia un peccato, e se ne confessa? Dubitare non è affatto un peccato! è naturale, è umano... quando un fatto non è evidente, il rischio è sempre quello di temere che il fatto non sia vero, o, se è vero, non sia proprio proprio come ce lo hanno presentato. C´è di buono che il dubbio può risvegliare la voglia di cercare: che senso ha avere dei dubbi e tenerseli senza fare niente?...sempre che i nostri dubbi di fede siano veri dubbi, cioè che lascino inquieti e tengano desta l´attenzione, attivino la volontà,...non lascino tranquilli. Forse è proprio questo il motivo per il quale molti cristiani si sentono in colpa nel nutrire dubbi di fede, e lo dichiarano nella confessione sacramentale... In realtà, non fanno nulla per chiarire il dubbio, cioè non camminano nella via della fede. E questo, sì, è un peccato! Ma noi lo sappiamo che cosa significa camminare secondo la fede? Far del bene? certo, ma non solo!... Il mondo è pieno - beh, non esageriamo!! - di uomini e di donne che fanno del bene, ma che non credono nel Dio di Gesù Cristo... La lezione di Tommaso è dunque la lezione più grande che il gruppo degli apostoli ci ha lasciato. Tommaso rappresenta perfettamente la nostra condizione attuale. Ma Giovanni, vuole sottolineare un altro particolare: l´evangelista dell´aquila relaziona il dubbio all´assenza e vuole ricordare che il dubbio della fede si può aggravare - e fatalmente si aggrava! - quando si è assenti dalla chiesa, lontani dalla comunità dei credenti. Vedete, quando si parla di dubbio di fede, non si intende solo il classico dubbio intellettuale: questo si può certo gestire individualmente; basta studiare, basta aggiornarsi, basta cercare... Il dubbio di fede non è prima di tutto un dubbio intellettuale! è un dubbio che può sorgere solo se e quando la fede la si vive, quando la fede non è solo un concetto (astratto), sul quale si può fare tutt´al più dell´accademia, o una conversazione da salotto... ma quando (la fede) è stata scelta come stile di vita, criterio di discernimento del bene, metodologia di approccio al prossimo senza pregiudizio e in tutta verità... Parlavamo di fede autentica vissuta cioè nella comunità... Per questo il Signore non appare privatamente al discepolo incredulo, ma nel cenacolo, a tutto il gruppo, otto giorni dopo - cioè di domenica -. La fede non è dunque un fatto meramente individuale, ma solo e sempre ecclesiale. La fede è personale, in quanto è della Chiesa. Ecco perché al termine della preghiera eucaristica, il sacerdote prega Dio affinché non guardi ai nostri peccati, ma alla fede della Chiesa. È dunque nella Chiesa che possiamo trovare e riconoscere i segni della presenza del Cristo. Ma Tommaso non rappresenta soltanto l´icona, il modello del credente in crisi. Tommaso è anche colui che pronuncia la più alta e sublime professione di fede di tutti e quattro i Vangeli: “Mio Signore e mio Dio!”. Possiamo tradurla più o meno così: Sei proprio Tu, Gesù! sei proprio il Signore! sei proprio Dio! La gioia di credere - e sottolineo l´elemento della “gioia”! - esplode nel cuore del discepolo che si lascia incontrare da Cristo e sa vivere la fraternità di essere in gruppo, un cuore solo e un´anima sola, come racconta san Luca nei suoi Atti degli Apostoli. Toccando il tema della comunità e della gioia, so di toccare due nervi scoperti... La percezione del senso di comunità non è proprio così immediata nella nostra esperienza di fedeli. Quanto poi alla gioia, beh, neppure di questo è facile fare esperienza, al contrario di quanto Luca ci vorrebbe far credere, descrivendo la comunità delle origini... Dall´indagine compiuta tra la gente che frequenta le nostre chiese, più che di gioia, si sente parlare di noia... soprattutto tra i giovani. E la noia è quanto di più lontano ci possa essere dalla gioia... ancora più del dolore: ci sono dolori che sono vicinissimi alla gioia, al piacere - non l´hanno soltanto cantato i Queen!... -; dolori che sono preludio alla gioia, come i dolori del parto. Ma la noia... non ha niente a che vedere con la gioia, tantomeno può esserne preludio! Che dire a conclusione di questa omelia? (dico che) la fede è una continua conquista! Per questo il Signore proclama beati coloro che, pur non avendo visto, pur non avendo raggiunto l´evidenza dei fatti, crederanno in Cristo e nella sua risurrezione. Come spesso ripeto quando parlo di argomenti di fede, tutto ciò che poteva fare il Signore per noi, il Signore l´ha fatto. Ora tocca a noi dirgli di sì, oppure di no, credere oppure no. E non è detto, non è sicuro che il ‘sì´ pronunciato la prima volta, resti lo stesso anche dopo... I sacramenti che celebriamo solo nella Chiesa, costituiscono il nutrimento necessario - non possiamo cioè farne a meno! - a quel ‘sì´ pronunciato un giorno, davanti a Dio e alla comunità, ma che non è in grado di bastare a se stesso, non può vivere di vita propria... come, del resto, nulla e nessuno sotto il sole.

DOMENICA di PASQUA 2018      notizia del 31/03/2018

Commento alla Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore Gv 20,1-9:Ciò che per gli uomini è la fine, attraverso la la morte e risurrezione di Cristo è l´inizio della vita. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 12,00 e 19.00 Perché Gesù non è sceso dalla croce? Preché non ha reagito agli insulti e alle torture? Perché non si è opposto a una condanna ingiusta e atroce, pur avendone i mezzi e gli argomenti convincenti? In sintesi: perché Gesù ha voluto morire di un supplizio aberrante fra commenti pregiudiziali e le esecrazioni dei suoi avversari? Risposta: perché dopo la morte doveva avvenire un evento capace di trasformare la tragicità della sua fine, che avesse come obiettivo quello di superare le nequizie stesse della sua morte. Un evento che avrebbe dato origine al mutamento della storia a partire dal sorgere di un fenomeno esponenziale chiamato “cristianesimo”. Appunto in questo evento, avvenuto nel silenzio, nottetempo e nella forma sottaciuta, si rivela la soluzione ai quesiti di cui sopra: Gesù Cristo è risorto. Con queste parole non si intende dire che un cadavere ha riabilitato improvvisamente l´attività cerebrale, la circolazione sanguigna rimettendo in funzione varie membra dell´organismo, ma si vuol descrivere il fatto determinante di cui gli apostoli, seppure scettici e disorientati, hanno visto alcune tracce: Gesù, avvinto dal sudario e dalle bende, ostruito dalle oscurità del sepolcro che lo imprigionava, occluso dal macigno che ne ostruiva l´uscita, si è liberato da tutti questi vincoli di segregazione e ne è fuoriuscito indomito e padrone. Bende e sepolcro non gli sono stati cioè di impedimento perché tornasse a rendersi visibile e per di più con un corpo glorioso e invitto. Risuscitare da morte, ossia manifestarsi come il Vivente che della morte è il dominatore è stata la risposta più congeniale agli interrogativi di cui sopra, che sono propri della mediocrità della concezione umana: se avesse evitato la tortura e la morte non avrebbe potuto manifestare che la vita sussiste per sempre e che vi è una risposta al problema del dolore e della morte nonostante le tenebre del sepolcro. In altre parole, se Cristo avesse dato ai suoi avversari il “contentino” di scendere dalla croce sbaragliando i suoi avversari, non sarebbe risuscitato e non avrebbe potuto darci la vita per sempre. La resurrezione di Cristo è infatti un avvenimento che ancora una volta qualifica questi come Figlio di Dio (Rm 1, 3 - 4) e che gli meriterà la glorificazione, l´innalzamento al di sopra di tutte le creature, il recupero pieno della sfera del divino, ma non è solamente un evento circoscritto. Coinvolge tutti noi. Ci avvince del suo fascino e ci ragguaglia del fatto che anche noi siamo interessati alla vita per sempre. Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più. La morte non ha più potere su di lui”(Rm 6, 8 - 9). Quando il teologo luterano Bonoheffer stava per essere ucciso nel lager nazista in cui era prigioniero, accomiatandosi dai suoi compagni di prigionia, commentava: “Questa è la fine. Per me è l´inizio della vita.” Diceva questo non perché avesse congetturato la possibilità di sopravvivenza fisica o perché credesse in una qualsiasi forma di vita oltre la morte, ma perché era animato da una convinzione di fondo che gli scaturiva da una fede da sempre vissuta e coltivata: Gesù Cristo, Figlio di Dio è risorto dai morti e questo incuteva in lui fiducia e coraggio nell´affrontare l´impiccagione, ben consapevole che non sarebbe stata la fine. Al di là del destino singolare del nostro corpo mortale, siamo consolati nella certezza che in Cristo risorto siamo destinati a risorgere anche noi e che la morte è stata sconfitta. Il fatto stesso che a distanza di centinaia di anni vi siano persone fiduciose nella prospettiva del trapasso, il fatto che parecchie persone anche ai nostri giorni accettano il martirio e il supplizio della morte cruenta a ragione della loro fede, ci dà la certezza che non soltanto la resurrezione di Cristo è un fatto reale e non di leggendaria mistificazione, ma che essa si attualizza in tutti i tempi e in tutte le epoche e che riguarda il passato e il futuro di tutti gli uomini. Se Cristo davvero non fosse risorto, non si spiegherebbe il fenomeno di tante persone ancora ben disposte a morire per lui e non avrebbe senso la serenità e la fiducia di innumerevoli persone che si abbandonano al trapasso con risolutezza e confidenza. Ciononostante, la risurrezione non deve consolarci solamente in merito alla vita ultraterrena. Essa incide anche al presente, riguarda la nostra storia e la nostra attualità, perché il Risorto vive per sempre con noi momento per momento, nient´altro che come Risorto e fautore di vita. In altre parole la resurrezione di Gesù ci da la certezza della sua presenza affinché possiamo vivere in pienezza il nostro quotidiano sospinti e spronati proprio da lui. Scrive Walter Kasper: “Risurrezione corporea significa che l´intera persona del Signore si trova definitivamente presso Dio. Ma significa anche che il risorto mantiene il suo riferimento al mondo e a noi”, che pur essendo innalzato alla destra del Padre e vivendo come l´eterno Glorioso, non cessa di vivere con noi per sempre sotto un aspetto rinnovato, misterioso eppure certo e convincente. Gesù è risorto per essere non solo non solo il Dio eterno e infinito ma anche il Dio con noi per sempre e in ogni luogo. La presenza di Cristo risorto ci sprona quindi a vivere la vita in pienezza, a investire al meglio ogni istante del nostro tempo, a qualificare noi stessi nella giusta dimensione che non si trova nel peccato e nell´illusione di vivere. La perseveranza nel male è semplicemente la smentita della vita nonché banalizzazione piena della resurrezione, deprezzamento della vita che Lui ci ha dischiuso nella sua morte di croce. La vita nel Risorto equivale invece alla riscoperta della gioia nonostante le sofferenze e le sfide, alla fiducia e al coraggio nonostante il sistema ci costringa in senso opposto, alla consolazione nonostante prove e afflizioni. Vivere nel risorto significa infatti sperare e persistere fino al successo, poiché nonostante le apparenze la meta potrebbe trovarsi già al prossimo incrocio. Non arrendersi alle difficoltà e alle cattiverie altrui, ma rispondere con serenità e fiducia al male facendo il bene (Rm 12, 21). Nella risurrezione di Cristo che ha vinto la croce si riscontra infatti che il bene trionfa sul male e che non conviene compromettersi con ingiustizie e malvagità. Piuttosto, solo dando amore vi è la possibilità ineluttabile di ricevere l´amore che ci aspettiamo dagli altri e che asseconda le nostre aspettative e solamente il dono di noi stessi agli altri può contribuire a vincere ogni sorta di malessere che serpeggia nel mondo. Il giorno di Pasqua è in definitiva l´invito che instancabilmente Dio ci rivolge a costruire la nostra società sul fondamento di sole tre virtù possibili: fede, speranza e carità. Che si rendono fattibili appunto in forza della risurrezione e nel solo ambito di essa. BUONA PASQUA A TUTTI

