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 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

20 marzo 2019      notizia del 20/03/2019

Sempre nel salone parrocchiale, dalle h.21.15 continua la catechesi biblica parrocchiale col vangelo di san Luca

20 marzo 2019      notizia del 20/03/2019

In occasione dell´arrivo della Primavera da 20 anni L´Unesco ha dichiarato il 21 marzo GIORNATA MONDIALE DELLA POESIA. Nel salone parrocchiale lo festeggeremo questa sera dalle h.17.30 con la recita di alcune poesie intervallate da alcuni canti

DOMENICA 17 MARZO 2019      notizia del 16/03/2019

Commento alla II Domenica di Quaresima: Lc 9,28-36 colui che vuole incontrare Dio, colui che vuole sentirsi bene realmente ha questa soluzione: Guardare Gesù. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Non c´è persona umana su questa terra che non desideri, non voglia con tutte le sue forze, stare bene, poter gioire della pace interiore, della serenità, quindi di poter vivere con gioia. E un desiderio normale, legittimo e molto profondo del cuore umano. Per avere questo stato di bene, si cercano con tutte le forze, metodi, mezzi e situazioni che “ricarichino le batterie”, come siamo soliti dire. Di fatto, desiderare di star bene, di sentirti bene, è un gran segno che siamo persone umane. Coloro che hanno dimenticato questa cosa o coloro i quali si sono autoconvinti che la vita è solo sofferenza, rischiano di diventare mostri... o almeno persone che faranno soffrire se stessi e, cosa ancora più grave, che possono far soffrire gli altri, talvolta senza alcun motivo serio. L´esperienza mostra che in questa ricerca che l´uomo intraprende per sentirsi bene, molte volte sceglie cose, situazioni che in realtà non portano alla vera e piena felicità. Di fatto, quasi tutti i metodi che usiamo nella ricerca della felicità, hanno anche qualcosa di difettoso. Un semplice esempio, magari banale: si cerca di riprendersi partecipando ad una festa dove si mangia e si balla. Chi osa dire che non c´è bisogno di feste? É normale che le vogliamo! Ma solitamente queste feste predispongono a golosità, che tante volte richiedono giorni “per smaltire” e il ballo magari porta la stanchezza alle gambe! Il vangelo di oggi racconta che Pietro, Giacomo e Giovanni hanno il privilegio di una felicità autentica, profonda... divina. Fanno parte di quel momento nel quale “gli si aprono gli occhi” come si deve e vedono lo splendore di Dio sul volto di Gesù: “è bello/buono che siamo qui” reagisce Pietro istintivamente. Una gioia indescrivibile ha riempito il loro cuore e la loro vita. E non si è mai persa, magari si è un po´ diluita perché i tre non avevano ancora imparato appieno a guardare Gesù “come si deve”, non avendo capito ancora che la risurrezione... esiste. La prova che questa gioia non si è mai persa ce la da Pietro stesso, nella sua seconda lettera: “non per essere andati dietro a favole artificiosamente inventate vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. 17 Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto». 18 Questa voce noi l´abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte”. La gioia del Tabor darà poi la possibilità a Pietro, dopo il rinnegamento di Gesù, di piangere amaramente come pentimento e diventi così il testimone proprio di questa gioia. Il libro degli Atti degli apostoli ce lo dimostra: “dite voi se è giusto obbedire a voi piuttosto che a Dio”, dirà Pietro con coraggio a coloro che volevano proibirgli di parlare di Gesù. Ecco quindi da dove viene la vera gioia: “è bello, e bene, che noi siamo qui”. Non c´è gioia vera che nell´incontro con Dio. Le altre gioie ben vengano, ma non saranno mai piene. E dove lo possiamo incontrare Dio? Ce lo insegna lo stesso episodio del vangelo di questa domenica. Dove lo hanno visto? Come se ne sono accorti? Il testo ci dice che le vesti di lui sono diventate candide, molto bianche. L´evangelista Marco è meno dettagliato sulla scena, Matteo aggiunge che il suo volto brillò come il sole, cosa che lascia intendere anche Luca. Dunque, i tre hanno incontrato Dio nel volto umano di Gesù e mediante i suoi vestiti. Pertanto, Dio lo incontriamo anzitutto nel volto delle persone umane e in ciò che essi sono. I tre hanno aperto i loro occhi per vedere lo splendore sul volto dell´uomo Gesù. Hanno corretto il modo di guardare, si sono ricordati come si incontrano i volti umani. Di fatto, la prima conseguenza del peccato è che esso altera, quasi distrugge, la nostra capacità di guardare come Dio guarda. Non sappiamo più dove, cosa e come guardare: non focalizziamo più correttamente. Oppure come direbbe la terminologia biblica: peccando, manchiamo la mira. Vale a dire, guardiamo altrove, non dove dovremmo guardare. E per questo l´uomo diventa infelice, scontento. Ed è chiaro che, tenendo conto che guarda da un´altra parte, sente il bisogno di dover ricordare, oppure di farsi ricordare da qualcuno, dove, cosa e come deve guardare. In questo senso, ai tre del Tabor gli viene detto: “Questi è il mio figlio prediletto: Ascoltatelo!”. Dunque, colui che vuole incontrare Dio, colui che vuole sentirsi bene realmente ha questa soluzione: Guardare Gesù. Ascoltarlo, lui che parla attraverso il Vangelo e mediante coloro che lui invia. Pietro, come pure gli altri apostoli, hanno sbagliato anche dopo quell´esperienza. Ma non hanno sbagliato mai così tanto da dimenticare che anche solo guardando Gesù si fa l´esperienza della vera gioia. E tanto meno hanno dimenticato che, pur sbagliando, c´è la possibilità, con il pentimento, di tornare a guardare il volto splendente di Dio in Gesù. Volto che, non dimentichiamo mai, ha brillato sul monte santo, luogo dell´incontro con Dio, che oggi noi chiamiamo “chiesa”. Per questo è bene, è bello andare costantemente, regolarmente in chiesa: ricordiamoci questo. É bello, è bene che tutte le volte che veniamo in chiesa possiamo sperimentare e far sperimentare la realtà che “è bello/fa bene per noi stare qui”.

DOMENICA 10 MARZO 2019      notizia del 09/03/2019

Commento alla I Domenica di Quaresima (Anno C) Lc 4,1-13: Gesù entra nei deserti di ogni persona SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 e 19.00 Inizia la Quaresima, tempo forte dell´anno liturgico, tempo di grazia per noi cristiani, tempo favorevole che ci richiama alla conversione, alla riconciliazione, ad un ritorno a Dio. La Quaresima ci fa riscoprire la nostra situazione di infedeltà o di non piena aderenza al vangelo e perciò ci richiama a riflettere sulle scelte che spesso facciamo. A volte - purtroppo - ci comportiamo in maniera diversa da ciò che il Signore ci dice; ci comportiamo e viviamo come se il Signore non esistesse! Abbiamo bisogno di impostare meglio la nostra vita orientandola verso il Signore e, per tale motivo, tutti siamo invitati a convertirci. La parola conversione in latino significa: «voltarsi, tornare sui propri passi»; in greco invece: «cambiamento, trasformazione». Conversione, dunque, per noi, significa che dobbiamo volgere il nostro sguardo al Signore che spesso dimentichiamo! Quante volte voltiamo le spalle al Signore! Quante volte ci lasciamo sedurre dalla tentazione! Fino a quando non ci comporteremo secondo l´esempio e l´insegnamento di Gesù non possiamo dichiararci pentiti e convertiti. Il nostro pellegrinaggio terreno è un tempo di lotta spirituale, cioè di autenticità verso noi stessi e verso Dio. Il vangelo di questa prima domenica di Quaresima ci parla delle tentazioni che Gesù affronta nel deserto. L´evangelista Luca dice: «Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto». Perché il deserto? Il deserto, da non intendere quello di sabbia, indica il silenzio, luogo di solitudine, il ritrovarsi solo davanti a Dio. Oggi il mondo ha paura del deserto, del silenzio! Viviamo in una società dove c´è tanto rumore, dove si parla di tante cose inutili e poco di Dio! Nei vangeli leggiamo che Gesù spesso cerca momenti di silenzio per pregare. Sorge spontanea una domanda: quando preghiamo, quando andiamo a messa, cerchiamo di fare silenzio? Durante la celebrazione eucaristica la liturgia prevede momenti di silenzio. Li facciamo? Quando andiamo in chiesa per partecipare alla santa messa, dovremmo andarci con lo spirito ben disposto ad ascoltare la Parola di Dio. Lo facciamo? Quando entriamo in chiesa, purtroppo, molte persone non vedono l´ora che termini il tutto. Abbiamo fretta! Non abbiamo molto tempo da dedicare al Signore! Soprattutto quando il celebrante inizia a commentare la Parola di Dio in tanti guardano continuamente l´orologio. Molti si annoiano e lo dimostrano sbadigliando! Che desolazione! Che sofferenza! Che tristezza! Ritornando al vangelo l´evangelista annota dicendo che Gesù «per quaranta giorni, [fu] tentato dal diavolo». Questo fatto un po´ ci meraviglia: Cristo tentato! Sì, realmente Gesù è stato tentato! Il Signore Gesù non sarebbe stato pienamente uno di noi se non avesse vissuto la tentazione. Ma quali sono le tentazioni di Gesù? Luca esemplifica in numero di tre le tentazioni subite da Cristo. La prima tentazione: «Se tu sei Figlio di Dio, di´ a questa pietra che diventi pane». Apparentemente sembra una richiesta innocua. Invece c´è dietro una paurosa falsità: c´è l´idea che l´unico problema dell´uomo sia il pane da mangiare ossia sfamare il proprio corpo. Inoltre, la pietra, di cui ci parla Luca, rappresenta il possesso delle cose, cioè vivere la nostra vita in senso egoistico, materialista. Ci preoccupiamo di star bene più che di far bene, di avere più che di essere. Quante volte chiediamo a Dio cose superflue, insignificanti, assurde! A queste nostre richieste Dio risponde con le stesse parole dette dal suo Figlio Gesù al demonio: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l´uomo”». La seconda tentazione: «Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: “Ti darò tutto questo potere e la loro gloria... se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me”». L´avversario (è il significato dell´ebraico satana) propone a Gesù il dominio sugli uomini. Prostrarsi davanti al demonio simboleggia il cedimento a seguire il padre della menzogna che propina illusioni, solleticando la sete di potere sugli altri. Il Signore Gesù non si lascia trascinare dal delirio dell´onnipotenza, dal fascino perverso del tutto e subito ed è per questo che risponde: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Purtroppo l´uomo di oggi adora non Dio ma il potere, il denaro, il successo, la gloria. Nessun uomo deve adorare un altro uomo, né farsi adorare da un altro uomo. Davanti ai potenti noi chiniamo il capo, li aduliamo. Ma l´uomo non ha capito che senza Dio non può vivere perché i beni di questo mondo rappresentano una felicità effimera, i potenti non ci salveranno. La vera felicità è Dio. Senza Dio l´uomo è dannato. La terza tentazione: «Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano; e anche: Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Satana offre al Signore non solo il dominio sulle forze misteriose del creato, i puri spiriti, ossia gli angeli, ma anche il successo. Buttarsi giù dal punto più alto del tempio indica un gesto straordinario che avrebbe indotto la gente a credere in lui. Al demonio che gli cita una frase tratta dai Salmi, Gesù risponde: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Ebbene, tentato dal divisore (è il significato del termine greco diavolo, colui che vuol dividere l´uomo da Dio), Gesù reagisce attraverso un atteggiamento di radicale obbedienza a Dio e soprattutto resta con i piedi per terra. Gesù, infatti, risponde al Tentatore citando, per ben tre volte, il libro del Deuteronomio. Il demonio cerca di strumentalizzare la Parola, ci tenta, ci seduce. San Pietro nella prima lettera scrive: «Siate temperanti, vigilate. Il vostro nemico, il diavolo, come leone ruggente va in giro, cercando chi divorare. Resistetegli saldi nella fede» (1Pt 5, 8-9). Purtroppo la nostra fede spesso è vacillante per questo il cristiano deve lottare, essere temperante e vigilare ogni giorno. Chiediamo al Signore di restare con noi nell´ ora della prova e cerchiamo di credere più in Dio e meno in noi stessi perché, scrive san Paolo: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato» (II Lettura).

