HOME        CONTATTI          
  
                                                          HOME           ATTIVITÁ PARROCCHIALI       ATTIVITÁ SPORTIVE       AVVISI            GALLERY

                                                         Dove ti trovi:  Home Page >  Archivio Notizie
 UTILITÀ
  :. ENCICLOPEDIA
 LINK
  :. COMUNE DI ROMA
  :. REGIONE LAZIO
  :. PROVINCIA di ROMA
  :. GOVERNO
 
 Inserisci qui il tuo indirizzo email per ricevere la newsletter della parrocchia:



 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

DOMENICA 17 DICEMBRE 2017      notizia del 16/12/2017

Commento alla III Domenica di Avvento - Gaudete (Gv 1,6-8.19-28): La gioia di essere liberi da ogni forma di schiavitù morale, spirituale e sociale SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 La terza domenica di Avvento è chiamata della gioia, della letizia e del gaudio cristiano. Ma dove si trova questa gioia e come effettivamente vene ottenuta e conservata? Una prima risposta a questa gioia, la troviamo nel brano della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, nella quale è facile prefigurare la venuta del Messia, come tempo della gioia, tempo della libertà, tempo della vera felicità: poveri, cuori spezzati, schiavi, prigionieri saranno liberati da tutto ciò che li opprime. E´ l´anno giubilare, l´anno della liberazione e della misericordia. Ogni tempo di Avvento è tempo della liberazione, della purificazione e della conversione e dell´ascolto docile della parola di Dio, che è parola di pace, di perdono e di gioia. Il profeta lo esprime con grande enfasi nel testo di questa domenica: “Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”. La gioia che produce in noi il Natale del Signore deve essere gioia piena per se stessi e per gli altri. Spesso siamo infelici noi e vorremmo che gli altri stessero nelle nostre stesse condizioni. Invece dobbiamo gioire e far gioire. E questo gioire non è altro che sentirsi liberi e vivere nella libertà dei figli di Dio. Una seconda indicazione la troviamo nel salmo responsoriale che riporta per intero il canto del Magnificat, che l´evangelista Luca ha inserito nel brano del vangelo del racconto della visitazione di Maria alla cugina Elisabetta. La gioia di Maria è riconoscersi umile creatura davanti a Dio che l´ha chiamata ad un compito così eccelso, da far trasalire l´animo della Vergine in un inno di lode e di ringraziamento al Signore che non ha paragoni in tutta la scrittura, anche se il Magnificat è un canto biblico per eccellenza: “L´anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l´umiltà della sua serva”. La gioia che ci può dare questo Natale è quella di rivedere il nostro sistema di vita e di pensiero ed abbassare qualsiasi superbia ed orgoglio nella nostra vita di poveri mortali e poveri peccatori. Una terza pista di riflessione, la troviamo nel brano della sua prima lettera ai Tessalonicesi di san Paolo Apostolo, nella quale egli ci raccomanda di essere sempre lieti e questa letizia attingerla dalla preghiera incessante e costante; ad essere, poi, attenti alla voce dello Spirito per non spegnere i carismi e i doni ricevuti a servizio di tutti, in particolare quella della profezia. Chi non fa fruttificare i doni che possiede vive nella tristezza, perché non si sente realizzato. A tale gioia corrisponde poi una soddisfazione per quello che facciamo, e cioè vagliare ogni cosa ed astenersi dal fare qualsiasi male a se stessi e agli altri. Dobbiamo, in poche parole, ad avere a cuore la nostra santificazione, cioè a vivere nella grazia, in modo che la nostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Duro lavoro spirituale ed interiore che dobbiamo fare assolutamente per preparare la venuta del Signore in questo Natale. Per portare a termine questa sincera volontà di rinnovarsi e cercare la vera gioia, il Vangelo di questa domenica ci offre, mediante il testo dell´Evangelista Giovanni, il modello di comportamento di Giovanni il Battista. E nella condotta di una vita eticamente elevata che sta la gioia. L´esempio trascina e indica il percorso più giusto anche in ordine alla gioia. Visto il bene che Giovanni Battista faceva ed il seguito che aveva, il battesimo che amministrava nelle acque del Giordano, la gente, soprattutto i sacerdoti e i leviti si erano quasi convinti che fosse lui il Messia. La sua testimonianza fu chiara ad indicare in Gesù il vero Messia: «In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». In poche parole egli ribadisce «Io non sono il Cristo». Non sono il profeta Elia e neppure il profeta dei profeta, cioè Cristo. Lui si definisce una «voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa». La gioia del cristiano che deve alzare la voce nei vari deserti di questo mondo sta nell´annunciare Cristo e nel portare Cristo agli altri. Altre gioie che non sia questa non è possibile pensarla o auspicarla per noi, perché l´importante avere Dio nel cuore e vivere costantemente in unione con Lui. Sia questa la nostra preghiera, oggi, che riflettiamo sulla gioia cristiana: O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene.

DOMENICA 10 DICEMBRE 2017      notizia del 09/12/2017

Commento alla II domenica di Avvento: Mc 1,1-8 :Noi abbiamo la forza di convertirci ed essere testimoni del nostro battesimo? La liturgia di questa domenica, seconda di Avvento, ci offre, attraverso il profeta Isaia, che ascolteremo anche in questo giorno, la possibilità di riflettere su un tema di grande attualità, che è quella della consolazione, di fronte allo sconforto generale che serpeggia nei nostri ambienti di vita. Come, prima della venuta di Gesù, il popolo eletto sperimentava tempi di tristezza, buio e sconforto, al punto tale che il profeta si fa interprete di una diversa prospettiva di consolazione che viene dal cielo, così, oggi, dobbiamo alzare gli occhi al cielo e chiedere da lassù che il Signore intervenga per guarire il cuore di questa umanità ferita da tanti mali e da tante cattiverie che devono essere eliminate per ridare dignità ad ogni essere umano. «Consolate, consolate il mio popolo. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Questa prospettiva di positività, di risoluzione dei problemi pregressi nel popolo di Dio, che viene evidenziata nel brano della prima lettura, trova una concreta possibilità di riuscita, mediante un annuncio coraggioso di chi è chiamato a dire pane pane e vivo e vino, cioè a parlare con sincerità. La voce nel deserto che chiede il cambiamento era il profeta allora, ai tempi di Gesù, Giovanni il Battista, e nei due millenni del cristianesimo tutte quelle voci che si sono elevate per difendere la vita, la pace, la giustizia, la verità, la moralità, l´onestà. Oggi questa voce che grida nel deserto di un´umanità che sperimenta l´indifferenza globalizzata è quella di Papa Francesco, il profeta dei nostri giorni che il Signore ci ha inviato per farci capire ciò che è davvero necessario ed essenziale per attuare il vangelo della carità nell´oggi della chiesa e del mondo. Cosa fare allora? Spianare la steppa per fare strada al Signore che viene in questo Natale. E per steppa si intende la nostra vita fatta di tante aridità, soprattutto spirituali. Inoltre bisogna innalzare le valli ed abbassare colli e monti, operando non a livello tecnologico, ma chirurgicamente nel nostro cuore e nella nostra mente, perché scompaia da noi orgoglio, presunzione, arroganza, superiorità e prepotenza e si faccia strada la virtù dell´umiltà, l´arricchimento spirituale necessario per accogliere la venuta del Signore. A ciò si aggiunga il coraggio dell´annuncio, della proclamazione della gloria di Dio mediante la nostra missione apostolica nel mondo, senza aver paura di chi può contrastarci e di chi non condivide con noi la stessa strada, lo stesso cammino e la stessa fede. Il silenzio, la paura, il rinchiuderci nei cenacoli della difesa in attesa che passi la bufera, non aiuta i cristiani ad essere credibili e testimoni di quanto professano con la bocca. E con il profeta anche noi saliamo sul monte per annunciare cose buone, dare buone notizie. Alziamo la voce con forza, senza paura e diciamo a tutti in questo Avvento: «Ecco il nostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri». Viene a noi questo Dio di bontà infinita che si prende cura del gregge e prende tra le sue braccia, stringendoli al suo cuore gli agnellini, le persone più fragili e deboli. Un´immagine bellissima che il profeta ci offre del Dio che ama il suo popolo ed ama l´intera umanità. Un´umanità che necessita di ritrovare la strada che porta a Dio. Noi, oggi, come al tempo di Gesù, abbiamo urgente necessità di tanti Giovanni Battista che abbiano il coraggio di vivere e di parlare secondo schemi evangelici ben precisi, validi a quel tempo e validi soprattutto ai nostri giorni. Chi era Giovanni il Battista, oggi proposto a noi nel Vangelo come modello di vita, per preparare la strada a Gesù Bambino? “Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo”. Cosa diceva, proclamava e chiedeva Giovanni Battista? “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri». Egli “battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”. La sua testimonianza e il suo coraggio suscitavano interesse da parte del popolo. Infatti, “accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati”. Giovanni diventa lo strumento nelle mani di Dio per invitare alla conversione chi vive nel peccato. Noi abbiamo la forza di convertirci e convertire? La stessa cosa farà, a distanza, di alcuni anni, l´apostolo Pietro, dopo il rinnegamento di Gesù e dopo il suo diretto coinvolgimento nella chiesa nascente. Egli, infatti, ci rammenta nel brano di questa domenica che “una cosa non dobbiamo perdere di vista”, aver la consapevolezza che il Signore viene e che il nostro modo di giudicare, secondo le categorie temporali, non hanno riscontro nel pensiero di Dio. Infatti “davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi”. L´invito alla conversione personale è ribadita anche da Pietro, dopo quella di Giovanni Battista. Considerato il fatto che il Signore comunque verrà, quale deve essere il nostro modo di comportarci? La risposta è data: dobbiamo vivere nella santità e curare la vita di preghiera. Con una raccomandazione finale: “Fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”. E allora c´è poco da discutere e pensare, ma mettiamoci subito all´opera per preparare al meglio la venuta di Gesù in questo Natale, modificando radicalmente il nostro modo di pensare ed agire, in ragione di questo evento che ha segnato la storia dell´umanità, perché è stata trasformata in storia di salvezza universale, portata a compimento da Dio, nel mistero dell´incarnazione, passione e risurrezione di Gesù Cristo, il Verbo Incarnato e fattosi uomo.

DOMENICA 3 DICEMBRE 2017      notizia del 02/12/2017

Commento alla I Domenica di Avvento (Anno B) Mc 13,33-37 : L´ attesa del ritorno di Cristo non è snervante, non è angosciata, ma è serena, già contiene una anticipazione della gioia che proveremo quando potremo finalmente sentire la sua voce amica Abbiamo tutti la memoria di un evento che consideriamo decisivo nella nostra vita perché le ha dato una svolta determinante. E se le conseguenze di questo evento sono state negative, vi ripensiamo con un senso di fatalità visto che mai potremo tornare indietro per cambiarlo. La buona notizia del vangelo odierno è che nessun evento passato della nostra vita potrà mai determinarla tanto quanto questa misteriosa ora che invece deve ancora venire, alla quale spesso si riferisce il Nuovo Testamento quando parla dell´ora del Signore. Questa ora è il momento veramente decisivo tanto della mia storia personale che di quella di tutta l´umanità. E´ il momento nel quale il Signore cesserà di essere invisibile: lo vedremo con i nostri occhi di carne, in tutta la sua bellezza e il suo splendore, perché saremo noi stessi avvolti da questo splendore, parteciperemo a questa bellezza. Sarà un momento di riscatto nel quale ogni nostra lacrima sarà asciugata (Ap 7,16-17; 21,4), ogni sofferenza cesserà, ogni ingiustizia, ogni male saranno spazzati via. Finiremo di lavorare, di penare, di sospirare; svaniranno le nostre depressioni, le nostre collere, le nostre tristezze, le nostre noie. Si dilegueranno i nostri lutti, perché tutti ci sveglieremo, anche coloro che provvisoriamente si sono addormentati. Saremo tutti convocati, i vivi e i morti - come lo promette Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi - il Signore stesso a un ordine, alla voce dell´arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo e quindi noi che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro sulle nubi, per andare incontro al Signore in alto e così per sempre saremo con il Signore (1Ts 4,13-18). Da quel momento in poi saremo con il Signore per sempre. Ci sono ore decisive nella nostra vita, ma nessuna lo è più di questa. Tutte le gioie, i sacrifici, l´amore donato, la lunga e perseverante pazienza di oggi - tutto questo, come suggerisce Paolo, diventerà il nostro motivo di orgoglio (1 Ts 2,19) e di gioia all´avvento di questa ora. Riguardo ad essa, ci sono dette due cose: prima di tutto che non sappiamo quando verrà (Mc 13,33) e poi che giungerà all´improvviso (Mc 13,35-36). E´ legittimo chiedersi perché il Signore ci abbia lasciato nell´ignoranza riguardo ad un evento di tale portata per la nostra vita. Perché questa ora deve essere improvvisa, perché imprevedibile? Di sicuro non è per incuterci timore, per farci vivere nell´ansia, come se il Signore fosse simile a un datore di lavoro che si diverte a piombare all´improvviso sui suoi dipendenti sperando di coglierli in fallo per poterli punire. Colui che attendiamo è un Padre che ci ama e che amiamo, nel quale speriamo, che vuole diventare lui stesso la nostra ricompensa. La vita eterna sarà essere per sempre con questo Padre. I primi cristiani mostravano di aver colto il vero senso di questa promessa perché la loro costante preghiera era un invito: Maranatà, vieni Signore Gesù. Non temevano questa ora, anzi pregavano per affrettarla ed in essa facevano confluire il loro desiderio. Senza rendercene conto, ripetiamo anche noi ogni giorno questo invito al Signore quando preghiamo dicendo venga il tuo regno, cioè venga il tuo giorno, venga il tuo ritorno, la tua ora, avvenga presto questo evento decisivo della mia vita, della mia storia. Se non sappiamo quando verrà questo momento, se ci è detto che la sua venuta sarà inaspettata, sarà improvvisa, è per una ragione positiva: è per conferire un certo carattere, un certo stile alla nostra vita. Ben quattro volte ricorre nel vangelo la parola: “Vegliate!”: Fate attenzione -dice Gesù-, vegliate (Mc 13,33). Ordina al portiere di vegliare. Poi dice ancora: Vegliate dunque (Mc 13,35). E conclude: quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate (Mc 13,37). Veglio o vigilo per esempio quando attendo la telefonata di una persona che amo e che non ho sentito da lungo tempo. Faccio le cose di tutti i giorni, riassetto la casa, ascolto della musica, leggo, ma queste attività non mi sommergono. Mi posso anche assopire, ma non mi abbandono interamente al sonno. Ho sempre l´orecchio teso per percepire il primo squillo, per non rischiare di perdere questa chiamata alla quale tengo tanto. So che verrà, ma non so precisamente quando. Lo squillo sarà improvviso, sempre inaspettato, eppure atteso. Questa attesa non è snervante, non è angosciata, ma è serena, già contiene una anticipazione della gioia che proverò quando potrò finalmente sentire la voce amica. La spiritualità cristiana ha battezzato questa attesa ‘desiderio´. Il cristiano desidera Dio, anela a Dio, come una cerva desidera l´acqua (Sal 42,2). Coltivare questo desiderio è il modo migliore per prepararsi ad incontrare il Signore. Anzi questo desiderio è già una delle maniere che il Signore adotta per farci percepire la sua presenza e per dilatare il nostro cuore, come lo dice così bene Agostino: “La vita di un buon cristiano è tutta un desiderio, perché attraverso il desiderio tu ti dilati. Dio, facendoci attendere, allarga il nostro desiderio. Col desiderio allarga l´animo e dilatandolo lo rende più capace. In questo consiste la nostra vita: esercitarci con il desiderio” (Agostino, Discorsi sulla prima lettera di Giovanni 4,6).

DOMENICA 26 Novembre 2017      notizia del 25/11/2017

Commento della XXXIV Domenica del T. A. - Cristo Re :Non basta giustificarsi dicendo: io non ho mai fatto del male a nessuno. Perché si fa del male anche con il silenzio, si uccide anche con lo stare alla finestra. Non impegnarsi per il bene comune, restando a guardare, è già farsi complici del male comune, della corruzione, delle mafie, è la “globalizzazione dell´indifferenza” (papa Francesco). (Mt 25,31-46) Eccoci alla fine dell´anno liturgico. La prossima domenica inizia l´Avvento e con esso un nuovo anno, all´insegna dell´attesa e della vigilanza. Di questo avremo modo di parlare diffusamente durante le quattro settimane che precedono il Natale. Ora soffermiamoci sul mistero di Cristo Re dell´universo e sul Vangelo del giudizio finale. Io mi chiedo il senso di questa pagina di Matteo scelta per celebrare la solennità odierna: ormai conosciamo quali sono le caratteristiche della regalità di Cristo: il trono è la croce, la corona è un fascio di spine, il potere consiste in una disarmata e disarmante immobilità. Questo è il nostro Re, come lo presentò alla folla Ponzio Pilato, dalla terrazza del palazzo del governatore: un re nudo, un re privo di forze, un re rifiutato dai sudditi, un re condannato e ucciso dai sommi sacerdoti e dai capi del popolo, in ossequio alla Legge antica, nella certezza di compiere un atto gradito a Dio. Ora, ripeto, qual è il senso di un Vangelo come questo, che e verrà letto questa Domenica? È vero, l´incipit rende bene l´idea: il Figlio dell´uomo è un monarca fatto e finito, circonfuso di gloria, con tanto di corte angelica, e trono. C´è di più: secondo l´autore ispirato, il Cristo non è sovrano di un popolo soltanto, ma di tutti i popoli. Colpo di scena: all´improvviso, il re di tutti i popoli, diventa l´affamato, l´assetato, lo straniero, colui che non ha neppure uno straccio da mettersi addosso e, per giunta, pure malato... Prevedibile lo stupore di quei giusti raccolti alla destra del Figlio dell´uomo: “Signore, quando mai... e ti abbiamo servito?”: lo stesso dicasi per gli ingiusti, che stanno a sinistra: “Signore, quando mai... e non ti abbiamo servito?”: la distanza che un sovrano deve porre tra sé e i sudditi Cristo l´ha azzerata, in virtù della Sua passione, morte e risurrezione. La parabola non è affatto una metafora: sulla croce, Gesù fu veramente affamato, assettato, morente, nudo. Sappiamo che la Legge ebraica non annoverava la crocifissione tra le pene capitali: lapidazione sì; crocifissione no.... Secondo il diritto penale romano, invece, la croce era prevista per i crimini più efferati, commessi dagli stranieri. Dunque la sorte del Maestro di Nazareth è quella di uno straniero, ripudiato dal popolo e cacciato a morire fuori dalla città santa; proprio come si racconta nella parabola dei vignaioli omicidi; trascinarono il figlio del padrone fuori dalla vigna e lo uccisero... “La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d´angolo; dal Signore è stato fatto questo ed è mirabile agli occhi nostri!”, dichiara Gesù, citando il Salmo 117, nella polemica contro i farisei... Ciò che è logico per Dio non lo è per gli uomini; non è un dogma, ma un principio di metodo: non dobbiamo solo credere alla Parola di Gesù senza discutere; è necessario metterla in pratica, in questo caso, cambiando mentalità nei confronti degli ultimi, degli emarginati, dei perdenti... Un maestro di spirito, del quale non ricordo il nome - chiedo venia! -, scrive: “In che modo guardi un povero? come guardi il povero, allo stesso modo guarda Dio! Se proverai vergogna nei confronti di Dio, allora hai di che vergognarti anche di fronte al povero!”. L´unità di misura dell´amore per Dio è l´amore del prossimo: “Se non sapete amare colui che vedete, come potrete amare chi non vedete?”; l´unità di misura dell´amore per il prossimo è l´amore di sé: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. La fede cristiana innalza molto l´asticella della carità, facendone il paradigma della perfezione. La pagina di Vangelo che avete appena ascoltato si trova al capitolo 25; subito dopo inizia il racconto della Passione. Secondo il progetto del primo evangelista, questa pagina costituisce l´ultimo insegnamento di Gesù, il suo testamento spirituale. Più che un affresco dai toni inquietanti e dal vago sapore intimidatorio su ciò che accadrà alla fine del mondo, la parabola è un decalogo su quello che dobbiamo fare nella vita presente, per poterci presentare al cospetto di Dio con il cuore in pace e la coscienza tranquilla. La grande novità del Vangelo è tutta qui: prima di Cristo la salvezza era poco più che una teoria, meglio, un dogma da credersi a scatola chiusa, senza discutere; taluni, come i Farisei ci credevano, altri, come i Sadducei, no. La secolare convinzione che, se stai bravo qui, verrai premiato qui e dopo la morte, mentre, se stai cattivo, ti accade di tutto di più qui e anche nell´aldilà, (questa secolare convinzione) era già andata in crisi un paio di secoli prima di Cristo, con il libro di Giobbe. La vicenda di Gesù ci ha finalmente rivelato quale relazione intercorre tra il nostro comportamento e i Novissimi - spero che ve li ricordiate dai lontani anni del catechismo di prima comunione... -; ora sappiamo che cosa pensare e che cosa fare, per vivere secondo Dio, essere felici e infine entrare nella vita eterna, quando arriverà la nostra ora. Non posso concludere questa riflessione senza sottolineare ancora la solidarietà tra Gesù e i poveri. Non è una solidarietà di tipo ideologico, o politico: il Figlio di Dio ha scelto per sé la condizione di povertà, fin dal suo ingresso nel mondo: ci rifletteremo dalla prossima settimana; nel Vangelo delle Beatitudini (cfr. Mt 5), il Maestro lo ribadisce; nel Magnificat, la Madre di Dio lo canta... Facile cadere nella retorica di maniera... tanto, noi siamo al sicuro, per quanto ci si possa sentire al sicuro, con sti chiari di luna... I veri poveri (del Vangelo) non siamo noi, i poveri sono gli altri: arrivano dal mare, affollano i campi profughi, ci assediano ai crocicchi delle strade, alle porte della chiesa, ai semafori... sono insistenti, magari poco puliti; qualche volta - raramente - sono anche pericolosi... Ce lo ripetiamo sottovoce, talvolta addirittura lo gridiamo: “Noi non siamo come loro!” e con questa convinzione, prendiamo le distanze e ci sentiamo meglio... Non diamo troppo per scontato di non poter far proprio nulla per loro! forse qualcosa di più di quanto già facciamo, o non facciamo, possiamo farlo... anche poco. Sono tanti, è vero... Ma siamo tanti anche noi!