VEGLIA DI PASQUA      notizia del 31/03/2018

LA VEGLIA PASQUALE Per cominciare Per una tradizione che risale già alle antichissime tradizioni ebraiche, questa é la più importante notte di veglia in onore del Signore (Es 12,42). Sant´Agostino l´ha definita "la veglia madre di tutte le veglie". La prospettiva della chiesa quando celebra è sempre pasquale, ma questa notte di Pasqua assume un´importanza e un´intensità ineguagliabili, perché, "ci rappresenta quasi visivamente la memoria dell´evento" (sant´Agostino). In questa notte di Pasqua il Signore "è passato" per salvare e liberare il suo popolo oppresso dalla schiavitù. In questa notte Cristo "é passato" alla vita, vincendo la grande nemica dell´uomo, la morte. In questa notte si celebra il memoriale del nostro "passaggio" alla vita in Dio e nella chiesa attraverso il battesimo, la confermazione e l´eucaristia. Vegliare è un atteggiamento evangelico costante e caratterizza la vita di ogni cristiano, che attende la sua venuta definitiva, quando la Pasqua si compirà nelle nozze eterne con lo Sposo e nel convito della vita (cf Ap 19,7-9). La parola di Dio La prima Parola (prima lettura: Genesi 1,1 - 2,2) ci presenta la Parola che crea e dà inizio alla storia dell´umanità: è la narrazione della creazione. Ma tale riconoscimento ci apre alla seconda Parola, il dono della fede (seconda lettura: Genesi 22,1-18): a imitazione di Abramo, ogni uomo può rapportarsi in un dialogo confidente e pienamente fiducioso in Dio. Ma la fede è valore sommo e tutto le è subordinato. Come Abramo, siamo chiamati a donare tutto a Dio; anche il figlio. Ma questo in realtà lo ha fatto il Padre nella Pasqua di Gesù, il Figlio sommamente amato. Per tutti la vita, nella fede, si attua come Esodo (terza lettura: Esodo 14,13 - 15,1): il mare si divide; i nemici vengono sconfitti; il popolo di Dio è salvo. La parola profetica (quarta lettura: Isaia 54,5-14) ci assicura che il creatore è redentore, ed è "Dio di tutta la terra". Non ci abbandona nel nostro peccato, né ci lascia nella desolazione: ma conferma indefettibile la sua alleanza; e ci consola. Così pure (quinta lettura: Isaia 55,1-11) siamo autorizzati a ricorrere a lui, alla sua divina bontà e gratuità. E se siamo assaliti dal dubbio, riprendiamo viva coscienza che "le vie del Signore sovrastano le nostre vie; i pensieri del Signore sovrastano i nostri pensieri". Per questo dobbiamo riconoscere che solo il Signore è Dio (sesta lettura: Baruc 5,9-15. 32 - 4, 4), e convertirci a lui; ma anche questo è opera sua: anche obbedire alla Parola, alla sua Legge, il desistere da ogni forma di male. Alla realtà della dispersione (settima lettura: Ezechiele 36,16-28) si rinnova la chiamata e la conversione di tutti; alla condizione di miseria e di peccato si apre la possibilità di avere un cuore nuovo, reso tale dallo Spirito di Dio. Romani 6,3-11. Siamo coinvolti nell´esperienza di Gesù, in forza del battesimo che ci unisce alla sua Pasqua,. Muore il nostro uomo vecchio, "crocifisso" e sepolto insieme a lui, camminiamo in una vita nuova. Siamo liberati dal peccato, risorgiamo anche noi insieme a Gesù, lui che ha vinto il peccato e la morte definitivamente e per tutti. Marco 16, 1-7: dove le donne vanno al sepolcro e pensavano di vedere il cadavere, e invece vedono un giovane. Pensavano di vedere un lenzuolo che avvolgeva il morto, e invece vedono un vivente vestito di bianco. Pensavano di vedere un morto disteso a terra, e invece vedono un uomo seduto alla destra: alla destra di chi? Qualcuno ha posto questo giovane alla sua destra, dicendogli: “Siedi alla mia destra” (Sal 110,1). Le donne sono sorprese, exethambéthesan, alla lettera “sono colte da stupore”. Marco conosce un ricco vocabolario per parlare dello spavento: in pochi versetti usa almeno quattro termini per descriverlo. Qui registra spavento-stupore. E subito dopo il giovane parla alle donne ripetendo lo stesso verbo: “Non siate spaventate, stupite!”. Poi continua: “Voi cercate Gesù il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui!” (Mc 16,6). Ecco la voce dell’interprete apparso, la voce di colui che legge ciò che le donne vedono. È una voce che viene da Dio, che è quella del Signore seduto alla destra di Dio, è la voce di chi ormai è stato tolto, come in un’ascensione verso il cielo, dalla mano di Dio che l’ha preso con sé. La voce invita innanzitutto a non spaventarsi, a non avere paura. Riflettere e attualizzare La successione e la ricchezza dei riti di questa Veglia, esprimono bene, in modo ampio e suggestivo il senso di una storia che ha Dio come amante e compagno dell´uomo, e che trova nella risurrezione di Cristo la definitiva salvezza dell´uomo e del mondo. La liturgia é "memoria", non coreografia, né vuoto ricordo, ma presenza viva, nei segni sacramentali, dell´evento centrale della salvezza: la morte e la risurrezione del Signore Gesù. Il fuoco e la luce, l´acqua, il pane e il vino assumono in questa santa Vigilia delle tonalità quasi primordiali: ogni cosa riprende il suo pieno significato originario e l´uomo ritrova le sue radici. Anche le Parole risuonano in modo diverso e trovano il loro significato più pieno. Si rivelano i progetti di Dio, i suoi sogni sull´umanità, i passi compiuti per amore dell´uomo, che trovano nella risurrezione di Cristo il loro compimento. Il cammino della storia si apre alla speranza di nuovi cieli e nuove terre, grazie alla morte del Figlio di Dio incarnato, risorto per la potenza del Padre. 1. Il simbolismo della luce. La Veglia si apre con questo simbolo espressivo: il mondo delle tenebre è attraversato dalla Luce del Cristo risorto, nel quale Dio ha realizzato in modo definitivo il suo progetto di salvezza. In lui, primogenito di coloro che risorgono dai morti (Col 1,18), prende luce anche il destino dell´uomo e la sua identità fatta a "immagine e somiglianza di Dio" (Gn 1,26-27). I catecumeni e i battezzati, dalla tradizione cristiana chiamati anche "illuminati" per la loro adesione a Cristo-Luce, sanno che la loro esistenza è radicalmente cambiata. Dio li "ha chiamati dalle tenebre alla sua luce ammirabile" (1Pt 2,9) e davanti a loro ha dischiuso un orizzonte di vita e di libertà. Ecco perché il canto si fa gioioso con il preconio pasquale (Exultet), il gloria e l´alleluia, a ricordo delle meraviglie operate dal Signore nella nostra storia di "salvati", e come rendimento di grazie per essere stati illuminati da Cristo. 2. L´ascolto della Parola. Le sette letture dell´antico testamento sono un compendio della storia della salvezza. Già la Quaresima ha sottolineato, soprattutto attraverso la prima lettura di ogni domenica, che il battesimo é inserimento in questa grande "storia" attuata da Dio fin dalla creazione. La Pasqua di Cristo diventa l´evento finale atteso, che tutto adempie e ricapitola. La comunità cristiana continua a riflettere su ciò che Dio ha operato nella storia. Quella serie di eventi e di promesse vanno riletti come realtà che si attuano nell´"oggi": sono dono e mèta da perseguire continuamente. 3. La liturgia battesimale. Il popolo chiamato da Dio a libertà, deve passare attraverso un´acqua che distrugge e rigenera. Come Israele nel Mar Rosso, anche Gesù è passato attraverso il mare della morte e ne è uscito vittorioso. Nelle acque del battesimo è inghiottito il mondo del peccato e riemerge la creazione nuova. L´acqua, fecondata dallo Spirito, genera il popolo dei figli di Dio: un popolo di santi, un popolo profetico, sacerdotale e regale. Con i nuovi battezzati, tutta la comunità fa memoria del suo passaggio pasquale e rinnova attraverso le "promesse battesimali" la propria fedeltà al dono ricevuto e agli impegni assunti in un continuo processo di rinnovamento, di conversione e di rinascita (cf Rm 6,3-11 e colletta). 4. Il pane e il vino dell´Ultima Cena. Sono il vertice di tutto il cammino quaresimale e di questa santa Vigilia. Il popolo rigenerato nel battesimo per la potenza dello Spirito, è ammesso al convito pasquale che corona la nuova condizione di libertà e riconciliazione. Partecipando al corpo e al sangue del Signore, la chiesa offre anche se stessa insieme a Gesù in sacrificio spirituale per essere sempre più inserita nella Pasqua del Risorto. Il Cristo risorto rimane per sempre presente nel suo riproporsi nei segni sacramentali perché la chiesa impari a passare ogni giorno da morte a vita nella carità (orazione dopo la comunione). 5. Un progetto di vita cristiana. Dentro la struttura e i simboli di questa celebrazione è possibile leggere il paradigma dell´esistenza cristiana nata dalla Pasqua. Luce, parola, acqua, eucaristia sono le realtà costitutive e i punti di riferimento essenziali della vita nuova. Uscito dal mondo tenebroso del peccato, il cristiano è chiamato a essere portatore di luce (cf Ef 5,8; Col 1,12-13); a perseverare nell´ascolto della parola di Cristo morto e risorto, che dà un senso definitivo alla storia; a vivere sotto la guida dello Spirito la vocazione battesimale; ad annunciare e a testimoniare nella comunità il mistero di cui l´eucaristia celebra il memoriale. 6. L´alba della Pasqua. In questa santa Vigilia ripercorriamo con le donne la sorpresa della tomba vuota. Esse corrono per prendersi cura di un cadavere, ma qualcosa di inatteso e di assolutamente sorprendente è avvenuto: la pesante pietra è stata ribaltata, il divino irrompe nel cuore del nostro vissuto, gli angeli annunciano il Cristo Risorto. Finita è la tragedia di questi giorni, la grande sofferenza di Cristo e la prostrazione di chi l´ha seguito e amato, tradito e abbandonato. Trionfa la vita e si diffonde una gioia inattesa, pur tra l´incertezza dei segni della fede e la fatica di credere ancora. La tomba di Cristo è vuota e perde per sempre il suo significato di morte. Anche le nostre tombe si spalancano nella certezza che la risurrezione di Cristo coinvolge pienamente anche di noi, diventati figli nel Figlio.

DOMENICA DELLE PALME 2018      notizia del 24/03/2018

Commento alla Domenica delle Palme: Mc 14,1-15,47: "Veramente costui è il Figlio di Dio" SS. Messe h. 9.00 - 10.15 - 12.00 e 19.00 La proclamazione liturgica del vangelo della passione di Gesù è normalmente distribuita tra più lettori che mettono in scena tre voci: quella del cronista, quella di Gesù e quella che tradizionalmente si chiamava in latino turba, cioè tutti gli altri personaggi. Quando la Passione è cantata secondo lo stile romano, una differenza di tonalità caratterizza le diverse voci. Quella del cronista è in una posizione mediana che ne rappresenta il distacco e l´oggettività. La voce di Gesù è più grave, come per significare il peso, la gravità, la consapevolezza che ha Gesù di quello che sta vivendo, ma anche la discesa della sua umiliazione, della sua Kenosi, del suo ‘svuotamento´ fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,6). Infine la voce chiamata turba -che comprende la folla, Pilato, Pietro, il Gran Sacerdote- è la più acuta, come per simboleggiare l´ultimo disperato e patetico tentativo del male di farsi udire prima di essere definitivamente sconfitto dal perdono di Gesù sulla croce. Possiamo meditare la Passione riprendendo in particolare le frasi che fanno parte della turba, considerandole come eco delle voci che si agitano dentro di noi, quelle delle nostre contraddizioni, delle nostre mille complicità con il male - che però in questo racconto hanno un esito insperato e sfociano, inaspettatamente, in una conversione. Vi è prima di tutto la voce di coloro che sono con Gesù a Betania nella casa di Simone il lebbroso quando una donna viene a spargere dell´olio profumato sui suoi piedi. Esprimono il nostro sdegno: Perché tutto questo spreco di olio profumato! Si poteva benissimo vendere quest´olio per più di trecento denari e darli ai poveri (Mc 14,4-5). Perché lo spreco immenso della passione e della morte del Signore? Come spiegare che una persona delle qualità e delle risorse di Gesù si lasci rinnegare, uccidere, annientare in questo modo? E, più profondamente, perché Dio acconsente ad un modo di salvarci così scandaloso? E´ un mistero per la nostra mentalità utilitaristica, la nostra ossessione per il risultato, il nostro desiderio costante di affermarci al di sopra degli altri, di utilizzare quello che abbiamo per venderci cari, per non sprecarci, per non spenderci. Certo è legittimo desiderare la valorizzazione di quello che siamo, ma non a qualsiasi costo. C´è un valore più grande, o piuttosto, c´è una maniera più profonda di valorizzare noi stessi, quella cioè di spenderci per Dio e per gli altri a causa di Dio. Quando abbiamo l´impressione che la nostra vita sia sprecata come questo olio profumato, ricordiamoci che nulla va perso di ciò che è donato, nulla è dissipato di ciò che è offerto in rendimento di grazie a Dio, di ciò che diventa Eucarestia in unione con Cristo, con la passione di Cristo. Passiamo poi a quest´altra voce: Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano? (Mc 15,4). E´ la voce di Pilato, ma è anche la nostra. Mentre vediamo Gesù non reagire alle umiliazioni, alle false accuse, ai rinnegamenti, non possiamo non essere sconcertati dal suo silenzio. A Gesù non mancava certo l´eloquenza. Diverse volte il vangelo attesta quanto tutti fossero sorpresi dall´autorità con la quale parlava. Già quando era bambino, i dottori nel Tempio erano stati strabiliati dalla saggezza e dalla grazia con le quali si esprimeva. Perché allora durante la Passione Gesù tace? Perché non risponde nulla? Può succedere che anche nelle nostre vite giunga il momento nel quale diventa impossibile difendersi, perché di fronte a noi non c´è più la volontà di ascoltare, ma solo un muro, solo ostilità e rifiuto. Tacere allora non è una rinuncia alla relazione con colui che si è trasformato in nemico. Al contrario, il silenzio può diventare l´espressione di una consapevolezza che la sola maniera di conquistare il nemico è una resistenza passiva, un silenzio che non esprime ostilità o chiusura, ma attesa. E´ un silenzio non vuoto, ma che sa riempirsi di preghiera e di intercessione. Facciamo tutti prima o poi l´esperienza del ‘nemico´, non tanto perché ci siano persone che ci odiano (può succedere, ma è abbastanza raro), ma perché è inevitabile che nelle nostre vite si producano conflitti, sorgano incomprensioni tali da rendere il dialogo impossibile. Si introduce allora un silenzio spesso pesante, sofferto, che non è però passivo. Se non ci difendiamo di fronte alle accuse è non per rassegnazione, ma in virtù di una speranza, quella che il Signore - come dice il Salmo - giudica la nostra causa (Sal 74,22). Crediamo che rimettendo al Signore la nostra causa, egli ci risponderà, cambierà il cuore di coloro che ci odiano e trasformerà l´incomprensione in salvezza, in redenzione, per gli altri e per noi stessi. Un´altra voce della Passione è poi quella di coloro che di fronte alla croce gridano: Ha salvato altri, non può salvare se stesso? Cristo, Re di Israele, scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo (Mc 15,51-52). Il Dio onnipotente, che potrebbe convocare una legione di angeli per soccorrerlo, sceglie invece di non scendere dalla croce, non cede alla tentazione di dimostrare la sua divinità attraverso una prova di forza. Gesù sa che non è scendendo dalla croce che saremo condotti a credere, sa che non è il potere che ci salva ma l´amore. La vera fede sboccia solo vedendo che Gesù dimora sulla croce come segno di un amore determinato a andare fino alla morte e alla morte di croce. Tutte queste voci sono scoordinate, gridate, acute, stridenti. Sono l´espressione dello scandalo che ci causa la vista di questo Dio fatto uomo che prende su di sé il nostro peccato, che soffre. Oggi come allora continuano ad agitarsi nel nostro cuore e a turbarci. Ma la potenza del silenzio di Gesù, della sua accettazione della croce, del suo amore sono tali che ad un certo punto, insperatamente, tutte queste voci confluiscono nella esclamazione del centurione: Veramente quest´uomo era figlio di Dio (Mc 15,39). Solo quando il silenzio di Gesù è giunto al culmine, quando egli spira, rimettendo, in un atto di suprema obbedienza e di suprema fiducia, il suo spirito al Padre - solo in quel momento qualcosa cambia nel nostro cuore. Solo allora la nostra voce acquista la capacità di confessare, di credere, di riconoscere in quest´uomo torturato, ucciso, inerme, impotente, in quest´uomo che non può salvare neanche se stesso - o che sembra non possa salvare neanche se stesso - il vero figlio di Dio. In questa settimana della Passione siamo invitati a prendere del tempo per contemplare la croce, per restare a lungo a guardarla. Non abbiamo bisogno di dire o fare nulla, non dobbiamo neanche pregare - solo guardarla. La croce ci apparirà come la porta di accesso alla vita che Dio vuole darci. Durante questa contemplazione della croce, per alimentare la nostra fede, possiamo allora sussurrare semplicemente, di tanto in tanto, la voce che esprime la nostra salvezza, che dà senso a tutta questa immane tragedia, nella quale è racchiuso tutto il senso delle nostre esistenze: Sì, veramente quest´uomo era figlio di Dio! (Mc 15,39).