6 marzo 2019      notizia del 06/03/2019

Commento al vangelo di oggi : Mt 6, 1-6.16-18: cammino di Quaresima con lo sguardo Verso la Pasqua Sembra che l’unica preoccupazione nell’iniziare il cammino quaresimale, debba essere quella del digiuno, del magro e della penitenza. Mi pare importante che questa preoccupazione, forse l’unica rimasta nella nostra mente, sia ben compresa. L’inno dell’inizio della preghiera della quaresima inizia dicendo “protesi alla gioia pasquale”. Ciò che viviamo nel tempo quaresimale non ha nulla a che vedere con l’avere gli occhi bassi o essere tristi, tutto quanto viviamo va vissuto con il cuore che batte nella gioia pasquale. Quella è la meta del nostro cammino. Un secondo suggerimento lo prendiamo dalla ripetitività con cui il vangelo di oggi ci parla dell’ipocrisia. Tutto quello che fate non fatelo come gli ipocriti. Il primo digiuno, la prima preghiera, la vera elemosina è vivere non in ipocrisia ma in verità. Non essere ipocriti significa non dire a squarciagola tutto quello che ci passa in testa, come tante volte noi pensiamo. Io dico tutto, come un bambino, perché sono sincero. Niente di più falso: tu dici tutto perché nella tua infantilità non sai essere sincero con te stesso e vero e non riesci a tenere nulla: l’altro è una cloaca su cui riversare tutto quanto ti passa per la testa e per la pancia. Il non avere barriere psicologiche non lo possiamo confondere con il non essere ipocriti: il confine è piccolo, ma c’è differenza. Non vivere in ipocrisia significa rendere vero quanto facciamo. La direzione è la gioia pasquale, lo abbiamo già detto. Ma tutto quello che facciamo non può essere fine a se stesso ma deve essere vissuto in un orizzonte più vero. Pensiamo a cosa potrebbe essere il digiuno, al di là di quello a cui lo abbiamo ridotto. Ci dice il profeta Isaia (58, 1-12): “Non digiunate più come fate oggi. È forse questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l’uomo si mortifica?”. Digiunare, continua il profeta, non è piegare il capo come un giunco, non è usare sacco e cenere per letto. Il digiuno che voglio, dice Dio grazie alla voce del profeta è “sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi, spezzare ogni giogo”. Ancora “non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire chi è nudo?”. Il digiuno è vero se “toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno” allora la luce brillerà di luce vera. Così la preghiera non sarà nulla per far vedere che preghiamo e non avrà come base l’ipocrisia. La preghiera diverrà un parlare bene a Dio del prossimo per potere vivere bene per il prossimo il nostro digiuno. Così l’elemosina non sarà tale ma sarà un cuore che ama e che tende una mano a chi è nel bisogno, non perché debbo fare chissà che per guadagnarmi chissà che cosa. Sarà bello così perchè così posso digiunare dalle mie ingiustizie che sempre accompagnano le nostre giornate. Un digiuno siffatto, pieno di verità e di giustizia, non può che esprimersi in una carità di amore che diventa preghiera perché relazione vera con noi stessi e, di conseguenza, con Dio e il prossimo. Un digiuno così vissuto farà risuonare in noi il vangelo di Matteo che ci dice che “avevo fame e mi avete dato da mangiare; ero nudo e mi avete vestito; ero carcerato e siete venuti a visitarmi; ero assetato e mi avete dato da bere; ero straniero e mi avete accolto” (25, 31-46). Se il nostro cuore sarà vita di gioia perché proteso alla gioia pasquale. Se la nostra gestualità e le nostre azioni saranno protese a questo. Allora il vero digiuno diverrà un inno di gioia. Il cammino quaresimale la cosa più bella da potere vivere. I quaranta giorni diverranno vita, diverranno 40 anni, diverranno la vita intera. È un modo di essere e di vivere che dà gioia mentre camminiamo perché la condivisione di vita con i nostri fratelli e col Padre è il dono più bello che ci possa capitare. Così la penitenza e il digiuno non avranno nulla a che vedere con l’ipocrisia. Così la smetteremo di volere comprare Dio con la nostra preghiera. Così la carità che è giustizia e condivisione, sarà la cosa più bella che potremo vivere in comunione con i nostri fratelli. Questo è il digiuno che voglio, dice il Signore!

MERCOLEDI´ DELLE CENERI : 6 marzo 2019      notizia del 06/03/2019

Buongiorno. Oggi 6 marzo, Mercoledì delle Ceneri, inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. La Quaresima si conclude il Giovedì Santo con la Messa in Coena Domini (in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e in cui si svolge il rito della lavanda dei piedi) che apre il Triduo Pasquale. Quest’anno la Pasqua viene celebrata il 21 aprile. Come dice san Paolo, la Quaresima è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male», si legge nell’orazione colletta all’inizio della Messa del Mercoledì delle Ceneri. Questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, è «un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2019. Il numero 40 Nella liturgia si parla di “Quadragesima”, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Si legge nel Vangelo di Matteo: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame». Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona. Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo.Tornando alla Quaresima, essa è un «accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione e ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire», ha spiegato Benedetto XVI nel 2011. Le ceneri Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno e astinenza dalle carni (così come lo è il Venerdì Santo, mentre nei Venerdì di Quaresima si è invitati all’astensione dalle carni). Come ricorda uno dei prefazi di Quaresima, «con il digiuno quaresimale» è possibile vincere «le nostre passioni» ed elevare «lo spirito». Durante la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte. Secondo la consuetudine, la cenere viene ricavata bruciando i rami d’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. La cenere imposta sul capo è un segno che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza. Nel ricevere le ceneri l’invito alla conversione è espresso con una duplice formula: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Il primo richiamo è alla conversione che significa cambiare direzione nel cammino della vita e andare controcorrente (dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio). La seconda formala rimanda agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19). La Parola di Dio evoca la fragilità, anzi la morte, che ne è la forma estrema. Ma se l’uomo è polvere, è una polvere preziosa agli occhi del Signore perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità. I segni: digiuno, elemosina, preghiera Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Esso «costituisce un’importante occasione di crescita», ha spiegato papa Francesco, perché «ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario» e «ci fa più attenti a Dio e al prossimo» ridestando «la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame». Il digiuno è legato poi all’elemosina. San Leone Magno insegnava in uno dei suoi discorsi sulla Quaresima: «Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di “misericordia” abbraccia molte opere buone ». Così il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una privazione. La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono «le due ali della preghiera» che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio. E san Giovanni Crisostomo esorta: «Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia». Per papa Francesco, «dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi». Il conteggio dei giorni Già nel IV secolo vi è una Quaresima di 40 giorni computati a ritroso a partire dal Venerdì Santo fino alla prima domenica di Quaresima. Persa l’unità dell’originario triduo pasquale (nel VI secolo), la Quaresima risultò di 42 giorni, comprendendo il Venerdì e il Sabato Santo. Gregorio Magno trovò scorretto considerare come penitenziali anche le sei domeniche (compresa quella delle Palme). Pertanto per ottenere i 40 giorni (che senza le domeniche sarebbero diventati 36) anticipò, per il rito romano, l’inizio della Quaresima al mercoledì (che diventerà “delle Ceneri”). Attualmente la Quaresima termina con la Messa nella Cena del Signore del Giovedì Santo. Ma per ottenere il numero 40, escludendo le domeniche, bisogna, come al tempo di Gregorio Magno, conteggiare anche il Triduo pasquale. La liturgia Come nell’Avvento, anche in Quaresima la liturgia propone alcuni segni che nella loro semplicità aiutano a comprendere meglio il significato di questo tempo. Come già accaduto nelle settimane che precedono il Natale, in Quaresima i paramenti liturgici del sacerdote mutano e diventano viola, colore che sollecita a un sincero cammino di conversione. Durante le celebrazioni, inoltre, non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l’“Alleluia”. Tuttavia la quarta domenica di Quaresima, quella chiamata del “Laetare”, vuole esprimere la gioia per la vicinanza della Pasqua: perciò nelle celebrazioni è permesso di utilizzare gli strumenti musicali, ornare l’altare con i fiori, le vesti liturgiche sono di colore rosa. Le letture delle Messe domenicali della Quaresima 2019 In questo Anno liturgico (ciclo C) la prima domenica di Quaresima rimanda ai quaranta giorni di Cristo nel deserto durante i quali il Signore viene tentato da Satana (Luca 4,1-13). In questa Domenica la Chiesa celebra l’elezione di coloro che sono ammessi ai Sacramenti pasquali. La seconda domenica di Quaresima è detta di Abramo e della Trasfigurazione perché come Abramo, padre dei credenti, siamo invitati a partire e il Vangelo narra la trasfigurazione di Cristo, il Figlio amato (Luca 9,28b-36). La terza domenica di Quaresima riporta la parabola dell’albero di fichi che il vignaiolo intende tagliare ma viene esortato a «lascialo ancora quest’anno» per vedere «se porterà frutti per l’avvenire» (Luca 13,1-9). La Chiesa in questa domenica celebra il primo scrutinio dei catecumeni e durante la settimana consegna loro il Simbolo: la Professione della fede, il Credo. La quarta domenica di Quaresima presenta la celebre parabola del Figliol prodigo, detta anche del Padre misericordioso (Luca 15,1-3.11-32). Nella quinta domenica di Quaresima si narra l’episodio della lapidazione dell’adultera con la frase di Cristo: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Giovanni 8,1-11). Infine c’è la Domenica delle Palme in cui si fa memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e durante la quale viene letta la Passione di Cristo. Quaresima e Battesimo Da sempre la Chiesa associa la Veglia pasquale alla celebrazione del Battesimo: in esso si realizza quel grande mistero per cui l’uomo, morto al peccato, è reso partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti. Fin dai primi secoli di vita della Chiesa la Quaresima era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede per giungere a ricevere il Battesimo a Pasqua. Successivamente anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a Cristo. Nelle domeniche di Quaresima si è invitati a vivere un itinerario battesimale, quasi a ripercorrere il cammino dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il Battesimo, in modo che l’esistenza di ciascuno recuperi gli impegni di questo Sacramento che è alla base della vita cristiana. Francesco: vivere da figli di Dio fa bene anche al creato Ha per tema un versetto della Lettera di san Paolo a Romani “L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” il Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2019. A fare da filo conduttore il creato. «Se l’uomo vive da figlio di Dio – scrive il Pontefice –, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione». Invece, quando non viviamo da figli di Dio, «mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature». Così «l’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare». Dal momento che la causa di ogni male è il peccato, allora «rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere», sottolinea il Papa. Si tratta di «quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri». Pertanto, aggiunge Bergoglio, «il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio». E «con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”». Secondo il Pontefice, la Quaresima è occasione «per portare la speranza di Cristo anche alla creazione». Da qui l’invito: «Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù».