DOMENICA 19 DICEMBRE 2017      notizia del 18/11/2017

Commento XXXIII Domenica del T.O: Mt 25,14-30: Ognuno, alla fine, incontra il Dio che si rappresenta. Il Dio che ama. O di cui ha paura. Avere del talento, nel nostro parlare quotidiano, significa possedere qualità particolari, doni da far fruttare, da condividere, su cui investire. Ma, in realtà, la parabola di oggi non considera i talenti come delle capacità innate ricevute da Dio, ma come dei doni che i discepoli devono custodire e vivificare in attesa del ritorno del Signore nella pienezza dei tempi. La parabola è molto chiara, al riguardo, i talenti vengono dati «a ciascuno secondo la sua capacità» (Mt 25,15). Cosa sono, allora? Nel tempo dell´attesa i servi, cioè noi, sono chiamati a custodire e a far fruttare i talenti, le mine, che il Signore ha loro consegnato: il vangelo, lo Spirito, il potere di curare, consolare, perdonare, riconciliare... Non sono cose da poco, quelle che il Signore ci affida, ma molto preziose! Business Una mina vale cento denari; un denaro, ricordate?, è la paga di un operaio per una giornata di lavoro. Un talento equivale alla paga di vent´anni. Quindi il servo che ne riceve cinque, di talenti, ha un capitale da gestire di oltre due milioni degli attuali euro. Mica noccioline! È preziosissimo ciò che ci viene consegnato, in questo tempo di attesa fra la resurrezione del Signore e il suo ritorno nella pienezza dei tempi, abbiamo gli strumenti per rendere presente il regno di Dio, per farlo crescere. Non siamo qui a guardare il cielo col naso per aria (At 1,11) ma ad annunciare il vangelo ad ogni vivente (Mc 16,15). Abbiamo i talenti necessari per farlo. E con gioia. Ma ad una condizione: darci da fare. Il cuore della parabola è proprio il contrasto fra operosità e pigrizia, fra intraprendenza e passività. I due servi che restituiscono il capitale dei talenti raddoppiato e ricevono l´elogio da parte del mercante, nuovi incarichi e responsabilità e, soprattutto, la partecipazione alla gioia del padrone (che bello credere in un Dio che gioisce del successo dei propri figli!) sono quasi un espediente letterario che Matteo usa per soffermarsi sull´azione del servo pigro, sul dialogo che ne segue e sul drammatico epilogo della vicenda. Il servo che ha ricevuto un talento, invece di impegnarlo, di farlo fruttare, lo seppellisce. Ma quel che più sconcerta è la ragione di tale azione: ha paura della reazione del padrone. La sua idea di Dio è tragica: è un duro che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso. La reazione del padrone è molto dura, onestamente. Il volto di Dio Ognuno, alla fine, incontra il Dio che si rappresenta. Il Dio che ama. O di cui ha paura. Se si ostina nel credere in un Dio duro e severo, incontrerà un Dio duro e severo, perché il suo cuore gli impedisce di andare oltre al suo pregiudizio distruttivo e cupo. Sappiamo bene, e quante critiche abbiamo ricevuto lungo i secoli noi cristiani per questa ragione!, che corriamo continuamente il rischio di gettare sul volto di Dio una maschera, di proiettare su di lui le nostre paure, le nostre ansie, i nostri demoni. Gesù, comunque sia, ci tiene a farci sapere che non possiamo piacere a Dio e condividere la gioia di far fruttare i talenti del padrone se dimoriamo nella paura. Un ultimo appunto per evitare malintesi: l´affermazione finale del padrone che toglie il talento al servo pauroso per darlo a quello talentuoso appare come un´ingiustizia, un´inutile azione di forza. La misteriosa frase conclusiva, forse aggiunta da Matteo, ne svela il senso: il ricco diventa sempre più ricco perché sa far fruttare i suoi denari. Il povero, il pavido, in questo caso, perde anche quel poco che ha perché paralizzato. Non una punizione, quindi, ma la constatazione che ci vuole spirito d´iniziativa e determinazione per far crescere i guadagni. Quanta più iniziativa ci dovrebbe essere, allora, per far crescere una cosa preziosa come il regno di Dio! La paura Possiamo rovinarci la vita a causa della paura. Anche la vita di fede. Paura di sbagliare, di essere giudicati. Ci sentiamo incapaci di fare qualcosa. A volte questa paura ci viene instillata sin da piccoli, è figlia della nostra disistima, non sappiamo valutare correttamente cosa siamo e quanto valiamo. Altre volte sono le vicende della vita che ci asfaltano, ci rendono sospettosi, prudenti fino alla paralisi. Anche rispetto a Dio possiamo avere un´idea sbagliata di lui e di noi: egli è colui che ci giudica, che ci definisce, che ci pesa. Dio è buono e bravo, certo, ma sempre pronto a sottolineare cosa in me non funziona. Perciò non osiamo spendere la vita per lui: non ne vale la pena, non si accontenterà mai o, peggio, sono io ad essere sbagliato. Invece Dio si fida talmente di te da affidarti il Regno. Forse è troppo ottimista, forse dovrebbe essere più prudente ma non se ne cura, lo fa e basta. E affida i talenti, in proporzione, ai servi, in proporzione alle loro capacità. Non tutti nasciamo imparati, non tutti siamo costanti e capaci, né dei geni della finanza spirituale. Sappiamo bene quanti danni, come comunità e come singoli, siamo stati capaci di fare tradendo il vangelo! Diventando ostacolo e non trasparenza che fa vedere Dio! E come si vede la differenza fra le comunità cristiane in cui gli appartenenti si danno da fare, collaborano, agiscono, sono presenti con idee e con tempo a disposizione rispetto a quelle che si lasciano vivere, che avanzano per inerzia, che delegano tutto al parroco o al pastore... Che bello poter dire: oggi do una mano a Dio alla costruzione del Regno! Senza compiere gesti straordinari ma orientando la vita al progetto di Dio. Siamo drammaticamente liberi. Anche di ricevere un talento (ribadisco: vent´anni di stipendio!) e di seppellirlo. Siamo liberi di scegliere di non scegliere, paralizzati dalla paura. Esiste la paura, fa parte della nostra natura umana. Accogliere il dono del vangelo, della comunità, della partecipazione all´azione di evangelizzazione, per diventare testimoni di un mondo altro, fa uscire da noi stessi il meglio, ci rende capaci, ci rende persone nuove.

DOMENICA 12 NOVEMBRE 2017      notizia del 11/11/2017

commento XXXII Domenica del T.O. Mt 25,1-13 Stolto è colui che ritenendosi credente fa la stessa vita degli altri ma non ha con sé la Parola che gli permette di comprendere la volontà di Dio e affrontare la vita Sarà simile Questa parabola è inserita in una serie di parabole che esprimono il medesimo pensiero: il servo fedele (24,45-51), le dieci vergini (25,1-13), i talenti (25,14-20), il giudizio del re pastore (25,21-46). In tutte queste parabole c´è una discriminante: qualcuno è accolto e l´altro è respinto. Il contesto storico in cui Matteo racconta queste parabole precede immediatamente il momento più fortemente intimo nel vangelo nell´ultima cena con i suoi discepoli; Gesù usa le parabole per parlare ai suoi della sua dipartita, ma anche del suo futuro ritorno. Le parabole sembrano rispondere alla domanda che i discepoli posero sul monte degli ulivi: «Di´ a noi quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» (Mt 24,3). La parabola si apre con un verbo al futuro passivo: Il regno dei cieli sarà simile, ed è fortemente proiettata verso le cose future, la fine dei tempi, tecnicamente si parla di escatologia; si conclude con un avvertimento: Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l´ora. Dieci vergini Parthenos: è il termine per indicare le dieci “ragazze da marito”. Nell´usanza matrimoniale al tempo di Gesù la sposa stava nella sua casa in attesa dello sposo che veniva a prenderla e portarla nella nuova casa sul far della sera, iniziava un festoso corteo di amiche e amici che terminava nella festa nuziale. Nella parabola non si fa cenno della sposa, è evidente che l´immagine delle dieci vergini è quella della sposa in attesa dello sposo; si sta celebrando il rapporto di amore e di fedeltà fra Dio e la nazione eletta (nell´AT), e tra Cristo e i battezzati (nel NT). La lampada (più propriamente una fiaccola: un bastone alla cui sommità uno stoppino veniva imbevuto di olio e acceso), ha molti significati: nella Scrittura raffigura la Parola di Dio (Sal 119,105); la Legge o i precetti (Pr 6,23); gli Eletti di Dio (Mt 5,14-16); lo Spirito (Pr 20,27), qui rappresenta la fiamma della fede e l´attesa del ritorno del Signore; la fiaccola senza il combustibile è un bastone inutile. Tutte le ragazze stanno insieme, si addormentano, si svegliano (letteralmente risorgono), così come succede con il grano e la zizzania (Mt 13,30) o i pesci nella rete (13,47); poi arriva il momento discriminante variamente rappresentato nelle altre parabole che qui è raffigurato dall´olio: le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l´olio in piccoli vasi. C´è da domandarsi cosa rappresenti quella piccola riserva di olio che rende le ragazze stolte o sagge: chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha costruito la sua casa sulla roccia (Mt 7,24) Discriminante tra la stoltezza e la saggezza è la Parola di Dio messa in pratica. Stolto è colui che ritenendosi credente fa la stessa vita degli altri ma non ha con sé la Parola che gli permette di comprendere la volontà di Dio e affrontare la vita in senso evangelico e costruisce la sua casa sulla sabbia. Presero anche l´olio in piccoli vasi A quanto pare procurarsi l´olio all´ultimo momento non giova; è l´olio che rende evidente la saggezza e la stoltezza delle ragazze. Nella Scrittura l´olio è segno della ospitalità: Tu cospargi di olio il mio capo (Sal 23.5), di benedizione e di consacrazione (cfr. Sal 133); Gesù stesso si presenta come il Messia, l´unto, il consacrato. Lui è l´olio per la lampada. Gli stolti vivono anche di religione, un po´ per tradizione o per abitudine compiono gli stessi gesti partecipano alle stesse feste ma senza l´olio, vivono una religione senza Cristo, senza il profumo della sua Parola. Da bambini si sono rimpinzati di catechesi, gruppi e attività ma ciò che è raccolto da ragazzi, diventando adulti quando la vita cambia di prospettiva diventa insufficiente, se non si alimenta di amore per Dio e per il prossimo. L´olio non è cedibile, nessuno può crescere nella relazione con Dio e nell´amore per qualche altro. Abbiamo, sì, la responsabilità della testimonianza: Voi siete la luce del mondo (Mt 5,14), ma ognuno ha la responsabilità delle proprie scelte. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita. (Benedetto XVI, Angelus, 06.11.2011).

DOMENICA 5 NOVEMBRE 2017      notizia del 04/11/2017

Commento al Vangelo della domenica: un richiamo all´umiltà e al servizio ( Mt 23,1-12) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 La parola di Dio di questa XXXI domenica del tempo ordinario ci offre alcuni testi di importanza capitale per comprendere come, chi ha responsabilità religiose, sacerdotali, pastorali e di guida, debba comportarsi nei confronti degli altri, del popolo, dei fedeli, della gente comune e semplice in modo coerente con il vangelo. Il forte rimprovero ai sacerdoti dell´Antico Testamento e ai sacerdoti del suo tempo da parte di Gesù, può riguardare anche tutti i sacerdoti in cura di anime, che hanno la responsabilità di pastori, e che devono essere buoni, generosi, attenti e coerenti con la loro missione. Chi è stato chiamato a questo servizio e ha detto il suo "sì" a Dio, ha una responsabilità grande di fronte a chi attende l´insegnamento piuttosto con lo stile di vita che con la sola parola. Si è credibili in tutti gli ambienti e soprattutto in quelli religiosi ed ecclesiali quando la santità della vita parla da se stessa, senza fare i grandi discorsi e sermoni, per caricare i fedeli di altri pesi, che chi li mette sulle spalle degli altri, non ne conosce neppure la consistenza, la difficoltà e la impossibilità a portarli. Denuncia coraggiosa, quindi, da parte Gesù nei confronti dei farisei e degli scribi, verso i quali dimostra una grande riserva morale e concettuale. Non si tratta di pregiudizi, ma di costatazione di fatti: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito”. Sappiamo benissimo, cosa significasse in quel tempo tutto questo e cosa significhi oggi la stessa affermazione che Gesù ripete a noi oggi nel testo del Vangelo di Matteo. Ci sono persone che hanno il potere decisionale, i quali costringono a fare tante cose, pesantissime da tutti i punti di vista, agli altri e loro si godono la vita, si ritagliano eccezioni, permessi ed autorizzazioni, si confezionano privilegi che altri non hanno assolutamente. Basta guardarsi intorno, in tutti gli ambienti, compresi quelli ecclesiastici, cioè nei nostri ambienti, per rendersi conto di quanto cammino di purificazione dobbiamo fare tutti, papa, vescovi, sacerdoti, religiosi e fedeli laici in questo campo di moltiplicare leggi e norme per gli altri e osservarne poche o nessuno da parte di chi le inserisce nel sistema giuridico di ogni tipo. Cose che continuamente ci ricorda Papa Francesco. Le nome morali che riguardano la coscienza individuale e al proprio stato di vita e che ci aprono la porta della vera salvezza, vanno osservate e vanno tenute in debita considerazione da chi crede e opera in ragione della fede. Non bisogna imitare persone che dicono e non fanno, che non danno buona testimonianza nella vita. Infatti “tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d´onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente”. Va rifiutato in toto questo comportamento. Per i veri discepoli di Gesù, la prospettiva è diversa e il comportamento è di altro genere e stile: “Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato». Bisogna rifuggire l´autoesaltazione e bisogna stare molto attenti e vigilanti alle esaltazioni occasionali delle persone, che mentre ti portano alle stelle, poi ti buttano nella stalla. Dalle stelle, come dice un antico proverbio, alla stalla. Ed è così per tutti, in quanto l´arroganza, la presunzione, la superbia, l´orgoglio e quanto di negativo ci possa essere nel comportamento umano, regge poco e con il tempo si logora e non ha nessun valore ed incidenza nel comportamento proprio ed altrui. Seguiamo la vita dell´umiltà e saremo beati in questa vita e nell´eternità. D´altra parte non si può non considerare quanto viene detto nella prima lettura di oggi, tratta dal profeta Malachìa: “Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore degli eserciti, manderò su voi la maledizione”. La motivazione di questa minaccia sta scritta nei versi successivi che devono far riflettere tutti coloro che non si comportano bene, in qualsiasi ambiente: “Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d´inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l´alleanza di Levi”. La conseguenza di questo comportamento lo troviamo scritto dal profeta con queste parole: “vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento”. L´invito all´unità, all´uguaglianza, alla giustizia, alla fede unica di tutti e per tutti è detto con grande precisione, anche se ci proviamo di fronte ad una serie di interrogativi, ai quali ognuno deve dare la sua risposta convinta: “Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l´uno contro l´altro, profanando l´alleanza dei nostri padri?” Chiedersi del male del mondo, fatto dall´uomo con perfidia e con un preciso studio a tavolino è il minimo indispensabile per avviare a soluzione alcuni drammi che stiamo vivendo anche noi credenti e cristiani del XXI secolo. Ci aiuti, in questo itinerario di recupero e ripristino della moralità personale e sociale, quanto ci suggerisce di fare l´Apostolo Paolo nel testo della seconda lettura di oggi: “Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l´avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti”. Paolo ci chiede un doppio impegno e lavoro: quello fisico per guadagnarsi da vivere e per non essere di peso a nessuno e quello apostolico, che è finalizzato alla propagazione del Vangelo della salvezza e della vita per tutti. Le fatiche in tutti i campi vanno condivise e distribuite in ragione delle proprie forze e dei propri carismi. Per cui, nel ringraziare il Signore per tutto quello che ci dona, ci rivolgiamo a Lui con queste parole: O Dio, creatore e Padre di tutti, donaci la luce del tuo Spirito, perché nessuno di noi ardisca usurpare la tua gloria, ma, riconoscendo in ogni uomo la dignità dei tuoi figli, non solo a parole, ma con le opere, ci dimostriamo discepoli dell´unico Maestro che si è fatto uomo per amore, Gesù Cristo nostro Signore.

2 novembre 2017      notizia del 02/11/2017

Vista nella luce di Dio la morte diventa un dolce incontro, non un tramonto, ma una bellissima alba annunciatrice della vita eterna con Dio insieme agli angeli e ai santi che ci hanno preceduto in terra. In questa ottica di fede questa sera alle h.18.00 ricorderemo, in modo particolare, tutti i nostri parrocchiani che ci hanno lasciato in questi ultimi 12 mesi. Ma nella mia preghiera saranno presenti anche le persone care che ho conosciuto e che quest´anno sono tornate al Padre di Caldierino, Verona, Lucca, Rieti, Milano e Parma. 1. BATTISTA CONCETTA 2. VISCO GILARDI ANGELINA 3. CARTA MARISA 4. PONTELLO BRUNA 5. MARTINI FOGLIA ELIA 6. SILVI BRUNO 7. AREMER ANNA 8. CLEMENTE ACHILE 9. CAMAIANI UMBERTO 10. BERTINI MARIA GRAZIA 11. FIORINI SILVANA 12. SPAGNOLI MARIA 13. MUNARI CLAUDIA 14. RUSSO PAOLINA 15. CAPOFERRO MAGLIOCHETTI PINA 16. SANTOPAOLO FAUSTO 17. DELLA ROSA BRUNO 18. PAIANO GIUSEPPE 19. POMPEI PERSIANI VITTORIA 20. MARIANI MARINO 21. PERROTTI DE LONGIS MARIA 22. MICHELANGELETTI VERA 23. QUINTARELLI LUIGINO 24. DI NOLA MARCELLA 25. SABATINI GILDA 26. PEPPICELLI MARIO 27. CAPRICCIOLI ANNA 28. FALESSI FRANCO 29. BALDUINI ONORINA 30. CEFALI’ TERESA 31. VITELLONE GIANFRANCO 32. DEL BELLO MARISA 33. FLORIO NELLA 34. ILARIO IDA 35. PORRINI MARIO 36. ZOMPARELLI RAFFAELLO 37. SAVIO ALESSNDRO PREM 38. BATINO BASENA 39. TIMPERI MARCELLA 40. NONNI ANNAMARIA 41. MULLER ROBERTA 42. DEL CAVALLO MARIA 43. DE FIORE ENZA 44. COPPOTELLI GUIDO 45. AQUINO BATTISTA 46. MORICI ADA 47. PAPARA ANTONIA 48. SABATTINI ROMANO 49. SISTILLI GIUSEPPE 50. ALOISIO LUCIANA 51. BELLI MARCELLA 52. ARMAROLI ALBERTO 53. FRANZELLITTI MARINA 54. FLAMMINI LILIANA 55. VIGNOLO GIANCARLO 56. CAPOZUCCA MARIA LUISA 57. GRASSINI MARISA 58. DE SANCTIS ANTEA 59. CLAUSER SOFIA 60. CASALE LAURA 61. GABRIELLI CELESTE 62. GIRALDI LOREDANA 63. CONFORTI FIORENZA 64. SALTORELLI MARIA 65. BAROCCI EBE 66. AVARELLO MARIA 67. TRIVELLONI LUCIANA 68. MIARELLI PAOLA 69. DANOVARO LINA 70. MINIUCCHI GIORGIO 71. CASCIANI MARISA 72. TONOLI LUCAS

MERCOLEDI´ 1 NOVEMBRE 2017      notizia del 31/10/2017

Commento alla Solennità di Tutti i Santi che inizia con al SS. Messa Vespertina di questa sera alle h.18.00 L´amore di Dio che si espande nel mondo si chiama misericordia (Mt 5,1-12 ) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 1: Essere santi giorno dopo giorno Il testo delle beatitudini nella versione di San Matteo è una bellissima sintesi sul senso più vero e profondo della vita cristiana, della vita nello Spirito Santo, una vita di santità da vivere oggi, nella complessità e frenesia della vita quotidiana. Si può stare nel “Regno di Dio” ora. Mentre camminiamo come pellegrini in questo mondo si può gustare l´esperienza del Regno di Dio, sapendo che è un già, ma non ancora. Ma come si fa? Gesù ci insegna il cammino dell´umiltà (essere poveri in Spirito perché di essi è oggi il Regno dei cieli) e ci dà coraggio ad essere perseveranti nell´espandere l´Amore tra molte persecuzioni (essere perseguitati a causa della giustizia perché di essi è oggi il Regno dei cieli). 2: Il cammino dell´umiltà (essere poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli) Il cammino dell´umiltà è un´esperienza mistica che si impara contemplando la vita. Il primo atteggiamento, che comincia ad accompagnare i nostri passi pellegrini, è quello del riconoscere la radicale povertà della nostra condizione umana, attraverso l´accoglienza dolorosa, ma al tempo stesso consolante (se vissuta nello Spirito, nel silenzio della preghiera), di tutti i “lutti” che, inevitabilmente, si succedono nella nostra breve esistenza. “Beati gli “inluttati” perché saranno consolati. “Lutto” non è solo quello radicale della morte fisica. “Lutto” è qualsiasi “perdita significativa” che sperimentiamo nella nostra vita e che ci fa tanto piangere. Ma da ogni lutto accettato possiamo imparare a consegnare nelle mani del Signore la radicale povertà della nostra condizione umana. Quando riusciamo a fare questo, il nostro cuore comincia a svuotarsi di tante preoccupazioni e desideri inutili che ci legano alla frenesia della vita quotidiana, si libera degli idoli delle nostre sicurezze di questa terra, diventa un cuore libero, slegato dalla sete di possesso e di potere, un cuore mansueto che sa riempirsi della vera eredità che darà possesso della “terra del Regno di Dio”: lo Spirito Santo che abita in noi e attende da sempre una breccia aperta del nostro cuore per prendere possesso del vuoto interiore del nostro cuore. Beati i miti perché possederanno la terra. Vita assunta nella povertà e cuore vuoto per accogliere lo Spirito. Tutto è pronto per l´esperienza unitiva con il mistero della morte di Gesù, che, prima o poi arriverà nel cammino della nostra vita, e potrà ripetersi ancora, perché non siamo soli in questo mondo e dobbiamo accettare la sfida del male prodotto dalle conseguenze negative di tutte le scelte umane dettate dal potere dell´egoismo e dalle forze demoniache che ostacolano l´epifania del Regno di Dio, nonostante la nostra fede, la nostra consegna fiduciosa e quella di tanti altri nostri fratelli. Il culmine del cammino dell´umiltà è la croce, è la fame e sete di giustizia: quando saremo chiamati, come Gesù, a essere perseveranti fino in fondo nella prova, senza vedere attorno a noi segni evidenti del Regno di Dio, ma solo segni di morte, di peccato, tenebre: l´apparente sconfitta della “giustizia” di Dio che è l´Amore gratuito. Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia perché saranno saziati. 3: Per vivere l´unità nella carità (essere perseguitati a causa della giustizia perché di essi è il Regno dei cieli) L´essere poveri in spirito è la nostra veste di cristiani per camminare in questo mondo come figli della luce, accesi dalla speranza che ci viene dalla nostra fede in Gesù risuscitato dalla forza dello stesso Spirito Santo che ora abita nel nostro cuore. L´esperienza unitiva con il mistero della morte di Gesù, che possiamo aver già vissuto in qualche momento della nostra vita, vivendo sulla nostra pelle l´esperienza più forte del cammino dell´umiltà non ci ha abbattuti nella disperazione, al contrario, ci ha saziati della certezza che Dio Trinità Santa, Pellegrina provvidenza, è con noi, è in noi, e non ci abbandona mai, soprattutto nell´ora della prova più grande della “fame e sete di giustizia”. Allora, sostenuti dalla speranza in Gesù risuscitato una volta per tutte, viviamo nel tempo dello Spirito Santo, e crediamo con tutto noi stessi che è possibile espandere l´Amore di Dio nel mondo, a partire dal nostro cuore purificato dall´esperienza del dolore della nostra morte con Cristo. E l´amore di Dio che si espande nel mondo si chiama misericordia, purezza di cuore e pace. Faremo questo con una consapevolezza chiara dentro di noi: l´unità nella carità, cioè l´Amore da espandere nel mondo con la testimonianza della nostra vita, sarà costantemente perseguitato, giorno dopo giorno, perché ciascuno di noi vivrà in atteggiamento continuo di lotta interiore. Beati i perseguitati a causa della giustizia perché di essi è oggi il regno dei cieli. È la lotta con la certezza della vittoria per espandere misericordia nelle nostre relazioni. Lo Spirito Santo, amore materno di Dio in noi, fa diventare il nostro cuore “con risorto con Cristo” uguale ad un utero materno che sa accogliere e rispettare tutti e tutto il creato, con la tenerezza e la compassione, perché l´amore vero che crea unità è rispetto e accoglienza reciproca, senza giudizio di condanna, perché tutti siamo radicalmente poveri e peccatori. Saremo sempre perseguitati quando vorremo essere misericordiosi, perseguitati dal demonio del potere e del dominio, a causa del nostro egoismo, che ci sospinge a relazioni di uso e consumo, crea la cultura dello scarto e rende il nostro cuore infecondo di amore con l´indifferenza verso la sofferenza dei poveri. Il dominio presente in noi sempre reclamerà la sua rivincita sullo Spirito Santo che ci vuole tutti in una relazione di uguaglianza e rispetto reciproco con gli altri e di contemplazione del “tutto è dono” della natura che ci circonda. Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia. È la lotta con la certezza della vittoria per mantenere il nostro cuore puro e vedere Dio nell´esperienza del silenzio e del contatto con lo Spirito Santo che abita in noi. Ma dobbiamo riconoscere che siamo peccatori e che i nostri istinti egoistici ci fanno vivere la lotta interiore giorno dopo giorno tra vita secondo lo Spirito e vita secondo gli impulsi della carne, tra vita nello Spirito Santo, che crea comunione, e vita nel nostro egoismo, che crea rapporti di separazione, per l´esplosione improvvisa delle emozioni negative che affiorano dal nostro intimo, portatore delle memorie di storie dure e tristi da superare, e ci rendono persone con ferite ancora aperte o con cicatrici indelebili per sempre. L´istinto del piacere egoistico ci sospinge continuamente a vivere per soddisfare desideri e saturare il cuore di necessità. Ma siamo nel tempo dello Spirito e siamo tempio dello Spirito Santo con il nostro “sacro corpo” e siamo forti nel sapere che siamo peccatori già perdonati per la risurrezione di Gesù. Quei pochi momenti mistici di comunione vera nello Spirito ci danno la forza di andare avanti consegnandoci al Padre come legno secco da ardere per Amore. Beati i puri di cuore perché vedranno Dio. È la lotta con la certezza della vittoria per essere artigiani di pace nell´ideale di arrivare al cuore di tutti con il messaggio più bello che possiamo donare a chi incontriamo nel nostro cammino: tu sei figlio amato di Dio! Essere artigiani di pace è trasmettere quello che abbiamo sperimentato nel momento culminante del nostro cammino dell´umiltà: siamo figli amati nella radicale povertà della nostra condizione umana e nella radicale esperienza della prova, quando il dolore è diventato davvero croce. Ma siamo costantemente perseguitati dall´istinto egoistico della paura, perché non ci fidiamo di tirare i paletti delle nostre sicurezze, quelli che delimitano il nostro territorio vitale, contro i potenziali nemici, che sono gli altri, soprattutto i più diversi da noi per razza, cultura e genere. Per cui, in nome delle nostre conquiste, in nome dei nostri beni da salvaguardare, in nome dei nostri interessi da difendere a tutti i costi, l´altro non è più “il mio fratello”. Ma lo Spirito Santo, che abita dentro di noi, come dono pasquale del Cristo risuscitato, geme e soffre nel nostro cuore perché possiamo realizzare questa pienezza di vita, la pace, lo shalom, nelle nostre relazioni tra fratelli, perché tutti siamo già figli amati dell´unico Padre. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