DOMENICA 15 LUGLIO 2018      notizia del 17/03/2018

SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00

DOMENICA 18 MARZO 2018      notizia del 17/03/2018

Commento alla V domenica di Quaresima. Gv. 12, 20 -33: Rimanere soli o dare molto frutto. SS. Messa h.9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 È il desiderio che ci spinge in questa quaresima. Che ci spinge in questa nostra vita confusa e claudicante. Un desiderio che emerge dal profondo. Vogliamo vedere Gesù. Non solo sentirne parlare, o leggere le sue parole. Ma vederlo. Con gli occhi dell’anima, con lo sguardo interiore, con la preghiera. E a chiederlo sono i greci, i pagani, i lontani di ieri e di oggi. Mi piacerebbe tanto, quanto lo desidero, quanto lo sogno, che anche oggi accadesse come quel giorno. Che chi desidera l’incontro con Gesù si rivolgesse ai discepoli. A quelli che sono in sintonia con loro, anzitutto: Filippo, il cui nome lascia intendere ascendenze col mondo greco e poi Andrea. Come mi piacerebbe che fossimo noi, i discepoli, ad essere capaci di condurre ancora a Gesù. Ma, purtroppo, spesso, troppo spesso, i greci non vengono da noi perché abbiamo perso di credibilità. Possa questa quaresima aiutare noi fragili discepoli a tornare ad essere portatori di Cristo. Ad accogliere i tanti lontani, perché sentinelle sui confini. Perché noi per primi siamo greci diventati discepoli. Il seme Filippo e Andrea vanno ad informare Gesù di quell’incontro. E Gesù ne esce scosso. Come se fosse un segnale. E lo è. Ora l’annuncio ha raggiunto i confini, ha varcato le porte di Israele. La missione è completata, si è compiuta. Gesù sa che il suo tempo è venuto. Un’ultima prova, un ultimo segnale, imponente, estremo, grandioso, si staglia all’orizzonte. Il vangelo di Giovanni è costruito come un immenso processo al Nazareno, sin dalle prime pagine. Il rifiuto da parte del Sinedrio e dei benpensanti, dei devoti e dei detentori della verità si palesa da subito. Gesù sa che il suo modo di parlare di Dio non può essere tollerato, visto che non è stato possibile ricondurlo a normalità. Non sa cosa accadrà. Sa solo che è pronto ad andare fino in fondo. A non cedere. Morirà, piuttosto che rinnegare il volto del Padre. Allora parla di fecondità. Di seme che deve morire per portare frutto. La gloria, la presenza di Dio, la shekinah, si manifesterà in Gesù, quando donerà definitivamente la sua vita. Il cuore dell’annuncio di Gesù non è la morte, ma il portare frutto. Ci sono gesti che apparentemente sono un fallimento ma che, invece, sono gravidi di vita e di futuro. Come la croce che non è un grande dolore, ma un grande dono di sé. Donare la vita Gesù parla di odiare questa vita per conservarla per l’eternità. Brutta traduzione. Gesù sta dicendo che esiste una vita più intensa nascosta in questa nostra vita. Una vita che è riflesso dell’Eterno. Una vita che si manifesta quando finalmente entriamo nella logica del dono, del servizio. Servi della felicità altrui. Servi come Filippo e Andrea che portano i greci ad incontrare Gesù. Non è facile donare la vita. In perenne bilico fra un narcisismo innalzato a regola di vita e un servilismo strisciante vestito da umiltà, donare la vita è una lotta continua, un equilibrio difficile che solo alla luce dello Spirito Santo possiamo realizzare. E che Gesù realizza come mai nessuno prima di lui. Libero. Senza rancore. Senza rabbia. Senza pianti. Senza recriminazioni. Libero di donare senza aspettarsi nulla in cambio. Questo significa seguire il Nazareno, questo significa diventare discepoli. Turbamento Ma non è una scelta semplice, quella del dono. Né eroica. Né devota. È sangue e fango. È paura e tentennamento. Gesù è turbato, e lo dice. E vorrebbe non arrivare fino a questo punto, fino al marcire in terra. Tentenna, parla ad alta voce, vorrebbe essere salvato dalla tenebra che si staglia all’orizzonte. Ma si fida di Dio. Si fida del Padre. Sia Lui a decidere. Sia Lui. Se questo manifesta la gloria agli uomini sia. Quella croce, quel dono, quel Dio osteso e osceno, quella brutale sconfitta esprime pienamente la logica del Padre. Che ama fino a morirne. Mi rattrista questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Mi consola questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Che è il mio. Che è esattamente il mio. Se Gesù ha avuto paura, cosa ho da temere? Perché mai dovrei nascondere le mie fragilità e fingere di essere ciò che non sono forte. Deciso a donare, sì. Ma pavido e vigliacco. Desideroso di essere discepoli, ovvio, ma spesso chiedo di essere salvato dalla terra umida e buia. Ma da questa terra Gesù sarà innalzato. E tutti volgeranno lo sguardo. Lo alzerò

DOMENICA 11 marzo 2018      notizia del 10/03/2018

Commento alla IV domenica di quaresima (domenica Laetare ) Gv 3,14-21:non è più l´osservanza della Legge a liberarci dall´ira ventura , ma è Gesù SS.Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 La pagina tratta dal libro delle Cronache, rilegge e interpreta in chiave religiosa la deportazione degli Israeliti a Babilonia: l´infedeltà reiterata del popolo di Dio ha attirato la rovina su Gerusalemme; il Tempio è stato contaminato dai figli di Dio, prima che dai loro nemici politici... In ultima analisi, l´esilio lontano dalla città di Davide avrebbe dovuto servire di lezione, una lezione impartita da Dio in persona, il quale si servì, appunto, dei Babilonesi. Settant´anni dopo, l´Onnipotente si sarebbe nuovamente servito dei nemici di Israele, nella persona del loro re, di Ciro, per avviare il processo di liberazione dalla schiavitù e il ritorno a casa. Piccolo problema: il Signore, quello vero, ste cose non le fa! Attribuire a Dio l´ira funesta è un´operazione tutta umana, una proiezione su Dio dei nostri modi di reagire al male che riceviamo. E dal momento che noi ci inc... pardon, ci arrabbiamo quando qualcuno ci offende - ma non sarà che siamo un po´ suscettibili, permalosi, etc. etc.? -, allora immaginiamo che anche Dio si offenda per il male che commettono i suoi figli. Temo, anzi sono convinto, che molti buoni cristiani, turbati, offesi dal male che vedono perpetrarsi nel mondo, rinuncino a far giustizia, nella speranza - convinzione certa? - che Dio, almeno Lui, nel giorno del giudizio finale, farà piazza pulita di tutti i criminali, di tutti i violenti, e vendicherà finalmente le ingiustizie con una pena esemplare. Se le cose stanno così, questi buoni cristiani dovrebbero venire al microfono e spiegarci a cosa è servita la passione di Cristo... Ma torniamo all´ira di Dio. Noi sappiamo parlare dell´ira dell´uomo, la conosciamo bene: chiamatela ira, chiamatela rabbia, o collera, credo di non esagerare se dico che questo vizio è uno dei più diffusi, se non addirittura il più diffuso - dagli attentati terroristici di marca integralista, agli episodi sempre più frequenti di femminicidio -. Ma dell´ira di Dio non sappiamo praticamente nulla. Sull´ira di Dio, è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Pensate, qualche teologo ha definito l´ira divina niente meno che l´Amore infinito di Dio, talmente forte da bruciare tutto ciò che gli si oppone, come le scorie dell´oro si bruciano nel crogiuolo... Anche san Paolo si interrogò ripetutamente sull´ira di Dio e ne scrisse in diverse occasioni: ai cristiani di Tessalonica, ai Romani, agli Efesini,...: in sintesi, l´apostolo dei pagani dichiara che, con l´avvento di Cristo, qualcosa è radicalmente mutato: non è più l´osservanza della Legge a liberarci dall´ira ventura (Mt 3,7), ma è Gesù (1Ts 1,10). Dio, che non ci ha riservati per la sua ira, ma per la salvezza (1Ts 5,9), ci assicura che siamo giustificati nella persona del Figlio e dunque salvati dall´ira (Rm 5,9): è la fede che fa di noi dei salvati (1Cor 1,18). Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato, affinché noi diventassimo giustizia di Dio (2Cor 5,21): innalzato sulla croce, il Figlio di Dio è diventato per noi maledizione, per darci la benedizione (Gal 3,13). Paradossalmente l´ira di Dio si è abbattuta sul Figlio - una sorta di parafulmine... -, affinché tutti noi fossi liberati dalla stessa ira. Come potete intuire, anche san Paolo confessa il suo intimo tormento: consapevole di meritare bensì la punizione divina a causa del (suo) peccato, questa punizione è stata tuttavia neutralizzata, dissolta nel fuoco della passione fiammeggiante della croce di Cristo, come la chiama uno dei più suggestivi e visionari teologi del ‘900, H.U.von Balthasar. E per sgomberare ulteriormente il campo dalle convinzioni umane-troppo-umane sul castigo di Dio, ecco lo splendido affresco del Vangelo di Giovanni sull´amore misericordioso del Padre: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio infatti non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in Lui non è condannato...”. Già, chi ha creduto in Lui? chi crede in Lui? Noi, che ogni domenica celebriamo la Pasqua del Signore, crediamo davvero in Lui? A Nicodemo, esponente del Sinedrio, venuto ad incontrare Gesù, ma di nascosto, col favore delle tenebre, per non urtare la suscettibilità delle autorità religiose e dei capi del popolo, il Maestro di Nazareth dichiara senza mezzi termini: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce...”. Ecco la risposta del Figlio di Dio al quesito se gli uomini hanno creduto, se gli uomini credono in Lui. Non illudiamoci che i tempi siano cambiati e che gli uomini di oggi siano migliori di quelli di venti secoli fa. Ho paura di pensare da quale parte mi sarei schierato, se fossi vissuto quando il Nazareno camminava sulle nostre strade... Comunque sia, la grande idea che ci portiamo a casa oggi, idea straordinariamente nuova e rivoluzionaria, è che tra i tanti problemi, tra i tanti nemici che abbiamo, Dio non c´è, non è tra quelli! Dio è dalla nostra parte, sempre! ma non per assecondare a priori i nostri comportamenti, soprattutto quelli violenti, che offendono il nostro prossimo, financo a provocarne la morte. Mi preme puntualizzarlo, perché in un passato non remoto, qualcuno aveva osato scrivere sulle fiancate degli aerei da caccia: “Gott mit uns”, Dio è con noi... Non trascuriamo la conclusione del Vangelo di oggi: “Chi fa la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.”. Cosa significhi fare la verità per venire alla luce, è tutto da vedere. ...Ma sono convinto che lo sappiamo. Interroghiamo la nostra coscienza...e lei ci risponderà.