LUNEDI´ 4 marzo 2019      notizia del 04/03/2019

Oggi è il 40 mo anniversario della consacrazione della nostra chiesa che , in modo solenne , ricorderemo questa sera nella SS. Messa delle h.19.00 presieduta dal cardinal vicario mons. Angelo De Donatis. saranno presenti anche p. Livio Guerra (il primo parroco nella nuova chiesa) e p.Andrea Meschi, due parroci quali, parafrasando un po´ il vangelo, ..."io non sono degno neppure si slacciare i sandali". La loro presenza e il loro impegno in questa parrocchia sono ancora della fondamenta solide sulle quali stiamo crescendo. Sarà presente anche don Marco, parroco di san Saturnino e nostro Prefetto della VII Prefettura Dovevano esserci anche il consiglio generale e il padre provinciale, ma sono impegnati in un convegno a Battipaglia, Mons. Guerino Di Tora, impegnato in altra riunione fuori Roma e p. Francesco Rossi che, purtroppo, non riuscirà esserci...ma tutti sono presenti con la loro preghiera. Personalmente devo dire il mio grazie a tutti sacerdoti e laici che hanno lavorato e stanno lavorando al servizio di questa parrocchia. Mi scuso se non sono stato sempre all´altezza di guidare e servire questa comunità parrocchiale. Ognuno fa ciò che è nelle proprie possibilità , anche con i propri limiti. L´unica cosa certa che so è di avere una coscienza pulita nell´avere fatto ciò che potevo e con quel amore di cui sono capace. siete una grande comunità di laici impegnati e avete dimostrato, al di là dei parroci, che cambiano nella logica delle congregazioni religiose, di essere la colonna portante della comunità parrocchiale, com´ è giusto che sia. Mi auguro che continuate ad esserlo anche quando sarà il momento che io me ne vada e arrivi il nuovo parroco. Quello che vi ho sempre detto: "i parroci cambiano, voi rimanete" Grazie di tutto , a tutti e sempre vicino a voi con la mia preghiera

DOMENICA 03 MARZO 2019      notizia del 02/03/2019

Commento alla VIII Domenica del Tempo Ordinario : Lc 6,39-45 :Ogni lavoro fatto con amore, passione e donazione porta il frutto che ci si aspetta SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La parola di Dio di questa ottava domenica del tempo ordinario si ci concentra u alcuni concetti: guide, maestri e frutti buoni. Partendo dal Vangelo, tratto da San Luca, questo riporta alcune espressioni di Gesù molto adatte a descrivere questo nostro tempo: "Può forse un cieco guidare un altro cieco?.. Il discepolo non è più del maestro...Togli la trave dal tuo occhio. Non c´è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Si tratta del celebre discorso che Gesù pronuncia in pianura, dopo aver trascorso la notte in preghiera e dopo aver chiamato i Dodici ad essere suoi apostoli. Gran parte delle frasi sono state pronunciate da Gesù in altre circostanze, che però Luca le unificato in un solo grande discorso di nostro Signore. Gesù racconta una parabola ai discepoli: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt´e due in una buca?». Una parabola di una sola riga rivolta agli animatori delle comunità che si considerano padroni della verità, superiori agli altri. Per questo motivo sono guide cieche. Seguono poi alcune considerazioni che Gesù fa sulla figura del maestro e di conseguenza di quella del discepolo. E afferma che «Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro». Gesù è il Maestro che non impartisce lezioni, ma vive con i suoi discepoli. La materia del suo insegnamento è lui stesso, la sua testimonianza di vita, il suo modo di vivere le cose che insegna. Gesù in questo discorso, fa riferimento poi a riconoscere i propri grandi difetti e non ad evidenziare i piccoli difetti altrui, al punto tale che parla di pagliuzza nell´occhio del fratello che si vede perfettamente e di trave nel proprio occhi che non si vede affatto. Come dire che i difetti minimi degli altri subito si evidenziano; mentre i propri gravi difetti non si vedono. Gesù definisce ipocriti coloro che si comportano così ed invita tali soggetti a togliere prima la trave dal proprio occhio per vederci bene e poi, eventualmente, togliere la pagliuzza dall´occhio del proprio fratello. In altri termini, Gesù chiede un atteggiamento creativo che ci renda capaci di andare incontro all´altro senza giudicarlo, senza preconcetti e razionalizzazioni, accogliendolo da fratello. Infine, con la parabola dell´albero che dà buoni frutti e quello cattivo frutti pessimi, Gesù vuole indirizzare la riflessione dei suoi ascoltatori sulla coerenza. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo». Una persona ben formata alla scuola dell´amore fa crescere dentro di sé una buona indole che la porta a praticare il bene, cioè «trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore»; mentre la persona che non fa attenzione alla sua formazione avrà difficoltà a produrre cose buone. Anzi, «dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore». E allora c´è da domandarsi: "Chi sono oggi le guide cieche?". Chi oggi può essere "un riferimento che sia come un faro della vita da seguire"? Le guide cieche sono quelle persone che non vedono con gli occhi della fede e di Dio ciò che succede, e che conducono gli altri ad allontanarsi dall´ idea stessa di Dio, della vita oltre la vita, del bene, della giustizia, della rettitudine, della vera morale e non dell´ipocrisia più totale. Un giusto punto di riferimento, oggi, per seguire la luce del Vangelo, è il Santo Padre, Papa Francesco, ma sono pure tutti quei pastori che hanno a cuore il bene dei fedeli, che vivono santamente e coerentemente la loro fede, che non danno scandalo, come pure tutti i consacrati che si sono votati a Dio con la mente, il cuore e tutta l´esistenza e che seguono la via stretta dei consigli evangelici. Sono soprattutto quei genitori, adulti, educatori, a vario livello, che hanno a cuore il vero bene dei piccoli, dei giovani e dei grandi, bisognosi di essere guidati, mediante un opportuno discernimento della propria vocazione, partendo da una prospettiva di fede, che deve indirizzare le scelte. In questo discernimento ci aiuta il testo della prima lettura di questa ottava domenica, tratta dal libro del Siràcide, noto come uno dei libri sapienziali dell´Antico Testamento, più seguito ed apprezzato per il suoi contenuti dottrinali ed operativi. Leggiamo, infatti, in esso che quando si scuote il setaccio restano i rifiuti ed è così per l´uomo quando parla e discute. Allora ne appaiono i difetti. Un esempio di come vanno vagliate le persone ci viene dal ceramista che mette a prova il valore della fornace, con la cottura dei vasi. Se essa è buona non rovina il cotto, ma se non è buona brucia il tutto. Così è anche per l´uomo. Se sa ragionare, diventa per lui il banco di prova del suo equilibrio mentale ed interiore. Altro esempio ci viene dalla coltivazione degli alberi. Se esso è coltivato bene, dà frutti adeguati, ma se è trascurato non produce nulla. Così avviene per chi usa la parola e il linguaggio umano. Se esso è coltivato bene esprime giusti pensieri del cuore, ma se non è coltivato, non dice nulla o dice cose assurde. A conclusione di tutta questa esemplificazione c´è un suggerimento molto utile da tenere in dovuta considerazione: “Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini”. Il valore della comunicazione è qui messo in risalto per dire che ogni persona che si relaziona ad altre deve essere accorta al modo di dire e a cosa dire. Perciò, l´Apostolo Paolo nel testo della seconda lettura di questa domenica, tratto dalla sua prima lettera ai Corìnzi, ci invita a rimanere saldi e irremovibili nella fede, progredendo sempre più nell´opera del Signore, sapendo che la nostra fatica non è vana nel Signore. Ogni lavoro fatto con amore, passione e donazione porta il frutto che ci si aspetta per il proprio bene spirituale. Una bellissima poesia del poeta romano Trilussa, adattata da me, dice: "Nella notte in cui mi sono perso in mezzo al bosco, incontrai una vecchietta cieca che mi disse: “Se la strada non la conosci ti ci accompagno io, che la conosco. Se hai la forza di venirmi dietro, di tanto in tanto, ti darò una voce, fino arrivare in fondo, dove c´è un cipresso o fino alla cima dove c´è una croce. Io risposi: Sarà, ma la trovo strana una simile proposta da chi non ci vede per niente. La cieca, allora, mi prese la mano e mi disse: guarda avanti e cammina con me accanto. Capii subito momento che si trattava di una cosa importante a tenermi per mano, a guidarmi nel buio della notte e nello smarrimento più totale. Era la fede che mi prese per mano in quel momento e poi mi guidò per sempre. Con grande senso di responsabilità ci rivolgiamo a Dio con queste parole della colletta di oggi: “La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace”. Amen.