DOMENICA 29 OTTOBRE 2017      notizia del 28/10/2017

Commento al vangelo della XXX Domenica del T. O. Vangelo: Mt 22,34-40 : Chi non ama se stesso non può amare nemmeno Il fatto scatenante è tramandato a chiare-lettere: «Avendo udito che aveva chiuso la bocca ai sadducei». Percependolo rivestito d´una autorevolezza senza paragoni, vollero - per l´ennesima volta, non sarà l´ultima - tentare di trarlo in inganno, con domanda trabocchetto, la loro specialità. L´appiglio è il medesimo di sempre, per gente che conosce a menadito la Legge con le sue stramberie: «Nella legge, qual è il più grande di tutti i comandamenti?» Lo chiedessero con fanciullezza di spirito, sarebbero gente in rampa di lancio per tentare la scalata alla santità: siccome lo chiedono per cercar di svergognare il motivo scatenante l´allegrezza di Cristo, paiono subito dei piccoli idioti di bottega. Lui - Il Maestro per dottrina, Il Signore per eleganza - non s´abbassa alla loro provocazione, sta alto lassù, al suo livello. Mai banale, sempre sorprendente, tutt´al più seccante per la sua eterna capacità di rigenerare concetti e idee come fossero ogni volta acqua sorgiva. Eccolo, se proprio volete saperlo, qual è il più grande di tutti i comandamenti: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente». Risposta secca, quasi ruvida, essenziale: l´oggetto dichiarato dell´obbedienza è Dio, punto e a capo. Stavolta, però, allega dell´altro: il come va amato Dio, che è l´oggetto del precetto. Con tutto il cuore, tutta l´anima, tutta la mente; questione di stile. “Tutto” è aggettivo d´ingordigia, con tasso di romanticismo pari allo zero: tutto-mio, solo-me, nessun altro. Dio è geloso: lo diceva il Padre - «Perché io, il Signore, sono il tuo Dio, Dio geloso» (Es 20,5) -, il Figlio ha ereditato la stessa follia d´amore, dichiarata senza traccia d´imbarazzo: “Amami, nessun altro sopra di me”. “Con”, invece, è preposizione di compagnia: dice comitiva, unione, congregazione. E´ complemento di unità, attacco verticale alla solitudine. “Con-tutto” dice stile più misura. Badate bene che non è poco: sommate il cuore all´anima e alla mente, fate voi. A conti fatti, però, non è nemmeno tanto. Il grattacapo è che alla sua gelosia Lui chiede di corrispondere con tutto: non poco, non troppo, tutto. Dio geloso, ora pro nobis. . E´ un Dio che, perdonato il passato, non s´arresta all´oggi: quando ama Lui è solito declinare i verbi al tempo futuro. Declinarli al passato è fare memoria, al presente è creare l´attenzione, declinarli al futuro è progettare attesa: «Amerai» è voce del verbo amare, modalità infinita, tempo continuato. «E´ pazzo? Difatti è, rispetto agli uomini, uno stato di demenza, che pretende e otterrà dai suoi diletti. E l´otterrà perché li ama» (F. Mauriac) E, amando Lui, loro scopriranno d´essersi dilatati persino il cuore, l´anima, la mente. Conosceranno, da loro soli, qual è il secondo dei comandamenti, appena sotto-dietro il primo: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Ancora una volta Dio spiazza chi lo interroga: ne chiedono uno, risponde con due che, però, sulle sue labbra rimangono ricamati assieme: «Il secondo è simile al primo». Dire simile è ammettere che Dio-e-uomo vanno a braccetto nel cuore di Cristo: un cuore interessato, interessante, la cui gloria è l´uomo vivente. Ama l´uomo, amerai Dio: ama Dio, avrai cuore per contenere gli uomini suoi. Con quell´aggiunta - è finezza di narratore, sprazzo d´artista, tocco di maestria - dell´avverbio di modo: «Come te stesso». Un Dio che m´impone di aver cura di me, per riuscire ad amare degli altri, Lui: “Amati appieno, altrimenti non saprai amare gli altri, nemmeno Me”. L´accuseranno, facendosi la pipì addosso, d´essere Dio-narcisista: tutt´al più Dio è artista, mezzo calzolaio mezzo vasaio. La creatura è il capolavoro del quale è geloso, va matto di lei, vuole che tutti l´amino perché, amandola, sente che amano Lui stesso. Vuole - è l´insopportabile meraviglia di questo Vangelo - che lei stessa si ami, s´accetti così com´è: ferita, rotta slabbrata. In stato di sovrappeso, bulimia, depressione. Orecchie a punta, piedi piatti, testa a uovo. Sognatrice d´angeli, frequentatrice di demoni, ad un passo da Dio, ad un passo dall´Inferno. Fatta-così. Solo così, un giorno, potrà dire d´amare l´altro. Dio. In caso contrario c´è sempre il sospetto d´andar a fare volontariato in Amazzonia perché lavare i piatti a casa propria è roba da schiavi.

DOMENICA 22 OTTOBRE 2017      notizia del 21/10/2017

Commento alla XXIX Domenica del Tempo Ordinario: La capacità di amare è l´immagine che ha impresso in ogni uomo( Mt 22,15-21) Di chi è l´immagine Gesù chiede che fosse mostrata la moneta del tributo, non è che non la conoscesse, ma voleva che fosse messa nel mezzo, testimone muta e loquace di quel fatto. Così dalle borse di chi aveva posto la questione uscì quella moneta; eppure non era lecito ad un ebreo osservante avere immagini, ma sappiamo bene che gli affari sono affari e nella vita occorre usare i compromessi. Ecco quella moneta messa in mezzo da imputata diventa testimone e accusa. Nell´intervenire i farisei avevano esaltato la verità del Signore che non guarda in faccia a nessuno; invece Gesù li guarda proprio in faccia, meglio dietro alla loro faccia di perbenismo, vuole che i suoi interlocutori - e noi siamo tra loro - ci guardiamo dentro per capire quale sia la nostra immagine. Quale sia la nostra verità, cosa dia senso alla nostra vita. Gesù mette a confronto due volti: quello del dominio e quello dell´amore, quello del possesso e quello del dono, quello del potere e quello del servizio. Quello di Cesare e quello di Dio. Non sono due lati della stessa medaglia, opposti ma compatibili. Non si può servire due padroni (Mt 6,24). La domanda che sta sotto sotto l´espressione di Gesù è in quale volto ti specchi. In quale ti riconosci? E ancora se hai nascosto l´immagine di Dio che nella creazione il Padreterno ti ha donato. Rendete Il tributo a Cesare non era, come oggi modernamente intendiamo le tasse che permettono ad uno stato la gestione del bene comune e i servizi, piuttosto un atto di sottomissione alla signoria imperiale e il prezzo per la libertà. Israele aveva la coscienza e la fede di essere un popolo liberato da Dio, segnato profondamente dalla esperienza della schiavitù di faraone e del deserto del Sinai. L´Esodo non è un fatto episodico ma esperienza ritornante e costante di tutta la sua storia fino ai nostri giorni. Agli occhi dei farisei il tributo non è compatibile con la fede, lo è invece per gli erodiani più possibilisti, pragmatici e opportunisti. La risposta di Gesù meraviglia i suoi interlocutori perché abbandona le mere questioni di leicità per richiamare fin nel profondo il senso della fede. Rendete a Cesare ciò che è suo, lasciate a lui il dominio, non possiamo aver parte con il potere: voi sapete che i governanti delle nazioni dóminano su di esse e i capi le opprimono. Tra voi non sarà così; ma chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore e chi vuole essere il primo tra voi, sarà vostro schiavo (Mt 20,25-27). Non è questione di disinteresse o di delega ad altri piuttosto mantenersi liberi dai giochi di potere, dalle dinamiche perverse dell´economia, dal desiderio di dominio. Sia i farisei che gli erodiani pur su strade diverse, sia nella avversità che nella accondiscendenza col potere costituito, tendevano alla conquista del potere. Si perde il senso della misura dell´uomo eppure l´uomo quanto vale davanti a Dio, tanto vale e non più (s. Francesco monizione XX). Quello che è di Dio Di Dio è l´amore spropositato per le sue creature, la capacità di amare è l´immagine che ha impresso in ogni uomo, la sua moneta ha l´immagine dell´amore. Rendere a Dio ciò che è suo significa amare il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente (Mt 22,37) che si concretizza nell´amore per il prossimo. Per i cristiani tutto è lecito purché fondato sull´amore. Ama e fa´ come vuoi (s. Agostino).

DOMENICA 17 DICEMBRE 2017      notizia del 14/10/2017

TERZA DOMENICA DI AVVENTO Domenica Gudete SS. MESSE . H.9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00

DOMENICA 15 OTTOBRE 2017      notizia del 14/10/2017

Commento alla liturgia della XXVIII Domenica del T.O.: Un Dio che fa festa emi invita alla sua festa. Voglio parteciparvi? (Mt. 22 , 1-14) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12,00 e 19.00 La vita come una vigna in cui Dio ci chiama a lavorare è un’immagine che non a tutti pace, come abbiamo visto con la breve parabola dei due figli e quella decisamente più drammatica dei vignaioli assassini. Per gli uni, gli operai della prima ora, il fratello che deve fare bella figura davanti al Padre, la vigna è luogo di fatica. Ci si sta, ma con rassegnazione, sperando in un tornaconto oppure ce ne si tiene distanti, preferendo coltivare una bella vite ornamentale sul balcone. Per altri, la vigna è luogo di possesso, da sfruttare, di cui usare i frutti in una logica di accaparramento, senza guardare in faccia nessuno anzi, facendo fuori il padrone che esige il giusto pagamento. Gesù, allora, cambia esempio, cambia parabola. Dio è così: se non capiamo in modo, allora prova in un altro.Se non ci garba una cosa, tenta con un’altra. È l’insieme delle immagini che fa il tutto, la totalità del percorso che ci permette di giungere a capire, almeno un poco, quali sono i pensieri di Dio, quelli che ci sfuggono come dicevamo tempo fa. Non ci piace l’immagine della vigna? Magari ci aiuta quella della festa nuziale… Un re che chiama Il Dio che Gesù è venuto a rivelare è un re che invita a nozze. Non costringe, non obbliga, non intima. Propone. E non propone solo di andare a lavorare per cambiare il mondo, no. Propone di partecipare ad una bella festa, ad un banchetto elegante, ad una cena che lungamente abbiamo sognato. Così è Dio. Non quello piccino della nostra testa, quello severo delle nostre paure, quello intransigente delle nostre ristrette visioni inutilmente moralistiche. Un Dio che fa festa. Un Dio che ama la compagnia, che la cerca, che mi invita. Invita me, perché non è egoista come sappiamo essere noi, non narcisista e diffidente. Dio è uno spettacolo di luce e di vita e mi chiede, mi propone nell’assoluta libertà, di partecipare alla sua vita ma anche di condividere la sua gioia. E i servi vanno, invitano, insistono. Noi servi, noi discepoli che già abbiamo conosciuto l’immensa bellezza di Dio. Come sono belli sui monti piedi di chi parla di Dio! Solo che. Ahia Grandioso, direte voi. In teoria. In pratica Dio si riceve un solenne e condiviso: no, grazie. Abbiamo delle cose da fare. Vero, certo. Cose urgenti, necessarie, importanti. Ma sempre e solo delle cose. Materia, impegno, lavoro, sudore. Cose. Che riempiono ogni spazio, che occupano la mente, che spengono l’anima e il desiderio. Peggio: che la uccidono. Non sono malvagi coloro che rifiutano. Sono solo troppo impegnati per diventare felici. Si illudono di trovare la felicità dopo avere finito le cose da fare. Come se la felicità potesse aspettare. Eppure basta poco. Accogliere l’invito, andare. Vedere quanta gioia, verità, bellezza, abitano in Dio, e come la nostra vita, comunque sia, possa fiorire. Cosa abbiamo di meglio da fare, oggi, dell’essere felici? Accampiamo scuse. Problemi, dolore, a volte addirittura attribuito a Dio, ostacoli. Macché: se non siamo felici oggi, non lo saremo mai. L’abito Una sola cosa serve: l’abito. Un abito adatto, confacente. Assurdo, all’apparenza: al rifiuto degli invitati il re spinge ad entrare cattivi e buoni, medicanti e poveri. Come pretendere da loro un abito nuziale? Matteo, riprendendo questa parabola, pensa a quanti, in Israele, non hanno accolto l’invito, ora rivolto ai pagani. Noi, oggi, sappiamo che l’invito di Dio è rivolto a tutti, anche a chi non ne è degno, anche ai peccatori. Nessuna selezione di bravi cristiani per far parte della festa. Ma l’abito sì. Certo. La consapevolezza del dono ricevuto, il desiderio, lo stupore, sì, certo. Quello è necessario. Il re è un padre, è buono, non è un bonaccione, un inutile Babbo Natale. Ci ama seriamente, con gioia, ma non si fa prendere in giro. Possiamo drammaticamente rifiutare la gioia. Ma anche fingere e non essere disposti a crescere, a fiorire, a convertirci. La conseguenza, allora, sarà quella di essere per sempre legati alla nostra minuscola visione della vita ed abitare nelle tenebre. Prepariamoci alla festa, oggi. E, come servi, diciamo a tutti che Dio ci invita. Il desiderio e la fede sincera siano l’abito da indossare. Cosa abbiamo di meglio da fare oggi che non essere felici?

DOMENICA 8 OTTOBRE 2017      notizia del 07/10/2017

Commento XXVII Domenica del Tempo Ordinario: Mt 21,33-43) Dio non si lascia cancellare dalla mente e dal cuore degli uomini! SS. Messe h. 9.00 -10.30 (CRESIME) e 19.00 Desidero iniziare la riflessione facendo eco al testo dell´orazione che segue la Comunione e conclude la Messa: mangiare il corpo di Gesù e bere il Suo sangue offre a noi l´opportunità di essere trasformati in ciò che abbiamo mangiato e bevuto . I traduttori hanno di molto smorzato l´enfasi dell´originale latino di san Leone Magno Papa, il quale utilizza verbi a dir poco esagerati - essere pasciuti del corpo di Cristo, essere inebriati del sangue -; ma il senso è rimasto invariato: partecipare alla mensa del corpo e del sangue del Signore è conditio sine qua non per diventare noi stessi il Cristo, assumendone i sentimenti, le idee, per vivere allo stesso modo, operando le stesse scelte... Ed ora, il Vangelo : da notare l´attenzione dello scrittore ispirato a descrivere nei minimi particolari l´opera del padrone: piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò le fondamenta per il torchio, infine eresse la torre di vedetta. Possiamo dire che il bene consegnato alla cura dei servi era perfetto... talmente perfetto da far gola agli affittuari, i quali se ne impadronirono con le conseguenze che sappiamo. La parabola allude a coloro che si erano impossessati della Legge di Mosè: da custodi e tutori dell´osservanza religiosa, erano diventati capi del popolo, signori e padroni della stessa tradizione. Ecco cosa succede quando un ministro gestisce l´incarico come potere e non come servizio: perde di vista il bene comune e ricerca solo il proprio bene, il proprio interesse, il proprio tornaconto... Con riferimento alla situazione concreta dei tempi di Gesù, i capi del popolo avevano commesso non un peccato soltanto, ma due, uno più grave dell´altro! Il primo è quello che ho appena annunciato: aver dolosamente trasformato il servizio sacerdotale in un potere; il secondo peccato, lo ripeto, era ancor più grave: avendo assunto il controllo della Legge a proprio vantaggio, l´avevano resa un assoluto; l´osservanza era fine a se stessa;l´osservanza per l´osservanza . In altre parole, la Legge non liberava coloro che la dovevano praticare, ma li costringeva a vagare entro un labirinto senza uscita di 600 e più regole. La Legge asserviva. La Legge schiavizzava. Ma anche - ed è l´aspetto peggiore! - la Legge non guidava più alla conoscenza di Dio! Del resto, se la Legge di Mosè era diventata un assoluto, la Legge costituiva il fine ultimo dell´osservanza, il capolinea dell´agire morale. E così si verificava un paradosso quasi incredibile: l´osservanza religiosa conduceva all´ateismo : e sì, perché quando al posto di Dio si mette qualcos´altro, fosse anche la religione - e vi garantisco che è possibile! -, Dio scompare dall´orizzonte dell´uomo; la religione pervade tutto, fino ad offuscare l´immagine stessa di Dio che (la religione) avrebbe dovuto invece illuminare e rivelare... In una situazione come questa, potete immaginare che cosa succede quando Dio reclama la propria autorità e chiede agli amministratori di rendere conto del loro operato, davanti a Lui e davanti al popolo. Succede che gli amministratori rifiutano di riconoscere l´errore - aver scambiato Dio con la Legge - e mettono a morte Dio . Invece di essere l´interlocutore privilegiato dell´uomo, Dio diventa un rivale da propiziare a suon di sacrifici, Dio diventa un potenziale aggressore, o, quanto meno, un ingombro... Dio diventa addirittura superfluo! C´è già la Legge... oggi la chiamiamo morale. ​ Senza avvedersene - o forse premeditatamente! - l´uomo ha scambiato la fede con la morale, ha eliminato la prima e ha assolutizzato la seconda... fino a convincersi che fede e morale coincidano; ciò che conta non è l´atto di fede, ma il comportamento irreprensibile . L´Atto di fede orienta lo sguardo a Dio; il comportamento irreprensibile concentra l´attenzione su sé stessi . È questo l´epilogo della parabola, ed è questo anche l´epilogo del Vangelo... Ma a Dio non la si fa! Dio non si lascia cancellare dalla mente e dal cuore degli uomini! Dio resta il custode del nostro desiderio; anzi, Dio libera il desiderio da noi stessi e lo rilancia sempre avanti, oltre i confini angusti e meschini dei nostri difetti; oltre gli orizzonti del peccato... Dio è sempre più grande dei nostri difetti, è molto, molto più grande del nostro peccato (cfr.1Gv 3). ATTENZIONE però: interpretando la parabola dei vignaioli omicidi, possiamo cadere in un facile equivoco: credere che alla fine Dio farà morire miseramente i malvagi... Dio non fa proprio morire nessuno! Ma spiazza tutti coloro che si erano illusi di possedere Lui e la Verità, aprendo la Rivelazione ai Gentili, ai pagani; è la scelta di Paolo, il quale prende le distanze dal popolo eletto, gli Israeliti, per rivolgersi ai pagani. E tuttavia senza escludere a priori nessuno dalla salvezza! Il giudizio si è già consumato sulla croce, alle 3 del pomeriggio di quel venerdì, allorché il cielo si oscurò e la terra fu scossa, mente il figlio di Dio esalava l´ultimo respiro, diventando il Cristo. Il Padre gradì il sacrificio del suo Cristo come sacrificio di espiazione dei nostri peccati, e lo richiamò in vita. Non so se capiremo mai il senso di tutto questo: le nostre colpe le ha pagate Colui che fu, Colui che è la vittima delle nostre colpe... In verità, non è possibile penetrare questo mistero di morte e di salvezza: la morte di Dio, in cambio della salvezza degli uomini, colpevoli di averlo ucciso. Dunque, la vendetta del Signore raccontata nella parabola non è il fine dell´Incarnazione . Al contrario, il fine dell´Incarnazione è la salvezza dei peccatori ! Sta a noi riconoscere il nostro peccato, per essere ascritti nell´elenco dei salvati. È l´unica condizione che il Signore pone per entrare nella gioia del Padre suo. Ma noi, siamo veramente consapevoli dei nostri peccati?

Corso in preparazione al matrimonio      notizia del 05/10/2017

Aperte le iscrizione per il nuovo corso in preparazione al matrimonio. Cosa vuol dire innamorarsi ogni giorno? Vuol dire non darsi per scontati e considerare la persona che hai al tuo fianco come un dono. Vuol dire alzarti al mattino e accarezzare il volto di chi ti trovi affianco nel letto. Vuol dire superare le battaglie assieme, dove quella più difficile è la routine e i problemi quotidiani. Vuol dire combattere per la gioia e la felicità dell’altro. Vuoi dire mettere, a volte, un altro cuore al primo posto, prima del tuo. Cliccando sulla notizia si troverà la scheda

Domenica 01 Ottobre 2017      notizia del 30/09/2017

Commento alla XXVI Domenica del Tempo Ordinario : in quale Dio crediamo? ( Mt 21,28-32) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Siamo ancora nella vigna del Signore. Domenica scorsa abbiamo visto che la parabola raccontata da Gesù era indirizzata soprattutto a coloro che sono chiamati per primi a lavorarci dentro. Il suo inequivocabile finale getta una luce profonda sul mistero del regno di Dio e della sua accoglienza: così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi (Mt 20,16). La piccola parabola di oggi continua a illuminare questo mistero, ovvero continua a far emergere la mormorante resistenza dei primi chiamati che, allora come oggi, contestano segretamente il Signore per la sua bontà verso tutti. Il suo infatti sarebbe un comportamento ingiusto (Mt 20,11-12). A chi oggi continua, consciamente o inconsciamente, a discutere sulla sua giustizia così “strana”, Dio risponde nella prima lettura: voi dite “non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque casa d´Israele: non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?... (cfr. Ez 18,25-28) Gesù tiene moltissimo anche ai primi chiamati. Per questo vediamo come anche il vangelo di oggi si dirige a una delle categorie più difficili a convertirsi, ai capi e agli anziani del popolo: l´intento del Signore non è infatti quello di abbandonarli nel loro rifiuto, ma di far rispecchiare i suoi uditori nel personaggio che li riguarda. E´ così anche oggi nel popolo di Dio. Quanto sta accadendo a Francesco non fa´ che rendere un gran servizio alla verità del vangelo, nonché confermare ancor di più questo papa nella sua chiamata. Perché in fin dei conti, con l´ultima lettera “correctio filialis de haeresibus propagatis” di alcuni autorevoli fratelli sacerdoti e non, che cosa c´è dietro il sospetto (se non l´accusa) delle eresie indicate? Lo stesso sospetto che circondò Gesù da parte delle autorità religiose per il suo misericordioso abbassarsi su tutti coloro che, per il loro peccato o la loro reputazione non proprio immacolata, venivano accolti e chiamati dal Signore. In Amoris Laetitia il papa conclude un cammino sinodale di due anni dove tutte le voci ecclesiali sono state ascoltate e confrontate in materia per poi convergere nel documento; il quale, non è mera espressione di una sua visione personale sull´amore nella famiglia, ma della chiesa intera nel suo insieme. Si è liberi di pensare quello che si vuole, ma dietro il sospetto che Francesco con questa esortazione apostolica stia minando alcuni fondamenti dottrinali della fede, in realtà mal si cela, ancora una volta, il “problema” della bontà di Dio che si apre verso gli ultimi e chiede alla sua chiesa di fare altrettanto. E di “ultimi”, ve l´assicuro, ce ne sono anche tra coppie ferite nelle proprie vicende personali che stanno cercando di vivere come famiglia nella fede con sincera intenzione. Gesù racconta di un uomo che comanda ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. Il primo disobbedisce inizialmente con la parola, ma ci ripensa e si pente, alla fine obbedisce e ci va a lavorare. Il secondo obbedisce subito con la parola, ma in realtà poi disobbedisce perché non ci va (Mt 21,28-30). Il Signore fa trarre le conclusioni ai suoi stessi uditori, i quali, senza accorgersene, confermano il suo insegnamento. Significato inequivocabile: c´è chi arriva nella vigna a lavorare dopo esserne stato a lungo lontano e tuttavia entra per primo nel regno; e c´è chi solo apparentemente vi è già dentro per lavorarci, ma in realtà è fuori, e vi accederà se e soltanto dopo che avrà aperto il cuore a Chi il cuore ce l´ha sempre aperto a tutti: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio (Mt 21,31). Infatti, a dimostrazione delle sue parole, Gesù osserva come gli stessi pubblicani e prostitute si pentirono e si convertirono al messaggio di un appartenente al popolo dei primi chiamati come Giovanni il Battista, che certo non sottolineava tanto la via della misericordia (Mt 21,32); ma anche questo messaggio fu del tutto inascoltato dalle autorità religiose. Il brano del vangelo di oggi ci aiuta a penetrare maggiormente nel segreto del nostro rapporto con Dio. Se lo si vuole verificare seriamente, non può essere mai sganciato dal rapporto con i fratelli e dalla immagine che noi abbiamo di Lui. Prima di tutto, quello che sicuramente emerge dalle parole di Gesù è che Egli ama molto la sincerità. Come dire: meglio un “no” sincero alla sua chiamata che un “sì” ad essa falso, calcolatore e mormorante. Al lettore attento non sarà sfuggita la somiglianza di questi due figli a quelli della ben più celebre parabola di Luca (Lc 15,1ss.): il primo al fratello minore allontanatosi dalla casa paterna, il secondo al fratello maggiore che, pur restando nella casa del padre, non vive in comunione di cuore con il padre della casa. Alla fine del racconto, quel padre che ha tanto atteso pazientemente il ritorno del figlio minore esce di casa a pregare il maggiore perché vi rientri a celebrare con lui la salvezza donata al fratello. Ma l´inghippo che gli impedisce di rientrare è la sua “giustizia” messa a confronto con l´inspiegabile condotta misericordiosa del padre, segno inconfondibile di una immagine sbagliata che ha di lui. Stiamo pian piano scoprendo qualcosa di importante nella vita spirituale: il Signore Gesù si rivela solo a chi lo ama, a chi gli dice un sì sincero, fiducioso, senza pretendere di capire tutto. A chi invece dice di capirlo/conoscerlo, ma non lo ama per quello che è, Gesù parla con il suo silenzio (come sta facendo papa Francesco con coloro che lo sospettano o lo accusano in via epistolare). Poi, per recuperarlo, gli parla in parabole affinché rifletta e capisca quello che non vuol capire. Difatti il vangelo di oggi è come uno “screening” che svela a se stesso l´ascoltatore/lettore che non vuole convertirsi, perché si riconosca nel secondo figlio e così passi al movimento interiore e al comportamento del primo. Kierkeegärd diceva che la verità è paradossale. Quando meditiamo il vangelo ce ne accorgiamo. Gesù afferma che persone che vivono in modo palesemente ingiusto (pubblicani e prostitute) sono preferibili a quelle che vivono in modo “giusto”. Come è possibile? Non è forse una contraddizione? Può il Signore contraddirsi? No. Ancora una volta è il paradosso del vangelo a rispondere. In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Trovo queste parole di Gesù tra le più dure e nello stesso tempo più belle e consolanti che abbia mai detto ai suoi uditori. Perché pubblicani e prostitute sono peccatori d.o.c. che non potranno mai fingersi giusti e pertanto sono più aperti e pronti ad accogliere la salvezza che il Signore offre loro (cfr.Lc 7,36 ss., 18,9-14 e 19,1-10!!!...). Solo quando accetteremo di essere come loro (o peggio!) potremo entrare nel regno di Dio. La proposta del padre ai due figli è identica: è il comando dell´amore che se messo in pratica li rende simili a Lui. Ma il secondo figlio guarda il padre come a un padrone al quale non si può dire di no. E´ come la persona religiosa che si sente in obbligo di compiacere Dio. Ma per dovere nessuno saprà mai amare! In realtà anche questo figlio, come l´altro, non vuole ascoltare il padre. Tuttavia mentre il primo dice apertamente di no e ci ripensa, questo invece non se lo permette perché vive nella paura di mettersi contro il padre-padrone. Dunque esprimere apertamente il proprio rifiuto è già segno positivo: suppone che il padre che ci sta di fronte rispetti la libertà del figlio, mentre dire di sì per paura suppone che il padre non tolleri la libertà e schiacci chi a Lui si ribella (P.Silvano Fausti S.I.). Ancora una volta, il vero peccato più nascosto nel cuore dell´uomo ma evidenziato dal vangelo, è quello di chi si crede nel giusto e non può ottenere il perdono, semplicemente perché non ne sente nemmeno il bisogno. Rischio alto di resistenza allo Spirito cui si avvicinano tutti coloro che non riconoscono in sé il peccato che rimproverano agli altri. Che ve ne pare? Vi piace questo Gesù che porta sempre ciascuno a guardare dentro di sé?