della settimana      notizia del 10/03/2018

appuntamenti della settimana dal 12 al 18 marzo 2018

DOMENICA 4 marzo 2018      notizia del 03/03/2018

Commento della III Domenica di Quaresima Gv 2,13-25: Dimenticare il sabato, per noi al Domenica, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 La Liturgia della Parola oggi si apre con la proclamazione delle “dieci parole” dell´alleanza, i così detti “Comandamenti”. Dimentichiamo facilmente il contesto nel quale tali parole sono pronunciate: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dalla terra d´Egitto, dalla condizione servile». Se uno è ancora un servo, queste “dieci parole” non sono altro che un peso; le possiamo comprendere appunto solo se siamo usciti da quella condizione, della quale l´Egitto è simbolo. Possiamo infatti, come dice san Paolo, non avere ancora ricevuto lo Spirito di figli, nella libertà loro propria, ma vivere nello spirito dei servi, inchiodati alla paura della legge e dunque di Dio. In effetti, i Comandamenti, se li volessimo chiamare così, avvengono dopo l´esodo, l´uscita cioè dalla schiavitù, e non prima: non ne sono la premessa, ma il frutto, o la conseguenza. Così molti si lamentano che la Chiesa non annuncia più la legge di Dio, i suoi precetti e i suoi comandi; e forse c´è del vero in questo, ma è vero che si può annunciare la legge del Signore sono a persone che conoscono l´alleanza di Dio, che è Gesù Cristo, perché la hanno sperimentato nella loro vita. Infatti, solo quando conosci l´amore, perché lo incontri, capisci che non hai amato; solo quando conosci la luce capisce quanto la tua vita è stata nell´ombra. In altri termini, i Comandamenti sono le vie dell´amore, le esigenze che ne derivano; non si possono insegnare se prima non lo hai ricevuto, accolto, e vissuto. Altrimenti, la fede diventerebbe una morale, una legge; ma la fede ci apre all´amore, non al dovere. Le “dieci parole” quindi sono le condizioni per rimanere in quell´amore che abbiamo conosciuto, in quella libertà che ci è stata data, perché è sempre possibile barattarla con qualcosa d´altro. E´ sempre possibile incontrare infatti illusioni, o idoli, che ci ipnotizzano, e ci fanno cercare altrove quello che solo in Cristo possiamo trovare, la vita bella e piena. E così Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro». Al contrario, lo Spirito Santo lamenta per bocca del profeta: «Hanno abbandonato me, sorgente d´acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l´acqua». Possiamo prostrarci ad altri dei, ad altri riempitivi della nostra esistenza. Alcuni possono essere visibilmente cattivi, ma altri possono presentarsi a noi sotto l´apparenza di bene. Un esempio potrebbe essere il lavoro: pensare a produrre, a lavorare, a quello che devi fare, e dimenticare la vita dello spirito, cioè perché e per chi lavori. Dimenticare il sabato, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata, in una vita che diventa un ingranaggio che schiaccia, e le stesse vacanze non fanno più riposare, perché sono uno stress ulteriore. Rimanere nell´alleanza è vitale: il dimenticarlo avvelena la vita anche nei figli, nelle nostre famiglie, ed è ben possibili vederlo con molti esempi: se adulteri l´amore, se lo corrompi e lo trasformi in aceto, da buon vino da custodire con cura come era in origine, di questo faranno le spese i tuoi figli, e i loro figli, proprio come faranno loro le spese di un genitore assente, o prepotente. Qui l´alleanza è essere quello che siamo: da padri si può diventare padroni, o anche solo amici, e da madri si può diventare chiocce o amiche, e non è di questo che i nostri figli hanno bisogno. Onorare il padre e la madre significa essere davvero quel che siamo, genitori o figli; riconoscere il peso, nella nostra vita, di papà e mamma, senza attribuirne loro troppo o troppo poco. Non sono come gli altri, ma non sono nemmeno semi dei. Non dobbiamo essere figli telecomandati, o genitori che proiettano sui loro figli i loro desideri. Quanti divorzi sono colpa dei genitori: «la mia bambina ha sposato un mostro», o «il mio ragazzo si è messo con una sgualdrina». Come sarebbe importante costruire un alleanza tra genitori e figli, e questo è proprio ciò di cui parla il quarto comandamento. Il senso dell´alleanza smaschera la violenza che è in noi: si uccide ogni volta che non facciamo alleanza con un altro, che non lo vediamo, non gli rispondiamo, insomma ogni volta che diciamo «ci ho messo una croce sopra», che è la traduzione plastica dell´omicidio. Per usare termini biblici: si uccide ogni volta che, con Caino, diciamo «sono forse il custode di mio fratello?», cioè «chi se ne frega». E´ chiaro che non abbandoni l´altro solo se hai provato come Gesù non ti ha abbandonato, ami, se tu sei stato amato per primo. Ecco, di nuovo, quel che dicevamo: l´amore non è una legge data prima dell´esperienza di Dio, ma solo l´esperienza di Dio lo fonda, e ne dà il senso. Così per i beni materiali, da mezzi per vivere meglio si possono trasformare, in una prospettiva deformata, in padroni: quante illusioni, cioè appunto idoli, possono rappresentare. La macchina, la promozione, la crociera, ma anche così più umili, perché il demonio propone tutto in proporzione delle tasche di ognuno, e ricchi e poveri sono ugualmente sue vittime. E per ottenere questo ci prostriamo spesso a chiunque ce li prometta, a volte anche in qualsiasi modo. Insomma, mi pare che ai Comandamenti si possa applicare quanto dice Paolo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi. Non lasciatevi di nuovo imporre il giogo della servitù”. Ma a volte, sembra strano, desideriamo avere dei padroni, per quanto giusti, cioè che ci diano le cose che ci promettono, piuttosto di essere liberi. In altri termini, preferiamo obbedire, piuttosto che amare. E così nel Vangelo Gesù butta in aria banchi e cambiavalute, cioè tutti gli strumenti necessari al buon funzionamento del Tempio: bisognava pur comprare gli animali per i sacrifici che quotidianamente vi si svolgevano, e cambiare le monete pagane in valuta accettabile ritualmente. Gesù rovescia una religione fatta di “tempi” o “luoghi” sacri, di offerte legali o rituali, per fare di tutta la nostra vita un´offerta, un unico tempo e luogo santo. Insomma, ci fa passare a quanto nei comandamenti veniva mostrato: una vita tutta aperta all´amore di Dio e del prossimo. Lui stesso è il sacrificio, nella sua persona; Lui è il tempio, come annota Giovanni, quando osserva che «parlava del tempio del suo corpo». L´evangelista, alla fine della sua narrazione, ci mostrerà questo tempio, aperto dal colpo di lancia del soldato e nel quale Tommaso metterà il dito: contemplando quella ferita aperta dai nostri peccati, conosciamo l´alleanza fatta carne. Infatti in Gesù «abbiamo riconosciuto e creduto l´amore che Dio ha per noi». In ogni Messa diciamo: «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell´unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli». In questo modo, all´offerta del corpo di Cristo uniamo l´offerta di noi stessi, che, con Lui, per mezzo di Lui, e in Lui, diventiamo un´offerta viva; la religione del Tempio è così superata per entrare nella dimensione dell´alleanza, del rispondere all´amore di Colui che ci ha amato per primo. Siamo così, secondo Paolo, liberati dalla legge, e dunque dalla paura della trasgressione, ed entriamo nell´adozione a figli: impariamo non ad obbedire per paura, e in alcune determinate circostanze, ma ad amare, sempre e in tutta la nostra vita. Questa è la potenza di Dio e la sapienza di Dio che per noi si è manifestata.

DOMENICA 4 marzo 2018      notizia del 03/03/2018

Commento della III Domenica di Quaresima Gv 2,13-25: Dimenticare il sabato, per noi al Domenica, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 La Liturgia della Parola oggi si apre con la proclamazione delle “dieci parole” dell´alleanza, i così detti “Comandamenti”. Dimentichiamo facilmente il contesto nel quale tali parole sono pronunciate: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dalla terra d´Egitto, dalla condizione servile». Se uno è ancora un servo, queste “dieci parole” non sono altro che un peso; le possiamo comprendere appunto solo se siamo usciti da quella condizione, della quale l´Egitto è simbolo. Possiamo infatti, come dice san Paolo, non avere ancora ricevuto lo Spirito di figli, nella libertà loro propria, ma vivere nello spirito dei servi, inchiodati alla paura della legge e dunque di Dio. In effetti, i Comandamenti, se li volessimo chiamare così, avvengono dopo l´esodo, l´uscita cioè dalla schiavitù, e non prima: non ne sono la premessa, ma il frutto, o la conseguenza. Così molti si lamentano che la Chiesa non annuncia più la legge di Dio, i suoi precetti e i suoi comandi; e forse c´è del vero in questo, ma è vero che si può annunciare la legge del Signore sono a persone che conoscono l´alleanza di Dio, che è Gesù Cristo, perché la hanno sperimentato nella loro vita. Infatti, solo quando conosci l´amore, perché lo incontri, capisci che non hai amato; solo quando conosci la luce capisce quanto la tua vita è stata nell´ombra. In altri termini, i Comandamenti sono le vie dell´amore, le esigenze che ne derivano; non si possono insegnare se prima non lo hai ricevuto, accolto, e vissuto. Altrimenti, la fede diventerebbe una morale, una legge; ma la fede ci apre all´amore, non al dovere. Le “dieci parole” quindi sono le condizioni per rimanere in quell´amore che abbiamo conosciuto, in quella libertà che ci è stata data, perché è sempre possibile barattarla con qualcosa d´altro. E´ sempre possibile incontrare infatti illusioni, o idoli, che ci ipnotizzano, e ci fanno cercare altrove quello che solo in Cristo possiamo trovare, la vita bella e piena. E così Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro». Al contrario, lo Spirito Santo lamenta per bocca del profeta: «Hanno abbandonato me, sorgente d´acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l´acqua». Possiamo prostrarci ad altri dei, ad altri riempitivi della nostra esistenza. Alcuni possono essere visibilmente cattivi, ma altri possono presentarsi a noi sotto l´apparenza di bene. Un esempio potrebbe essere il lavoro: pensare a produrre, a lavorare, a quello che devi fare, e dimenticare la vita dello spirito, cioè perché e per chi lavori. Dimenticare il sabato, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata, in una vita che diventa un ingranaggio che schiaccia, e le stesse vacanze non fanno più riposare, perché sono uno stress ulteriore. Rimanere nell´alleanza è vitale: il dimenticarlo avvelena la vita anche nei figli, nelle nostre famiglie, ed è ben possibili vederlo con molti esempi: se adulteri l´amore, se lo corrompi e lo trasformi in aceto, da buon vino da custodire con cura come era in origine, di questo faranno le spese i tuoi figli, e i loro figli, proprio come faranno loro le spese di un genitore assente, o prepotente. Qui l´alleanza è essere quello che siamo: da padri si può diventare padroni, o anche solo amici, e da madri si può diventare chiocce o amiche, e non è di questo che i nostri figli hanno bisogno. Onorare il padre e la madre significa essere davvero quel che siamo, genitori o figli; riconoscere il peso, nella nostra vita, di papà e mamma, senza attribuirne loro troppo o troppo poco. Non sono come gli altri, ma non sono nemmeno semi dei. Non dobbiamo essere figli telecomandati, o genitori che proiettano sui loro figli i loro desideri. Quanti divorzi sono colpa dei genitori: «la mia bambina ha sposato un mostro», o «il mio ragazzo si è messo con una sgualdrina». Come sarebbe importante costruire un alleanza tra genitori e figli, e questo è proprio ciò di cui parla il quarto comandamento. Il senso dell´alleanza smaschera la violenza che è in noi: si uccide ogni volta che non facciamo alleanza con un altro, che non lo vediamo, non gli rispondiamo, insomma ogni volta che diciamo «ci ho messo una croce sopra», che è la traduzione plastica dell´omicidio. Per usare termini biblici: si uccide ogni volta che, con Caino, diciamo «sono forse il custode di mio fratello?», cioè «chi se ne frega». E´ chiaro che non abbandoni l´altro solo se hai provato come Gesù non ti ha abbandonato, ami, se tu sei stato amato per primo. Ecco, di nuovo, quel che dicevamo: l´amore non è una legge data prima dell´esperienza di Dio, ma solo l´esperienza di Dio lo fonda, e ne dà il senso. Così per i beni materiali, da mezzi per vivere meglio si possono trasformare, in una prospettiva deformata, in padroni: quante illusioni, cioè appunto idoli, possono rappresentare. La macchina, la promozione, la crociera, ma anche così più umili, perché il demonio propone tutto in proporzione delle tasche di ognuno, e ricchi e poveri sono ugualmente sue vittime. E per ottenere questo ci prostriamo spesso a chiunque ce li prometta, a volte anche in qualsiasi modo. Insomma, mi pare che ai Comandamenti si possa applicare quanto dice Paolo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi. Non lasciatevi di nuovo imporre il giogo della servitù”. Ma a volte, sembra strano, desideriamo avere dei padroni, per quanto giusti, cioè che ci diano le cose che ci promettono, piuttosto di essere liberi. In altri termini, preferiamo obbedire, piuttosto che amare. E così nel Vangelo Gesù butta in aria banchi e cambiavalute, cioè tutti gli strumenti necessari al buon funzionamento del Tempio: bisognava pur comprare gli animali per i sacrifici che quotidianamente vi si svolgevano, e cambiare le monete pagane in valuta accettabile ritualmente. Gesù rovescia una religione fatta di “tempi” o “luoghi” sacri, di offerte legali o rituali, per fare di tutta la nostra vita un´offerta, un unico tempo e luogo santo. Insomma, ci fa passare a quanto nei comandamenti veniva mostrato: una vita tutta aperta all´amore di Dio e del prossimo. Lui stesso è il sacrificio, nella sua persona; Lui è il tempio, come annota Giovanni, quando osserva che «parlava del tempio del suo corpo». L´evangelista, alla fine della sua narrazione, ci mostrerà questo tempio, aperto dal colpo di lancia del soldato e nel quale Tommaso metterà il dito: contemplando quella ferita aperta dai nostri peccati, conosciamo l´alleanza fatta carne. Infatti in Gesù «abbiamo riconosciuto e creduto l´amore che Dio ha per noi». In ogni Messa diciamo: «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell´unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli». In questo modo, all´offerta del corpo di Cristo uniamo l´offerta di noi stessi, che, con Lui, per mezzo di Lui, e in Lui, diventiamo un´offerta viva; la religione del Tempio è così superata per entrare nella dimensione dell´alleanza, del rispondere all´amore di Colui che ci ha amato per primo. Siamo così, secondo Paolo, liberati dalla legge, e dunque dalla paura della trasgressione, ed entriamo nell´adozione a figli: impariamo non ad obbedire per paura, e in alcune determinate circostanze, ma ad amare, sempre e in tutta la nostra vita. Questa è la potenza di Dio e la sapienza di Dio che per noi si è manifestata.