DOMENICA 24 FEBBRAIO 2019      notizia del 23/02/2019

Commento alla VII Domenica del Tempo Ordinario ( Lc 6,27-38 )...il distinguo cristiano la forza e il coraggio di perdonare e amare il nemico L´insegnamento di Gesù che abbiamo ascoltato nel vangelo di oggi, anche da molti che si dicono cristiani, è ritenuto impossibile da realizzare. Riusciamo noi a perdonare a chi ci fa del male? Riusciamo ad amare coloro che ci odiano? Riusciamo a benedire chi ci maledice e pregare per coloro che ci trattano male? Umanamente parlando queste affermazioni di Gesù sembrano irrealizzabili. Fare del bene a colui che ci sta facendo il male, è infatti impossibile alle forze umane! Il cristiano, il vero cristiano, può essere odiato, ma lui non può odiare: esattamente come accade per Dio. Quante volte offendiamo Dio con il nostro comportamento! Però come un Padre misericordioso ci perdona perché ci ama! Il momento della massima vita cristiana non è, allora, il momento in cui tutto va bene e tutti ci rispettano: nei momenti di tranquillità non si vede e non si può vedere che cosa c´è nel cuore di una persona. Il momento della massima vita cristiana è il momento in cui l´odio di qualcuno ci raggiunge, ci offende, ci fa soffrire: questo è il momento in cui appare chiaramente che cosa c´è nel cuore; appare chiaramente se siamo dei veri cristiani o degli ipocriti. Se siamo discepoli di Cristo, noi all´ odio dobbiamo rispondere con l´amore. Siamo capaci di rispondere con l´amore? Se abbiamo accolto il Signore nel nostro cuore siamo capaci, altrimenti siamo ancora pagani nel cuore. Il primo libro di Samuele (I Lettura) presenta un episodio della storia di Israele in cui l´invito «amate i vostri nemici» è vissuto in modo esemplare. Il re Saul era invidioso del giovane Davide, futuro re d´Israele, cui andava la simpatia della gente, e il re decise di ucciderlo. Scese in campo con tremila uomini per dargli la caccia, ma le circostanze si svolsero in modo che fu invece Davide ad avere la possibilità di uccidere Saul, ma lo risparmiò, anzi, gli offrì la sua amicizia. Davide diventa l´esempio per ogni ebreo, come per ogni cristiano, a perdonare, ad amare i nemici come ha fatto Gesù che ha perdonato a chi gli sputava in faccia, a chi lo crocifiggeva. Il Signore Gesù, con questi gesti, ha reso visibile il grande amore che Dio ha per noi. Nel salmo responsoriale, infatti, abbiamo letto «la bontà e l´amore» di Dio nostro Padre. Gesù, nel vangelo, dice: «benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l´altra». Evidentemente queste non sono affermazioni da prendere alla lettera e da applicare materialmente. Gesù stesso quando ricevette uno schiaffo dal soldato, non porse materialmente l´altra guancia. E allora cosa significano queste parole di Gesù? Significano, e soprattutto sottolineano, lo spirito con cui bisogna reagire a chi ci fa del male: il male subìto non deve far scattare in noi il desiderio della vendetta, ma il desiderio di amare e pregare di più, perché sventurato non è chi subisce un torto ma chi lo fa. Pensiamo a san Francesco d´Assisi, san Massimiliano Maria Kolbe, san Pio da Pietrelcina e tanti altri santi. L´evangelista, inoltre, annota che il Maestro continua il suo discorso dicendo: «Se amate quelli che vi amano, che meriti ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso». Ciò significa che l´offesa dà al cristiano la possibilità di amare senza ricompense, senza contraccambio; l´offesa dà l´occasione di perdonare come perdona Dio. Per chi crede ci può essere una gioia più grande? Gesù conclude dicendo: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». Queste sono le parole chiave di tutto l´insegnamento e di tutto il comportamento di Gesù. Gesù perdona, perché il Padre perdona; Gesù cerca i peccatori, perché il Padre cerca i peccatori; Gesù è misericordioso, perché il Padre è misericordioso. Il cristiano, ci ricorda san Paolo nella prima lettera ai Corinzi (II Lettura), unito al Signore diventa uomo nuovo. Cosa significa? Significa che il cristiano deve diventare una cosa sola con Cristo, deve essere immagine, icona di Gesù misericordioso. Alla luce di questo vangelo, ci sentiamo tutti poco cristiani, ma Dio conosce il nostro cuore, le nostre fragilità, le nostre debolezze e dunque ci aspetta. Quando cadiamo è sempre pronto a rialzarci. Purtroppo il nostro cuore è ancora malato di odio, vendetta, e porta le cicatrici di tanti rancori, ma Dio, se noi vogliamo, può guarirlo. Al bene si deve giungere attraverso il bene, attraverso il perdono. Concludo con le parole che si leggono nella Preghiera eucaristica II della riconciliazione: «Per tuo dono, o Padre, la ricerca sincera della pace estingue le contese, l´amore vince l´odio e la vendetta è disarmata dal perdono».

DOMENICA 17 FEBBRAIO 2019      notizia del 16/02/2019

Commento alla VI Domenica del T.O. (Lc 6,17.20-26): Beati coloro che confidano nel Signore SS. Messe h.9.00 - 10.0- 12.00 e 19.00 Il cuore di Dio, in certi momenti, attraversa crisi profonde. Prende atto della cattiveria dell´uomo che confida in se stesso e non sa vedere, oltre se stesso, alcuna risorsa per vivere il bene. Quest´uomo autosufficiente, presuntuoso, chiuso nel suo mondo, solitario nella sua idolatria, rassomiglia, secondo Dio, alle piante della steppa, condannate ad essere sempre sterili, in un deserto arido, in una terra salata e ingrata, dove nessuno e niente può vivere. Dove si colloca l´uomo che si ritiene Dio, soltanto perché possiede un po´ di beni, un po´ di potere, un po´ di crudeltà, un po´ di consenso? Nelle fauci di un deserto senz´acqua. Annaspa, morendo di sete, stremato dai suoi bisogni, rimanendo senza risposte, abbandonato a se stesso, povero granellino che nessuno riesce a vedere. E´ diventato un nulla. Mi sembra la sorte di tanti uomini e donne che, secondo me, non appartengono alla mia esperienza. Eppure quante volte anche io mi sono sentito più grande di Dio, senza desiderio di Dio, senza aspirazioni verso Dio, ripiegato su me stesso, a piangere sulla mia imminente distruzione! Io deserto in una comunità deserto. Io arido in una comunità arida. Chi può avventurarsi nella bocca di questo fuoco inestinguibile, inesorabile? Soltanto l´uomo, che ha il potere di tenere Dio lontano, Dio senza parola, Dio senza stupore agli occhi di coloro che lo cercano con ansia, da tempo, come un bisogno irrefrenabile. E´ questa l´unica sorte dell´umanità? Il testo di Geremia spalanca davanti a noi un altro mondo: quello che piace a Dio, quello che pensa Dio, quello che Dio vuole continuamente. I suoi abitanti sono uomini e donne che confidano nel Signore e pongono in lui la loro fiducia. Sono i poveri di Dio, ospitati nel cuore di Dio. Sono i poveri che crescono come l´albero piantato lungo i corsi d´acqua sempre abbondante, che irrorano le loro radici. Sono i poveri che non temono il caldo, perché, anche nell´arsura, le loro foglie rimangono verdi, e nell´anno della siccità non smettono di produrre frutti. In questo grande messaggio c´è tutto il cuore di Dio che mi dice: “Scegli, figlio mio, hai davanti il paradiso terrestre, con tutte le sue fatiche e le sue delizie, e dall´altra parte il deserto con la sua morte. Scegli, figlio mio se vuoi essere felice”. Questa voce del Signore si lancia nell´universo e trova un eco altrettanto potente, se non più potente, nel Figlio di Dio diventato nostra carne. Una voce che dice alla grande moltitudine di gente anonima, i poveri appunto, di lasciarsi guardare dagli occhi commossi di Gesù. Gesù, guarda questa marea di persone e mentre continua a riscaldarla col suo sguardo e col suo cuore, pronuncia le parole della liberazione. “Beati, voi poveri. Vi appartiene il mio regno, la mia gioia senza fine, l´appagamento dei desideri, dei vostri desideri sempre disattesi. Beati, voi poveri che avete fame. Vi troverete tra le mani, le ceste piene fino alla sovrabbondanza per oggi, per domani, per dopodomani. Beati, voi poveri che piangete e conoscete il gusto salato e amaro delle vostre lacrime. Io ve lo posso dire: riderete, sarete nel gaudio, contemplerete il sorriso di Dio. Beati, voi poveri quando vi odieranno, e sarete fatti oggetto di scherno e di disprezzo per il mio nome. Sappiate che non scomparirete, ma troverete la vostra ricompensa nel cielo”. Ma. Ma. Quando ascolto i “ma” di Dio mi attraversa un brivido. Penso sempre all´amore rifiutato dall´uomo. Penso sempre alla mia ingratitudine. Penso sempre alla facciata apparente delle nostre comunità. Ed ecco i retroscena del “ma” di Gesù, Figlio di Dio. Guai a voi, ricchi, che avete il ventre sazio fino alla nausea. Avrete fame di tutto: di cibo, di amici, di compagnia, di persone che hanno condiviso le vostre stoltezze. Guai, a voi ricchi. La vostra consolazione è arrivata al culmine. Adesso inizia la caduta precipitosa. Guai, a voi che ora ridete, alle spalle di chi è miserabile alla vostra porta, implorante, bisognoso di tutto. Le vostre baldorie sono finite, sarete nel dolore e piangerete. Piangerete quelle lacrime che non vi hanno commosso quando le avete viste rigare il volto dei “poveri cristi”. Guai, quando tutti sentiranno il bisogno di portarvi alle stelle, di parlare bene di voi. E´ tutta un´illusione, sperimenterete l´illusione. Nessuno vi riconoscerà più. Nessuno si ricorderà più di voi se non per dire: “il suo passaggio è stato una disgrazia!”. Gesù è inesorabile e dolcissimo sia quando dice beati perché sta abbracciando la sofferenza umana; sia quando dice guai, perché sta lanciando una scialuppa di salvataggio a coloro che hanno occhi e non vedono, orecchie e non odono, mani e non palpano, olfatto e non odorano, piedi e sono paralizzati. Il Signore ci investe con le sue domande implicite. Investe me, che ancora non ho avuto il coraggio di schierarmi definitivamente dalla parte del suo amore. Investe le nostre comunità, che ancora guardano con occhi miopi i piccolissimi orizzonti privi di visione e quindi poveri di entusiasmo nel cuore. Eppure Gesù è risorto. Con lui risorgono i morti. Se per un attimo azzerassimo la parola della nostra fede: “Credo nella resurrezione dei morti”, nemmeno Gesù sarebbe risorto e noi saremmo portatori di una speranza cieca, ingannevole, vuota. Saremmo da commiserare più di tutti glia altri uomini che non credono. Ma Cristo è Risorto dai morti, primizia di tutti noi che moriremo e saremo, alla fine, coinvolti nella sua Pasqua. Gesù, mi viene voglia di ribellarmi quando dici: “beato” e intendi una beatitudine diversa da quella che io desidero. Tu, Gesù, sai dare gioia nel cuore, nelle profondità del nostro essere, nelle nostre viscere vitali, nei nostri uteri fecondi. Anche nei nostri volti segnati dalle rughe e sempre affascinanti, perché portano la dolcezza inspiegabile della tua persona. Gesù, in certi momenti, sento veramente le vampe soffocanti del deserto e non ho il coraggio di dirti: “Dammi della tua acqua”. In certi momenti sento la morte che incombe mentre cammino nel deserto, e non ho il coraggio di dirti: “Se tu fossi stato vicino a me non sarei morto”. Eppure tu sei la Risurrezione e la vita. Gesù, quanto mi piace possedere tutto, godere tutto, appropriarmi di tutto, senza pensare mai che rischio di avere vergogna di te, perché mi sono ritrovato nudo. Gesù, rivestimi del tuo manto di giustizia, della tua tunica di salvezza. Inondami col tuo sangue doloroso e soave. Se lo vuoi, trasmettimi il grido di ribellione: “Dio mio, perché mi hai abbandonato!”. Ma riempi le mie parole anche con lo splendore della speranza. Fammi sentire povero che ha ancora la forza di dire: “Nelle tue mani affido il mio spirito”. Orientami, Gesù, verso i terreni fecondi, come il pastore che ama le sue pecore. Quelle piante ricche di frutti sono il segno della tua tenerezza. Gesù, aiutami a non scappare dalle tue parole esigenti, dalle tue domande inquietanti. Fammi comprendere, sempre, che in ogni tuo gesto, che in ogni tua sillaba, che in ogni tuo sguardo c´è soltanto l´amore del Risorto, che non sarà mai pienamente felice finché non farà di me, di tutti noi, di ogni uomo, una cosa sola unita nell´amore.