DOMENICA 24 Settembre 2017      notizia del 23/09/2017

Commento della XXV Domenica del T. O.( Mt 20,1-16 ). dio vuole donare la salvezza tutti SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 No, certo, Dio non la pensa come noi. E per quanto ci sforziamo non riusciremo neanche lontanamente ad afferrare la sua visione delle cose. Così Isaia scuote i deportati in Babilonia indicando loro la corretta logica di Dio: se saranno riscattati, se potranno tornare in Israele, se infine, ritorneranno liberi, non sarà per loro merito ma per iniziativa gratuita del Signore! Paolo, commosso, riceve da Filippi, la più amata fra le sue comunità, la prima “europea”, Epafrodito che gli porta consolazione e denaro. È una visita inattesa che aiuta Paolo a sostenere le angustie e la prigionia di Efeso e lo convince a resistere anche se tutto, apparentemente, sembra precipitare nel caos come, forse, sta accadendo a molti fra noi in questo mondo che pare dissolversi. Come possiamo, allora conoscere la logica di Dio? Scrutando la Parola, meditandola, celebrandola perché, davvero, diventi lampada i nostri passi. Come accade, oggi, con l´incomprensibile parabola degli operai dell´ultima ora. Il padrone della vigna È il padrone il protagonista della parabola. È di lui che Gesù vuole parlare, e della sua idea di giustizia e di merito. Perché in Israele tutti erano convinti, anche gli apostoli!, che la salvezza si dovesse meritare, e che la fede fosse una sorta di contratto fra dare e avere. E anche noi, spesso, pensiamo qualcosa del genere. Nonostante Gesù, nonostante il vangelo, nonostante duemila anni di cristianesimo. gli operai della prima ora, e anche noi lo abbiamo pensato: questo padrone esagera pagando gli operai dell´ultima ora come quelli della prima. Non è giusto. Dio ci invita a superare la giustizia e ad entrare nella sua logica che è ben più ampia. È giusta, la giustizia, ci aiuta nei comportamenti umani ma, ad un certo punto, raggiunge un limite che non riesce a superare. È allora che c´è bisogno di qualcosa di più grande della giustizia. Resta, la giustizia, ma non è più sufficiente. Intervengono il perdono, la misericordia, la compassione. No, la giustizia non basta. Good news La splendida notizia della parabola è che il Dio di Gesù ama anche gli ultimi e non soltanto i primi, come dicevano i farisei. E che Dio vuole che tutti siano primi! È un´altra la giustizia di cui parla Gesù, va più a fondo, supera la proporzionalità, porta gli ultimi al livello dei primi. Seguendo questa logica anche noi discepoli possiamo capire qualcosa di Dio e di noi stessi. Sì, certo, la giustizia fa parte dell´edificio, ma non ne è la pietra angolare. Davanti a questa sovrabbondanza, a questa savia follia, si respira aria di conversione. Si convertono i peccatori, capendo che non sono più ultimi. Si convertono i giusti, che non chiudono più Dio dentro la gabbia della giustizia. Non è per i nostri meriti che siamo amati da Dio. Ma per i nostri bisogni. E questo amore ci spalanca allo stupore. I servi Anche noi fatichiamo ad uscire dalla logica del merito e del giudizio e, quel che è peggio, rischiamo di proiettarla addosso a Dio. Uscita dalla porta, la visione meritoria della fede in qualche modo rientra dalla finestra, opprimendoci sotto pesanti sensi di colpa e di inadeguatezza. Da questa visione dobbiamo convertirci per credere nel Dio che Gesù è venuto ad annunciare. Non il merito, ma l´amore gratuito di Dio ci salva. Perciò, accogliendo questo amore, compiamo opere meritorie. Il padrone, inizialmente protagonista della parabola, viene, durante il colloquio, chiamato correttamente Signore, identificandolo così con Dio. Dopo avere dato ascolto ai servi e spiegato le sue ragioni, insinua un dubbio, come dicevamo. Non fa una piazzata, non batte i pugni sul tavolo, non fa pesare la sua autorità (può fare quel che vuole del suo denaro!) ma mette una piccola pulce nell´orecchio dei servi. E, rileggendo il testo, ha di che farlo. Vedendo gli operai dell´ultima ora ricevere un denaro, quelli della prima ora pensano: «a noi darà di più». Ma, vedendosi pagare solo un denaro mormorano, non hanno nemmeno il coraggio di parlare apertamente!, e dicono: «a loro devi dare di meno». Non dicono quello che pensano, sarebbe stato più onesto. Sono pavidi, chiedono per gli operai delle cinque del pomeriggio meno. Meno di un denaro. Meno del necessario per sfamare una famiglia. Chiedono per gli altri la fame. Forti con i deboli. Deboli con il forte. Immondi. Certo, si nascondono dietro alti principi di giustizia, e hanno ragione. In realtà celano un cuore piccolo che, invece, di reclamare di più, come vorrebbero, si vendica sugli altri perché abbiano di meno. Terribile. Che fatica Fatico ad accettare questa parabola disarmante, lo confesso. Mi sento anch´io come l´operaio se non della prima, della seconda ora. Fatico soprattutto nel superare la giustizia. Verso me stesso, sempre pronto, come credente, a confrontarmi con ciò che potrei essere, o diventare. A pesare col bilancino i miei difetti e le mie mancanze, come se a Dio importasse qualcosa dei miei peccati, sempre attento a mostrare di me il lato migliore, più evangelico, più luminoso. Preoccupato della mia immagine, anche spirituale. A volte intransigente con me stesso, fiero di poter apparire giusto agli occhi di Dio. Che idiota. Fatico nel superare il senso della giustizia verso i miei fratelli. Sempre accogliente, certo, ma a certe condizioni. E più accogliente verso le persone più brillanti e simpatiche, più interessanti. Meno verso quelle che considero goffe, o superficiali, o arretrate nel cammino della conoscenza e della fede. A loro, certo, non darei un denaro, non metterei sullo stesso piano un martire della fede con una pia devota infarcita di fede superstiziosa! Questo è il Dio di Gesù. Questo è il Dio cui mi sono arreso.

DOMENICA 17 settembre 2017      notizia del 16/09/2017

Commento della domenica: il perdono rende liberi ( Mt 18,21-3 ) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Non si può veramente comprendere che cos´è la correzione fraterna come atto di amore (cfr. il vangelo di domenica scorsa), se non si accoglie sinceramente il messaggio inequivocabile del vangelo di questa domenica. Quella senza questo non si può illuminare agli occhi del nostro cuore, e viceversa. Pietro si rende conto, dalle indicazioni che Gesù da circa i rapporti tra i discepoli, di quanto gli stia a cuore la fraternità, e allora fa una domanda con proposta in allegato: Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte? (Mt 18,21) La risposta di Gesù alla domanda di Pietro (Mt 18,22) non solo amplia all´infinito l´orizzonte del perdono così ristretto nel cuore del suo discepolo, ma offre un´occasione unica a Gesù per ribadire, con una parabola, quale sia il fondamento di ogni autentica fraternità. E, vista la chiarezza dell´insegnamento, si rassegni ogni spirito che voglia dirsi “cristiano” a cercare di giustificare in qualche modo il perdono negato, qualunque sia il tipo e la ripetizione dell´offesa in oggetto. Non esistono perdoni da concedere e perdoni da negare. Esistono solo perdoni più facili e perdoni più difficili da regalare; perdoni che hanno talvolta bisogno di più tempo e perdoni che si offrono subito oltre le umane attese, ferma restando la fatica “naturale” dell´uomo a perdonare. Non a caso il proverbio recita: “Dio perdona sempre, l´uomo qualche volta, la natura mai”. Il re che volle regolare i conti (Mt 18,23) diventa personaggio straordinariamente magnanimo difronte al debito insolvibile di un tale che gli viene presentato (Mt 18,24): un talento=6000 giornate lavorative; quindi il debito di 10.000 talenti=60.000.000 di salari quotidiani. Per pagare tale debito ci vorrebbero 200.000 anni da vivere, e senza mangiare! Oppure: al tempo di Gesù un talento pesava 36 kg. di metallo; quindi 10.000 talenti sono un peso da 360 tonnellate di metallo prezioso. Con che cosa lo si trasporta e quanto tempo occorre per trasportare tutto questo debito? Il centro del messaggio emerge facendoci un´altra domanda: cosa fa cambiare così repentinamente il re che aveva ordinato che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva? La compassione davanti alla supplica della sua preghiera (Mt 18,26). Il re lo lascia libero condonandogli tutto il debito! (Mt 18,27). Il problema molto serio della parabola è che appena uscito (Mt 18,28) quell´uomo trova un compagno che ha un debito infinitamente minore nei suoi confronti e sembra non aver imparato nulla dalla magnanimità del re. Il compagno gli rivolge la stessissima supplica, ma non trova in lui alcuna pietà (Mt 18,29-30). Altri compagni assistono alla scena e molto dispiaciuti riferiscono al re l´accaduto (Mt 18,31). Il re convoca quell´uomo e, chiamandolo servo malvagio gli chiede come mai, dopo aver sperimentato l´abbondanza del suo perdono, non si sia comportato così anche con il proprio compagno debitore. Sdegnato, il re cambia comportamento ed esegue verso quel tale la stessa “sentenza” che egli ha emesso nei confronti del suo debitore. Lapidaria la conclusione del vangelo: così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello (Mt 18,35). Tutto sommato, credo che la nostra stessa ragione non faccia fatica a riconoscere come giusto il comportamento del re. Eppure, anche se lo riconosciamo, il vangelo suona come un ammonimento e nello stesso tempo come una sana provocazione che ci “costringe” a porci una serie di domande: ma io come vivo le mie relazioni con i fratelli? Come un creditore o come un debitore? E nella mia vita di fede, qual è il baricentro del mio agire? La mia promessa di restituire a Dio ciò che gli devo (cfr. Mt 18,26) oppure la sua promessa già compiuta con il dono del Figlio suo Gesù, nostro Salvatore? Insomma, vivo la mia relazione con Dio nell´ansia di dovergli qualcosa per la coscienza del mio debito (illudendomi di poterlo saldare), oppure nella gioia di non poterlo cancellare, perché credo che Colui che l´ha già cancellato (cfr. Col 2,13-14) mi offre ogni giorno una vita da peccatore perdonato? E poi: credo che il Signore mi ha fatto dono del potere di perdonare gli altri come Lui mi ha perdonato? Oppure mi nascondo dietro l´innata fatica umana di perdonare, creandomi un alibi davanti a dure prove da superare che toccano l´uomo fino a fargli sentire come insormontabile il perdonare certe offese? E´ davvero il perdono al centro della vita nuova che Gesù ci ha donato o c´è qualcos´altro? Penso che tutti ricordiamo lo scalpore generato un paio di anni fa da Antoine Leiris, un uomo francese che, all´indomani della tragica scomparsa della moglie ad opera dei terroristi dell´ISIS, dopo alcune notti di dolore insonni scrisse la celebre lettera pubblicata con il titolo “Voi non avrete il mio odio”. In quella lettera l´uomo non solo testimoniava la sua forza nella decisione di non odiare gli assassini di sua moglie, ma prometteva anche di crescere il suo piccolo figlio insegnandogli a operare questa stessa scelta, aggiungendo che in essa, insieme, sarebbero stati “più forti di qualsiasi esercito”. Non so se il sig. Antoine sia cristiano, ma so di certo che, anche se non lo fosse, la sua decisione è stata un raggio potente di luce che ha squarciato le tenebre di quel tragico momento della storia. Perché anche la Parola di Dio conferma, nella 1a lettura di oggi, che se sono orribili le tragedie procurate dai gravi peccati degli uomini, anche rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro. Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l´offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?... Se lui che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio? (Sir 27,30-28,1ss.). Dunque la scelta del perdono è anche ragionevole. Però è la rivelazione del volto di Dio nella Bibbia che la fonda e la rafforza, come abbiamo visto anche nella parabola raccontata da Gesù. In essa infatti, il Signore ci indica con chiarezza come poterlo seguire sulla via di un amore che non indietreggia davanti alle offese che si possono abbattere nella nostra vita: pensare ai miei 10.000 talenti di debito condonati da Dio piuttosto che ai 100 denari che il mio prossimo mi deve. Se sono realmente convinto che le cose stanno così come mi dice il vangelo, allora non sarà solo faticoso percorrere la sua via di amore a oltranza, ma sarà l´esperienza di un potere che davvero il Signore dona a chi gli crede. Un ultima considerazione. Il sig. Antoine si è ripromesso di educare il suo piccolo a non odiare, ma a perdonare. Ha scelto anche il miglior investimento per suo figlio. Perché se induci un essere umano a ricordare sempre i peccati altrui, lo fai vivere nel rancore e nell´odio incendiatosi nel passato. E lì si vive malissimo, in prigione con se stessi e con l´animo sempre in rivolta verso gli altri; da lì non ci si muove più. Se invece decidi di educare un uomo al perdono, lo fai camminare e gli garantisci il futuro. Perché solo chi vive del perdono di Dio e impegnato a sua volta a perdonare, è veramente un uomo libero che vive già nel futuro.

DOMENICA 10 SETTEMBRE 2017      notizia del 09/09/2017

Commento XXIII Domenica del T. O.: L´armonia nella diversità (Mt 18,15-20) SS: MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Se il tuo fratello Basterebbe la prima parola per aprire una riflessione infinita. "Ogni uomo è mio fratello" è il titolo del messaggio che Papa Paolo VI° ha inviato per la giornata della pace del 1° gennaio 1971 che tra l´altro cita la dichiarazione Universale dei Diritti dell´uomo: «Tutti gli uomini nascono liberi ed eguali nella dignità e nei diritti; essi sono dotati di ragione e di coscienza, e devono comportarsi gli uni verso gli altri come fratelli». Purtroppo alle dichiarazioni di principio ritenute universali fanno seguito comportamenti opposti e correnti di pensiero che pongono limitazioni e distinguo stanno facendo breccia nel genere umano. Per Gesù, invece, la fraternità tra gli uomini è talmente forte che comprende anche coloro che ci sono nemici (Mt 5,44). L´altro, ogni altro fa parte di me. Io sono chiamato ad essere custode del mio fratello (Gn 4,9). È proprio la parola fratello che concede tutte le autorizzazioni per rompere ogni isolamento, sanare ogni interruzione di fraternità. La preoccupazione di Gesù in questo testo non è tanto suggerire una tecnica per dirimere le questioni quanto aiutare a comprendere il senso della comunione come fondamento del vivere fraterno. Vivere da soli può essere relativamente facile, vivere in comunità richiede sicuramente una capacità organizzativa del tempo e dello spazio, una capacità relazionale, di interazione tra le persone, ma ancor più è richiesto uno spirito di comunione. Una o due persone Nel testo è descritta un´azione progressiva fino al coinvolgimento di tutta la comunità. La comunione inizia sempre da un io e un tu che progressivamente si allarga fino a farsi carico l´uno dell´altro nella comunità. L´invito del Signore è nel prendere coscienza di una realtà che più modernamente oggi si chiamerebbe globalizzazione. Non c´è mai un fatto o un avvenimento totalmente privato, tutto interagisce anche inavvertitamente e tutti ne siamo coinvolti. “Nessun uomo è un´isola” è il titolo di un saggio del monaco pensatore Thomas Merton “Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell´intero corpo”. Fa riflettere non poco un articolo che mostrava l´intima connessione con la crescente attività aggressiva del dittatore nord coreano e la soppressione da parte USA di Saddam Hussein (Damiano Serpi, il Sismografo, 5.9.17). Anche le guerriglie in Congo hanno come causa l´incremento della vendita dei cellulari nel mondo occidentale. Sappiamo bene come gli uragani sempre più pericolosi sono provocati dal un innalzamento della temperatura del globo da cui non è estraneo la mancata revisione della mia auto. La storia, la natura continuano a raccontarci dei legami che ci allacciano l´uno all´altro, a noi è la scelta se viverli come catene da cui liberaci (ma sarà poi davvero possibile?), o come relazioni che ci aiutano a crescere. Avrai guadagnato Il senso di tutto questo insegnamento sta nella espressione avrai guadagnato il tuo fratello. Chi mai penserebbe che l´altro, riconosciuto come fratello sia un “guadagno”! Nella prospettiva, anche economica, di questo guadagno c´è bisogno di investire nella comunione, compiere ogni sforzo per realizzare concretamente la fraternità. Non si concede il perdono, non si fa l´elemosina all´altro, non si benefica nessuno, piuttosto si investe in fraternità per crescere insieme perché ognuno diventa ricco dell´altro. D´accordo La parola greca che viene tradotta con si metteranno d´accordo è la parola sumphoneo che richiama l´armonia delle diversità. Le corde di una chitarra accordata non emettono lo stesso suono, come gli strumenti di una orchestra sinfonica, ma ogni suono interagisce con l´altro ed entra in armonia se accetta e rispetta la diversità. Lontano da noi l´idea di un pensiero unico, omologato, normalizzato prodromo di ogni integralismo origine di violenza. La comunità della Chiesa capace di realizzare nella storia la presenza del Signore - lì sono io in mezzo a loro - mette la sua abilità nel farsi carico l´un l´altro del peccato, sa radunare ogni diversità per renderla sinfonica convergendola nella prospettiva evangelica.

Domenica 3 settembre 2017      notizia del 02/09/2017

Commento alla XXII Domenica del Tempo Ordinario :La croce, non altro. Non sofferenza, né prova divina, ma entrare nella logica del dono, logica che Gesù assume. Fino al dono di sè ( Mt 16,21-27 ) SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Se qualcuno vuole venire dietro a me Quello che appare da subito, che promana da tutto il Vangelo e dalla persona stessa di Gesù è la “libertà”. Gesù sembra lottare contro l´«uomo religioso», amante delle regole e della sicurezza, colui che tenta di comprare la salvezza ubbidendo a norme comportamentali anche faticose pur di avere la certezza della salvezza. Nel mondo le persone vivono di regole senza senso se non nell´ottica religiosa come certe limitazioni alimentari o un certo abbigliamento pur di piacere a Dio, sacrificando anche la ragionevolezza. Gesù invece ci chiede [il “se” lascia aperta ogni prospettiva] di vivere la libertà nell´incertezza della vita, la precarietà delle relazioni nell´unica prospettiva di seguire Lui. Vivere l´avventura della vita cercando di capire il “dove” e il “come” dal “perché”. Gesù domanda di scegliere coraggiosamente la sua stessa via; di sceglierla anzitutto "nel cuore", perché l´avere questa o quella situazione esterna non dipende da noi. Da noi dipende la volontà di essere, in quanto è possibile, obbedienti come Lui al Padre e pronti ad accettare fino in fondo il progetto che Egli ha per ciascuno (Giovanni Paolo II, messaggio XVI GMG). Rinneghi se stesso Ciascuno ha le proprie prospettive, sa come dovrebbe essere la realizzazione piena della vita, sogna il suo futuro, come Pietro che ha una idea chiara del Messia, lo si evince dalle sue stesse affermazioni «questo non ti accadrà mai».Pietro si è lasciato dominare dal pensiero secondo gli uomini. Rinnegare se stessi non è una sorta di castrazione della vita, un appiattimento delle prospettive, anzi nei discepoli di Cristo nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore (Concilio Vaticano II, GS1). Rinnegare se stessi significa liberarci dalla visione egocentrica della storia, superare un “io” ingombrante - oggi c´è una esplosione dell´idea di un “io collettivo” fatto di coloro che sono nati nello stesso luogo, parlano la stessa lingua, hanno le stesse caratteristiche fisiche. Occorre allargare l´orizzonte in una visione ampia in cui fare spazio agli altri, fare un passo indietro per accogliere le esigenze dell´altro, rinunciare a qualche nostro preteso bisogno per incontrare il bisogno altrui. La nostra libertà non finisce là dove inizia la libertà dell´altro, secondo il pensiero liberale; la libertà, per un cristiano, termina dove inizia il bisogno altrui. Prenda la sua croce Le “croci” nei modi di dire sono i guai della vita che possono capitare e che in qualche modo siamo costretti a sopportare, ma la “croce” di Cristo è un´altra cosa. Gesù si fa carico della Croce per la nostra salvezza, Gesù prende su di sé il nostro peso, le nostre pesantezze per liberarcene. Prendere ciascuno la propria croce ha lo stesso significato nel farsi carico delle pesantezze, delle fatiche, dei disagi altrui, come Cirenei. Questa è la croce, non altro. Non sofferenza, né prova divina, né alcuna delle assurde idiozie che abbiamo immaginato intorno a questo invito. Peggio: quante volte abbiamo stravolto questo brano e offeso Dio facendogli dire l’esatto contrario di quello che voleva dire. Dio non ama la croce, perché dovrebbe chiederci di amarla? Dio non manda le croci, gli altri le mandano, noi stessi le costruiamo per sentirci devoti. La sofferenza va evitare, ove possibile. Ma amare, a volte, porta a donarsi fino alla morte, fino allo svuotamento di sé, fino al rendere sacro, il sacrum facere, il sacrificio. Che non significa sopportare un marito violento e farmi da parte davanti all’arrogante o diventare uno zerbino. Dio non apprezza tale atteggiamento! Significa entrare nella logica del dono, logica che Gesù assume. Fino a morirne. Chi vuole salvare la propria vita Gesù non promette alcuna vittoria, nessun successo, dietro di lui non si fa carriera, con ci abbaglia con prospettive future come siamo abituati a sentire dai politici che per una manciata di voti promettono mare e monti. Dio è irrazionale: La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini (1 Cor 1,18.28). La sola dimensione di Dio è quella dell´amore, colui che segue Gesù sa che la sua vita dev´essere spesa tutta, fino all´ultimo per amare.