DOMENICA 25 FEBBRAIO 2018      notizia del 24/02/2018

Commento II Domenica di Quaresima ( Mc 9,2-10):Quando viviamo momenti di crisi, va in crisi anche la nostra preghiera ma proprio in questi momenti ci viene richiesto di alzare la testa e porre l´orecchio e il cuore alla Parola di Dio SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”, scrive san Paolo: in altre parole, come poteva Dio chiedere in olocausto Isacco, se proprio Lui, Dio, lo aveva donato ad Abramo e Sara? Questo è il primo quesito. E il secondo è: per quale motivo la liturgia accosta il sacrificio di Isacco alla trasfigurazione di Gesù? Sul sacrificio di Isacco è stato scritto moltissimo: la tesi teologica tradizionale, la conosciamo tutti, esalta la fede cieca di Abramo, il quale obbedisce, accettando il comando divino, senza opporre resistenza, fosse anche quello di uccidere il figlio; la Bibbia propone anche un´altra ipotesi che possiamo definire antropologica, secondo la quale, Abramo sarebbe entrato in contatto con un popolo straniero, e si sarebbe adeguato alla cultura locale, che usava consacrare le fondamenta del tempio, seppellendovi i cadaveri dei maschi primogeniti, uccisi dai genitori e offerti in olocausto alla divinità. Abramo avrebbe infine desistito, intuendo che le convinzioni umane circa la Volontà di Dio, non corrispondevano a Verità. Che si segua il filone teologico, oppure quello culturale-antropologico, la vicenda ha comunque un lieto fine, e ci insegna almeno due cose: la prima è che ad aver fede non si sbaglia mai; la seconda è che la Verità va cercata ogni giorno; non ci si può illudere di averla trovata e di possederla una volta per tutte: sarebbe protervia... Non si possiede nulla e nessuno, una volta per tutte!... Neanche la fede... neanche Dio! Veniamo al fatto della trasfigurazione di Gesù: l´evangelista Marco precisa che Gesù fu trasfigurato, insinuando che il soggetto dell´azione non è il Figlio di Dio, ma il Padre, il quale, non solo agisce, ma parla anche: “Questi è il Figlio mio, l´amato: ascoltatelo!”. Il particolare della conversazione di Gesù con Mosè ed Elia è un modo, diciamo, scenografico, per affermare che Gesù conferma in modo definitivo l´Alleanza stretta con Mosè sul Sinai, e realizza le profezie messianiche di Isaia. Anche per questo, soprattutto per questo, la voce di Dio comanda ai tre testimoni, Pietro, Giacomo e Giovanni, di ascoltare il Vangelo che il Figlio è venuto ad annunciare con la parola e con la vita. Ecco, quanto alla parola, si può dire che i Dodici capirono... quanto invece alla vita, Marco ci informa che (i Dodici) non capirono ciò che stava per accadere; che cioè Gesù sarebbe risuscitato dai morti. Anche perché non si può risuscitare senza prima essere morti... E tutto potevano immaginare, gli apostoli, tranne che il loro maestro, all´apice della notorietà, presto sarebbe morto...e in quel modo, poi... Ed è proprio a questo punto che il sacrificio di Isacco viene a ruolo: all´offerta di un sacrificio umano, Dio risponde sacrificando il suo Figlio unigenito; per smentire una volta per sempre la convinzione che si possa piegare la volontà di Dio a suon di sacrifici: al contrario, è Dio che compie un gesto in nostro favore; e non un gesto qualsiasi: Dio ci dona la sua vita! Possiamo stare tranquilli: nel segno della passione e morte di Gesù, Dio ci ha mostrato di non esserci ostile, anzi, (ci ha mostrato) di amarci come la sua stessa vita e forse anche di più. Del resto, sappiamo che tutti gli insegnamenti del Signore sono stati vissuti da lui in prima persona: “Ama il prossimo tuo come te stesso.”(Mt 22,37-40); “Chi ama la propria vita la perde!”(Gv 12,20-33); “Non c´è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici.”(Gv 15,13). Il comando impartito ai tre apostoli dalla voce che parlava di tra le nubi significa ben più che il semplice ascoltare con le orecchie: in contesto biblico, ma non solo, ‘ascoltare qualcuno´ significa ‘fare ciò che quel qualcuno dice´: mi vengono in mente le parole di Maria ai servi del banchetto nuziale di Cana: “Fate tutto ciò che vi dirà!”(Gv 2,5). Ci portiamo a casa questo comando di Dio; facciamo un esame di coscienza sul significato che diamo al verbo ascoltare: ragazzi, quando vostra madre vi dice: “Ti prego, ascoltami!”, sapete bene che in verità vuol dirvi: fai come ti dico. Lo stesso si potrebbe dire ai mariti, quando le mogli pronunciano la stessa espressione, e viceversa... Ma anche un figlio ha tutto il diritto di essere ascoltato, quando implora suo padre, sua madre, nello stesso modo. Quanto a Dio, lui ascolta sempre le nostre invocazioni. Ma, allora, perché non fa come noi gli chiediamo di fare? perché non accorre quando lo invochiamo? Dov´è questo Dio, del quale tanto si decanta l´infinita bontà e provvidenza? L´insondabile mistero della sofferenza non si può liquidare con risposte opportuniste, o banali; tantomeno storpiando l´immagine di Dio a nostro uso e consumo, facendolo diventare indifferente, o addirittura sadico; e neppure considerando il dolore una grazia, o, peggio, una punizione. E noi sappiamo quanto siano ancora purtroppo diffuse siffatte convinzioni. Ebbene, a queste obbiezioni, che intaccano profondamente l´identità della sua Persona, Dio potrebbe rispondere con un´altra domanda: “Che cosa ne avete fatto dei dolori di mio Figlio? ve l´ho donato, gratuitamente, senza chiedervi conto della sua morte... E non vi basta ancora?”. La passione di Cristo non può intendersi come un atto circoscritto nel tempo, relegato ad un passato dal quale ci separano ormai 2000 anni di storia sacra e profana; la passione e morte di nostro Signore costituiscono un capitale - e che capitale! -, dal quale possiamo attingere grazia, forza, tutte le energie necessarie ad affrontare le prove che la vita ci riserva; ce n´è abbastanza per noi e per gli altri... Ce n´è abbastanza per tutti, per tutti! Lo facciamo? Sembra di no... Lo dimostra il fatto che quando viviamo momenti di crisi, va in crisi anche la nostra preghiera. Non è il caso di ripetere per l´ennesima volta quali sono i canali attraverso i quali attingere al capitale della passione di Cristo... Al primo posto, i Sacramenti, scaturiti proprio dal costato aperto di Gesù; beh, l´elenco continuatelo voi.

in questa settimana      notizia del 17/02/2018

appuntamenti dal 18 al 25 febbraio

DOMENICA 18 FEBBRAIO 2018      notizia del 17/02/2018

Commento per I Domenica di Quaresima : Dio nell´A.T si manifesta la sua pace con l´umanità con l´arcobaleno, nel N.T. manifesta il suo amore infinito e per sempre con la luce del Figlio (Mc 1,12-15) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 L´annuncio pasquale accompagni la nostra vita quotidiana. Una delle cose più belle e più sagge è custodire nel cuore e nella mente l´annuncio pasquale, cioè il centro della nostra fede, il perno attorno a cui ogni nostra azione vorrebbe ruotare, ispirarsi, riferirsi. Nei libri del Nuovo Testamento sono registrati alcuni “annunci pasquali” che erano usciti dalla bocca degli apostoli, e si custodirono nel cuore e nella mente dei primi credenti. Uno di questi ce lo propone la 1ª Lettera di Pietro: «Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio, messo a morte nella carne, ma reso vivo nello Spirito». (1Pt 3,18) Far memoria del nostro battesimo. Il ricordo del nostro battesimo alimenta in noi la fiamma ardente e luminosa di questa Parola di Dio depositata nel nostro cuore e nella nostra mente. Si, perché quel battesimo ricevuto un giorno lontano, fu una “immersione simbolica” nel mistero della morte di Gesù. Quel nostro battesimo avvenne una volta per sempre, così come avvenne una volta per sempre, nella storia, la morte in croce di Gesù. Con quella morte rivelò l´iniziativa d´amore misericordioso e gratuito del Padre. Ma quel battesimo, datato nel passato remoto, è oggi vita nello Spirito Santo, perché Cristo è vivo! E noi vogliamo vivere per Lui, con Lui, in Lui in ogni situazione della nostra vita. Il nostro Battesimo è sempre attuale, perché Cristo è vivo! «È il battesimo, che ora salva ciascuno di noi!» (1Pt 3,21a) Il suo ricordo è «invocazione di salvezza rivolta a Dio». (1Pt 3,21c) A noi è richiesta questa «buona coscienza» (1Pt 3,21d), ci è richiesto cioè di fortificare in noi questa consapevolezza, questa eccentricità, questo salto nella fede, non più nella ragione: credere nella «risurrezione di Gesù Cristo, il quale è alla destra di Dio» (1Pt 3,21e-22a) Questa «buona coscienza» della risurrezione di Gesù non è scontata in noi. Capiamo perché siamo di nuovo invitati a vivere un tempo di preparazione alla Pasqua di Cristo, in questo “tempo di quaresima”. L´alleanza dell´arcobaleno nella comunione eucaristica. Grati per il battesimo ricevuto, per noi cristiani l´antica storia di Noè diventa figura del nostro battesimo. Così la interpretarono Pietro e le prime comunità cristiane. Facciamolo anche noi! La prima lettura ci ricorda l´alleanza del “dopo diluvio”, che si rese visibile nell´arcobaleno. Quell´arcobaleno per noi è l´Eucarestia: il sacramento della nuova ed eterna alleanza. L´attualità del nostro battesimo la viviamo quando mangiamo il corpo e il sangue di Cristo. In quel momento della santa comunione la nostra buona coscienza del credere nel Cristo risorto diventa esperienza vera di alleanza, di comunione; diventa impegno a vivere per Cristo, con Cristo e in Cristo nel «deserto» (Mc 1,12b) del mondo, nel «deserto» della nostra storia, nel «deserto» della nostra quotidianità. E si apre allora la sfida delle tentazioni. (Mc 1,12-13, Vangelo di questa domenica) Gettati dallo Spirito Santo nel deserto della nostra esistenza Perché il «deserto» è così importante per comprendere il senso della nostra esistenza? È importante per due motivi. Il primo: perché richiama la sfida della vita, la sfida del vivere da “credenti del Risorto” nelle concrete e dure situazioni della vita quotidiana. La vita è fatica, la vita è una prova. Parlare di tentazioni è parlare di “prove della vita”. Siamo gettati nell´esistenza di questo mondo, costretti inevitabilmente ad affrontare situazioni che mettono alla prova le nostre capacità fisiche e psicologiche, e la nostra stessa fede. In secondo luogo, il deserto è importante perché è immagine di un cuore svuotato, libero, abbandonato. Per “cuore svuotato” intendo la mia coscienza immersa nel silenzio. Penso al “silenzio della mente”, cioè a quell´esercizio sapiente di liberare la mente dalle preoccupazioni, dalle tensioni, dalle ansie, dai ricordi negativi del passato, dai pesi delle situazioni che si stanno affrontando nel momento presente. Per “cuore libero” intendo la mia coscienza capace di mettere tra parentesi i pensieri del momento presente, le ansie per le cose da fare nell´immediato futuro. Per “cuore abbandonato” intendo la consapevolezza del bene che fa “il consegnarsi”, così come si è, qui ed ora, all´Amore che abita in ciascuno di noi, allo Spirito Santo, per mezzo del quale ci immergiamo nel cuore misericordioso del Padre e nel mistero della morte, sepoltura e risurrezione del Figlio. E questo si vive solo nella preghiera personale, è esperienza personalissima di preghiera. Ecco allora la nostra vita di credenti battezzati, (Gesù era appena stato battezzato nel Giordano), descritta nel vangelo di Marco: una sfida, una prova continua, come un deserto arido e spaventoso. Eccoci allora nella prova della nostra esistenza, gettati, sospinti dallo stesso Spirito Santo che abita in noi. Perché siamo gettati dallo Spirito ad affrontare le prove della vita? Per rispondere ad una domanda: «Per chi vivi?». Fu la domanda che accompagnò Gesù di Nazareth da quando, giovane fanciullo, a Gerusalemme fece la scelta di «stare nelle cose del Padre» (Lc 2, 49b). E quella domanda lo accompagnò sempre fino all´ultimo istante della sua consegna sulla croce: Per chi viveva Gesù? Viveva per il Padre, per fare la volontà del Padre. Ed io, “per chi vivo?”. Non c´è una sola risposta. C´è anche la risposta della scelta di “Satana”. E Gesù lo sapeva bene. In ogni istante, in ogni situazione, in ogni avvenimento della vita c´è una domanda: «Per chi vivi». Ci possono essere due risposte: o per Satana, o per il Padre. Vivere nello Spirito Santo, da battezzati, è fare la scelta del Padre, scegliere liberamente di voler entrare in sintonia con la volontà del Padre, come fece Gesù. E cosa vuol dire scegliere di vivere per Satana? Satana, l´avversario di Dio, ci accompagna nel deserto della vita, è con noi in ogni sfida da affrontare, perché ci appartiene, e apparteneva anche a Gesù, come uomo. Satana è la pretesa della propria autosufficienza, è la pretesa del voler autonomamente bastare a se stessi, confidando nelle proprie forze, senza fare il salto dell´abbandono, della consegna al Padre, che si propone, ma non si impone. Satana, in fondo, è la radice del male che sta in ciascuno di noi: il nostro egoismo. Stava anche in Gesù, come uomo, come possibilità sempre in agguato, sempre pronta a prevalere. «Per chi vivi?» O vivi per te, o vivi per il Padre. Due soltanto sono le vie. La stessa situazione: una bestia feroce che ti minaccia, o un angelo che ti serve Dipendendo dalla scelta fatta (o vivi per te, o vivi per abbandonarti nel Padre), la stessa situazione dura e difficile della vita di adesso, che tu stai vivendo ora, la puoi contemplare come se fosse una “bestia feroce” che ti minaccia e ti rende infelice, oppure la puoi contemplare come “un angelo che ti serve”. Se vivi per te, confidando in te, fiducioso nelle tue forze umane, nel tuo “IO”, ti consegni al tuo “caro egoismo”, ti consegni a “Satana”, diventi te stesso l´avversario di Dio, perché il tuo cuore si chiude alla sua iniziativa e tu pensi di cavartela da solo, saturando il tuo cuore di tante sicurezze che vengono esclusivamente dell´orizzonte di questo mondo materiale. Ma ti accorgerai che le situazioni difficili della vita, le prove della vita conviveranno con te come bestie che ti tolgono la pace. Ma se hai scelto la via dell´abbandono, se hai scelto la via della consegna di tutto al Padre, la scelta di fare la volontà del Padre, la stessa situazione dura e difficile, la stessa identica prova della vita che stai affrontando, consegnata nelle mani del Padre, diventa “angelo che ti serve”, diventa cioè uno strumento misterioso che Dio Padre ha riservato per te, per farti crescere, per farti camminare verso una pienezza di vita e di comunione con Lui, che mai ti abbandona nell´ora della prova. “L´angelo che ti serve” è la prova della vita consegnata al Padre, in atteggiamento di abbandono fiducioso. Gesù lo fece nel Getsemani in modo radicale. E in questa consegna forse sta la vera conversione e la vera fede nel Vangelo

DOMENICA 03 GIUGNO 2018      notizia del 14/02/2018

CORPUS DOMINI SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 (PRIME COMUNIONI)- 12.00 - 19.00