11 febbraio 2019      notizia del 11/02/2019

essaggio per la Giornata del malato 2019 Il testo integrale del messaggio di Papa Francesco per la XXVII Giornata mondiale del malato, che si celebrerà l´11 febbraio 2019 a Calcutta (India). OGGI alle h.18.00, in parrochia, SS. MESSA con l´unzione dei malati «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8) Cari fratelli e sorelle, «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Queste sono le parole pronunciate da Gesù quando inviò gli apostoli a diffondere il Vangelo, affinché il suo Regno si propagasse attraverso gesti di amore gratuito. In occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà in modo solenne a Calcutta, in India, l’11 febbraio 2019, la Chiesa, Madre di tutti i suoi figli, soprattutto infermi, ricorda che i gesti di dono gratuito, come quelli del Buon Samaritano, sono la via più credibile di evangelizzazione. La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è “caro”. La vita è dono di Dio, e come ammonisce San Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). Proprio perché è dono, l’esistenza non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione dell’“albero della vita” (cfr Gen 3,24). Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza, mi preme affermare che il dono va posto come il paradigma in grado di sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale contemporanea, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture. Il dialogo, che si pone come presupposto del dono, apre spazi relazionali di crescita e sviluppo umano capaci di rompere i consolidati schemi di esercizio di potere della società. Il donare non si identifica con l’azione del regalare perché può dirsi tale solo se è dare sé stessi, non può ridursi a mero trasferimento di una proprietà o di qualche oggetto. Si differenzia dal regalare proprio perché contiene il dono di sé e suppone il desiderio di stabilire un legame. Il dono è, quindi, prima di tutto riconoscimento reciproco, che è il carattere indispensabile del legame sociale. Nel dono c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio Gesù e nella effusione dello Spirito Santo. Ogni uomo è povero, bisognoso e indigente. Quando nasciamo, per vivere abbiamo bisogno delle cure dei nostri genitori, e così in ogni fase e tappa della vita ciascuno di noi non riuscirà mai a liberarsi totalmente dal bisogno e dall’aiuto altrui, non riuscirà mai a strappare da sé il limite dell’impotenza davanti a qualcuno o qualcosa. Anche questa è una condizione che caratterizza il nostro essere “creature”. Il leale riconoscimento di questa verità ci invita a rimanere umili e a praticare con coraggio la solidarietà, come virtù indispensabile all’esistenza. Questa consapevolezza ci spinge a una prassi responsabile e responsabilizzante, in vista di un bene che è inscindibilmente personale e comune. Solo quando l’uomo si concepisce non come un mondo a sé stante, ma come uno che per sua natura è legato a tutti gli altri, originariamente sentiti come “fratelli”, è possibile una prassi sociale solidale improntata al bene comune. Non dobbiamo temere di riconoscerci bisognosi e incapaci di darci tutto ciò di cui avremmo bisogno, perché da soli e con le nostre sole forze non riusciamo a vincere ogni limite. Non temiamo questo riconoscimento, perché Dio stesso, in Gesù, si è chinato (cfr Fil 2,8) e si china su di noi e sulle nostre povertà per aiutarci e donarci quei beni che da soli non potremmo mai avere. In questa circostanza della celebrazione solenne in India, voglio ricordare con gioia e ammirazione la figura di Santa Madre Teresa di Calcutta, un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati. Come affermavo in occasione della sua canonizzazione, «Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini […] della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza. La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri» (Omelia, 4 settembre 2016). Santa Madre Teresa ci aiuta a capire che l’unico criterio di azione dev’essere l’amore gratuito verso tutti senza distinzione di lingua, cultura, etnia o religione. Il suo esempio continua a guidarci nell’aprire orizzonti di gioia e di speranza per l’umanità bisognosa di comprensione e di tenerezza, soprattutto per quanti soffrono. La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano. Ringrazio e incoraggio tutte le associazioni di volontariato che si occupano di trasporto e soccorso dei pazienti, quelle che provvedono alle donazioni di sangue, di tessuti e organi. Uno speciale ambito in cui la vostra presenza esprime l’attenzione della Chiesa è quello della tutela dei diritti dei malati, soprattutto di quanti sono affetti da patologie che richiedono cure speciali, senza dimenticare il campo della sensibilizzazione e della prevenzione. Sono di fondamentale importanza i vostri servizi di volontariato nelle strutture sanitarie e a domicilio, che vanno dall’assistenza sanitaria al sostegno spirituale. Ne beneficiano tante persone malate, sole, anziane, con fragilità psichiche e motorie. Vi esorto a continuare ad essere segno della presenza della Chiesa nel mondo secolarizzato. Il volontario è un amico disinteressato a cui si possono confidare pensieri ed emozioni; attraverso l’ascolto egli crea le condizioni per cui il malato, da passivo oggetto di cure, diventa soggetto attivo e protagonista di un rapporto di reciprocità, capace di recuperare la speranza, meglio disposto ad accettare le terapie. Il volontariato comunica valori, comportamenti e stili di vita che hanno al centro il fermento del donare. È anche così che si realizza l’umanizzazione delle cure. La dimensione della gratuità dovrebbe animare soprattutto le strutture sanitarie cattoliche, perché è la logica evangelica a qualificare il loro operare, sia nelle zone più avanzate che in quelle più disagiate del mondo. Le strutture cattoliche sono chiamate ad esprimere il senso del dono, della gratuità e della solidarietà, in risposta alla logica del profitto ad ogni costo, del dare per ottenere, dello sfruttamento che non guarda alle persone. Vi esorto tutti, a vari livelli, a promuovere la cultura della gratuità e del dono, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto. Le istituzioni sanitarie cattoliche non dovrebbero cadere nell’aziendalismo, ma salvaguardare la cura della persona più che il guadagno. Sappiamo che la salute è relazionale, dipende dall’interazione con gli altri e ha bisogno di fiducia, amicizia e solidarietà, è un bene che può essere goduto “in pieno” solo se condiviso. La gioia del dono gratuito è l’indicatore di salute del cristiano. Vi affido tutti a Maria, Salus infirmorum. Lei ci aiuti a condividere i doni ricevuti nello spirito del dialogo e dell’accoglienza reciproca, a vivere come fratelli e sorelle attenti ai bisogni gli uni degli altri, a saper donare con cuore generoso, a imparare la gioia del servizio disinteressato. A tutti con affetto assicuro la mia vicinanza nella preghiera e invio di cuore la Benedizione Apostolica. Dal Vaticano, 25 novembre 2018