Domenica 27 agosto 2017      notizia del 26/08/2017

Commento della XXI Domenica T.O.: Mt 16,13-20: Passare dalle risposte di tipo religioso, da catechismo codificato..ad una risposta di fede SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Domandò ai suoi discepoli Gesù si è interrogato su se stesso, si è messo totalmente nelle mani del Padre e percepisce che la sua vita sta avendo una svolta sostanziale. Purtroppo il testo della liturgia si ferma prima dell´annuncio della sua passione, dell´intervento a gamba tesa di Pietro, e il rimprovero del Signore, che è molto più di un rimprovero: Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va´ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». (Mt 16, 21-23) Privati di questi versetti non si percepisce che proprio quando tutto sembra diventato “certo”, è invece vero l´opposto e si coglie il senso profondo della fragilità e della incertezza. Nella totalità del racconto è la dinamica del passaggio dalle certezze della religione, che l´idea della roccia e della pietra richiamano, alla debolezza dell´uomo e del cammino, ancora lungo, da compiersi dietro al Signore! Simone è prima chiamato beato e poco dopo identificato con Satana, prima sembra cogliere il pensiero del Padre, poi si lascia dominare dal pensiero umano, prima è chiamato Pietro, solidamente posto sul Fondamento, poi è scandalo, capace cioè di ostacolare il cammino verso il Regno. «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» Gesù non aveva bisogno di conoscere l´opinione che la gente si era fatta su di lui quanto capire cosa i suoi discepoli avevano avvertito, quale fosse la loro percezione dell´evento che stavano vivendo con lui e con le folle che avevano incontrato. Le risposte sono tutte di tipo religioso, da catechismo codificato, si va a pescare nel passato, nella propria esperienza, nella consuetudine di ciò che è conosciuto e consolidato, non emerge una opinione personale, la forza di un convincimento, il frutto di una frequentazione, neppure una prospettiva che sappia guardare oltre. Interpellati personalmente, il racconto sembra nascondere un certo imbarazzo tra i discepoli, rotto dall´intervento di Simone. Anche lui pesca nella religione, tutto Israele era in attesa del Messia e inserisce Gesù in quella ottica che di fatto era già strettamente codificata negli insegnamenti religiosi. C´è però una nota che fa dire a Gesù che non è frutto della sua crescita umana ma segno della rivelazione del Padre, quando dice: il Figlio del Dio vivente. Tutti siamo figli di Dio ma solo in Gesù si incarna la vita del Padre. E su questa pietra per capire bene il senso della frase di Gesù, gli studiosi dei testi biblici hanno sottolineato le differenze dei termini usati «Pètros» e «pètra», il primo indica la pietra come materiale da costruzione, il secondo la pietra come roccia e fondamento. Che la persona di Simone sia stato indicato come fondamento della chiesa è abbastanza improbabile ed è ben difficile che Gesù abbia usato in quella occasione la parola Chiesa, termine che prende forma successivamente nell´indicare la comunità cristiana. Il commento che ci lascia S. Agostino è abbastanza esplicito: «Il salvatore dice: tu sei Pietro e su questa pietra che tu hai confessata, su questa Pietra che tu hai riconosciuta esclamando tu sei il Cristo, il figlio dell´Iddio vivente, io edificherò la mia chiesa, vale a dire su me stesso, che sono il figlio dell´Iddio vivente» (Serm. 76) Quando il vangelo è stato scritto le comunità cristiane erano appena in formazione ed è impensabile qualsiasi idea di struttura organizzativa, dunque occorre entrare più profondamente nel senso delle parole che il vangelo fa giungere a noi: «Pietro... ottenne un primato, ma un primato di confessione e non d´onore, un primato di fede e non di ordine» (S. Ambrogio De incarnationis dominicae sacramento, IV, 32) Il popolo d´Israele era troppo incentrato su Gerusalemme, il tempio, i poteri della casta sacerdotale da aver perso il senso della fede, la relazione personale con Dio era diventata una relazione funzionale e rituale. C´è un altro tempio da costruire che abbia come fondamento la persona di Gesù: «il Figlio del Dio vivente». Simone aveva intuito qualcosa, docile in quel momento all´azione di Dio, quella fede è pietra con cui si costruisce la chiesa. «Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo» (1Cor 3,11).

DOMENICA 6 AGOSTO 2017      notizia del 05/08/2017

Commento della Domenica. La trasfigurazione di Gesù: dal monte Tabor al monte Golgota: Mt 17,1-9 SS. Messe h. 9.00 - 11.00 - 19.00 Viviamo mondi orribili. E vite vuote e arroventate, rabbiose e scoraggiate. Viviamo in un occidente che sta perdendo il senso della misura, che perde la memoria del suo divenire, che si lascia invadere da qualunque moda, che vive un´idea di bellezza che decidono altri imponendo una griffe, uno stile, un trend. E tutti a correre, a elemosinare attenzione, un complimento, un giudizio che certifichi la nostra esistenza nello spazio ingombro di un pianeta che esplode uno di settemilardierotti. Disposti a farci tagliare a pezzi pur di piacere, a imporci sforzi sovrumani, diete draconiane per avere un like sui nostri profili social. Abbiamo confuso il lusso con la bellezza. Il plauso con la grazia. L´eccesso con l´armonia. Aneliamo a ciò che è bello e grande e buono. Ci accontentiamo di ciò che piace, che pensano tutti, che serve a me. Dono di Dio, allora, è il fatto che nel cuore dell´estate questa domenica coincida con la festa della Trasfigurazione. Ironia della sorte: un sei agosto esplose la bomba atomica su Hiroshima, un sei agosto il Signore chiamò a sé l´animo inquieto di Paolo VI, papa, fragile e possente cercatore di Dio. Colline Salgono sul monte, su un alto monte. In realtà è una collina ma l´amore rende tutto immenso. E lì, annota Matteo, Gesù viene trasfigurato. Svela la sua profonda natura, la sua vera identità. Non si toglie il vestito dozzinale sotto cui si nasconde Superman, no. È lo sguardo dei discepoli che cambia. Perché la bellezza, come l´innamoramento, come la fede, sta nel nostro modo di vedere. Quando sono innamorato trovo il mio amato il più bello fra tutti. Quando amo una disciplina sportiva sono disposto a sudare e a faticare per praticarla. Quando riesco a orientare la mia mente verso le mie emozioni, colgo la bellezza abbagliante di un paesaggio. Molte cose concorrono nella bellezza. Una fra queste, certamente, è lo sguardo interiore capace di cogliere la verità, l´armonia, la pienezza in un oggetto, in un paesaggio, in una persona. Possiamo stare con Gesù tutta la vita, e frequentarlo, e credere, e seguirlo. Ma fino a quando il nostro sguardo interiore non si arrende alla sua bellezza, non ne saremo mai definitivamente segnati. Accade come sul Sinai, quando Dio si manifesta a Mosè in tutta la sua gloria: le nubi, i fulmini, la voce, l´ombra, la paura. Paura che deriva dall´intensità della bellezza, dall´insopportabilità della visione interiore. Mosè e Elia conversano con Gesù: la Legge e i Profeti si inchinano al rivelatore del Padre. Pietro viene travolto: la bellezza gli ha colmato il cuore. Bellezza Abbiamo urgente, assoluto bisogno di recuperare il senso del bello nella nostra vita. La bellezza risulta essere una straordinaria forza che ci attira verso Dio, che in sé è armonia, pienezza, verità. Quante volte mi viene da dire, a chi mi chiede ragione della fede: è bello credere. È bello e svela in me e negli altri l´intima e nascosta bellezza che lega le persone, gli avvenimenti, le emozioni. Quanti uomini e donne, nella storia, si sono avvicinati alla fede perché attratti dalla bellezza del Cristo, dalla sua ineguagliata umanità, dalla sua profonda tenerezza, dalla sua stupefacente maturità. Sì: è bello essere qui, Signore, è bello essere tuoi discepoli. Così gli apostoli, scesi dal Tabor, dovranno salire su un´altra collina, il Golgota. Lì la loro fede sarà macinata, seminata, resa pura. Dopo, avere sperimentato la bellezza. Solo l´esperienza della gloria di Dio ci permette di affrontare il dolore. Senza coinvolgimento emotivo, senza reale bellezza, senza entusiasmo, è difficile essere credenti, è difficile restare cristiani. Il nostro mondo ha bisogno di bellezza, di armonia. Nel caos dell´eccesso (che di bello ha l´apparenza, ma che spesso nasconde il nulla) il nostro mondo può imparare dal cristianesimo la bellezza della fede, della preghiera, del silenzio, del gesto d´amore verso il fratello. La strada della bellezza È noioso credere. È giusto - certo - ma immensamente noioso. Il Vangelo di oggi ci dice, al contrario, che credere può essere splendido. Varrebbe la pena di ricuperare il senso dello stupore e della bellezza, l´ascolto dell´interiorità che ci porta in alto, sul monte, a fissare lo sguardo su Cristo. E dare tempo al “dentro”, all´anima, all´ascolto, al silenzio, al fruscio del vento, al calore del sole sulla pelle, all´odore del muschio o dell´erba, ai rumori del bosco e del mare. Alla discreta e grandiosa presenza di Dio nella natura, quella in cui possiamo trovare, come un´impronta, il suo silenzioso sorriso E la preghiera. Intensa. Vera. Umile. Prostrata. Stupita. Aperta al mistero. Facciamo delle nostre messe dei luoghi di bellezza: il silenzio, il canto, la fede, il luogo in cui preghiamo, può riportare un briciolo di bellezza nella nostra quotidianità. E accorgerci che credere è la cosa più bella che possiamo sperimentare nella nostra vita. Fu papa Callisto III nel 1457 a estendere questa festa alla Chiesa universale. La data del 6 agosto dipende dal fatto che secondo una tradizione l´episodio narrato dai Vangeli sarebbe avvenuto quaranta giorni prima della Crocifissione di Gesù la cui festa, già nella Chiesa d´Oriente e poi anche in quella d´Occidente si celebra il 14 settembre con l´Esaltazione della Santa Croce

DOMENICA 30 LUGLIO 2017      notizia del 29/07/2017

Commento della domenica (Mt 13, 44 -52): La vita è una caccia al tesoro, dice Gesù. Ci vuole costanza e fiducia nel cercare,ci vuole passione e curiosità, per lasciarsi incontrare da Dio SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Sono due parabole ribattute, molto simili nel contenuto e nella struttura, una ripetizione usata per ribadire un concetto piuttosto evidente: incontrare Dio è la cosa più bella che ti possa succedere, è una sorpresa per cui vale la pena di abbandonare tutto, una gioia che ti fa dimenticare tutto il resto. Ma devi agire con scaltrezza e urgenza se vuoi che ciò accada. I verbi trovare, andare, vendere, comperare usati nel breve aforisma, si riferiscono al contadino e al mercante ma è evidente che il protagonista della parabola è un altro: il tesoro nascosto nel campo, la perla preziosa a lungo cercata. Sono loro che possiedono gli uomini e non viceversa. Mi piace pensare che Matteo indichi al discepolo due tempi e due modalità di sequela. Il bracciante, tale è perché non possiede la terra che coltiva, trova il tesoro per caso, inaspettatamente. Il mercante (emporos indica un ricco mercante con negozi e filiali!), invece, trova la perla dopo una lunga ricerca. Sono le due dimensioni presenti in ogni esperienza di fede, in ogni percorso che conduce a Dio: lo stupore di chi scopre qualcosa di inatteso e bellissimo e, insieme, la fatica di cercarlo e di custodirlo. Ci sono, nel racconto, alcuni dettagli da sottolineare. Sfumature che, come sempre, sono portatrici di senso ulteriore. L’idea della progressione è ben presente e sottolineata nella parabola: prima viene descritto lo stupore del bracciante per la scoperta, poi la decisione di vendere tutto per acquistare il terreno. Accade anche a noi così: ci avviciniamo (o riavviciniamo) alla fede perché affascinati da qualcuno che ci attrae, perché inciampiamo in qualcosa di prezioso che ci affascina. Ma solo dopo che ci siamo schierati, dopo che abbiamo davvero messo la ricerca al centro e ci siamo fidati scopriamo tantissime altre cose su Dio e su di noi e possiamo gioire del tesoro della sua presenza! Un altro dettaglio che mi incuriosisce è il valore della perla. Nell’antichità era considerata la cosa più inestimabile che si potesse possedere, come oggi accade con i diamanti. Le perle si pescavano nel mar Rosso o nei mari dell’Arabia ed erano ambitissime. Il nostro modo di dire sei una perla deriva proprio dal loro valore che giustificava, fra l’altro, la ricerca onerosa del mercante che viaggia per mezzo mondo alla ricerca di qualche pezzo pregiato. Per avere un ordine di idee, Giulio Cesare regalò alla madre di Bruto una perla del valore di sei milioni di sesterzi, circa dodici milioni di euro al valore attuale e pare che Cleopatra ne possedesse una dal valore di ben cento milioni di sesterzi (circa duecento milioni di euro)! Il cuore Il centro della parabola è in una piccola e splendida frase: apò tes charas, spinto dalla gioia. Il bracciante è spinto dalla gioia. La gioia inattesa ed improvvisa di avere scoperto qualcosa di inimmaginabile lo spinge a fare delle scelte drastiche, irrevocabili. Così si presenta il Dio di Gesù, come il portatore di una gioia ineguagliabile. Ed è la gioia a spingere il bracciante a raccogliere tutti i suoi risparmi per avere denaro sufficiente a comperare il campo in cui è nascosto il tesoro. È la gioia, anche se non viene esplicitata, a muovere il mercante di perle che, nel suo girovagare, trova la perla più preziosa di tutte, e che lo spinge a vendere tutto ciò che ha per averla. Entrambi vendono tutto ciò che possiedono. Poco, per il bracciante. Tantissimo, per il mercante. È un modo esplicito per dire che vale la pena dare tutto ciò che si ha per comprare il campo e la perla. Nulla uguaglia la gioia dello scoprirsi amati da Dio. Troppe volte, anche nel recente passato, il cristianesimo è stato accostato alla sofferenza, al dolore, al senso del dovere. Siamo tutti pronti a fare l’elenco delle tante belle cose cui abbiamo rinunciato per essere dei bravi cristiani. Siamo morigerati, mortificati, fedeli ad un solo partner, onesti (almeno più degli altri), disponibili… Che Dio, cortesemente, ne tenga conto. Molti, nel mondo, pensano che la fede sia qualcosa di giusto, di doveroso, di importante. Ma di mortalmente noioso. E se ne tengono a debita distanza, giustamente. In questa parabola, invece, tutto viene ribaltato. È la gioia che spinge, è la gioia che converte e convince, è la gioia che fa cambiare. Per questa ragione dobbiamo recuperare e praticare la gioia cristiana che non si riduce ad una forte emozione ma che è il frutto di una lunga conversione. La gioia cristiana è una tristezza superata. Sarebbe bello che questa gioia – almeno un poco! – fosse più evidente sui nostri volti, nelle nostre scelte, nei nostri cuori, nelle nostre assemblee… Ho trovato Il vero convertito non sottolinea ciò che lascia, ma ciò che trova. Non dice: ho lasciato, ma: ho trovato. Non dice: ho venduto, ma: ho scoperto un tesoro! Il discepolo parla di appartenenza, non di distacco. Noi, spesso, siamo invece più attenti alle cose che abbiamo abbandonato. La vita è una caccia al tesoro, dice Gesù. Ci vuole costanza e fiducia nel cercare, come il mercante, ci vuole passione e curiosità, per lasciarsi incontrare da Dio. Gesù ci presenta l’incontro con Dio come la scoperta di un tesoro, di una perla dal valore inestimabile. Ci provoca dicendo che l’incontro con Dio e la scoperta del suo regno è la cosa più bella che ci possa accadere. E giungerà a dire di essere lui, il Signore, più grande della più grande gioia che siamo in grado di vivere (Mt 10,37). Più degli affetti, delle relazioni, delle legittime gioie che la vita ci regala e che siamo chiamati a vivere per rendere gloria a Dio che ce le dona. Più di tutto. Il contadino giunge alla fede per caso. Il mercante dopo un’estenuante ricerca. Ma, entrambi, scoprono una gioia incontenibile, che fa passare in secondo piano tutto il resto, tutto ciò che credevano essenziale. Dio è gioia, dice Gesù. Il suo Dio è gioia. Non quello delle nostre paure, proiezione dei nostri fantasmi. Un Dio accigliato e severo, scostante e bizzarro, incomprensibile e lunatico. Il suo è il Dio della gioia.

DOMENICA 23 Luglio 2017      notizia del 22/07/2017

Commento della Domenica : (Mt 13,24-43): Il rischio di confondere la santità con la perfezione SS. Messe h. 9.00 - 11.00 - 19.00 Delle tre parabole che oggi Gesù racconta nel vangelo, sembra che l´attenzione maggiore debba essere rivolta a quella del grano e della zizzania, dato che di questa, e non delle altre due, come i primi discepoli, sicuramente anche noi avremmo chiesto spiegazione al Signore (Mt 13,36). Nella parabola di domenica scorsa si parlava del seme della Parola e delle difficoltà che incontra nel terreno del nostro cuore prima di dar frutto. La parabola di oggi ci dice da quale seme provengano quegli ostacoli: è un seme cattivo. Gesù semina la sua Parola. Ma anche il nemico, il diavolo, semina la sua. La parabola è rivolta a noi discepoli e riguarda il problema che più ci attanaglia: il problema del male e del nostro rapporto con esso, problema tutto concentrato nella domanda che i servi fanno al padrone di casa, allorché scoprono meravigliati che nel suo campo, tra il grano, è spuntata anche della zizzania. Signore, non hai seminato del bel seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania? (Mt 13,27). Gesù risponde fugando ogni dubbio sulla sua origine (Mt 13,28a), ma non fuga altri dubbi/domande che si intrufolano facilmente nel nostro cuore di credenti. Ad es., perché se il proprietario è “padrone” del suo campo non ha messo a sua guardia qualche vigilante? Oppure, perché non ha installato a sua protezione qualche altra misura di difesa? Non fanno così i padroni dei campi? Il testo del vangelo ci dice soltanto che il nemico di quell´uomo venne a seminare in mezzo al grano il suo seme, mentre tutti dormivano (Mt 13,25). Perché questa disattenzione? Come mai il nemico agisce così? Vorrei dire qualcosa prima di tutto circa il diavolo, origine di ogni male. Il vangelo (ma anche l´A.T.) ne parla come di una realtà personale. Dopo un cinquantennio nel quale satana è riuscito persino a convincere i credenti sulla sua inesistenza, oggi invece assistiamo alla sua riscoperta in tante aree ecclesiali. Cosa in sé molto positiva per la fede. Per cui, se nei primissimi anni post-conciliari ci si è spinti teologicamente fino a teorizzare il male come realtà impersonale (e quindi a negare l´esistenza del diavolo), oggi, come reazione, assistiamo a una sensibilizzazione sulla sua presenza che a volte è frutto della evangelizzazione, a volte però rischia di diventare una seconda vittoria del diavolo, dopo quella riscossa in chi nega la sua esistenza. Difatti, incontro sempre più spesso cristiani, laici e chierici, intenti a passare tantissimo tempo per “aiutare” a vedere il diavolo dappertutto e per indicare quasi subito nell´esorcista il rimedio ad ogni male. A parlar con loro sembra quasi si sentano investiti di una vera e propria missione. Il problema è che nemmeno si accorgono che se da un lato dobbiamo effettivamente aprire gli occhi sulla zizzania e a guardarci dal maligno, dall´altro, siamo chiamati egualmente a vedere bene il grano che ci circonda E non si accorgono minimamente che in questa parabola il Signore insegna qual è l´atteggiamento che vuole dai suoi discepoli nei confronti del male, il più delle volte giungendo a contraddirlo e a fare così un miglior servizio a satana! Quanta violenza “sacra” in certe predicazioni per cercare di individuare, condannare, ed eliminare il male saltando letteralmente il messaggio del vangelo di oggi! E´ la solita tentazione di sognare una chiesa fatta di gente perfetta, pura e senza difetti, tutta intenta a creare e ricreare delle “elìtes” di credenti incaricati di reprimere il male dentro di essa. Ma i maggiori disastri arrivano sempre dal tentativo di eliminare il male! Infatti, la proposta umana sarà sempre quella di toglierlo di mezzo: vuoi che andiamo a sradicarla? (Mt 13,28). Ma il Signore risponde “no” a questa proposta (Mt 13,29). Anche se dispiace raccontarlo, offro un esempio in proposito. Ricordo che nel mio 3° anno di studi teologici l´anno che ho seriamente anche pensato di lasciare il cammino sacerdotale) c´era un compagno di studi come me candidato al sacerdozio che si distingueva per l´ordine esteriore della sua persona, l´impeccabilità del suo vestirsi (colletto clergyman da prete), ma anche austerità di vita personale, della sua condotta tra noi studenti, fedeltà rocciosa alla preghiera, ecc. ecc. .Quando poi divenne sacerdote la sua reputazione crebbe ancora di più. C´era no amici comuni che andarono a passare dei giorni nella sua parrocchia. Mi raccontarono che si svegliava ogni mattino alle 5.00, che beveva solo un caffè, che passava a preparare i fiori per il tabernacolo ogni giorno dopo l´angelus, e che digiunava due volte alla settimana. La sua predicazione era feroce nei confronti del male presente nella chiesa, contro i costumi traviati del popolo di Dio e contro altri mali che affliggono le comunità cristiane dei nostri giorni. Più lo si ascoltava, più si aveva la percezione di trovarsi di fronte a una sorta di santo “alla padre Pio” per intenderci. Ma io più lo vedevo e più mi sembrava troppo “perfetto”; al punto che, pur ascoltando queste notizie dagli altri, rimanevo sempre perplesso e mi domandavo: “perché quando entro a contatto con questo sacerdote non sento tra noi aria di fraternità? Perché si avverte questa forte “distanza” tra noi sacerdoti e lui, anche se noi non la cerchiamo?” Non sapevo rispondermi e perciò rimanevo in silenzio quando la maggior parte del popolo di Dio decantava la sua santità. Sono passati quasi 15 anni dall´ultima volta che l´ho visto. Due anni fa ricevo la notizia che è indagato da qualche tempo per violenze ed abusi sessuali su adolescenti che frequentavano la sua parrocchia. Quest´anno è giunta la sentenza che ha confermato l´imputazione con la dichiarazione ufficiale della sua Diocesi che la recepisce e chiede perdono alle vittime con le proprie famiglie. Il male non appare subito. Anch´esso è frutto di una semina. Il diavolo è paziente! Ma in genere, all´inizio, appare sempre come qualcosa di bello e di buono. Una delle cose più difficili da accettare per noi credenti è proprio la realtà della commistione del bene con il male. Da qui le tante fughe nel religioso che fanno sognare la chiesa dei puri nella continua ricerca della personale purezza come assenza di ogni male; oppure le tante fughe dei delusi dalla chiesa quando la si sperimenta come realtà che ha sempre in sé anche la zizzania: ecco allora che ci si allontana da essa e viene ripudiata. Il Signore Gesù risponde con un secco “no” alle nostre proposte di eliminazione del male perché non accada che, raccogliendo la zizzania, sradichiate anche il grano (Mt 13,29). Egli ci propone di avere un rapporto diverso con il male che è in noi e fuori di noi. Bisogna prenderlo in modo diverso. Non come quel mio fratello sacerdote che si è messo in testa di essere esente dal male e si è poi ritrovato sradicato anche il suo grano. Lasciate che l´una e l´altro crescano insieme è l´indicazione di Gesù. Non siamo noi uomini i chiamati a fare da mietitori, ma gli angeli (Mt 13,39). “L´uomo non è né angelo né bestia e disgrazia vuole che chi vuol essere un angelo finisce per far la bestia” (Blaise Pascal): quanto è vero questo celebre pensiero del grande scienziato convertito alla fede! E´ veramente difficile accettare la nostra realtà umana dove le zizzanie si rivelano talmente forti e radicate che, chi si concentra per sradicarle, rischia di sradicare anche il grano. Quanta fatica faccio ad aiutare quei fratelli/sorelle che se da una parte mi chiedono consiglio per il loro cammino spirituale, non ci sentono però alle loro orecchie quando gli dico che sono troppo concentrati a spazzare via il male da se stessi: noto dalla reazione che è come se gli dicessi qualcosa di contrario alla fede; perciò, la maggior parte se ne va alla ricerca di altre guide. Fuori parabola, è veramente difficile accettare la linea divina nei confronti del male: Dio non combatte il male reprimendolo, ma insegnandoci a vincerlo con il perdono. Il tempo di questa vita, non è il tempo della mietitura (Mt 13,40-43). E´ il tempo della Misericordia Divina che vuol fare di ogni luogo di peccato il luogo della sua rivelazione: laddove abbonda il peccato, sovrabbonda la sua grazia (Rm 5,20). Il trionfo del bene sarà solo alla fine del mondo (Mt 13,39). Finché siamo sulla terra, dovremo sempre misurarci con la presenza del male, ricordandoci però che Dio lo lascia stare perché è attraverso di esso che possiamo conoscerlo per quello che Lui è: amore incondizionato e misericordioso. Se quindi gli crediamo e lo seguiamo nella sua indicazione, scopriremo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio (Rm 8,28), cioè che anche il nostro male può esser messo al servizio del bene. Scopriremo che davvero il volto del Dio di Gesù Cristo è lo stesso del Dio del libro della Sapienza (1a lettura), quando lo decanta nel modo di agire con cui insegna al suo popolo che si devono amare gli uomini, perché ha dato ai suoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, Egli concede anche il pentimento (Sap 12,19). E scopriremo anche che, toccata con mano la sua misericordia verso il nostro male, diventiamo poco a poco con gli altri come Lui, lo scandaloso Signore che fa piovere sui giusti e sugli ingiusti e fa sorgere il sole sui malvagi e sui buoni (Mt 5,45).