MERCOLEDI´ delle CENERI 2018      notizia del 14/02/2018

Oggi è la solennità del mercoledì delle ceneri. Qualche riflessione per capire la Quaresima: segni e parole di un tempo di conversione Che cos´è la Quaresima? Come si conteggia? Quali gesti si compiono? Quali le letture? Alla scoperta del tempo forte che inizia con il Mercoledì delle Ceneri e che prepara alla Pasqua SS. Messe con l´imposizione delle ceneri h. 8.00 - 9.00 e 18.00 Il 14 febbraio, Mercoledì delle Ceneri, inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. Come dice san Paolo, è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male», si legge nell’orazione colletta all’inizio della Messa del Mercoledì delle Ceneri. Questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, è un tempo di cambiamento interiore e di pentimento che «annuncia e realizza la possibilità di tornare al Signore con tutto il cuore e con tutta la vita», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2018. Il numero 40 Nella liturgia si parla di “Quadragesima”, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Si legge nel Vangelo di Matteo: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame». Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona. Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo. Tornando alla Quaresima, essa è un «accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione e ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire», ha spiegato Benedetto XVI nel 2011. Le ceneri Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno e astinenza dalle carni (così come lo è il Venerdì Santo, mentre nei Venerdì di Quaresima si è invitati all’astensione dalle carni). Come ricorda uno dei prefazi di Quaresima, «con il digiuno quaresimale» è possibile vincere «le nostre passioni» ed elevare «lo spirito». Durante la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte. Secondo la consuetudine, la cenere viene ricavata bruciando i rami d’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. La cenere imposta sul capo è un segno che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza. Nel ricevere le ceneri l’invito alla conversione è espresso con una duplice formula: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Il primo richiamo è alla conversione che significa cambiare direzione nel cammino della vita e andare controcorrente (dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio). La seconda formala rimanda agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19). La Parola di Dio evoca la fragilità, anzi la morte, che ne è la forma estrema. Ma se l’uomo è polvere, è una polvere preziosa agli occhi del Signore perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. Il rito ambrosiano A differenza del rito romano, in quello ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri dal momento che la Quaresima inizia domenica 18 febbraio quando che vengono imposte le ceneri durante le Messe festive della giornata. Una delle particolarità del rito ambrosiano, durante la Quaresima, è quella dei cosiddetti venerdì ‘aliturgici’, parola tecnica che significa “senza liturgia eucaristica”. Chi entra, in un venerdì di Quaresima, in una chiesa di rito ambrosiano trova sull’altare maggiore una grande croce di legno, con il sudano bianco: simbolo suggestivo del Calvario e segno di abbandono. Si crea così un vero e proprio senso di vuoto, acuito dal fatto che per tutto il giorno non si celebra la Messa e non si distribuisce ai fedeli la comunione eucaristica. I segni: digiuno, elemosina, preghiera Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Esso «costituisce un’importante occasione di crescita», scrive papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima di quest’anno, perché «ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario» e «ci fa più attenti a Dio e al prossimo» ridestando «la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame». Il digiuno è legato poi all’elemosina. San Leone Magno insegnava in uno dei suoi discorsi sulla Quaresima: «Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di “misericordia” abbraccia molte opere buone ». Così il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una privazione. Non è un caso che nelle diocesi e nelle parrocchie vengano promosse le Quaresime di fraternità e carità per essere accanto agli ultimi. Secondo papa Francesco, «l’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello». La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono «le due ali della preghiera» che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio. E san Giovanni Crisostomo esorta: «Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia». Per papa Francesco, «dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi». Il conteggio dei giorni Già nel IV secolo vi è una Quaresima di 40 giorni computati a ritroso a partire dal Venerdì Santo fino alla prima domenica di Quaresima. Persa l’unità dell’originario triduo pasquale (nel VI secolo), la Quaresima risultò di 42 giorni, comprendendo il Venerdì e il Sabato Santo. Gregorio Magno trovò scorretto considerare come penitenziali anche le sei domeniche (compresa quella delle Palme). Pertanto per ottenere i 40 giorni (che senza le domeniche sarebbero diventati 36) anticipò, per il rito romano, l’inizio della Quaresima al mercoledì (che diventerà “delle Ceneri”). Attualmente la Quaresima termina con la Messa nella Cena del Signore del Giovedì Santo. Ma per ottenere il numero 40, escludendo le domeniche, bisogna, come al tempo di Gregorio Magno, conteggiare anche il Triduo pasquale. La liturgia Come nell’Avvento, anche in Quaresima la liturgia propone alcuni segni che nella loro semplicità aiutano a comprendere meglio il significato di questo tempo. Come già accaduto nelle settimane che precedono il Natale, in Quaresima i paramenti liturgici del sacerdote mutano e diventano viola, colore che sollecita a un sincero cammino di conversione. Durante le celebrazioni, inoltre, non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l’“Alleluia”. Tuttavia la quarta domenica di Quaresima, quella chiamata del “Laetare”, vuole esprimere la gioia per la vicinanza della Pasqua: perciò nelle celebrazioni è permesso di utilizzare gli strumenti musicali, ornare l’altare con i fiori, le vesti liturgiche sono di colore rosa. Le letture delle Messe domenicali In questo Anno liturgico (ciclo B) la prima domenica di Quaresima rimanda ai quaranta giorni di Cristo nel deserto durante i quali il Signore viene tentato da Satana (Marco 1,12-15) e contiene il monito: «Convertitevi e credete nel Vangelo». In questa Domenica la Chiesa celebra l’elezione di coloro che sono ammessi ai Sacramenti pasquali. La seconda domenica di Quaresima è detta di Abramo e della Trasfigurazione perché come Abramo, padre dei credenti, siamo invitati a partire e il Vangelo narra la trasfigurazione di Cristo, il Figlio amato (Marco 9,2-10). La terza domenica di Quaresima riporta la cacciata dei mercanti dal tempio con la frase di Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere» (Giovanni 2,13-25). La Chiesa in questa domenica celebra il primo scrutinio dei catecumeni e durante la settimana consegna loro il Simbolo: la Professione della fede, il Credo. La quarta domenica di Quaresimapresenta le parole di Cristo a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Giovanni 3,14-21). Nella quinta domenica di Quaresima il Signore annuncia la sua morte e risurrezione con questa similitudine: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Giovanni 12,20-33). Infine c’è la Domenica delle Palme in cui si fa memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e durante la quale viene letta la Passione di Cristo. Quaresima e Battesimo Da sempre la Chiesa associa la Veglia pasquale alla celebrazione del Battesimo: in esso si realizza quel grande mistero per cui l’uomo, morto al peccato, è reso partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti. Fin dai primi secoli di vita della Chiesa la Quaresima era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede per giungere a ricevere il Battesimo a Pasqua. Successivamente anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a Cristo. Nelle domeniche di Quaresima si è invitati a vivere un itinerario battesimale, quasi a ripercorrere il cammino dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il Battesimo, in modo che l’esistenza di ciascuno recuperi gli impegni di questo Sacramento che è alla base della vita cristiana.

GIORNATA del Malato      notizia del 10/02/2018

Preghiera per la XXVI Giornata Mondiale del Malato , UNZIONE DEGLI INFERMI IN PARROCCHIA DOMENICA 11 FEBBRAIO 2018 alle h. 10,30 Dio Padre onnipotente, tu non puoi patire, ma puoi compatire. Per te l’uomo ha un valore così grande da esserti fatto Tu stesso uomo per poter com-patire con l’uomo. Hai visto tuo Figlio offrire la sua vita sulla croce, ti affidiamo tutti i malati affinché sentano ogni giorno la Tua presenza salvifica. Signore Gesù, tu che ti sei commosso e hai pianto dinanzi ai sofferenti, ti preghiamo per i familiari e gli amici dei malati. Insegnaci a soffrire con l’altro e per gli altri, a soffrire a causa dell’amore e a diventare persone che amano veramente. Spirito Santo, ti invochiamo per i medici, gli infermieri e tutti gli operatori sanitari. Illumina la loro mente, guida la loro mano, rendi attento e compassionevole il loro cuore. Fa’ che in ogni paziente sappiano scorgere i lineamenti del tuo Volto Divino. Santa Maria, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare e amare. Gesù ti disse sulla Croce: “Donna, ecco il tuo figlio”. Con questa parola aprì, in modo nuovo, il tuo Cuore di Madre. Sappiamo di non essere orfani. Maria, confortaci con la tua tenerezza. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!

DOMENICA 11 FEBBRAIO 2018      notizia del 10/02/2018

Commento alla VI Domenica del Tempo Ordinario:Il vero miracolo è proprio questo “sentirsi da sempre amati”,da Dio ( Mc 1,40-45) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 (unzione degli infermi)- 12.00 e 18.00 Le parole di Gesù risorto che ascoltiamo nella preghiera personale e nella celebrazione comunitaria della sua Pasqua sono parole trasformanti, liberanti, potenti. Cambiano la situazione, sono parole “performatrici”. Nel contemplare il testo del Vangelo di questa domenica immagino i catecumeni che ascoltavano lo stesso racconto e stavano imparando a scoprire e gustare il dono della Parola di Dio, la Parola del Cristo risorto, che genera conversione, qualità di vita rispetto a un vissuto più problematico della vita passata. Il lebbroso è simbolo chiaro di isolamento, di comunione spezzata, di relazione negata. La Parola di Dio del libro del Levitico suona solo come una condanna inesorabile all´isolamento, alla separazione dalla comunità, alla sofferenza radicale per la mancanza di relazioni, certo, per motivi di salvaguardia del popolo dal pericoloso contagio. Pensare al lebbroso di quel tempo antico era pensare all´uomo condannato all´inferno della solitudine, della separazione e dell´isolamento Ma per noi oggi è il quadro della sofferenza di chi vive relazioni spezzate, di chi è solo, isolato. Ora, credere nella Parola performativa di Gesù Cristo risorto è credere nell´azione dello Spirito Santo che, mentre tu ascolti, accogli, fai depositare nel tuo cuore e nella tua mente la Parola del Vangelo, nel silenzio e nella preghiera, agisce in te facendoti subito sentire che non sei mai stato solo, anche e soprattutto nei momenti più difficili della tua vita. Lo Spirito Santo, dono pasquale del Cristo risorto, artefice e ispiratore della Parola scritta, protagonista della forza di questa Parola custodita nel cuore, ti fa comprendere che, in Cristo risorto, tu oggi stesso puoi sperimentare il tocco della compassione divina di Dio Padre, così come quel lebbroso sperimentò il tocco compassionevole di Gesù di Nazareth, del Verbo di Dio fatto carne. Il vero miracolo è proprio questo “sentirsi da sempre amati”, amati dal Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. Sentirsi toccati dalla compassione d´amore gratuito della Pellegrina Tenerezza divina, nel qui ed ora della nostra situazione esistenziale, forse attraversata da altre disgrazie e sofferenze paragonabili alla lebbra. Sentirsi toccati e amati. Sentire la potenza di quelle pochissime, ma incisive parole di Gesù: “Lo voglio!” In Cristo risorto la volontà del Padre è ristabilirci nella comunione, prima con Lui, per poi sentire e gustare i segni di comunione e di fraternità che ci circondano, nonostante tutta la fatica del nostro vivere. Stiamo allora in comunione nella tenerezza della misericordia divina e nella tenerezza dei molteplici gesti di comunione che si manifestano nella nostra vita quotidiana, segni dell´azione dello Spirito Santo nella concretezza della nostra storia. Poco a poco, anche le forme peggiori di lebbra, che provocano le nostre separazioni, i nostri conflitti, i nostri isolamenti, scompariranno perché abbiamo creduto in Gesù, nostro Signore. .

dal 5 all´ 11 febbraio 2018      notizia del 03/02/2018

APPUNTAmenTI PARROCCHIALI Dal 05 FEBBRAIO AL 11 FEBBRAIO LUNEDI’ 05 FEBBRAIO 2018 :h. 21.00: Consiglio pastorale parrocchiale MARTEDI’ 06 FEBBRAIO 2018 : h.19.0, Incontro pe

DOMENICA 04 FEBBRAIO 2018      notizia del 03/02/2018

Commento alla liturgia di Domenica : ( Marco 1,29-39): Immersi, ma non prosciugati; immersi, ma non sequestrati. SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 La Parola che in questa quinta domenica del tempo ordinario ci raggiunge, viene a scuoterci come l´indemoniato di domenica scorsa. Guai a noi se il Vangelo non ha più nulla da dirci, se la Parola di Gesù non riesce più a sconvolgerci, a metterci in crisi. Forse preferiamo puntare al minimo, invece di lasciarci provocare dalla misura alta che la nostra vocazione di battezzati esige. Messi davanti alla passione per il Vangelo di Paolo e al ministero instancabile del Signore Gesù, non possiamo non sentirci bisognosi di conversione per un cristianesimo, come il nostro, troppo spesso ridotto ad un qualcosa di accomodato e accomodante. Sia Gesù che Paolo invece, sono uomini della strada, disposti a tutto, pur di salvare ad ogni costo qualcuno. Il cristianesimo è infatti la religione di quelli della Via, non di quelli comodamente sprofondati in poltrona e che custodiscono nelle proprie quattro mura l´illusione di una santità da “separati” rispetto al mondo. «Noi altri, gente della strada - scrive Madeleine Delbrêl - crediamo con tutte le nostre forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità». Noi, uomini della strada che conduciamo una esistenza ordinaria, siamo consegnati ai nostri fratelli, che incontriamo nella quotidianità della vita di ogni giorno che noi condividiamo con loro. Noi siamo parte di questa moltitudine innumerevole di gente comune che Dio non ha voluto tener separata dal mondo. L´esistenza che noi conduciamo non è quasi mai molto entusiasmante; eppure, con le sue spine e le sue gioie ordinarie, essa è per noi il luogo nel quale si materializza la nostra vocazione cristiana. Dio, infatti, ci ha lasciati nel mondo, perché nel mondo ci ha inseriti, al mondo ci ha inviati. Nel mondo e non altrove noi siamo chiamati a essere santi: perché è nel mondo che Dio ci vuole oggi. Se questa è la volontà di Dio, è evidente che egli ci largisce tutti gli strumenti perché vi possiamo corrispondere. Nulla di quanto ci è necessario ci potrà mai mancare. Certo, di fronte alla sfida di annunciare il Vangelo, dobbiamo fare i conti con la nostra mediocrità, con le nostre debolezze e i nostri facili compromessi con la mentalità del “così fan tutti”, ma non possiamo mollare. Scrive infatti Paolo: «non è per me un vanto predicare il vangelo; è un dovere per me: guai a me se non predicassi il vangelo!». Il Vangelo è la Buona Notizia di Dio per l´uomo, e non saremo certo noi ad intralciarne la corsa, anzi se ci crediamo davvero, questa Parola può cambiare la nostra vita, può guarire le nostre infermità, e fare della nostra debolezza il luogo dove si manifesta quella forza nuova e inimmaginata che è potenza e sapienza di Dio. Solo chi ha sperimentato nella propria vita la forza risanatrice della misericordia di Dio, può farsi «debole con i deboli, per guadagnare i deboli; tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno». Paolo, una volta incontrato Cristo, si è lasciato afferrare da lui ed a lui ha donato la sua vita, sperimentando così la libertà di chi ha lasciato la propria posizione ragguardevole, le proprie convinzioni religiose e quella giustizia inattaccabile che gli veniva dalla legge, per farsi, come Gesù, «servo di tutti per guadagnarne il maggior numero». Guardando alla corsa di Paolo, ai suoi viaggi fino ai confini del cuore di ogni uomo assetato di verità, non possiamo non pensare al modo in cui il Signore Gesù vive la sua prima giornata di ministero, secondo il Vangelo di Marco. Mi emoziona - perdonate la parola - questa immersione di Gesù nella vita più reale della gente, in questi ritmi umani, un poco disumani, immerso in tutti i luoghi: la sinagoga, la casa, la strada, la porta della città, il luogo deserto, chissà, un monte; immerso in tutte le ore: le ore del giorno, e poi il tramonto del sole, e il mattino quando ancora era buio. Non sfuggiamo l´immersione, come Gesù non l´ha sfuggita, segno della fedeltà all´uomo, all´umanità, alla storia, ma neppure lasciamoci travolgere da un attivismo sfrenato che si alimenta di puro volontarismo. Il Signore Gesù, infatti, viene a sollevare in noi la nostra umanità indebolita, comunicandoci la forza che egli attinge nella preghiera, quando si sprofonda nel mistero della sua intima relazione con il Padre. Una condizione, questa, per non essere prosciugati nell´immersione, una condizione perché «l´essere immersi» non abbia come esito «l´essere sequestrati». Sequestrati nel modo di vedere, di agire nelle situazioni, con le persone. È un pericolo. Lo è stato anche per Gesù: «Tutti ti cercano». Risposta: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là». Immersi, ma non prosciugati; immersi, ma non sequestrati. Solo così potremo annunciare instancabilmente ed in ogni circostanza il Vangelo, chinandoci in prima persona sulle situazioni concrete di debolezza in cui si trova tanta della nostra gente e donare a tutti, indistintamente, un ascolto attento e generoso, che sa farsi carico con prontezza di quell