DOMENICA 10 FEBBRAIO 2019      notizia del 09/02/2019

Commento alla V Domenica del Tempo Ordinario ( Lc 5,1-11) : Isaia si sente un uomo "dalle labbra impure" , San Paolo si sente "un aborto" e san Pietro " un peccatore"...non importa chi siamo è il nostro sì a Dio che ci cambia SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La liturgia odierna ci presenta, nelle tre letture, tre differenti vocazioni: quella di Isaia, quella di Paolo e quella di Pietro. Ogni vocazione è una storia unica e irripetibile. È difficile, e forse non è neppure bene, fare dei confronti. Tuttavia possiamo osservare alcuni elementi comuni alle tre chiamate, che possono farci del bene e aiutarci nella riflessione: La coscienza del peccato Isaia, chiamato da Dio ad essere profeta, esclama: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito!”. Paolo, scelto per essere apostolo dei pagani, scrive: “Cristo risorto apparve a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto”. Pietro, invitato da Gesù in persona a diventare pescatore di uomini, gli risponde: “Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore!”. Definire se stesso come “un uomo dalle labbra impure”, o “un peccatore” o addirittura “un aborto” è qualcosa che fa riflettere profondamente. Innanzitutto dimostra che c´è una auto-conoscenza matura. Quando ci dichiariamo peccatori, diciamo la verità su noi stessi. La confessione dei peccati è l´unico processo in cui colui che si dichiara colpevole viene assolto: esattamente l´opposto di ciò che accade nei processi umani. La nostra condizione di peccato non deve essere un ostacolo nell´accogliere l´amore di Dio. La Bibbia ci dice che proprio gli uomini e le donne che più hanno sperimentato il peso e l´oltraggio dei propri peccati, hanno maggiormente fatto esperienza dell´amore di Dio. Una prima riflessione per noi potrebbe essere questa: per incontrare Dio non devo avere paura dei miei limiti, non occorre che li nasconda o che indossi una maschera per apparire migliore. “Vi proclamo, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l´ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch´io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici”. Quell´avverbio “anzitutto” vuol dire prima di tutto, per prima cosa. In questa antichissima professione di fede, che Paolo scrive ai Corinzi, forse il primo Credo della Chiesa apostolica, si dice la cosa fondamentale, cioè che Cristo morì per noi peccatori. Il riconoscimento della nostra condizione di peccato non è solamente il primo passo che noi facciamo verso Dio, ma anche il primo passo che Dio fa verso di noi. L´individualità della scelta Isaia si sente rivolgere una domanda precisa da Dio: “Chi manderò e chi andrà per me?”. Paolo sente la voce di Gesù che lo chiama ad essere apostolo tra le genti, e in virtù di questa chiamata avverte di essere il più piccolo tra gli apostoli, indegno perfino di essere chiamato apostolo perché ha perseguitato la Chiesa di Dio. Pietro riceve l´invito chiaro del Cristo: “D´ora in poi sarai pescatore di uomini”. Che si tratti di diventare profeta, apostolo delle genti o pescatore di uomini, all´origine di ogni vocazione c´è sempre una chiamata intima e personale. Il Catechismo della Chiesa Cattolica parla della chiamata individuale che tutti abbiamo ricevuto, mediante il Battesimo, in questi termini: “La Santissima Trinità dona al battezzato la grazia santificante, la grazia della giustificazione che: 1) lo rende capace di credere in Dio, di sperare in lui e di amarlo per mezzo delle virtù teologali; 2) gli dà la capacità di vivere e agire sotto la mozione dello Spirito Santo per mezzo dei doni dello Spirito Santo; 3) gli permette di crescere nel bene per mezzo delle virtù morali. In questo modo tutto l´organismo della vita soprannaturale del cristiano ha la sua radice nel santo Battesimo” (CCC 1266). Siamo stati chiamati, come Isaia, Paolo e Pietro, a credere nell´amore di Dio, sperare, amare. Possiamo agire sotto l´azione dello Spirito e crescere nel bene. Tutto questo si realizza all´interno di un rapporto personale, unico e irripetibile, basato sulla mutua conoscenza e sul dialogo interiore. La risposta personale Abbiamo ascoltato Isaia rispondere deciso: “Eccomi, Signore, manda me!”. Paolo scrive in una sua lettera “Ti rendo grazie perché sei tu che mi hai dato la forza, Gesù Cristo nostro Signore, perché mi hai giudicato degno di stima chiamandomi al ministero"” Pietro dichiara sinceramente a Gesù: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo”. Tutti e tre questi personaggi hanno avuto il coraggio di dire “Sì” e di accettare la sfida. Scrive P. Rondet SJ: “I santi hanno cercato la volontà di Dio con tutto il loro cuore, hanno avuto una coscienza assai viva di essere stati prevenuti, preceduti dall´amore di Dio, un amore che non finiscono mai di riconoscere nell´azione della grazia. Nella loro scelta, essi hanno proceduto a tentoni, esitato, talvolta dubitato, per affidarsi infine allo Spirito che li guidava verso il Regno. Essi hanno saputo vedere la grazia negli eventi più disparati, glorificando Dio nella prova come nel successo. La risposta alla chiamata di Dio recherà il segno del materiale utilizzato, ma più ancora quella dell´architetto che noi siamo e che ne è responsabile. Non si può far tutto con tutto, ma si può sempre fare di una vita un´opera. L´amore può far scaturire la santità nei peggiori contesti umani: la testimonianza di coloro che hanno consacrato la loro vita all´amicizia degli emarginati, dei diseredati, degli esclusi, non cessa mai di ricordarcelo. Ci chiediamo se si possa parlare di una volontà particolare di Dio su ciascuno di noi. La Chiesa, facendoci vivere la comunione dei santi, ci ricorda che sarebbe più esatto parlare di una risposta personale da parte di ognuno di noi al desiderio di Dio”. L´esperienza del perdono “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato”. “Io infatti sono il più piccolo tra gli apostoli e non sono degno di essere chiamato apostolo perché ho perseguitato la Chiesa di Dio. Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e il suo perdono in me non è stato vano”. “Non temere, Pietro!”. I tre personaggi che sono al centro della liturgia di oggi hanno fatto esperienze forti di perdono e sono diventati a loro volta annunziatori del perdono. Ci sarebbero varie citazioni che si potrebbero fare, a questo proposito. Ne scegliamo tre. “Venite, e discutiamo, dice il Signore; anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come la neve; anche se fossero rossi come porpora, diventeranno come la lana” (Is 1, 18). “Dio ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasportati nel regno del suo amato Figlio. In lui abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (Col 1, 13-14). “Fatevi battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti e la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore, Dio nostro” (At 2, 38-39). È vero che nel Padre nostro diciamo “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, per cui se vogliamo essere perdonati da Dio, dobbiamo noi per primi perdonare. Ma è vero anche il contrario: solo ci ha ricevuto il perdono di Dio può perdonare veramente gli altri. Isaia, Paolo e Pietro ci insegnano proprio questo: dopo aver sperimentato di essere peccatori, chiamati individualmente, capaci di accettare la chiamata, essi di dicono che il perdono ricevuto diventa in noi sorgente di vita nuova nei confronti degli altri. Preghiamo perché possiamo essere fedeli alla nostra vocazione battesimale e possiamo imitare questi esempi biblici, che la liturgia pone davanti ai nostri occhi.

DOMENICA 3 febbraio 2019      notizia del 02/02/2019

Commento alla IV Domenica del Tempo Ordinario Lc 4,21-30 : la difficoltà di riconoscere Dio in mezzo a noi,non ferma il piano salvifico del Padre per tutta l´umanità SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 «Non è costui il figlio di Giuseppe?» Contrariamente a Matteo (13,53-58) e Marco (6,1-6) che riportano la reazione negativa degli abitanti di Nazareth - ambedue dicono che l´atteggiamento di Gesù era per loro motivo di scandalo - Luca sembra invece raccontarci un atteggiamento all´inizio positivo: descrive la meraviglia per le parole di grazia - espressione assai forte - che uscivano dalla bocca di uno che avevano sempre conosciuto, il figlio di Giuseppe. È proprio l´origine di Gesù, la sua familiarità, il motivo di scandalo riportato da Matteo e Marco. Per Luca lo scandalo viene più tardi, quando Gesù sembra intuire un atteggiamento possessivo dei suoi compaesani, lo si comprende dalla reazione del Signore e dal comportamento provocatorio che ne consegue. Dopo il proverbio e aver messo a nudo la pretesa di tenere per sé il figlio di Giuseppe scoperto come un taumaturgo guaritore, Gesù cita due episodi della Scrittura (1Re 17 e 2Re 5) in cui la grazia di Dio va oltre i confini d´Israele, non tiene conto né della geografia, né della appartenenza. Questa citazione, propria di Luca, non solo mette in guardia i concittadini di Gesù provocando la loro reazione, ma anche i cristiani per cui l´autore del vangelo scrive e soprattutto noi che lo stiamo ascoltando oggi. Nella tua patria! L´esperienza religiosa sembra essere una sorta di appartenenza sociale, culturale, più che una esperienza di fede; investe più l´aspetto identitario delle persone che quello trascendente. L´ascesa dei movimenti sovranisti e dei nazionalismi nel continente europeo e in quello americano sta facendo emergere il senso della identità culturale, non sempre completamente intesa, a cui anche quella religiosa appartiene. La religione è considerata come un fenomeno pubblico, la fede popolare non sempre legata alle istituzioni religiose (appartenere e credere ma non per forza comportarsi in maniera religiosa - Grace Davie, sociologa inglese -) è facilmente utilizzata anche nella ricerca di consensi politici. Si è creato un curioso connubio fra realtà sovraniste e cattolicesimo conservatore, tendenzialmente lontano della linea del pontificato di papa Francesco. La difesa dei simboli religiosi come il Presepe o il Crocifisso negli uffici pubblici è vista come tutela della storia e della cultura occidentale, anche se nella realtà della vita si pensa e si agisce in modo contrario. Tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno al sentire come la Grazia di Dio aveva raggiunto la vedova di Sidone o il dignitario siriano: sono stati provocati nella loro identità insieme politica e religiosa. Lo cacciarono fuori della città Lo cacciarono fuori dalla sinagoga, eppure, lì era stato iniziato alla fede. Lo cacciarono fuori dal territorio dove era cresciuto, dovette sentirsi un po´ straniero, anche in mezzo ai suoi. Era troppo diverso: aveva la pretesa di inaugurare un inizio di regno di Dio sulla terra, una speranza per tutti, anche per i peccatori e i disperati, per i poveri e gli oppressi, coloro che i benpensanti avevano già scartato. Se vogliamo conoscere, capire l´azione di Dio dobbiamo uscire dai nostri confini, andare Sarèpta di Sidòne o incontrare Naamàn, il Siro. Dobbiamo uscire, andare fuori. La parola ciglio è espressa con il termine greco ofrýs, vocabolo che significa, in modo traslato “alterigia, orgoglio”. Simbolicamente Nazareth è una città costruita sull´orgoglio, è il simbolo delle nostre città costruite su una identità alterata, falsificata, con una religione colma di sentimenti e privata di fede, che non dà spazio a Gesù e il suo Vangelo. Passando in mezzo a loro La furia dei nazareni sembra diventare impotente di fronte a Gesù che passa e si incammina, passa nel mezzo, attraversa la storia e le pretese degli uomini, trapassa l´esperienza culturale o religiosa, va oltre la sinagoga, un tempio o una chiesa, non cerca consensi, passa dentro la vita di ciascuno, senza alcun giudizio; privo di pregiudizi passa in mezzo al cuore, alla mente alle idee di ciascuno, senza calpestare, senza invadere ma con rispetto e amore infinito. Sappiamo bene dove sta andando, dove il rifiuto dell´umanità lo conduce, tuttavia continua ad amare tutti, nessuno è escluso