DOMENICA 16 luglio 2017      notizia del 15/07/2017

ommento della XVa Domenica : Ognuno di noi è terreno di Dio..ma che terreno siamo? ((Mt 19,29) SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Uscì a seminare Se Gesù ha salvato il mondo, perché assistiamo ancora e ancora alla follia del dolore e della guerra? Se egli era davvero la presenza stessa di Dio, se la sua morte ha cambiato il cuore dell’uomo, dov’è questa salvezza? Erano le domande che si poneva la comunità di Matteo, travolta dalla repressione dell’Impero romano che era giunta a distruggere il tempio. È la domanda che ci poniamo anche noi, dopo duemila anni di cristianesimo, di annuncio, di vita cristiana. È la domanda che si pongono le nostre comunità, i nostri preti, i nostri pastori, talvolta scoraggiati, smarriti, delusi. Perché nonostante tutto l’impegno che mettiamo nel raccontare il volto luminoso di Dio stentiamo ad essere ascoltati ed accolti? Il seme Al centro della parabola Gesù pone il seme: è lui il protagonista, tutti i verbi usati nel breve racconto hanno come oggetto proprio il nostro seme. Seme che è la Parola rivelata dal Padre per bocca di Gesù e poi accolta e ritrasmessa da Marco alla sua comunità e da questa al mondo. Il messaggio è chiaro: il seme agisce da sé, a prescindere, è efficace al di là della bravura del seminatore o della qualità del terreno. Se è sotto gli occhi di tutti che per tre quarti delle volte la semina è destinata a fallire, è altrettanto vero che una volta su quattro il risultato è stupefacente, ben al di là delle aspettative. La parabola è un incoraggiamento, un invito alla fiducia, uno sguardo positivo sulla realtà. Racconta la logica di un Dio che lascia liberi di accogliere e di ascoltare il suo messaggio. Oppure di rifiutarlo. O di accoglierlo parzialmente, per poi lasciarlo inaridire e morire. Il terreno La Parola viene gettata a piene mani. Da Dio, da Cristo, da noi discepoli. Magnifico. Poi, che accade? Il racconto viene ripreso più avanti, in una specie di appendice al testo, una spiegazione privata ad uso dei discepoli da parte di Gesù. La parabola, allora, diventa quasi un’allegoria e l’incoraggiamento diventa un avvertimento. Se sei un annunciatore resta sereno. Keep calm e lascia agire il seme. Ma, prima di essere evangelizzatore e discepolo, sei uno che accoglie la Parola, sei il terreno: stai dunque attento a come accogli. Guarda il tuo cuore: prima accogli, poi annuncia. Perché annunci solo ciò che accogli. È Gesù stesso a parlarne e a spiegare le sue parole. Il seme cade sulla strada, su un cuore indurito. Indurito perché calpestato da molti. Gesù non entra nel dettaglio, constata che ci sono dei cuori apparentemente impermeabili a qualunque sollecitazione di fede, incapaci anche solo di lasciare che qualcosa scalfisca le loro incrollabili certezze. Sanno. Di Dio, della fede, dei cristiani. Sanno. Non hanno bisogno di nulla. Su questi cuori il seme rimbalza. Poi viene Satana e lo porta via, come un corvo che cala sulle granaglie. Da brividi. La Parola che cade sulla strada è destinata a sparire. Un cuore indurito, pietrificato, asfaltato, è impermeabile alla Parola e, quindi, a Dio. Apparentemente è impossibile da cambiare. Non per Dio, che semina anche sull’asfalto. Insiste, l’inguaribile ottimista. Poi Gesù continua: se il seme trova anche solo un briciolo di terra, germoglia. Ma ha bisogno di costanza, per crescere. Così accade ad alcuni discepoli. Subito accolgono la Parola: con entusiasmo. Ce ne sono di persone così, adulti che riscoprono la fede grazie ad un viaggio, ad una giornata di ritiro, ad un’amica credente che li coinvolge. Ed è bello vedere nel loro sguardo lo stupore di scoprirsi amati da Dio e la voglia di conoscere. Il primo cuore è indurito. Il secondo è incostante. La fede diventa una parentesi della vita, anche felice, certo, ma una parentesi. Ha ragione, Gesù: il seme va coltivato, va protetto dal sole troppo caldo, dalle intemperie. La Parola va custodita, approfondita, meditata, pregata. Gesù continua. Diversa è la situazione di chi ha costanza, di chi accoglie la Parola e la custodisce ma intorno a lui crescono altri interessi che si ingrandiscono e, alla fine, soffocano la Parola che rimane, ma non porta frutto. È presente, ma inutile. Sopraggiungono le preoccupazioni del mondo, il pre-occuparsi, l’occuparsi prima, anzitempo; ed invece di vivere il momento presente, di assaporare il tempo, lo amplifichiamo, lo estendiamo, e così la preoccupazione continua contagia la nostra vita e la nostra anima. E la soffoca, come una pianta infestante. E anche la bramosia soffoca il seme, cioè il desiderio smodato, auto-referenziale, fuori controllo. Dei soldi, della casa, del cibo, del sesso… Ogni cosa rischia di diventare un idolo e di ingigantirsi fino a prendere il controllo di noi stessi, fino a mettere ai margini la nostra anima. Ma esiste un’ultima possibilità. Meno male. Frutti Il tono della parabola cambia. È un finale colmo di speranza. Esiste un terreno buono che accoglie e porta frutto, tanto frutto. In cui la Parola scava i cuori, cambia la vita, modifica le scelte. Converte. E produce un gran raccolto: trenta, sessanta, cento per uno. Gesù usa un’iperbole per indicare che il seme produce molto più di quanto immaginiamo o speriamo. Ed è proprio ciò che accade: a fronte di tanto insuccesso, agli occhi degli uomini, resta il fatto che milioni di persone, accogliendo il vangelo, hanno radicalmente cambiato la propria vita. Noi fra questi. Io, fra questi. Vale la pena di riflettere su questo aspetto: leggere la nostra vita, le nostre vicende, il nostro passato per vedere quanto l’incontro col vangelo ci abbia cambiati. E anche noi possiamo dire che avere accolto il vangelo della nostra vita ha comportato qualche rinuncia. Ma ci ha dato cento volte tanto.

DOMENICA 9 luglio 2017      notizia del 08/07/2017

Commento della XIV Domenica del Tempo Ordinario: Può essere leggero un giogo? ..Quello di Cristo sì, perchè non è fatto da leggi, ma da gesti d´amore ( Mt 11,25-30 ) SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Paolo, nella seconda lettura, afferma: Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Nel linguaggio paolino, ‘carne´ non indica prima di tutto la sessualità, ma invidie, gelosie, tristezze, risentimenti, cioè tutta la negatività che prolifera in noi quando ci ritroviamo in balia di forze interiori che non controlliamo e vittime di circostanze esteriori che ci soffocano e ci stritolano. Per Paolo, i cristiani, pur subendola, non sono sotto il dominio di questa negatività interiore ed esteriore, ma sotto l´influenza dello Spirito - e i frutti dello Spirito, i segni della presenza dello Spirito, sono l´amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza, il dominio di sé - come si legge nella lettera ai Galati. Perché allora, invece di questi sentimenti positivi, perdurano in noi quelli negativi, prevale il dominio della ‘carne´? Perché continuiamo a fare la dolorosa esperienza della nostra vulnerabilità nei confronti della negatività che è in noi e di quella che ci condiziona dall´esterno? Vuol forse dire che non siamo dei buoni cristiani, che non corrispondiamo veramente alla grazia, alla vita dello Spirito in noi? Il dramma della condizione umana non è tanto né prima di tutto quello di fare cose sbagliate, di peccare, ma la divisione interiore, la presenza in noi di una parte di tenebra che sfuggirà sempre al nostro controllo, fino alla fine, e contro la quale non possiamo nulla. Nella stessa lettera ai Romani Paolo parla della drammatica esperienza di questa divisione interiore quando afferma: Non riesco a capire ciò che faccio, infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto.... In me c´è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo, infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Dobbiamo lasciarci ricordare queste cose da Paolo non per autogiustificarci, non per compiacerci nel peccato, ma perché si tratta di una verità di cui non cessiamo di fare l´esperienza. Chi di noi non desidera diventare migliore? Chi di noi non ha cercato di lottare contro aspetti della propria negatività interiore per superarla, sperimentando però la propria impotenza? Questo non vuol dire che la santità sia impossibile, ma che è necessario farsene una idea giusta. Santità infatti non vuol dire perfezione, cioè totale eliminazione della parte di ombra che c´è in noi. Questa non solo non sarebbe santità, ma potrebbe diventare una forma di orgoglio che invece di migliorarci ci renderebbe più ipocriti, alimenterebbe in noi l´illusione di essere autosufficienti, superiori agli altri, di non avere più bisogno di nessuno, nemmeno del Signore. Sarebbe insomma una caricatura della santità che ci farebbe rientrare nella categoria dei sapienti e dei dotti di cui parla Gesù nel vangelo di oggi: Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti. I ‘sapienti´ e i ‘dotti´ rappresentano coloro i quali, per la loro scienza o la loro presunta perfezione morale, si considerano superiori agli altri e autosufficienti. Riguardo a costoro Gesù dice che le cose del regno dei cieli sono loro nascoste, cioè che la loro perfezione li fa resi impermeabili alla possibilità di conversione. Invece a chi è promessa questa rivelazione? Chi Gesù chiama a sé? Chi vuole consolare? A chi vuole dare ristoro? Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. È ai ‘piccoli´, a coloro che sono affaticati e oppressi, a coloro che, nella quotidiana esperienza della loro povertà, della loro miseria, della loro incapacità, della loro tristezza, gridano con Paolo: me infelice, chi mi libererà da questo corpo di morte. Il segreto della vita cristiana è che questa divisione interiore, questa parte di tenebra che è in noi, questa quotidiana esperienza della nostra debolezza non solo non ci allontanano dal Signore, non solo non sono un ostacolo per la vita dello Spirito in noi, ma anzi sono la condizione per una vita spirituale sana, per accedere ad una santità autentica. Per questo Paolo può affermare io mi compiaccio nelle mie debolezze, infatti è quando sono debole che sono forte. Solo se siamo deboli, o piuttosto, solo se siamo coscienti della nostra debolezza, della nostra povertà, della nostra miseria, possiamo lasciarci raggiungere dall´appello, dalla chiamata di Gesù che risuona nel vangelo di oggi: Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Il Vangelo ci inserisce in un periodo di insuccessi per il ministero di Gesù: contestato dall´istituzione religiosa, rifiutato dalle città attorno al lago, da una generazione che non esita a definire «di bambini» (Mt 11,16), Gesù ha improvvisamente come un sussulto di stupore, gli si apre davanti uno squarcio inatteso, un capovolgimento: Padre, ho capito e ti rendo lode. Attorno a Gesù il posto sembrava rimasto vuoto, si erano allontanati i grandi, i sapienti, gli scribi, i sacerdoti ed ecco che il posto lo riempiono i piccoli: poveri, malati, vedove, bambini, i preferiti da Dio. Ti ringrazio, Padre, perché hai parlato a loro, e loro ti hanno capito. I piccoli sono le colonne segrete della storia; i poveri, e non i potenti, sono le colonne nascoste del mondo. Gesù vede e capisce la logica di Dio, la sua tenerezza comincia dagli ultimi della fila, dai bastonati della vita. Non è difficile Dio: sta al fianco dei piccoli, porta quel pane d´amore di cui ha bisogno ogni cuore stanco... E ogni cuore è stanco. Di un segno d´affetto ha estremo bisogno l´animo umano: è la vera lingua universale della Pentecoste, che ogni persona dal cuore puro capisce, in ogni epoca, su tutta la terra. Gesù che si stupisce di Dio; mi incanta, è bellissima questa meraviglia che lo invade e lo senti felice, mentre le sue parole passano dal lamento alla danza. Ma poi non basta, Gesù fa un ulteriore passo avanti. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro, non un nuovo sistema di pensiero, non una morale migliore, ma il ristoro, il conforto del vivere. Anche per me e per te, nominare Cristo deve equivalere a confortare la vita. Le nostre prediche, i tanti incontri devono diventare racconti di speranza e di libertà. Altrimenti sono parole e gesti che non vengono da lui, sono la tomba della domanda dell´uomo e della risposta di Dio. Invece là dove le domande dell´uomo e la bellezza del Dio di Gesù si incontrano, lì esplode la vita. Imparate da me... Andare da Gesù è andare a scuola di vita. Imparate dal mio cuore, dal mio modo di amare, delicato e indomito. Il maestro è il cuore. Se ascolti per un minuto il cuore, scrive il mistico Rumi, farai lezione ai sapienti e agli intelligenti! Il mio giogo è dolce e il mio peso è leggero: dolce musica, buona notizia. Il giogo, nella Bibbia, indica la Legge. Ora la legge di Gesù è l´amore. Prendete su di voi l´amore, che è un re leggero, un tiranno amabile, che non colpisce mai ciò che è al cuore dell´uomo, non vieta mai ciò che all´uomo dà gioia e vita, ma è instancabile nel generare, curare, rimettere in cammino. Cos´è l´amore? È ossigeno. Che se la vita si è fermata, la attende, la impregna di sé e le ridona respiro.

DOMENICA 2 LUGLIO 2017      notizia del 01/07/2017

Commento per la Liturgia di Domenica : 2Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42: La fiducia in Cristo con gesti concreti di Vangelo SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 La liturgia di questa domenica ci fa meditare su una frase forte di Gesù: "Chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me". La presenza di Cristo nella nostra vita deve essere anteposta anche agli affetti familiari più cari, la sua presenza in mezzo a noi modifica completamente tutte le relazioni umane che devono essere viste in modo nuovo. Tutto ciò che è stato scritto prima di lui va rivisto nella realtà della persona del Cristo, venuto in terra quale vero Dio e vero uomo e che con la sua morte e risurrezione ha cambiato la storia dell´umanità. Nella prima lettura tratta dal secondo libro dei Re ci viene ricordato che la legge dell´ospitalità era sacra nel mondo antico; oggi Gesù ci chiede di essere ospitali in modo nuovo, ovvero di essere misericordiosi verso i fratelli, di dimostrare la fede che ognuno ha diventando accoglienti e solidali, nella condivisione quotidiana. Il profeta Eliseo si trovava passare per Sunem e una donna illustre lo trattenne a mangiare e così faceva anche tutte le volte che egli passava di là. In quella casa la donna fece costruire una piccola stanza per lui, affinché potesse riposare durante il cammino; la donna, infatti, aveva compreso che il profeta era un uomo di Dio. Il profeta, un giorno che si era ritirato nella stanzetta, chiese al suo servo Giezi che cosa fare per ringraziarla. Il servo disse allora che alla donna mancava la gioia di un figlio; dopo averla chiamata Eliseo le profetizzò che l´anno seguente, nello stesso periodo, avrebbe tenuto fra le braccia un figlio. Il profeta Eliseo è sicuro che il Signore concederà il dono da lui promesso alla donna. Questa certezza colpisce chi ascolta il brano, ma lo si può comprendere se ricordiamo che le persone che vivono completamente nel Signore ragionano in modo totalmente diverso dagli altri: essi confidano in Dio e sono certi della sua presenza fedele. Dio è generoso e concede molto a chi sa dare molto. Spesso si sente dire che oggi l´ospitalità non esiste più; purtroppo la vita, con tutte le sue negatività, ci porta ad essere diffidenti, a non aprire le nostre case, a non intraprendere relazioni con persone nuove, ci impedisce di essere accoglienti. A volte sentiamo il desiderio di condividere con altri le nostre esperienze, ma poi ci lasciamo prendere dalla pigrizia e tralasciamo le buone ispirazioni che lo Spirito ci manda. Più semplice è essere accoglienti nell´ambito delle nostre parrocchie, dei nostri gruppi dove ci sentiamo sicuri senza pericoli. Con il ritornello del salmo responsoriale, tratto dal salmo 88/89, "Canterò per sempre l´amore del Signore" viene esaltata la fedeltà di Dio per l´umanità. Nella seconda lettura l´apostolo Paolo parlando ai Romani ricorda che per mezzo del battesimo anche noi siamo stati battezzati nella sua morte e come egli per mezzo del Padre sia stato risuscitato nella gloria, così anche noi possiamo vivere in una vita nuova. Cristo è morto una sola volta per i peccati degli uomini ed ora vive per sempre in Dio e quindi anche noi siamo morti al peccato, ma vivi per Dio in Cristo Gesù; infatti, il battesimo che riceviamo trasforma la natura dell´uomo e la rende simile a quella del Cristo, e come lui, figli di Dio, non c´è più in noi la morte ma la vita vera. L´apostolo Matteo nel brano di vangelo ci propone il non facile brano da interpretare, in cui afferma che l´amore di Dio è superiore a qualsiasi affetto terreno, cosa per noi difficile da comprendere e da attuare. Gesù continua dicendo che chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me, chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi darà solo un bicchiere d´acqua a uno di questi bambini, io vi dico, non perderà la propria ricompensa. Gesù ci invita a prendere ogni giorno la nostra croce e a condividerla con lui nell´accettazione non passiva ma costruttiva di tutti i piccoli e grandi problemi che ogni giorno si presentano nella nostra vita. Non è facile, anzi si può dire, a volte, molto difficile accettare quello che all´improvviso avviene, ci si sente impotenti, non si sa quale decisione prendere, con chi consigliarci, l´unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è affidarci al Signore Gesù che ha vissuto nella sua umanità tutti i patimenti dell´uomo e solo lui può farci capire cosa fare. Prendere la croce ogni giorno ci inserisce già nella vita del Cristo. E´ importante sapere e credere che lui ci è sempre vicino e che, come dice la preghiera, nei momenti per noi troppo pesanti, ci porta in braccio. 4 domande per riflettere: - La donna accoglie il profeta perché riconosce in lui l´uomo, il santo di Dio. Nelle nostre relazioni incontriamo molte persone, siamo capaci di riconoscere fra loro l´uomo di Dio? - Il profeta è sicuro che il Signore realizzerà la promessa fatta alla donna. Quando preghiamo per qualcosa molto importante per noi, siamo certi che lui ci ascolta e ci concederà quello che per noi è il meglio? - Con il battesimo diventiamo cristiani ed entriamo nella vera vita del Cristo per mezzo della sua morte e risurrezione. E´ importante per noi essere dei battezzati e quindi persone che hanno il compito di portare nel quotidiano la Parola di Gesù con la propria vita? - Nella preghiera sappiamo accettare le piccole e grandi croci che molte volte entrano nella nostra vita?

SS. Pietro e Paolo      notizia del 28/06/2017

Liturgia di domani :SS. Pietro e Paolo . Patroni di Roma e giorno di precetto per Roma SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Mercoledì 28 prefestiva alle h. 19.00 SANTI PIETRO E PAOLO, LE ROCCE DELLA PRIMA CHIESA Il primo Papa e l´apostolo delle genti. Uomini e carismi diversi uniti in un´unica festa che la liturgia celebra il 29 giugno, poiché, fin dalle origini, le comunità cristiane hanno identificato in queste due figure le radici stesse della Chiesa. Nella fedeltà a Cristo, fino a dare la vita Di Simone (poi ribattezzato Pietro da Gesù stesso) i Vangeli, solitamente molto parchi nelle caratterizzazioni psicologiche, ci offrono un ritratto vivido. E´ irruento, sanguigno: parla e agisce d´impulso, al punto da meritarsi i rimproveri del Maestro. Ma è anche colui che, ispirato dallo Spirito Santo, intuisce prima degli altri la natura divina di Gesù: «Io credo Signore che tu sei il Cristo, il figlio del Dio vivente». Da qui la chiamata a una particolarissima missione, quella di guida e sostegno della comunità. «E io ti dico che sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa. Ti darò le chiavi del regno dei cieli e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». E´ questo stesso primato che la Chiesa cattolica riconosce nel Papa, i cui simboli, le chiavi e l´anello del pescatore, immediatamente rimandano alla figura dell´apostolo. Umanissimo nella sua fragilità, Pietro è, come gli altri discepoli, smarrito nel momento terribile della condanna e dell´agonia di Gesù. Ma più degli altri porta addosso un peso. «Non conosco quell´uomo»: con queste parole per tre volte rinnega pubblicamente Cristo, abbandonandolo di fatto al suo destino. Eppure, paradossalmente, proprio questo episodio gli consente di sperimentare, forse più di chiunque altro, l´abbraccio della misericordia. «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?», gli domanda per tre volte il Risorto, rinnovando poi subito la chiamata a guidare il gregge dei fedeli «Pasci le mie pecorelle». Una chiamata cui, dopo la Pentecoste, l´apostolo consacra la vita, diventando un riferimento per i Cristiani a Gerusalemme, in Palestina, ad Antiochia, e operando miracoli nel nome di Gesù. Fin qui le fonti bibliche: il resto è tradizione. Varie testimonianze raccontano di un trasferimento a Roma. Nel cuore dell´impero il discepolo vive per alcuni anni, predica e coordina la comunità. Muore martire sotto Nerone, probabilmente intorno al 67 d.C. PAOLO, DA PERSECUTORE DEI CRISTIANI AD APOSTOLO Molto diversa è la vicenda umana e spirituale di Paolo di Tarso, che, a differenza di Pietro, non ha modo di incontrare il Gesù storico lungo le strade della Palestina. Lo incontra invece in modo misterioso, dopo anni di feroci persecuzioni contro la Chiesa. Per una parte della sua vita Saulo (questo il suo nome prima della conversione) è un uomo inflessibile, spietato, e colpisce i Cristiani con una determinazione che sembra sconfinare nel fanatismo. Poi, improvvisamente, accade qualcosa. «Tutta la vita dell’Apostolo è segnata da quell’evento – leggiamo nel libro Le confessioni di Paolo, tratto da un corso di esercizi spirituali che il cardinale Carlo Maria Martini tenne nel 1981 - È difficile per noi capirlo, perché, in realtà, Paolo stesso comprende solo al momento della morte che cosa abbia significato per lui quell’episodio». E´ la cosiddetta folgorazione sulla via di Damasco. E´ quell´”incidente di percorso” che lo costringe a un cambio di prospettiva. E ad incamminarsi verso una vita nuova: inizia così il suo apostolato. Paolo comprende che il messaggio evangelico non si può limitare alle comunità giudaiche, ma ha una dimensione universale. Con lui la Chiesa si scopre a tutti gli effetti missionaria, aperta ai “gentili”, i pagani, i lontani. Uomo caparbio, infaticabile, di grande cultura, eccellente oratore, Paolo abbandona le sue sicurezze per mettersi costantemente in gioco, spinto da un´unica certezza: «per me vivere è Cristo», come scrive lui stesso nella Lettera ai Filippesi. I suoi viaggi lo portano dall´Arabia alla Grecia, dalla Turchia all´Italia. A Roma viene arrestato, ma per un certo tempo riesce, pur tra mille difficoltà, a predicare. Come Pietro muore martire, probabilmente intorno al 67 d.C. Le sue 13 lettere, inserite nel canone del Nuovo Testamento, sono un pilastro dottrinale del cristianesimo e un riferimento imprescindibile per i fedeli di tutte le epoche storiche e di tutti i continenti. I DUE APOSTOLI SIMBOLO DELLA CHIESA PLURALE «A Roma Pietro ritrova Paolo – scrive Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, commentando il Vangelo del 29 giugno - Non sappiamo se nel quotidiano della testimonianza cristiana, ma certamente nel segno grande del martirio. Paolo, “l’altro”, l’apostolo differente, posto accanto a Pietro nella sua alterità, quasi a garantire fin dai primi passi che la Chiesa cristiana è sempre plurale e si nutre di diversità».