2 febbraio 2018      notizia del 02/02/2018

la Chiesa celebra oggi la Festa della Presentazione al Tempio di Gesù (candelora) SS. Messa h.18.00 con la benedizione della candele: luce di Cristo da portare nelle nostre case e nella nostra vita La legge di Mosè ordinava alle donne d’Israele, dopo il parto, di rimanere per quaranta giorni lontane dalle manifestazioni pubbliche. Per rientrare nell’ambito del sacro e poter partecipare attivamente alla vita dovevano compiere un sacrificio. Se la madre era troppo povera per offrire un agnello, lo si poteva sostituire con una tortora. Un’altra disposizione dichiarava tutti i primogeniti proprietà del Signore, e prescriveva il modo di riscattarli. Il prezzo del riscatto era di cinque sicli che, al peso del santuario, rappresentavano ognuno venti oboli. L’obbedienza di Maria Ma questa legge, valeva anche per Maria? Quale relazione poteva avere con le spose degli uomini colei che era il purissimo santuario dello Spirito Santo, Vergine nel concepimento del Figlio, Vergine nel suo ineffabile parto, Vergine anche dopo aver portato nel suo seno e dato alla luce il Dio di ogni santità? Se considerava poi il Figlio, la maestà del Creatore di tutte le cose il quale si era degnato di nascere in lei, come avrebbe potuto pensare che questo figlio era sottomesso all’umiliazione del riscatto, come uno schiavo che non appartiene a se stesso? Malgrado la sua dignità di Madre di Dio, Maria accetta la legge di Mosè, accetta la storia nella quale è inserita e alla quale appartiene, per questo si unisca alla folla delle madri che si recano al Tempio. Inoltre, il Figlio di Dio facendosi uomo, vuole essere considerato in tutto come un servo. Bisogna che sia riscattato quindi come l’ultimo dei figli d’Israele. Così Maria, fu, al Tempio, la serva del Signore, come lo era stata nella casa di Nazareth alla visita dell’Angelo. Aveva obbedito all’editto di Augusto per il censimento universale; ora obbedisce alla legge del popolo d’Israele. La Presentazione è l’incontro del giusto e vecchio Simeone con il Bambino, il Figlio di Dio. Questa Presentazione è in realtà un Incontro. Secondo la tradizione, Simeone era uno dei settantadue «interpreti», che negli anni del regno di Tolomeo II, in Egitto hanno tradotto la Bibbia in greco. Traducendo il libro del profeta Isaia, Simeone dubitò della profezia sulla nascita del Bambino (Emmanuele) da una vergine (Is 7,14). Un angelo apparve a Simeone e gli disse che non sarebbe morto, finché non avesse visto con i propri occhi il Bambino e restasse così convinto della profezia. Il giusto Simeone «sotto ispirazione» è venuto anche lui al Tempio. «... e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola; perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele... Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». Una duplice profezia Queste parole di Simeone contengono due profezie. La prima riguarda tutti gli uomini che accetteranno il Figlio di Maria, essi risorgeranno spiritualmente; invece quelli che non lo accetteranno, andranno in rovina. Mentre «Colui che viene» sarà oggetto di discussioni e persecuzioni... La seconda profezia riguarda la stessa Maria: «a te una spada trafiggerà l’anima». Nell’incontro del Bambino al Tempio partecipa anche la profetessa Anna, «figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal Tempio, servendoDio notte e giorno con digiuni e preghiere». Anche lei, visto il Bambino, parlava di Lui a tutti coloro che aspettavano la salvezza, e benediceva il Signore. La Presentazione è la prova del compimento delle profezie: il Bambino è venuto nel mondo, concepito di Spirito Santo e nato dalla Vergine Immacolata. Nel mondo è venuto Dio, incarnato sotto forma umana. La Presentazione è anche l’incontro dell’Antico e del Nuovo Testamento. Il vecchio Simeone personifica l’Antico Testamento, «che passa dalla scena di questo mondo». Il Bambino è la salvezza che viene nel mondo, il Nuovo Testamento tra Dio e gli uomini. Molti quadri (vedi copertina) che mostrano la Presentazione, sono costruiti in modo che il Bambino si trovi nel centro dell’immagine, sopra l’altare e sotto il ciborio, cioè il velo che copre le sante specie consacrate sull’altare. Chinato verso di Lui, il vecchio Simeone regge premurosamente e delicatamente il Bambino, colui che non può essere «abbracciato». Maria sta alla sinistra. Il suo atteggiamento ed il suo volto esprimono tutta una gamma di sentimenti, ma nell’anima da ora e per sempre è entrata l’angoscia. Dietro a Lei sta Giuseppe che tiene in mano due tortore. Alle spalle di Simeone vediamo Anna. Il suo volto è il volto della profetessa ispirata. L’altare e il ciborio si trovano dietro le figure di Maria e Simeone, però la salda convenzione e il simbolismo dei procedimenti figurativi sottintendono, che il Bambino Gesù si trova sopra l’altare e sotto il ciborio (dentro il Tempio). Il drappo rosso sull’altare significa che il fatto avviene sotto il patrocinio (protezione) di Dio, e il colore simbolizza la festività di quello che sta accadendo, profetizza anche il futuro sacrificio. Il tutto in una quiete sorprendente. Quiete, dietro la quale in un modo incomprensibile si scoprono i drammatici futuri eventi di portata universale. La Liturgia La Presentazione al Tempio chiude idealmente il Tempo di Natale. La Chiesa Greca e quella di Milano pongono la festa nel numero delle solennità di Nostro Signore; la Chiesa di Roma, invece, fino al Concilio Vaticano II l’annoverava tra le feste della Vergine. La Chiesa compie in questo giorno la solenne benedizione delle Candele, che è una delle tre principali benedizioni che hanno luogo nel corso dell’anno: le altre due sono quella delle Ceneri e quella delle Palme. L’origine storica è abbastanza difficile a stabilirsi in modo preciso. Secondo alcuni studiosi, questa benedizione sarebbe stata istituita, verso la fine del V secolo, dal Papa San Gelasio (492-496), per dare un senso cristiano ai resti dell’antica festa dei Lupercali, di cui il popolo di Roma aveva ancora conservato alcune usanze superstiziose. È almeno certo che San Gelasio abolì le ultime vestigia della festa dei Lupercali che veniva celebrata nel mese di febbraio. Papa Innocenzo III, in uno dei suoi Sermoni sulla Purificazione, ci dice che l’attribuzione della cerimonia delle Candele al due febbraio è dovuta alla saggezza dei precedenti Pontefici romani, i quali avrebbero indirizzato al culto della santa Vergine i resti d’una usanza religiosa degli antichi Romani, che accendevano delle fiaccole in ricordo delle torce alla cui luce Cerere aveva, secondo la favola, percorso le cime dell’Etna, cercando la figlia Proserpina rapita da Plutone; ma non si trova alcuna festa in onore di Cerere nel mese di febbraio nel calendario degli antichi Romani. Ci sembra dunque più esatto adottare l’idea di altri studiosi fra i quali Benedetto XIV, i quali ritengono che l’antica festa conosciuta in febbraio sotto il nome di Amburbalia e nella quale i pagani percorrevano la città portando delle fiaccole, ha dato occasione ai Papi di sostituirvi un rito cristiano che essi hanno congiunto alla celebrazione della festa in cui Cristo, Luce del mondo, viene presentato al Tempio dalla Vergine madre. Il Liber Pontificalis dice che la processione fu istituita, a Roma, dal Papa Sergio (687-707) e che si faceva dalla chiesa di Sant’Adriano a Santa Maria Maggiore, ma è certamente anteriore a questo Papa, poiché la processione con le candele benedette esisteva già ad Alessandria nel V secolo, e anche prima, a Gerusalemme. Da principio la processione ebbe, a Roma, un carattere penitenziale: il Papa andava a piedi nudi, e i paramenti talvolta erano neri. Nel XII secolo essa perdette quel carattere austero che fece posto alla letizia. I ministri, tuttavia, conservano ancora i paramenti viola che smettono soltanto per la Messa. L’evento L’evento di questa celebrazione è stato sovente illustrato dai liturgisti dal VII secolo in poi. Secondo quanto afferma Sant’Ivo di Chartres nel suo secondo Sermone sulla festa della Presentazione al Tempio, la cera delle candele, formata dalle api con il succo dei fiori che l’antichità ha sempre considerata come un’immagine della Verginità, simboleggia la carne virginea del divino Bambino, il quale non ha intaccato nella sua concezione e nella sua nascita l’integrità di Maria. Nella fiamma della candela, il Vescovo ci invita a vedere il simbolo di Cristo che è venuto a illuminare le nostre tenebre. Sant’Anselmo, nelle sue Enarrazioni su San Luca, descrivendo lo stesso mistero, ci dice che nella Candela vi sono da considerare tre cose: la cera, lo stoppino e la fiamma. La cera, dice, opera dell’ape virginea, è la carne di Cristo; lo stoppino, che sta dentro, è l’anima; e la fiamma, che brilla nella parte superiore, è la divinità. Le candele Un tempo i fedeli portavano essi stessi le candele alla chiesa perché fossero benedette insieme con quelle che i sacerdoti e i ministri portano nella Processione. Dopo la festa, i fedeli, custodiscono queste candele rispettosamente nelle proprie case e talvolta le accendono al capezzale dei morenti, come ricordo dell’immortalità che Cristo ci ha meritata e come segno della protezione di Maria. La Processione Piena di gaudio, rischiarata dalla moltitudine delle fiaccole e trasportata come Simeone dal moto dello Spirito Santo, la santa Chiesa si mette in cammino per andare incontro all’Emmanuele. È questo incontro che la Chiesa Greca, nella sua Liturgia, designa con il nome di Ipapante e della quale ha fatto l’attributo della festa del 2 febbraio. Lo scopo è di imitare la processione del Tempio di Gerusalemme, che San Bernardo così celebra nel suo primo Sermone sulla Festa della Purificazione di Maria: «Oggi la Vergine madre introduce il Signore del Tempio nel Tempio del Signore, e Giuseppe presenta al Signore non un figlio suo, ma il Figlio diletto del Signore, nel quale Egli ha posto le sue compiacenze. Il giusto riconosce Colui che aspettava; la vedova Anna lo esalta nelle sue lodi. Questi quattro personaggi hanno celebrato per la prima volta la Processione di oggi, che, in seguito, doveva essere solennizzata nella letizia di tutta la terra in ogni luogo e da tutte le genti. Non stupiamo che quella Processione sia stata piccola, poiché Colui che vi si riceveva si era fatto piccolo. Nessun peccatore vi apparve: tutti erano giusti, santi e perfetti». Camminiamo nondimeno sulle loro orme. Andiamo incontro allo Sposo, come le vergini prudenti, portando in mano lampade accese al fuoco della carità. Ricordiamo il consiglio che ci da il Salvatore stesso: Siano i vostri lombi precinti come quelli dei viandanti; portate in mano fiaccole accese e siate simili a coloro che aspettano il loro Signore (Lc 12,35). Guidati dalla fede, illuminati dall’amore, noi lo incontreremo, lo riconosceremo, ed Egli si darà a noi.