domenica 27 gennaio 2019      notizia del 28/01/2019

Commento della Domenica (Luca 1,1-4; 4,14-21) :Dio è vicino e ci ama SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Luca, accingendosi a scrivere il suo vangelo, lo vuole dedicare a un personaggio di nome Teofilo. È un personaggio vero o simbolico? Teofilo è una parola greca che significa «amante di Dio». Il mondo è pieno di Teofili, di cercatori del volto di Dio. Luca, discepolo di Paolo, sembra rivolgersi a tutti quelli che sono alla ricerca di questo Dio ignoto per dire loro che il suo volto ci è stato rivelato da Gesù. E si preoccupa subito di collocare Gesù in un preciso contesto storico e geografico per sottrarlo all´indefinibile dimensione dei mito e restituirlo alla storia concreta degli uomini («al tempo di Erode, re della Giudea» (1,5). E Gesù ha una patria precisa, tanto che non si può parlare di lui se non chiamandolo Gesù di Nazareth. Proprio a Nazareth di Galilea, il villaggio oscuro «dove era stato allevato», Gesù inizia la predicazione per annunciare la novità di Dio che abita in lui. Perché questo inizio a partire dalla Galilea, considerata dai giudei terra di eretici (si diceva: «Tutto ciò che non è giudeo, è eretico»), e in particolare da Nazareth da cui, secondo la tradizione, non sarebbe potuto uscire nulla di buono? Fosse stato uomo di potere, Gesù avrebbe scelto Gerusalemme per dare risonanza alle sue parole. Ma Gesù vuole essere piuttosto dalla parte di coloro che, privi di ogni potere, sono costretti a subire ogni sorta di umiliazioni e di sopraffazioni. Per questo incomincia la sua missione dalla Galilea e, nella sinagoga di Nazaret, applica a se stesso un passo di Isaia: egli è stato mandato per annunciare un anno giubilare da parte del Signore, un anno di grazia e di liberazione per la terra e per tutti gli uomini. A chi è rivolto in particolare il suo annuncio? Ai poveri, ai prigionieri e agli oppressi, a coloro che soffrono di cecità fisica e a coloro che soffrono di cecità morale. È interessante osservare che a un certo punto, citando Isaia, Gesù tronca il testo prima dei versetto che dice: «Un giorno di vendetta per il nostro Dio» (Is 61,2). Gesù non si sente mandato ad annunciare la vendetta di Dio, ma la promessa di una nuova nascita. E per questo annuncio che si crea nell´assemblea una profonda emozione, tanto che, come dice il vangelo, «gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui». Si tratta di un fatto veramente straordinario. Credevano di conoscere bene Gesù che avevano visto crescere sotto i loro occhi a Nazareth, e s´accorgono ora di avere davanti un personaggio nuovo, capace di esprimere una forza morale insospettata. Potrebbero ancora chiamarlo il «figlio del carpentiere», ma riconoscendo subito che ogni indicazione legata al passato sarebbe troppo riduttiva rispetto alla novità rappresentata da quel fuoco segreto che lascia trasparire da tutto il suo essere. Come spiegare il mistero che lo avvolge, lo compenetra, lo investe di un´autorità che nessuno prima avrebbe potuto riconoscere in lui? La possibilità di entrare in questo mistero ci è data dal testo di Luca, là dove si legge che «Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito santo». Se fosse tornato con un titolo accademico conseguito presso la più prestigiosa scuola rabbinica non avrebbe lasciato nei suoi ascoltatori la stessa impressione che invece riesce a ottenere presentandosi con le umili apparenze di un tempo. Se Gesù riesce a suscitare nella sinagoga una grande emozione, è perché non si limita a leggere e a commentare quel testo che i presenti tante volte forse avevano già ascoltato: quel testo lo legge saldandolo strettamente alla sua persona, come se ogni parola fosse una fibra del suo essere o una particella del suo mondo più segreto. È significativo un particolare del racconto: Gesù, dopo aver letto, «arrotolò il volume, lo consegnò all´inserviente». Se la parola profetica si è incarnata in lui, non c´è più bisogno di leggerla nel rotolo della sinagoga. È lui ormai il libro sempre aperto, è lui la parola da ascoltare. Se fossimo capaci, contemplando oggi la dolcezza e la forza dello sguardo di Gesù, di sentire la passione che brucia il suo cuore, saremmo pronti anche ad ascoltare un appello che intende rivolgere al Teofilo che è in noi: «Se vuoi amare Dio, cerca di avvicinare i poveri, quelli che sono oppressi, quelli che in qualche modo si sentono prigionieri dentro situazioni penose e umilianti, e porta a tutti questo messaggio di speranza: “Dio è vicino e ti ama”. Ma questa parola, perché sia credibile, deve essere testimoniata con gesti d´amore. Allora non avrai nemmeno bisogno di parlare, ma tutto il tuo essere, anche il tuo silenzio, diventerà parola».

Domenica 20 gennaio      notizia del 19/01/2019

Commento alla liturgia della domenica ( Gv 2, 1-11): ..il vino nuovo che è avere la fiducia in Dio anche nei momenti peggiori SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Dopo la domenica del battesimo, in cui abbiamo visto lo Spirito scendere su Gesù e abbiamo sentito la voce del Padre che lo presenta come il figlio amato, oggi meditiamo il primo “segno” che Gesù compie all´inizio del suo ministero di maestro secondo il vangelo di Giovanni. Siamo nel contesto di una festa di nozze, durante la quale ad un certo punto finisce la scorta del vino. Nella cultura e religione di Gesù (quella ebraica) il matrimonio era molto importante: oltre ad essere la struttura sociale fondamentale, era anche segno della benedizione di Dio sul mondo, perché l´uomo e la donna con la loro alleanza di amore portavano avanti il disegno divino della creazione. Ogni festa di nozze per i giudei rendeva visibile l´alleanza di amore sponsale tra Dio e l´umanità (che la prima lettura di Isaia canta in modo stupendo) e al tempo stesso tiene viva l´attesa del Messia. Considerando questo capiamo che non a caso Giovanni apre la missione di Gesù con questa scena. Nel racconto di Giovanni la festa di quella coppia di Cana fa da sfondo a quello che vediamo accadere in primo piano: non ci dice nulla degli sposi né della festa. La storia comincia quando in quella festa finisce il vino. Conosciamo quasi a memoria cosa avviene: Maria prende l´iniziativa facendo notare a Gesù la mancanza del vino; Gesù le risponde, in un modo che ci appare difficile capire; poi Gesù dà un ordine ai servi (e continuiamo a non capire); l´acqua che i servi portano in tavola diventa un vino così buono che il dirigente del banchetto fa i complimenti allo sposo per averlo riservato per la fine. Grazie a Gesù, una festa di nozze che stava per fallire si conclude meglio di tutte le possibili previsioni. Il “vangelo”, la buona notizia presente in questa storia non è semplicemente che lo sposo ha evitato una gran brutta figura. Dobbiamo ripercorrere di nuovo con attenzione quello che accade nella scena, per scorgere il messaggio che l´evangelista rivolge ai suoi lettori, quello che riguarda noi oggi. Dopo l´osservazione di Maria (non hanno più vino) Gesù in un primo momento prende le distanze dalla madre (cosa c´è tra me e te, donna?), poi sembra voler negare il suo aiuto (non è ancora giunta la mia ora). A giudicar da come è andata si direbbe che Maria ha interpretato la risposta di Gesù in modo diverso da come la capiamo noi; ordina infatti i servi di prestare attenzione e eseguire quello che Gesù avrebbe detto loro; e Gesù non si fa pregare oltre per agire. Guardando a quanto accade non possiamo pensare che Gesù agisca solo per compiacere la madre, quasi contro la sua volontà. Gesù sa cosa fa e agisce in piena libertà. Il breve dialogo tra Maria e suo figlio ha messo in luce una cosa importante: non è ancora giunta l´ora di Gesù. Ma questa frase, invece di sottolineare la mancanza, sottolinea l´inizio di un processo che arriverà al suo compimento. Quanto avviene a Cana diventa il preludio di qualcosa che è già annunciato e accadrà in futuro. L´evangelista ci avvisa che quello di Cana è stato l´inizio dei segni; significa che ne seguiranno altri. Fin dalla prima pagina del vangelo si parla di una “ora” che sta per venire. Il contesto di una festa di nozze ci fa comprendere che la storia di Gesù riguarda una alleanza di amore, che la sua missione è attratta da una “conclusione” che sarà segnata dall´arrivo di quella “ora”. Questo fa nascere in noi delle domande: cosa segna quell´ora? Quando arriverà? Quali sono i segni che sta per giungere? A queste domande risponde la storia che Giovanni racconta (che però noi non seguiamo in modo continuo durante le domeniche dell´anno liturgico). L´ora arriva durante il terzo pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme. Nella cena pasquale ci sarà ancora il vino, simbolo dell´amore, che Gesù offre come anticipo della sua morte e risurrezione; presso la croce ci sarà ancora Maria, che Gesù chiama (come a Cana) “donna”, donandole come nuovo figlio il discepolo amato. Così l´inizio e il compimento si corrispondono e ci fanno comprendere che la missione di Gesù è rinnovare l´alleanza di amore di Dio con l´umanità mediante il dono della sua vita. Gesù offre se stesso come il vino dell´amore, che rinnova la gratitudine e la gioia per il dono della vita. Chi accoglie questo dono e lo ridona a sua volta è capace di vincere la paura, va oltre la morte. Essere cristiani è questo: fidarci di Gesù, anche e soprattutto nei momenti difficili; chiedere a Lui che cosa possiamo fare per ritrovare la fiducia. Lui può trasformare la nostra acqua nel vino della gioia e di una vita piena di bellezza. Non ci chiede gesti straordinari, ma solo di imitare quello che ha fatto Lui, aprirci agli altri invece di aspettare che gli altri si accorgano di noi. Chiediamo a Gesù il vino nuovo che Egli può dare, perché non manchi mai la fiducia in Dio e la forza di vincere le nostre chiusure per donarci agli altri, perché è questo amore che vince la morte