anno catechistico 2017 /18      notizia del 26/06/2017

cliccando su l´allegato è possibile scaricare il modulo per l´iscrizione al nuovo anno catechistico 2017 / 2018

Domenica 25 Giugno 2017      notizia del 24/06/2017

Commento al vangelo di domenica: certi proverbi sono più di pancia che rispondenti alla realtà e tanto meno al Vangelo ( Mt. 10,26-33) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Per troppo tempo ci siamo fidati dei proverbi: perché un proverbio è tanta-roba concentrata in poche parole. "Lo dice il proverbio" è la frase con la quale siamo soliti chiudere faccende complicate, giustificare dei fatti accaduti, tentare di consolare l´anima dopo una sventura: «I proverbi sono la maniera di pensare dello stomaco, con i proverbi lo stomaco fabbrica delle briglie per l´anima, per poterla governare più facilmente» (M. Gorkij). I proverbi, però, hanno bisogno della vita per venire illustrati, per essere creduti affidabili. In caso contrario, la sapienza popolare ci ha tirati dentro un tranello. Anche perché, molto spesso, la saggezza dei proverbi sta proprio nel contraddirsi: è brutto tempo anche se ieri sera il cielo era rosso, donne e buoi anche da paesi non-tuoi sono stati buoni, è bastata una rondine per fare primavera. I proverbi, come le previsioni del tempo: sarà bello se non pioverà, saremo ricchi se risparmieremo, andremo in vacanza se avremo i soldi. C´è un proverbio che, sin dall´infanzia, mi ha sempre causato fastidiose allergie verso coloro che, noncuranti, lo vendevano come inedito-evangelico. Suona più o meno così, a seconda di dove lo si declama: "Non si muove foglia che Dio non voglia". Quando lo sentivo - quando lo sento, purtroppo - c´è un che d´insopportabile che mi rattrista l´anima: tutto ciò che accade, dice l´uomo del proverbio, è volere di Dio. Annoto su un quaderno ciò che è accaduto in questi ultimi giorni: un bambino è morto a causa della leucemia, un altro morto perché un vaso gli è caduto in testa, un lunghissimo elenco di nomi e cognomi sono stati estratti dalla torre infuocata di Londra, un papà ha perduto il lavoro decretando finita la sua vita, sessanta uomini sono stati forati coi proiettili in uno sperduto paese dell´Africa. Dopo aver annotato, rileggo. Dopo aver riletto la lista della spesa-del-male, mi ripeto ad alta voce il proverbio: "Non si muove foglia che Dio non voglia". Un Dio siffatto, è un Dio che non merita ascolto. Men che meno fiducia, figurarsi l´adorazione. Eppure, Vangelo alla mano, il proverbio pare esatto: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri». Terribile: è Dio che fa cadere i passeri, affonda i barconi, tarpa le ali al bambino, frantuma la speranza di un papà. C´è chi lo pensa davvero, in nome del proverbio: anche Dio, dunque, deve sottostare alla logica popolare. Il Vangelo, però, non dipinge quest´immagine di Dio. Il Dio dei vangeli è un Dio-dei-dettagli - capelli, passeri, lievito, senape, gigli, rondini -, dell´infinitamente piccolo, della fanciullezza salita al potere. Il Dio della libertà-liberante: "Forse che anche voi volete andare dietro altri dei? Fate pure: liberi d´andare, di tornare, di ritornare". Non c´è gioia senza la più piena libertà. Ecco, allora, che la traduzione ci ha fregati: non tanto "nulla accade senza il volere del Padre vostro" quanto, piuttosto, "nulla accade senza che Dio ne sia coinvolto fino all´osso". Che, a leggerla così, è esattamente il contrario: è un Dio che piange i passeri caduti, i barconi affondati, i bambini che se ne vanno presto. Un Dio coinvolto, coinvolgente, dentro fino-alla-gola alle più piccole faccende dell´umano. Un Dio che all´uomo va dicendo: "Tutto ciò che ti accade - siccome accadendo a te accade in contemporanea a me -, t´assicuro che non andrà perduto". Quant´è terribile il primo-Dio (che mica è il Dio di Dio) e quant´è tenero il secondo-Dio, quello ch´è veramente Dio: non nasconde affatto la miseria della storia, ma dentro la miseria fa delle sue mani il nido per la storia dell´uomo. "Cadrai - dice Dio -: quando cadrai, ricorda sempre che userò le mie mani come nido. Cadrai nelle mie mani e nulla, di te, sarà perduto". "Si muove foglia che Dio non voglia" è il proverbio corretto dai Vangeli. Ciò che essi aggiungono - ed era difficile da immaginare - è che le foglie cadranno in mano di Dio, pur non avendo affatto desiderato cadessero. Dio-vibrante: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce e quello che voi ascoltate all´orecchio voi annunciatelo dalle terrazze». Sempre lo griderò: alla-faccia-di, in-barba-a, alla-luce-del-sole. Dalla terrazza. Il mio nuovo nome è: valgo-più-di.

DOMENICA 11 Giugno 2017      notizia del 10/06/2017

Commento della domenica: SS.Trinità ...la nostra festa patronale parrocchiale Diventare comunione di carità, amore e accoglienza ( Gv 3,16-18) Sono così belle le cose sfiorate dalla luce della luna piena. Ma sono ancora più belle abbagliate dai raggi caldi del sole. Perché la luna vive di luce riflessa. Il sole invece è fonte di luce, e la luce è integrazione della diversità dei colori. Come il sole, Dio è Fonte di Luce. Dio è Luce. E la Luce è venuta al mondo. Il mistero di Dio si rivela illuminando la realtà da Lui creata. E nel riconoscere la ricchezza e la bellezza dei colori e delle forme, che danno identità e consistenza a tutte le cose, ci accorgiamo di quanto sia meravigliosa e discreta la Fonte che ha generato tutto ciò. La Luce, in sé, non si vede. Ma fa vedere. E nel rendere visibile, illumina di bellezza. Così si svela, e ci stupisce che possa esserci tanta varietà, sebbene rischiarata e originata dalla stessa Sorgente. Così è Dio: per farsi vedere, mette in evidenza, rischiara, colora e decora le Sue creature, perché in esse noi - le più belle fra tutte le creature - possiamo intuire e desiderare il Suo volto di Luce. Dio nessuno l´ha mai visto, ma la Luce lo ha rivelato. La Luce è il volto del Figlio, consegnato per amore affinché si infrangano le tenebre che deformano, nascondono, spengono la bellezza e la vita. Nel volto del Figlio si mostra la luminosità del Padre, ma in maniera paradossale. Il Padre infatti si ritira, affinché splendano coloro che Egli ama. Perché è proprio della Luce restare umilmente in secondo piano, e allo stesso tempo penetrare ogni corpo, permettendo agli oggetti illuminati di esprimere tutta la loro consistenza. Ma senza la Luce essi non sono più. Così fa Dio con noi. Ma così, in Dio, fa il Padre con il Figlio, e il Figlio con il Padre. Il primo si espropria del proprio diritto di abitare solitario il Cielo e di vedere tornare a Lui tutte le cose, anche il riconoscimento del Figlio. Il Padre prende l´iniziativa, esce da sé, e consegna il Figlio, in qualche modo se ne distacca, se ne priva, quasi a essere disposto a perderlo, e solo per amore. La Croce è il vertice della Luce, perché nella Croce il Padre rinuncia totalmente a imporre l´abbaglio della Sua divinità per lasciare che il Figlio si esponga, umiliato, a essere icona e altare dell´amore donato. Ma in questo mistero pasquale, anche il Figlio si ritira, si schermisce, così come insistentemente aveva fatto nella sua vita terrena: ‘Chi ha visto me ha visto il Padre´ (Gv 14,9); ‘non la mia, ma la Sua volontà sia fatta´ (Lc 22,42). Il Figlio, della stessa sostanza del Padre, pensa, sente e agisce come Lui nella logica del totale svuotamento di sé, per fare posto all´altro. Dio agisce così verso l´uomo e la creazione. Dio agisce così perché Egli è così, anche nell´intimità della propria vita trinitaria. La relazione del Padre e del Figlio, il primo che consegna, il secondo consegnato, per il bene degli uomini, manifesta l´essenza dell´Amore. L´Amore è la relazione tra loro, l´Amore dunque è lo Spirito Santo. Così come si mostrano a noi, Padre e Figlio sono tra loro, diversi ma uguali nell´Amore. L´Amore, lo Spirito, è capacità di farsi da parte proiettando però la propria Luce affinché i colori, le forme, i dettagli, la dignità, la bellezza dell´altro vengano alla luce, si manifestino, si consolidino. E così l´Uno fa essere l´Altro, e non vi è l´Uno senza l´Altro. Avviene tra il Padre e il Figlio. Avviene tra Dio e l´uomo. Se cancelliamo Dio, muore l´uomo, e le tenebre invadono il mondo. Se uccidiamo l´uomo, sfiguriamo Dio, come il volto di Gesù sulla Croce. Oggi è festa di Luce. Ma è anche battaglia tra giorno e notte, tra chiaro e scuro, tra luce e tenebre. In Dio tutto è Luce. Sceglierlo è fare un passo avanti perché il suo Amore ci possa invadere e rischiarare, illuminare e riscaldare. Sceglierlo è percorrere gli ultimi passi della penombra, per passare dalla luna al sole. La Trinità ha scelto di farsi prossima a noi: non poteva essere altrimenti, perché la Luce è fatta per illuminare. Tuttavia, a noi lascia la libertà di decidere se lasciarci toccare o no da questo raggio vitale. In ciò, la Trinità si ritira, attende, spera. Con noi, per noi, da noi: immensa dignità, quella di poter scegliere di lasciar vivere in noi la Luce, perché vi sia Luce anche tra noi. Permettere a Dio di essere Dio dipende anche dalla nostra libera adesione alla Luce. Con l´opportunità della vita piena, della salvezza definitiva, dell´eternità. E il rischio che, rifiutato e sfigurato Dio, anche noi restiamo spenti a vagare nell´esistenza terrena come fiammelle senza speranza.

DOMENICA 4 GIUGNO : PENTECOSTE      notizia del 03/06/2017

Commento alla Domenica di Pentecoste: Gv 20,19-23 Quando noi pensiamo che la diversità sia segno di frammentazione, di debolezza e di contrasto, Dio manda il suo Spirito, e fa dell´umanità "un solo corpo". SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La Pentecoste è, senz´altro, la solennità post-pasquale che meglio colora di speranza la nostra umana società. Nell´invocazione allo Spirito Santo, la Terza persona della Santissima Trinità, noi chiediamo di venire a rinnovare la faccia della terra e a rinnovare il cuore di chi questa terra la abita da sempre, che è l´uomo. Nella preghiera iniziale della solennità odierna ci rivolgiamo a Dio con queste parole di fiducia e di speranza: "O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo". La Pentecoste è questo rinnovare e rinnovarsi del mondo e della chiesa con la forza dello Spirito Santo che comunica i suoi sette doni (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio) e con la pluralità di altri importanti doni, come quella della glossolalia, la capacità di farsi capire da tutti, pur parlando una sola lingua. Infatti, negli Atti degli Apostoli che ascoltiamo come prima lettura, in questa solennità, viene messo in risalto proprio questo singolare evento e fatto, conseguente alla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli e Maria, riuniti nel cenacolo, descritta in modo pregnante e coinvolgente. Di fronte a tale racconto, si potrebbe restare, sorpresi, ma indifferenti, come capita spesso quando lo Spirito Santo suggerisce ed illumina la mente del credente, che rimane freddo e distaccato davanti al calore che emana da Dio Amore, da Dio Spirito, dal Dio Consolatore. Mentre con il salmista, potremmo comprendere appieno il dono dello Spirito, che ha la capacità di rinnovare la terra e con la forza che Egli promana, fa elevare il cuore a gradi più alti di riconoscenza e gratitudine verso il Signore: "Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature. Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere. A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore". Nella seconda lettura, tratta dalla bellissima prima lettera ai Corinzi di San Paolo Apostolo, noi veniamo condotti per mano alla comprensione dell´unità e della diversità. Un solo Spirito, tanti carismi e doni per il bene comune e per la costruzione dell´unica chiesa di Cristo. L´esempio dell´unitarietà e dell´armoniosità del corpo umano, permette all´Apostolo delle Genti, di far emergere dal suo scritto un´ecclesiologia di comunione, condivisione e compartecipazione, dove tutti apportano il loro contributo per l´edificazione della Chiesa e per la santità della stessa. Leggiamo, infatti, che "vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune. Cristo". E conclude "noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito". Quanto ci tenesse l´Apostolo all´unità di tutti i cristiani, lo possiamo facilmente comprendere da questo meraviglioso testo, in cui tutti, nella chiesa, hanno diritto di cittadinanza, in seguito al battesimo, e tutti sono al servizio della causa comune, che non autorizza nessuno, se è veramente radicato nella chiesa, ad autoescludersi e a non sentirsi protagonista in essa con i doni che il Signore ha riversato su ognuno di essi. E tra i doni e la missione che Cristo ha affidato alla Chiesa, mediante l´invio dello Spirito Santo, ce ne è uno importantissimo, quello di perdonare i peccati, quello di ridare dignità e figliolanza di Dio, dopo la caduta primordiale con il peccato originale e dopo le cadute, di volta in volta, nel corso della vita, espresse dalle fragilità umane e dai vari peccato che purtroppo si commettono volontariamente e coscientemente. Nel giorno della Risurrezione, il Signore Gesù salutò la seconda volta i discepoli con queste parole: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». La vera Pentecoste per ciascuno di noi è vivere nella grazia e nella comunione. La primavera che possiamo celebrare ogni volta che sperimentiamo l´inverno, oltre che l´inferno, della nostra vita, quando siamo in peccato, è quella di ritornare subito nel clima gioioso e rassicurante della misericordia divina, che è la primavera della grazia, mediante il sacramento della penitenza e mediante una vita di santità, che attinge la sua fonte originaria nel battesimo e nella confermazione. Tutti battezzati e tutti cresimati, ma, mi chiedo, viviamo davvero da battezzati in Cristo e testimoni di Cristo dovunque siamo e qualsiasi cosa facciamo? Abbiamo il coraggio di portare ed annunciare agli altri la gioia vera che viene da Dio e dalla nostra docilità allo Spirito Santo? Anche in questa Pentecoste 2017, preghiamo e invochiamo lo Spirito Santo con la stupenda sequenza che leggeremo a conclusione della seconda lettura e prima del Vangelo di questa solennità: "Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni, vieni, luce dei cuori. Consolatore perfetto, ospite dolce dell´anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto. O luce beatissima, invadi nell´intimo il cuore dei tuoi fedeli. Senza la tua forza, nulla è nell´uomo, nulla senza colpa. Lava ciò che è sórdido, bagna ciò che è àrido, sana ciò che sànguina. Piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato. Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna". Si, lo Spirito Santo è tutto questo per noi e tutto questo può fare e fa per noi, se siamo attenti e alla sua voce che come un vento si abbatte impetuoso nella nostra vita, a volte senza senso, e la trasforma in una vita piena di frutti spirituali, come quelli che ben sappiamo e che sono l´amore, la gioia, la pace, la pazienza, la benevolenza, la bontà, la fedeltà, la mitezza e il dominio di sé. Lo Spirito Santo è davvero il Consolatore che cambia i nostri cuori tristi ed affranti in cuore pieni di gioia e di speranza.

DOMENICA 28 MAGGIO 2017      notizia del 27/05/2017

Commento della Domenica: Ascensione del Signore ( Mt 28,16-20): Chiamati a salire sul monte Sul monte Il Monte che Gesù aveva indicato loro, pur indicato in modo determinativo è lasciato nella indeterminatezza proprio per richiamare le Beatitudini: Vedendo le folle, Gesù salì sul monte (Mt 5,1), come il tempo che Gesù dedicò alla preghiera: Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare (Mt 14,23), anche la forza della guarigione: salito sul monte, lì si fermò. Attorno a lui si radunò molta folla, recando con sé zoppi, storpi, ciechi, sordi e molti altri malati; li deposero ai suoi piedi, ed egli li guarì (Mt 15,29-30), né si può tralasciare la rivelazione del suo volto trasfigurato: li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro (Mt 17,1-2). Anche il monte altissimo della tentazione (Mt 4,8) è lasciato nella indeterminazione. C´è un Monte per ciascuno di noi in cui si realizza l´incontro col Signore e che dobbiamo raggiungere, un monte senza nome, un luogo segnato dalla provvisorietà, un posto in cui arrivare e da cui partire. Gesù si avvicinò Gesù di fa vicino a quel gruppo di discepoli, - undici, dice il vangelo quasi a sottolineare la lacerazione e la povertà di quel piccolo gruppo segnato dal tradimento - un gruppo fragile nella sua umanità, prostrato davanti al Risorto ma contaminato dal dubbio. Matteo non nasconde la realtà, solo lui ci racconta l´epilogo del tradimento (Mt 27,5), ecco la chiesa di allora e la chiesa di sempre, la chiesa di oggi. Una chiesa povera di umanità, lacerata dal peccato e dal tradimento, che annaspa, prostata davanti al suo Signore, galleggiando in un mare di dubbi. Il Vangelo, nella sua semplicità, non ci mette di mezzo nascondendo la verità dietro falsi trionfalismi, la Liturgia che ci racconta non ha bisogno di paramenti né di dorature, ma ci dice che attraverso la lettura attenta della realtà è possibile scoprire il dono di Dio trovare le indicazioni per vivere oggi quel mistero dell´Incarnazione per cui Dio si è fatto vicino all´uomo inabissandosi nella sua miseria per portare a tutti la salvezza. Gesù non si preoccupa di sciogliere i dubbi, sembra neppure interessalo. Sa bene che il credente non può esprimere la sua fede se questa non è costantemente trascinata dal dubbio in una ricerca che sembra non aver mai fine. La fede non vive di certezze acquisite ma della ricerca perenne. L´uomo di fede è viaggiatore dell´altrove, nomade per natura, alla ricerca di un luogo mai definitivo dove piantare la sua tenda. Gesù si fa vicino a quest´uomo, compagno del suo viaggio tutti i giorni, fino alla fine del mondo. A questo uomo Gesù affida il suo Mistero. Andate Il Mistero, quel Progetto che, nascosto dai secoli, è adesso rivelato (Rm 16,25-26) di far discepoli tutti i popoli, Gesù lo affida a quel misero gruppo di discepoli. Gesù li manda per far entrare tutti nella loro stessa condizione, a condividere la stessa esperienza di amore ricevuto, a condividere lo stesso dono di Dio. Gesù manda questi uomini ad un umile servizio di condivisione chiedendo loro di battezzare. Non si tratta di compiere un rito ma di condividere un evento che è di tutta la vita e che trova il suo principio nella Incarnazione del Signore (cfr. Fil 2,6-11): essere immersi nella profondità di Dio. Il Figlio di Dio si è fatto uomo per immergere l´umanità nel seno stesso di Dio. Essere battezzati, tuffati, immersi, affondati nel "nome", nella essenza stessa di quel Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo; in questo "nome" ha termine il lungo viaggio della fede dell´uomo. Insegnando loro Battezzare trova continuità nell´insegnare (in-segnare) consegnare il segno: la Parola che salva. Il "popolo immerso nelle tenebre e ombra di morte" (Mt 4,16) è adesso immerso in Dio e nella Salvezza della Parola. È necessario prima fare l´esperienza di essere immersi nell´amore di Dio per poi sperimentare la vita illuminata dalla Parola. Tutti i giorni Per tre volte è ripetuta la parola "tutto": tutti i popoli, tutto ciò che vi ho comandato, tutti i giorni; è una parola assoluta che niente esclude e nulla tralascia, comprende ogni realtà; Matteo ci dona una prospettiva universale verso ogni uomo, ci chiede di lasciarci prendere da ogni parola del Signore come vivere in pienezza ogni giorno della storia, fino alla fine del mondo.

DOMENICA 21 MAGGIO 2017      notizia del 20/05/2017

Riflessione VI Domenica dopo Pasqua : GV 14, 15 - 21 SS. Messe h. 9.00 - 10.30 (Prime Comunione)- 12.00 (Unzione degli infermi) - 19.00 Se mi amate. Gesù ora parla di sé nell´ultimo grande discorso che, nel Vangelo di Giovanni, fa ai suoi discepoli. È una sorta di testamento definitivo, di condivisione delle proprie emozioni. Gli apostoli sono straniti da quei discorsi di addio, ancora non sanno cosa sta per accadere. E in quelle parole, come dicevamo domenica scorsa, Gesù concentra tutta la sua travolgente passione, il suo amore, l´intensità della sua missione Se mi amate. Quante volte usiamo questo termine con i nostri figli, con i nostri familiari, con il nostro partner. Se davvero mi vuoi bene dovresti... Prove, ricatti, sotterfugi per mettere all´angolo chi dice di amarci. Ha un volto negativo, questa affermazione. Il volto del giudizio, dell´esame, della messa in discussione continua. Là dove siamo noi i giudici. E un´ambiguità insormontabile: siamo noi a stabilire le condizioni che l´altro deve osservare per dimostrare il suo amore. Come se sapessimo cos´è l´amore. Sul serio. Ma dai. Amori folli Diffido dell´uso esagerato del termine amore. Non solo perché ho sempre manifestato un certo pudore nell´esprimere emozioni e affetti. Ma molto di più perché dietro questo termine, ormai, abbiamo nascosto tutto e il contrario di tutto. Come l´omicida che, disperato, afferma di avere ucciso la propria amata perché la amava troppo. Amore e follia, sommo amore e sommo egoismo, quasi sempre coincidono. Cosa intende dire Gesù, allora, quando dice se mi amate? Il suo non è un ricatto. Non è un manipolatore. Non suscita sensi di colpa. Se mi amate osservate i miei comandamenti. Il principale, anzitutto: amatevi gli uni gli altri dell´amore con cui vi ho amati. Possiamo amare se accogliamo il suo amore incondizionato. Diventiamo capaci di amare di quell´amore che riceviamo. Non perché migliori o sensibili o buoni. Perché amati. Il comandamento, allora, perde tutta la sua tetra valenza giuridica, di obbligo, di legge, di comando. E diventa la forma dell´amore. Il modo concreto che abbiamo di manifestare affetto per un´altra persona. Se dico che ti amo e non ti vedo mai, chi mi può credere? Se dico che ti amo e ti lascio morire di fame o di solitudine, a che serve? Il comandamento, allora, diventa il modo pratico di declinare l´amore che ho per te. E il comandamento di cui parla Gesù è quello appena consegnato durante l´ultima cena, che completa e sostituisce ogni altro comandamento. Amatevi come io vi ho amati. Cioè: accogli il mio amore per essere capace di amare te stesso e gli altri. Amare gli altri come lui ci ha amati. Come una vasca che si riempie d´acqua e deborda, irrigando tutto ciò che gli sta attorno. Portando vita. Il paraclito, lo Spirito di verità A volte, però, non siamo capaci di accogliere l´amore di Dio. ne siamo ostacolati perché ci rimproveriamo qualcosa, perché il mondo, che in Giovanni indica la parte oscura che ci abita, ci accusa, ci fa sentire in colpa, ci condanna, ci giudica. E il mondo non è in grado di conoscere l´amore. Né Cristo. Né Dio. Siamo pieni di sensi di colpa, sempre sottoposti a giudizio. E spesso, purtroppo, diciamo che è Dio a volerlo! Gesù, allora ci invia lo Spirito paraclito. Nell´antichità non esisteva la figura dell´avvocato difensore. L´accusato poteva, a proprio discolpa, chiamare dei testimoni. Ma se, alla fine, questo non era sufficiente, una persona che godeva di stima pubblica poteva mettersi a fianco dell´accusato (da cui il termine paraclito) senza dire nulla. E la sua integrità suppliva a quella dell´accusato. Lo Spirito ci fa uscire dalla terribile logica del giudizio verso noi stessi e verso gli altri. Ma perché ciò accada lo Spirito ci deve condurre verso la verità. La verità di noi stessi, consapevoli dei nostri limiti ma, soprattutto, consapevoli del grande dono per gli altri che possiamo diventare. Che già siamo. Grande gioia Se è davvero così, allora, la difficoltà, il limite diventano straordinaria opportunità, occasione di annuncio, ragione di conversione. Ne sa qualcosa Filippo che, a causa della persecuzione che si è scatenata contro la primitiva comunità, è fuggito e si ritrova in Samaria, la terra abbandonata, la terra eretica, la sposa infedele che Gesù stesso ha cercato di sedurre e di riconquistare (Gv 4). La fuga diventa luogo per l´annuncio e conversione di nuovi discepoli. Ogni difficoltà diventa opportunità per andare all´essenziale, per purificare le nostre strutture e le nostre stanche abitudini. Affinché, oggi come allora, ci sia una grande gioia in quella città. Quella che abitiamo. Rendendo ragione Dimorare nell´amore, non scoraggiarsi e approfondire la fede, come suggerisce Pietro. Sempre pronti a rendere conto della speranza che è in noi. Perché amati, perché amanti. Perché (non sempre) amabili. Superando i sensi colpa e il giudizio, attenti alla verità che per noi è una persona, il Cristo, possiamo con libertà dire Dio, dire di Dio.