DOMENICA 28 GENNAIO 2018      notizia del 27/01/2018

Commento alla IV Domenica del T. O. :Mc 1,21-28:L´arroganza e la supponenza ci tengono lontani dalla verità SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 (anniversari di matrimonio)- 18.00 Lasciamo le reti, diventiamo pescatori di umanità, allora. Facciamolo non nel chiuso delle sacrestie ma presso i confini, sulle spiagge che separano la terra certa dal mare tempestoso perché il nostro è il Dio dei confini che inizia la sua predicazione quando tutti dicono di smettere. Facciamolo sul serio, seguendo il Cristo. Impariamo a diventare discepoli abbandonando le lentezze, rinnovando le abitudini, risvegliando l´entusiasmo. Facciamolo in compagnia del Pietro che lo Spirito, ora, ci ha messo accanto. Un Pietro che, nonostante i mille giudizi mondani, positivi e negativi, nonostante le dietrologie, raduna con la sua testimonianza sette milioni di persone, il più grande assembramento nella storia dell´umanità. E, oggi, il primo Pietro, attraverso la penna del suo discepolo Marco evangelista, inizia il racconto della predicazione di Gesù con la più provocante delle provocazioni. Il primo miracolo dello sconosciuto rabbì avviene a Cafarnao. Guarisce un indemoniato. Dentro la sinagoga. Indemoniati Oggi si parla male e a sproposito del demonio, anche in casa cattolica. È diventato una specie di eroe romantico, esaltato da alcuni, temuto da altri. Una figura tragica che suscita curiosità e interesse, innalzato a struggente modello negativo da una forte corrente di pensiero che fa presa soprattutto sugli adolescenti. Spaventa, attira, inquieta. E tranquillizza le coscienze. Sì, avete capito bene: l´eccessiva attenzione al demonio paradossalmente lo favorisce e, quel che è peggio, stravolge la visione biblica sulla tentazione. Caricando di eccessiva importanza il male a scapito del bene, rischiamo di deresponsabilizzare la coscienza e la scelta personale. L´opera del Maligno (che esiste ed è meno goffo e caricaturale di come ce lo immaginiamo) consiste esattamente nell´intorbidire le acque, nel girare la frittata, nell´ingigantire il particolare a scapito della visione d´insieme, nello sminuire o offuscare le conseguenze catastrofiche delle nostre scelte. Il demonio ci fa credere di essere peggiori di come possiamo essere veramente. E che tutto ciò sia inevitabile. Che c´entri con noi? Uno dei presenti, che fino ad allora non ha dato alcun segno di stranezza, dà in escandescenze e inizia ad urlare. E ciò che dice è la sintesi di come non deve diventare la fede. Che c´è fra noi e te, Gesù Nazareno? Cosa c´entra Gesù con l´economia? La politica? Il lavoro? Gli affetti? Quante persone sento ragionare in questo modo! "Dio c´è ma non mi riguarda, non mi interessa. Se proprio devo, indosso i panni del credente in occasione delle feste grandi, ma lì finisce." E questo ragionamento, purtroppo, lo sento in bocca non agli atei convinti, ma ai credenti deboli. A quelli che vogliono sentirsi "a posto" perché non si sa mai. L´indemoniato frequenta la sinagoga, partecipa alla messa domenicale, col vestito buono, in fondo alla chiesa. È presente a tutti funerali del paese, fa parte di una antica confraternita e porta la statua del santo a spalle il giorno del santo patrono, destina l´ 8x1000 dei propri redditi alla Chiesa. Ma non vuole avere nulla a che fare con Gesù. Sei venuto a rovinarci? Ecco la ragione di tanta lontananza: molti sono convinti che Dio sia un concorrente dell´uomo, un avversario pronto a rovinarci la festa, uno a cui dover rendere conto, mannaggia. La vita è bella soprattutto se è trasgressiva, godereccia, esagerata, eccessiva, folle. E Dio, invece, chiede ordine, serietà, senso della misura... Credere è giusto e doveroso, certo. Ma mortalmente noioso. No: il Dio di Gesù non viene a rovinarci, ma a redimerci. La redenzione, certo, passa attraverso la conversione e la capacità di cogliere cosa ci costruisce e cosa ci distrugge. Ma questo è un passo successivo. La prima verità che dobbiamo urlare dai tetti delle nostra case è che Dio è un alleato dell´uomo, non un concorrente. Io so chi tu sei: il Santo di Dio! L´indemoniato "sa", conosce. L´arroganza e la supponenza ci tengono lontani dalla verità perché pensiamo di averne a sufficienza in tasca, senza avere bisogno di nessuno. Oggi circolano molte informazioni, ma pochissime idee. Molti pensano di conoscere la fede dopo ben tre lunghi anni di catechismo con la suora dell´oratorio! Cosa c´è altro da sapere? E di poter esprimere giudizi dopo aver letto l´ultimo saggio scandalistico sul Vaticano (oggi vende molto sparlare di chiunque). Non c´è bisogno di sapere altro, non c´è bisogno di informarsi, e ci mancherebbe. E, così facendo, chiudono gli occhi e si turano gli orecchi. E se, invece, ci fosse altro, molto altro da sapere? Perché non tentare? Argutamente sant´Agostino commenta questa pagina: non vantarti della fede, non ti distingui ancora dai demoni. Autorevole È demoniaca una fede che tiene il Signore lontano dalla quotidianità, che lo relega nel sacro, che sorride benevola alle pie esortazioni, senza calarle nella dura quotidianità. È demoniaca una fede che vede in Dio un concorrente e che contrappone la piena riuscita della vita e la fede: se Dio esiste io sono castrato, non posso realizzare i miei desideri. È demoniaca una fede che resta alle parole: il demone riconosce in Gesù il santo di Dio ma non aderisce al suo vangelo. Liberiamoci da una fede così piccina. Diamo retta all´unico che ha autorevolezza perché parla di cose che conosce.

DOMENICA 21 GENNAIO 2018      notizia del 20/01/2018

Commento al vangelo della Domenica ( Mc 1,14-20 ) con Gesù il tempo da “chronos”: tempo dell’uomo a “kairos” : il tempo di Dio Nella Galilea Gesù andò nella Galilea, da lì inizia la sua predicazione, in una terra di confine, incrocio di popoli, alla periferia di Israele lontano dai poteri religiosi, ai margini dell´impero in cui Roma esercitava il dominio economico, politico e militare. Nella insignificanza di una periferia umana, come in ogni periferia Dio si manifesta nella storia degli uomini per portare a loro la “buona Notizia”. Non entra nelle stanze dei bottoni dove si decidono le sorti del mondo, non sfiora l´agitazione delle “borse” capaci di movimentare le finanze, neppure si lascia coinvolgere dai riti e dai fumi d´incenso del Tempio. La storia di Dio si compie tra la gente semplice, quella che non conta, i cui nomi non vanno sui giornali ma porta su di sé la fatica della storia umana nella quotidianità del lavoro, nella dinamica delle relazioni. La vita che a noi sembra banale, a volte lontana dalla religione e da Dio è invece il luogo che Dio predilige per annunciare il suo Vangelo. Nessuno è troppo lontano da Dio da non essere toccato dal suo amore. Il tempo è compiuto Che significa che il tempo è compiuto? Quando diciamo che una cosa è compiuta intendiamo che è terminata, è finita, non c´è altro da fare. Ma come possiamo intenderlo per il tempo che ancora scorre con le mille cose che abbiamo fatto ma con altrettante che rimangono da fare. La storia manifesta le sue inquietudini: popoli che si combattono, gente che trasmigra, la miseria e la fame convivono con la ricchezza e l´opulenza, gli uomini sono in continua ricerca di qualcosa senza neppure aver chiaro cosa stia cercando davvero; anche la Terra manifesta instabilità: i cambiamenti climatici, i movimenti tellurici, i continenti che si allontanano e si avvicinano, l´acqua che scroscia, il vento che sgretola; nulla dà il senso del finito, del compimento. Il tempo di cui parliamo di solito, quello in cui siamo immersi e di cui facciamo esperienza è il chronos che segna il susseguirsi degli avvenimenti; Gesù però parla del kairos, il tempo di Dio, il momento in cui si manifesta l´azione di Dio, non è il tempo che scorre ma quello che ci interpella, non si misura in ore e giorni che passano ma nella efficacia di ciò che porta, non si manifesta quantitativamente ma nella qualità del suo dono. È un tempo nascosto che difficilmente si scorge, è l´attimo fuggente che non siamo capaci a cogliere. Siamo così immersi nel susseguirsi delle cose che ci sfugge quella pienezza dei tempi di cui parla il vangelo: ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna (Gal 4,4); ciò che sfugge all´uomo non sfugge a Dio; quando lui ha deciso Dio è entrato nella storia degli uomini, non era necessario che noi fossimo capaci di accoglierlo, è stato necessario che fosse pronto lui a manifestare il suo amore per noi. Cristo ha vissuto su questa terra come uomo per renderci capaci di diventare Figlio di Dio, da allora non ha mai cessato di essere l´Emmanuele, il Dio con noi. Il tempo è compiuto, non c´è altro da attendere. Il regno di Dio è vicino C´è da domandarsi dove sia Dio nella nostra vita, o peggio nella nostra storia che sembra essere così lontana dagli ideali religiosi. Negli anni sessanta si è arrivati a teorizzare la “morte di Dio” sostenendo che la cultura secolare moderna aveva perso tutto il senso del sacro, di ogni significato sacramentale, e non comprende la tensione trascendentale o senso della Provvidenza. L´olocausto era stata la manifestazione evidente della morte di Dio nel cuore dell´uomo. Eppure Gesù ha annunciato che il regno di Dio è vicino, si è fatto prossimo all´uomo, alla sua storia, alle sue dimenticanze, alle sue cattiverie. Non c´è da inerpicarsi nei sentieri impervi della ascetica, né districarsi nei labirinti dei pensieri teologici, Dio è talmente vicino all´uomo che è riconoscibile nelle pieghe di una vita che è troppo normale da sembrare banale. Nella fatica quotidiana per guadagnarsi onestamente di che vivere, nella serenità dei tempi di svago, nel bisogno di amare e di donare amore. Gesù Cristo ci ha portato la salvezza nel Regno che è già in mezzo a noi, che già opera nella nostra vita, senza che noi ce ne avvediamo. Intendiamo annunciare che Dio non è lontano, che nessuno è orfano in questo angosciato tempo, che non siamo vagabondi senza meta, che la solitudine non è il nostro destino, che l´ingiustizia non è l´ultima parola, perché tutti abbiamo una casa che ci aspetta. Questa casa, più che un luogo, è un cuore, il cuore di Cristo. (card. Bagnasco )

DOMENICA 14 GENNAIO 2018      notizia del 13/01/2018

Commento alla liturgia dell Domenica: (Gv 1,35-42) Cercare Cristo prima di tutto “Che cosa cercate?”, chiede il Signore ai due discepoli di Giovanni, che lo seguivano: è una domanda che dovremmo porre anche noi al nostro cuore, alla nostra mente, alla nostra coscienza,... Prima di intraprendere un´opera importante, dovremmo sempre chiederci che cosa stiamo cercando, che cosa vogliamo ottenere e perché. Temo che molti fedeli che frequentano settimanalmente la parrocchia, non cerchino proprio nulla; semplicemente compiono un atto religioso, per lo più fine a se stesso; come tale, non risponde necessariamente ad alcuna domanda di senso. È giocoforza che se non si cerca nulla, sarà ancor più difficile trovare qualcosa... Ma chiedersi che cosa cerchiamo non basta ancora: e se troviamo qualcosa che non pensavamo di trovare? Se questa novità ci coglie impreparati, non solo, ma anche poco disponibili ad accoglierla? Non sembrino questioni di lana caprina! Si sente spesso dire: “ho pregato tanto, ho chiesto tanto... ma non ho ottenuto niente... allora ho smesso di cercare, ho smesso di pregare, ho smesso di invocare”. Mi viene in mente l´incontro del paralitico, calato attraverso il tetto, davanti al naso di Gesù (cfr. Mc 2,1-12). Il Signore disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati”; confessiamolo, chi di noi si sarebbe aspettato una simile reazione da Gesù? Fossimo stati nei panni del Maestro di Nazareth, davanti a quel fatto eclatante e teatrale - appunto, scoperchiare il tetto e calare il malato proprio davanti a Gesù -, forse, dico, forse avremmo reagito come aveva fatto sempre: “Alzati e cammina!”.; perché era quella la risposta che tutti si aspettavano, a cominciare dal paralitico e dai suoi amici. Ecco un caso nel quale Dio reagisce alle preghiere dell´uomo, ma a modo Suo, non (a modo) nostro. Che ci piaccia o no, Dio ha dei progetti su di noi... la strada la traccia Lui! Lui sa di che cosa abbiamo bisogno... più di quanto lo sappiamo noi. Dunque, la domanda è sempre la stessa: siamo disposti ad accogliere ciò che Lui ci dirà e farà? Oppure restiamo fermi sulle nostre convinzioni, sulla nostre necessità, sulle nostre pretese,...? E se queste convinzioni, queste necessità, queste pretese non corrispondono alla volontà di Dio? “Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: «Che cosa vuoi?». Gli rispose: «Di´ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno». Rispose Gesù: «Voi non sapete quello che chiedete»....” (Mt 20,20-23); a quel punto, il Signore annuncia loro che avrebbero bevuto al suo stesso calice; un´evidente allusione alla passione... evidente per noi che conosciamo la storia, ma non per i due fratelli. Ma sedere alla sua destra e alla sua sinistra, non rientrava nella Sua volontà. È il Padre che decide; il Figlio obbedisce e basta... Ma ritorniamo ancora alla domanda di Gesù: “Che cosa cercate?”; il Figlio del falegname si tiene per così dire sul vago: possiamo cercare qualcosa, o possiamo cercare qualcuno. La differenza specifica tra fede e religione, per la quale (differenza) le due realtà non si possono identificare, ma soltanto relazionare, consiste nel fatto che la fede è finalizzata alla ricerca di una persona; mentre la religione, sganciata dalla fede, può fatalmente ridursi alla ricerca di un utile, fosse anche la salute del corpo, la felicità, la realizzazione personale... Pietro apostolo si chiamava Simone: il Signore, che aveva il dono di leggere nel cuore delle persone, lo chiamò Cefa, che significa pietra... Mai nome fu più azzeccato di questo! Sul finire della vita pubblica di Gesù, Pietro, proprio lui, il principe degli apostoli, si rivolse al Maestro e gli chiese: “Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito; che cosa dunque ne otterremo?”; (Pietro) non aveva capito che il fine della sua scelta non consisteva nell´ottenere un vantaggio di ordine materiale; evidentemente si era dimenticato l´inizio della vicenda, quello che il Vangelo di oggi offre alla nostra riflessione: Andrea incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia!”; ecco il fine della nostra ricerca di fede: trovare il Messia, cioè il Cristo. A riprova che la fede non è strumentale ad ottenere un vantaggio immediato ulteriore, rispetto alla persona del Cristo, ecco un altro episodio raccontato questa volta da Giovanni, al cap.11 del suo Vangelo: dopo aver saputo che l´amico Lazzaro era morto, il Signore si recò in casa delle sorelle di lui, Marta e Maria: “Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risusciterà». Gli rispose Marta: «So che risusciterà l´ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi tu questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo.»”. Ecco, questa è la fede e questo è anche il senso della nostra ricerca di fede: trovare il Cristo. Non c´è età, che non sia quella giusta per trovarlo. Ma se non lo cerchiamo con onestà, con docilità, pronti a tutto... non lo troveremo, né a 8 anni, né a 18, né a 58, né a 108... Cerchiamo il Signore! Lui ci sta cercando da sempre. Per questo il Figlio dell´Uomo si è incarnato ed è venuto nel mondo: per cercare e trovare ciò che era perduto (cfr. Lc 19, 1-10): un´altra dichiarazione decisiva del Vangelo, espressa (da Gesù) a Zaccheo, dopo la sua conversione. Noi siamo Marta, noi siamo Zaccheo, noi siamo Cefa-Simon-Pietro... sempre in bilico tra fede sincera e religione interessata... tra adorazione nuda e cruda, e domanda. Bando alle contrapposizioni radicali! La preghiera del Padre Nostro esprime tanto l´adorazione pura, che l´invocazione e la domanda. Camminiamo nella speranza che la nostra fede si purifichi strada facendo, per diventare sempre più e sempre meglio fiducia in una Persona, il Cristo: tutto il resto ci sarà donato in sovrappiù (Mt 6).

 
Pag. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23
 Notizie dal Comune
    Abitare a Roma
 Copyright © 2007 - Parrocchia SS. Trinità a Villa Chigi. Tutti i diritti riservati. Design by mi.mo  

Home | Disclaimer | Aggiungi ai preferiti