domenica 14 maggio      notizia del 13/05/2017

Commento V Domenica di Pasqua : Gv 14,1-12: Come nell´amore umano, se la fede non si coltiva, avvizzisce. SS. MESSE h. 9.00 - 10. 30( Prime Comunioni) - 12.00 (anniversari di matrimonio)- 19.00 Sono le sue ultime parole prima di morire. Parole che segnano una vita. La sua. La nostra. Parole che stupiscono per la loro forza, per la calma, per il sereno abbandono nelle mani del Padre conosciuto e amato. È Lui a rassicurare noi. Dovrebbe essere il contrario, soprattutto in quel momento. Ma Gesù è così. pensa prima agli altri che a sé. Pensa prima a me. Ci chiede di non avere paura. E usa il verbo che indica il timore suscitato dalla tempesta in mare. Siamo sempre un po´ in mezzo al mare in tempesta. Per le nostre vicissitudini personali. Per il clima greve che pesa sempre su noi cristiani. Per il modo in cui gli arroganti e i pazzi giocano a minacciare la fine di ogni cosa. La paura ci prende, vero. Che bello, allora, vedere i discepoli del Nazareno trovarsi e abbracciarsi, come accaduto nelle scorse settimane al Cairo. E abbracciare e incoraggiare altri fratelli nel padre Abramo. Che sia questo il momento in cui, infine, si vede che chi crede non ha paura e non usa mai la violenza? Nei secoli passati e oscuri uomini religiosi hanno benedetto chi usava la violenza per imporre le proprie idee. Oggi tutto è cambiato, maturato, fiorito. Gli uomini di fede, i pastori, dicono che chi brandisce Dio come un´arma non è un credente. E le sue ultime parole sono chiare, nette, incoraggianti: Dio ci vuole accanto a sé e Gesù ci conduce al Padre. Il Padre Dio ci vuole accanto a sé. Ma non magicamente, non come chi ottiene una insperata raccomandazione, un calcio nel sedere per sedersi accanto al Padre. Ci vuole accanto a sé come una calamita che attira a sé il ferro. Perché in noi abita la presenza di Dio, quella magnifica scintilla luminosa che egli ha deposto nella nostra anima, che è la nostra anima. Quella scintilla divina che siamo chiamati a riconoscere, lasciar divampare, contagiare. E per imparare abbiamo un Maestro: Gesù. In lui abita la pienezza di Dio perché lui e il Padre sono una cosa sola. Non come uno dei tanti maestri, rispettabili e santi, che la storia dell´umanità ci consegna. Ma come il Maestro definitivo. Colui che, per amore, ci conduce alla pienezza di noi stessi in Dio Padre. Tommaso ascolta. Il più grande fra i credenti, il primo dei credenti, è comunque stranito, a disagio. Come? È la domanda che chi, come me, ha avuto il privilegio di dedicare la propria vita all´interiorità si sente rivolgere tante volte. Una domanda che io stesso ho posto. E la risposta è sempre la stessa, e ce la dona Gesù. Via Essere cristiani, a volte lo dimentichiamo, significa essere di Cristo, seguire Gesù, imitare Gesù, fidarsi di lui. Conoscerlo, anzitutto, e lasciarci amare. Frequentare la sua parola nella meditazione, cercarlo nella preghiera personale e comunitaria, riconoscerlo nel volto del fratello povero. Il cristianesimo è una proposta di cambiamento radicale del nostro modo di vedere il mondo e Dio. E lo facciamo ascoltando e seguendo il Maestro. In un mondo stracolmo di opinionisti e piccoli leader che urlano gli uni contro gli altri, Gesù indica se stesso come percorso, la porta attraverso cui le pecore possono uscire dai tanti recinti (anche religiosi!) in cui ci hanno rinchiusi. Diventare cristiani significa amare come Gesù ha amato, seguire la via, che non è un insieme di belle nozioni, ma una persona. Buffo: molti propongono la fede come un monolite di cose in cui credere o di rigidi comportamenti da tenere. Gesù, invece, ci dice che l´intera nostra vita è un percorso, fatto di sudore e stanchezza, di pause ristoratrici e di paesaggi mozzafiato. L´importante è non essere rassegnati e morti, anche nella fede. Ma sempre pronti a camminare, a conoscere, a curiosare, a sapere, ad evolvere. Come nell´amore umano, se la fede non si coltiva, avvizzisce. Verità: Gesù è la verità. Verità che esiste e che chiede di essere accolta in un mondo che nega la possibilità stessa che esista una verità (eccetto una: quella che non esiste nessuna verità!), o che riduce la verità a livello di opinione, in un malinteso senso di tolleranza, mettendo tutto e tutti sullo stesso piano, come se la libertà significasse che nulla più è autentico. In un mondo che tutto relativizza, Gesù, con determinazione ma senza arroganza, con autorevolezza ma senza supponenza, pretende di conoscere la verità su Dio e sugli uomini. All´uomo contemporaneo che, come Pilato, gioca a fare il cinico e chiede cos´è la verità, la Chiesa proclama non una dottrina ma, nuovamente, una persona: Gesù è la verità, dice la verità, ci conduce alla verità. E la verità è evidente, si impone, non ha da convincere. Ma solo un cuore onesto, disincantato, ragionevole è in grado di coglierla. Ciò che il cercatore di Dio è invitato a fare è mettersi in gioco, fino in fondo, non barare, non impigrirsi ma cercare, restare aperto e disponibile alla crescita intellettuale ed interiore. E, se possibile, dedicare qualche energia alla conoscenza: non se ne può più di un cristianesimo approssimativo e solo emotivo! Vita Chi ha scoperto Gesù nel proprio percorso può affermare con assoluta verità che il Signore gli ha donato la vita. Esiste una vita biologica che può anche essere intesa e coinvolgente. Ma una vita interiore, spirituale, allarga l´orizzonte, ci situa in un progetto di cui siamo chiamati a far parte, ci cambia radicalmente la vita biologica, riempiendola di una gioia intima, profonda, eterna. Gesù è la vita e dona la vita e il cristiano ama la vita e la dona. Anche se la propria vita è acciaccata o dolorante, il discepolo sa che è un gigantesco progetto d´amore quello che si sta manifestando nel nostro mondo. Ora sappiamo, come Tommaso. Anche noi, come lui, dobbiamo passare sotto l´epifania di Gesù in croce per capire la pienezza di queste parole. A anche attraversare il mare dell´incredulità e della prova. Ma dopo, lo sappiamo, il risorto è lì che ci attende.

DOMENICA 7 MAGGIO 2017      notizia del 06/05/2017

Commento della IV Domenica di Pasqua: Gv 10,1-10 ...essere innamorati di Cristo È risorto, il Signore. Inutile cercarlo fra i morti, inutile imbalsamarlo, inutile seppellire Dio. È una lunga festa di pietre rotolate, la Pasqua, un evento di massi ribaltati, di definitività rimesse in discussione, di canti funebri interrotti. Ma, lo viviamo sulla nostra pelle, ci vuole del tempo per convertirsi alla gioia. E percorsi interiori, strade dell´anime tracciate dallo Spirito per potersi finalmente arrendere all´evidenza. È qui, il risorto. Raggiunge Tommaso. E i discepoli di Emmaus. E noi. Egli vuole che nessuno vada perduto. Cerca ad una ad una le pecore smarrite. Smarrite per il troppo soffrire. Per gli scandali suscitati da uomini di Chiesa. Per la nostra stupida inclinazione all´autocommiserazione. Viene, conosce per nome ciascuno di noi. E non è come il pastore compassionevole di Luca, che si sfinisce finché non ha ritrovato la pecora perduta. È muscoloso e determinato, il pastore di Giovanni. Pronto a fare a pugni pur di difendere le sue pecore. Entra dalla porta Entra dalla porta della nostra anima il pastore. Sa come entrare, abita la nostra interiorità, la sua forza è nell´amore verso Dio e gli uomini e la conoscenza che ha delle cose di Dio. Altri si mascherano, ingannano, sono dei mercenari. Ma solo a lui, al pastore, stiamo a cuore. Quanto è vero! Ancora oggi molti si occupano di noi solo per interesse. Per vendere soluzioni al nostro disagio, per proporci soluzioni improbabili, per manipolarci e ottenere consenso. A chi sto davvero a cuore? A chi sta a cuore la mia felicità, sul serio, in maniera disinteressata, solo per amore? I mercenari fingono di occuparsi di noi ma, in realtà, si occupano solo del loro interesse. Intendiamoci: nessuno può agire al posto nostro, nessuno può occuparsi di noi meglio di noi stessi. Ma altro è farlo seguendo un Maestro, il Signore, altro improvvisandosi per ciò che non si è. Gesù Risorto che proclamiamo Figlio di Dio, rivelatore del Padre, è l´unico che sa dove condurci, l´unico che ci conosce più di quanto noi stessi ci conosciamo. Ci spinge fuori È la voce che ci permette di riconoscere il pastore. È la Parola che vibra possente e vera in noi che ci permette di distinguere il vero pastore dai mercenari. Quella Parola che ci scuote, ci scruta, ci incendia, ci scompone, ci innalza, ci rianima, ci svela, ci riempie. Quella Parola che meditiamo, amiamo, celebriamo. Se la frequentiamo, se la amiamo, non possiamo sbagliare: è quella la Parola, l´unica, che ci aiuta a riconoscere il vero Pastore. Ci chiama per nome, per rassicurarci. Poi ci caccia, ci spinge fuori. Fuori dall´ovile, fuori dalle certezze, fuori dalle piccole isole in cui ci siamo nascosti. Fuori dalle sacrestie, fuori dalla curia, fuori dal nostro piccolo mondo auto-referenziale. Ma anche fuori dalle nostre certezze incrollabili, dai nostri cammini spirituali definiti e statici, inossidabili e puri. Fuori dalle visioni piccine. Fuori. Come ci ricorda Papa Francesco. Dio abita le periferie. La porta delle pecore Al tempo di Gesù le pecore venivano radunate durante la notte e chiuse in un basso recinto fatto di pietre accatastate. A volte, ad aumentare un po´ la sicurezza, di aggiungeva una fila di rovi spinosi, in modo da impedire ai ladri e ai lupi di accedere e di fare scempio del gregge. Il recinto, normalmente, sorgeva nei pressi del villaggio e radunava le pietre di numerosi proprietari. A turno, poi, questi si alternavano per la veglia della notte: si ponevano nell´unica apertura del recinto di pietre e, seduti, si appoggiavano con la schiena ad uno stupite e con le gambe rannicchiate chiudevano il passaggio: diventavano loro stessi la "porta" del recinto. Impedivano così ai malintenzionati di avvicinarsi. Sul fare del mattino, quando arrivavano i singoli proprietari, bastava una voce per svegliare le proprie pecore che, a questo punto, venivano lasciate passare per andare a pascolare. Gesù è quel pastore che passa la notte a vegliare, accovacciato all´apertura del recinto di pietre, diventando egli stesso la porta che lascia passare solo chi ha a che fare con le pecore e tiene lontano i nemici, i briganti, i ladri. Fino a quando è lui a vegliare, fino a quando è lui il custode della porta del nostro cuore no, non abbiamo nulla da temere. Pastori e guardiani È lui il Pastore. L´unico buono, l´unico bello, come abbiamo cantato nel Salmo. E cerca guardiani e cani. Anime innamorate che lo aiutino a condurre, lasciandosi condurre. Così siate, fratelli preti, così diventate, fratelli vescovi. Guardiani e cani che saltano festanti intorno all´unico Pastore. Che poi siate fragili, incoerenti, a volte burberi, poco importa. Siate, però, innamorati. Per farci innamorare.

DOMENICA 30 APRILE 2017      notizia del 29/04/2017

Commento per la III Domenica di Pasqua: Lc 24,13-35:Incontro col risorto che illumina le nostre tenebre Vi è mai capitato di aver sognato ad occhi aperti e lavorato per tanto tempo a qualcosa cui avete dedicato tutto voi stessi con sacrificio e affetto, intravedendone poco a poco la graduale realizzazione, per poi assistere al crollo di tutto sotto il vostro sguardo? Se vi è successo, allora possiamo avvicinarci anche noi ai due discepoli che retrocedono mesti da Gerusalemme, conversando su quanto di tragico vi era accaduto. Possiamo immaginare i loro sentimenti, le loro domande, le loro pause, possiamo comprendere il loro discutere che cerca di spiegarsi qualcosa sulle vicende occorse. Sarebbe rimasta una delle solite sterili discussioni umane, se Gesù in persona (Lc 24,15) non li avesse raggiunti in quel cammino fatto di conversazioni senza sbocco. E´ bello pensare che Gesù ci raggiunge nel nostro smarrimento, laddove il nostro cuore non sa darsi risposte, laddove indietreggiamo difronte ai drammi che ci capitano nella vita, è bello sapere che continua a camminare con noi malgrado la nostra persistente cecità: ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16). Il viandante risorto provoca una fermata con una domanda circa il loro discutere. Accende un dialogo semplice che fa uscire dai loro cuori la tristezza (Lc 24,17), la personale interpretazione dei fatti, la speranza delusa oramai appartenente al passato: noi speravamo (Lc 24,21); ma, soprattutto, la loro totale incertezza difronte all´annuncio delle donne che hanno trovato la tomba vuota. E´ così che lavora il Signore. Camminando con noi, dapprima ci porta a conoscere tutte le ritrosie e le resistenze che ci abitano. Perché è così che siamo fatti noi, dapprima piuttosto scettici difronte a quanto altri testimoniano di aver visto e udito e a quanto ci comunica la stessa parola di Dio. Stolti e lenti di cuore a credere (Lc 24,25): questa è la nostra carta identità quando è priva dell´aiuto del Pellegrino che mai ci abbandona. Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26): questa è la parola su cui si infrangono i nostri ragionamenti e le nostre attese errate, le nostre equivoche immagini di Dio e ogni altra ricerca che vogliamo condurre da noi stessi. Perché Signore, bisognava che soffrissi? Perché Signore questa necessità per te e per noi? Il Risorto non dice perché, ma invita i due discepoli a ritornare con Lui sulle Scritture: lì, nel libro sacro della parola di Dio, era già predetta questa storia d´amore sofferta e solo apparentemente sconfitta. Anche oggi Gesù ci invita a ritornare sulle Scritture, perché tutto quanto è stato detto è per Lui e in vista di Lui: esse sono la roccia incrollabile su cui appoggiarci se vogliamo che la nostra fragilissima fede cresca e non venga meno. Così, quando rispondiamo sempre più a questo suo invito, ci ritroviamo a invitare noi stessi il Signore perché continui a parlarci restando insieme a noi (Lc 24,29). Il cammino della fede è una discesa nell´oscurità del nostro cuore per poi scoprire, più avanti, che il Vivente è capace di stare con noi anche nelle nostre tenebre. La sua parola ci trasmette la luce vittoriosa che guarisce la nostra cecità spirituale e ce lo fa riconoscere sempre presente con noi, soprattutto alla tavola dove facciamo memoria del suo dono d´amore: l´Eucarestia. E anche se a causa della nostra intermittenza ci sembra talvolta di perderlo di vista (Lc 24,31), il fuoco acceso nel nostro cuore dalla sua parola ci rassicura e ci aiuta a confermarci l´un l´altro (Lc 24,32). L´incontro con il Risorto cambia la direzione del nostro cammino, ci converte a ripercorrere la sua stessa strada facendoci superare le nostre paure (Lc 24,33), ci riunisce ai nostri fratelli che condividono con noi la stessa inaudita sorpresa: davvero il Signore è risorto (Lc 24,34). Chi lo ha incontrato non può tacere, perché sente il bisogno di raccontare con gioia quello che il Signore ha fatto nella propria personale storia (Lc 24,35).

DOMENICA 23 APRILE 2017      notizia del 22/04/2017

Commento per la II Domenica di Pasqua : Gv 20,19-31 Perché crediamo? Domenica della Divina Misericordia, così ha voluto intitolare san Giovanni Paolo la seconda domenica dopo Pasqua, o domenica in albis (deponendis), come la chiamavano gli antichi, in ossequio all´uso prescritto ai neobattezzati, di deporre la veste bianca con la quale erano stati rivestiti otto giorni prima, la notte di Pasqua. Chi non conosce il capolavoro di Caravaggio che rappresenta Tommaso apostolo, mentre letteralmente infila un dito, anzi due, nella ferita aperta del costato di Gesù... Michelangelo Merisi delinea aspetti teologici interessanti, traducendoli in forme e colori, segno che aveva intuito la verità profonda nascosta e al tempo stesso espressa nell´ultimo capitolo del quarto Evangelo; pardon, penultimo... Gli esperti ritengono che l´ultimo capitolo, il ventunesimo, sia stato aggiunto successivamente: e, in realtà, le ultime parole del Vangelo di oggi costituiscono una conclusione solenne dell´opera di Giovanni: "Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome." Il gesto liturgico di deporre la veste bianca sta a significare che la Grazia del Battesimo era, è ‘scesa´ nel profondo del nostro intimo, è stata assimilata e non ha più bisogno di essere manifestata esteriormente con un abito particolare. Ciò che conta è vivere la Grazia del Battesimo nella vita quotidiana: "l´abito non fa il monaco"... la divisa, il vestito - compreso quello della sposa! - non solo non proteggono dalla tentazione di conformarci alla mentalità di questo mondo, come scrive san Paolo ai cristiani di Roma (Rm 2), ma costituisce ‘solo´ un segno, un simbolo: come tale, allude ad una realtà complessa, che sta dietro e dà senso al simbolo stesso; diversamente sarebbe una finzione; fingere di credere, credere in astratto, credere a parole, ma non nei fatti, è il peccato più grave che possiamo commettere! Giovanni lo mette in luce ripetutamente, presentando il conflitto tra Gesù e i farisei: il Figlio del falegname li chiama appunto ipocriti, coloro che fingono... Tanto vale dirlo; in parecchie circostanze, commentando fatti e persone, anche noi abbiamo detto: "Se non vedo, io non credo!". Ormai è storia vecchia: ‘credere´ e ‘vedere´ sono due azioni che insieme non possono stare, né l´una può conseguire all´altra. Non possiamo affermare: "io credo perché ho visto di persona!": l´evidenza di un fatto esclude automaticamente l´atto di fede. Ecco perché il Signore ci ricorda che si crede (soltanto) quando non si può vedere. Dobbiamo scegliere: vedere, oppure credere. E dobbiamo chiederci perché crediamo! Nella fede, gli automatismi funzionano poco, niente... Intendiamoci, possiamo anche decidere di non credere: e questo il Signore lo sapeva, questo il Signore lo sa. La fede è un atto libero della volontà: non si può forzare nessuno a credere; Dio non ci obbliga a credere in Lui, a credere nella Sua risurrezione, a credere nella Sua presenza tra noi, dentro e fuori di noi. E, con buona pace delle mamme e delle nonne, non è un motivo sufficiente per credere, compiacere il loro desiderio religioso, legittimo, per carità, ma del tutto inutile... Credo in Cristo, per Cristo, per nessun altro: credo perché l´ho conosciuto, perché ho imparato ad amarlo, nonostante la fatica di credere e di amare qualcuno che non vedo e che non sento. Un particolare della vicenda di Tommaso apostolo mi ha sempre fatto pensare; e non si tratta di un dettaglio... Mi riferisco al fatto che il Risorto si fa riconoscere dalle sue ferite: il mistero della risurrezione supera, certo, il supplizio della croce, con tutto il suo carico di dolore fisico, di vergogna spirituale e psicologica - il rifiuto da parte del popolo, i tormenti dei soldati, gli scherni dei dottori della Legge, l´umiliazione... -; tuttavia niente della Passione può essere annullato dalla gloria della Domenica di Pasqua! Addirittura, il quarto Evangelo utilizza il verbo ‘glorificare´ - il Padre glorifica il Figlio, e nel Figlio, (il Padre) glorifica se stesso - nel significato di ‘innalzamento´... In altre parole, Gesù riceve Gloria dal Padre nel momento in cui dà la vita per noi, manifestando a quale punto, oltre quale limite può giungere l´amore del Padre suo: amare il mondo senza fermarsi davanti a niente e a nessuno, significa amarlo anche se il mondo non ricambia l´amore, anche se volta le spalle a Dio, anche se alza le mani contro Dio, anche se uccide Dio... Per questo i segni della passione non possono rimarginarsi, né scomparire dalle mani, dai piedi e dal costato di Cristo.... Per prima cosa, perché Gesù è diventato il Cristo proprio in forza di quei segni. E poi perché quei segni sono efficaci oggi, come in quel tempo, oggi, come nell´ora della nostra morte.

15 aprile : SABATO SANTO      notizia del 15/04/2017

Sabato Santo: h. 8.30 Lodi - h. 22.30 inizio della veglia, madre di tutte le veglie e SS. Messa di Resurrezione Il terzo giorno del Triduo Pasquale è il Sabato santo che commemora la discesa agli inferi di Nostro Signore Gesù. Gesù resta negli inferi per un breve tempo compiendo la sua vittoria sulla morte e sul diavolo, liberando le anime dei buoni e giusti morti prima di lui apre loro le porte del Paradiso. Compiuta tale missione, l´anima di Gesù si ricongiunge al corpo nel sepolcro: e ciò costituisce il mistero della risurrezione, centro della fede di tutti i cristiani, che verrà celebrato nella seguente domenica di Pasqua. Questo giorno è dunque incentrato sull´attesa dell´annuncio della risurrezione che avverrà nella solenne veglia pasquale. Viene professato da alcuni Simboli antichi e tuttora dalla preghiera eucaristica, quale annuncio di salvezza per ogni uomo: nessuno è escluso dalla salvezza che Dio ha preparato per gli uomini in Cristo, nessuno è smarrito, Dio si fa solidale anche nella morte

VENERDI´ 14 : VENERDI´ SANTO      notizia del 14/04/2017

Venerdì santo. h. 8.30 Lodi - h. 15.00 Via Crucis - h.19.00 Ricordo della Passione di Gesù La Chiesa con la meditazione della passione dei Cristo e con l´adorazione della Croce commemora la sua origine dal fianco del Signore, che sulla croce intercede per la salvezza di tutto il mondo. In questo giorno non si celebra l´Eucaristia. Il sacerdote e i ministri si recano all´altare in silenzio, senza canto né musica, fatta la riverenza all´altare, si prostrano in terra; questa prostrazione, come rito proprio di questo giorno, assume il significato di umiliazione dell´uomo terreno e partecipazione alla sofferenza di Cristo. La Croce è al centro di questo giorno e della celebrazione: la Croce, infatti, è narrata nella liturgia della Parola, mostrata e celebrata nell´adorazione del Legno e ricevuta, quale mistero di salvezza, nella Comunione eucaristica. La celebrazione della passione di Cristo fa emergere proprio questa ricchezza del simbolo della Croce: morte e vita, infamia e gloria. Tre aspetti, tra gli altri, possono essere oggetto di particolare cura: la Liturgia della Parola di questo giorno ci fa capire come il Venerdì santo non è un giorno di lutto, ma di amorosa contemplazione dell´amore del Dio Padre, per purificare e rinnovare nel suo sangue l´alleanza sponsale. Nella prima lettura ascoltiamo il IV canto del servo del Signore, disprezzato e reietto dagli uomini. Ma è più di tutto nel racconto della Passione del Signore secondo il Vangelo di Giovanni che emerge la glorificazione di Cristo, la sua esaltazione sulla croce, il compimento dell´Ora in cui la nuova alleanza viene sancita in modo definitivo da Dio nel sangue del vero Agnello pasquale. la Preghiera Universale in forma tradizionale «per il significato che essa ha di espressione della potenza universale della passione del Cristo, appeso sulla croce per la salvezza di tutto il mondo». La salvezza per l´uomo credente, tribolato ed oppresso, è proprio il frutto che pende dall´albero della croce. l´Adorazione della Croce da svolgersi «con lo splendore di dignità che conviene a tale mistero della nostra salvezza». In questa articolata sequenza rituale la Croce è al centro dell´attenzione: non è semplicemente un´immagine da guardare, ma in quanto portata, velata e velata, contemplata e baciata, entra in contatto con i corpi e i vissuti dei fedeli. Un´esecuzione veloce e maldestra di questo momento impedirebbe quel coinvolgimento totale della persona che si qualifica come autentica professione di fede, espressa nella pluralità dei linguaggi

 
Pag. 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23
 Notizie dal Comune
    Abitare a Roma
 Copyright © 2007 - Parrocchia SS. Trinità a Villa Chigi. Tutti i diritti riservati. Design by mi.mo  

Home | Disclaimer | Aggiungi ai preferiti