DOMENICA 13 GENNAIO 2019      notizia del 12/01/2019

Commento della domenica: Battesimo del Signore (Luca 3,15-16.21-22): Col battesimo Gesù ci dice che vuole essere come noi in mezzo a noi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 l proverbio richiamato lo scorso 6 gennaio: “l´Epifania tutte le feste si porta via!” non è esatto... Il tempo di Natale si conclude oggi con la solennità del Battesimo di Gesù....E il Battesimo di Gesù inaugura la sua vita pubblica. Il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo. Attesa e ricerca sono i due atteggiamenti del popolo. Chi attende è in ricerca di una soluzione, chi si pone domande attende risposte. Questa attesa e questa ricerca possono essere pericolose e fonte di fraintendimenti. Ti è mai successo di attendere un mezzo pubblico? Lo vedi in lontananza, pensi che sia quello giusto ma poi, quando si avvicina, capisci che non è il bus che stavi aspettando. Il popolo attende il Cristo, cioè l´unto, il consacrato del Signore; i profeti avevano lavorato bene nel corso dei secoli, e tutti vivevano questa attesa, questo desiderio. Oggi: attendiamo ancora? Oppure siamo tutti spenti, delusi e disillusi? Ormai cataloghiamo tutto come favola, mito, siamo guardinghi e in continua difensiva. In questa modalità la vita diventa un baratro, e quello da cui vorremmo difenderci sarà il nostro destino: vivremo una vita inconcludente e vuota, perché non attendiamo, non ricerchiamo, non desideriamo. Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Giovanni mette subito in chiaro che non è lui la persona che il popolo attende, ma aggiunge dei dettagli molto importanti che invitano chi ascolta a continuare la ricerca, a perseverare nell´attesa, a nutrire il desiderio. Parla di battesimi, uno di acqua e uno di fuoco, dicendo che il Cristo è più forte di lui, come il fuoco è più forte dell´acqua. Tra i due battesimi ci mette un paio di sandali da slegare; tutti questi simboli e metafore sono usati da Giovanni per dire che lui è strada, non traguardo, servo, non padrone, preparazione, non compimento. Un popolo che attende, ricerca, desidera, è aiutato da Giovanni, che diviene sia per il popolo che per Gesù stesso il servo umile che accompagna e indica il cammino. Come è bello non sentirsi Dio, sempre stressati da missioni impossibili e poi atterriti dalla nostra impotenza, dal nostro limite creaturale. Com´è liberante essere semplici creature, servi della gioia, senza stress, senza ansie che rendono la vita una gabbia senza uscita. Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba. L´attesa del popolo viene innaffiata dal battesimo di Giovanni, il quale immerge ognuno nell´acqua pulita di una vita che desidera Dio, e a Dio conduce. Gesù stesso desidera riceverlo. Spesso oggi moduliamo le nostre vite sulla ricerca dello sconto, del bonus e dell´esonero, giocando sul meno, non investendo energie e risorse. Gesù, con questa scelta di ricevere il battesimo d´acqua di Giovanni, ci dice non solo la sua vicinanza alla nostra vita, ma la sua volontà precisa e forte; Lui VUOLE essere uno con te e per te. Il Figlio di Dio vive questo battesimo nella dimensione della preghiera. Il vangelo ci fa vedere Gesù che prega, Gesù che sa trovare i suoi tempi per stare con Dio. Queste foto sono una lezione di vita su come vivere la relazione con Dio, non una relazione formale e giuridica, ma una necessità vitale e irrinunciabile. una relazione affettiva, forte, passionale, che trasforma la tua vita. Questa preghiera del Signore diventa un cielo che si apre (in contrapposizione alle gabbie di tanti nostri giorni); la preghiera apre il cielo, e questo non è un miracolo, un prodigio, ma una semplice conseguenza: se mi relaziono con qualcuno, le nostre vite si aprono all´altro, ricevendo e donando ciò che si è. Dio dona se stesso il suo soffio vitale, la sua presenza. Ecco perché la preghiera è trasformante: attraverso di essa ci poniamo nelle mani del Creatore, che ci plasma e ci rinnova, e il Creatore si pone nelle nostre mani, per essere accolto, amato, e sì, anche coccolato. Scrive santa Teresa d´Avila: “Per me l´orazione non è altro se non un rapporto d´amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama!” (Teresa d´Avila, Libro della Vita) Venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l´amato: in te ho posto il mio compiacimento». Lascia per un attimo il vangelo, e vai davanti a uno specchio. Guardati e sentiti dire queste parole: Tu sei il figlio mio, non mio figlio, possessivo, ma il figlio mio, donativo, affettivo. Tu sei l´amato. Mentre ti guardi allo specchio medita su questo essere il figlio suo, il centro del suo amore. Tu non sei frutto del caso, o peggio ancora della colpa. Tu sei stato voluto, e ancora oggi Dio ti vuole, ti desidera, fa pazzie per te. In Te ho posto il mio compiacimento: la voce del Padre ribadisce il suo amore per il Figlio. Gesù è il Figlio, ma anche tu lo sei, grazie a Lui. Spesso la gente ti fa sentire sbagliato, fuori posto, inadatto, non idoneo. Altrettante volte tu stesso vivi questa emozione negativa, e questa ombra si stende sui tuoi giorni, sui tuoi anni, rendendo tutto opaco e spento. Sei sempre davanti allo specchio? Bene. Ora ascolta cosa ti dice il Padre: tu sei la mia gioia, la mia delizia, mi compiaccio di te, ti amo follemente. Mi vai bene così, sennò ti avrei fatto in modo diverso. Lascia che io viva in te, accetta di vivere in me, staremo bene insieme, ne sono sicuro. Ti amo. Lascia che questi pensieri ti invadano, e si trasformino in un abbraccio di Dio per te, vivi questo momento bello di intimità e guarigione profonda, stai con Dio.

INCONTRI IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO      notizia del 07/01/2019

Sta per iniziare il nuovo coro in preparazione al matrimonio Nel momento in cui i fidanzati chiedono di celebrare il sacramento del matrimonio fanno due ammissioni: 1) confermate la Vostra fede in Gesù Cristo e nella Chiesa; 2) date testimonianza della vostra fede davanti alla comunità dal momento che il matrimonio è celebrato nella comunità dei fedeli. Se immaginiamo la vita come una traversata oceanica a bordo di una nave, fino ad ora ognuno di voi ha fatto il passeggero, si è lasciato trasportare per cui non avete avuto bisogno di consultare le carte nautiche per tracciare la rotta, di informarvi sulle condizioni meteorologiche, di prevenire ed evitare burrasche, uragani, trombe marine. Anche se molti di voi hanno già vissuto l’esperienza della convivenza, solo adesso che vi approssimate al matrimonio è indispensabile cambiare ruolo: dovete diventare nocchieri e questo è umanamente impossibile senza un´adeguata preparazione, che deve comprendere oltre alla conoscenza teorica di carattere generale anche conoscenze specifiche, esperienze, tirocinio. Se, poi, confrontiamo il mondo che ci circonda con quello di alcuni decenni or sono, possiamo proseguire nella nostra metafora nautica. Ieri la nave, che veniva affidata alla coppia all’inizio e durante la vita in comune, era servita da una strumentazione efficiente con carte nautiche particolareggiate, con precisi punti di riferimento, con una rotta tracciata, con adeguati soccorsi così che il viaggio poteva dirsi sicuro ed organizzato. Oggi, invece, è più facile pensare che anziché su un transatlantico la coppia salga a bordo di un’imbarcazione di fortuna, una zattera, una barca a vela, con la quale si affronta da soli il mare aperto, si può essere trascinati dalle correnti, si cambia spesso rotta o si finisce per bloccarsi per mancanza di vento. In questa solitudine in mare aperto, con la paura di perdersi, è assolutamente indispensabile trovare un accordo su turni, soste e ruoli, nulla essendo preordinato. Due scogli sono sempre in agguato: l’idealizzazione che accentua il sogno dell’innamoramento e, al contrario, l’enfatizzazione degli insuccessi, che finisce per far dimenticare che la maggior parte delle coppie non scoppia! Gli sposi dovranno imparare a comunicarsi desideri e paure, dovranno conoscersi a fondo. E se durante il viaggio scoprite che il/la vostro/a compagno/a soffre di mal di mare o non sa nuotare? Il viaggio, dunque, dipende dal coraggio della coppia, dal desiderio di raggiungere la meta (e questo è tanto più forte quanto più unica-esclusiva e coinvolgente tutta la persona è la meta), desiderio che però diventa fragile nei momenti di stanchezza e di noia. È allora necessario, ogni tanto, attraccare in qualche porto sicuro dove poter riposare e riprendere vigore prima che sia troppo tardi e si faccia naufragio. Da questa metafora emerge il bisogno crescente di soggettività, del dovere-diritto a scelte personali nell’esperienza d’amore, quando le spinte socio-culturali di questo mondo intaccano alle radici ogni tipo di relazione con l’altro. Oggi, in non pochi casi, si assiste ad un accentuato deterioramento della famiglia e ad una certa corrosione dei valori del matrimonio. In numerose nazioni, soprattutto economicamente sviluppate, l´indice di nuzialità si è ridotto. Si suole contrarre matrimonio in un´età più avanzata e aumenta il numero dei divorzi e delle separazioni, anche nei primi anni di tale vita coniugale. Tutto ciò porta inevitabilmente ad una inquietudine pastorale, mille volte ribadita: Chi contrae matrimonio, è realmente preparato a questo? Il problema della preparazione al sacramento del Matrimonio, e alla vita che ne segue, emerge come una grande necessità pastorale innanzitutto per il bene degli sposi, per tutta la comunità cristiana e per la società. Perciò crescono dovunque l´interesse e le iniziative per fornire risposte adeguate e opportune alla preparazione al sacramento del Matrimonio. La preparazione al matrimonio costituisce un momento provvidenziale e privilegiato per quanti si orientano verso questo sacramento cristiano. È un Kayrós, cioè un tempo in cui Dio interpella i fidanzati e suscita in loro il discernimento per la vocazione matrimoniale e la vita alla quale introduce. Il fidanzamento si iscrive nel contesto di un denso processo di evangelizzazione. Di fatto confluiscono nella vita dei fidanzati, futuri sposi, questioni che incidono sulla famiglia. Essi sono pertanto invitati a comprendere cosa significhi l´amore responsabile e maturo della comunità di vita e di amore quale sarà la loro famiglia, vera chiesa domestica che contribuirà ad arricchire tutta la Chiesa

DOMENICA 6 GENNAIO 2019      notizia del 05/01/2019

Commento alla liturgia di domani, L´Epifania del Signore ( Mt 2,1-12 ) Incontrarci con Lui per esserne rivestiti di luce SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce”, inizia con queste consolanti parole del profeta Isaia la prima lettura di questa solennità dell´Epifania del Signore, che quest´anno 2019, capita nella prima domenica del nuovo appena da pochi giorni iniziato. Migliore auspicio per tutti non può essere che questo invito da accogliere e da mettere in pratica. L´invito a rialzarsi è rivolto a tutti gli uomini di buona volontà che desiderano ardentemente costruire un mondo migliore, partendo proprio dal messaggio del Redentore, in quella grotta di Betlemme a cui fa riferimento il profeta, tanti secoli prima della venuta di Cristo sulla terra. Il rialzarsi è quello della condizione di chi vive nell´errore e nel peccato o è scoraggiato dalla vita, per una molteplicità di motivi, compresi quelli del dolore, della malattia, della delusione, della depressione. La ragione profonda di questa urgente ripresa che tutti dobbiamo attuare è il fatto che viene a noi la luce di Cristo e la gloria del Signore incomincia a brillare sopra di noi. Gesù la nostra speranza, apre nuovi orizzonti di vita spirituale, umana, sociale e mondiale, in quanto le genti cammineranno alla luce della buona notizia della venuta del salvatore e le tenebre scompariranno dal mondo, per tutti i popoli vedranno la gloria di Dio. Chiaro riferimento alla manifestazione di Cristo, quale Salvatore, a tutta l´umanità con l´arrivo dei Magi, di cui oggi la chiesa fa memoria nella liturgia dell´Epifania. A raccontarci lo storico avvenimento dell´arrivo dei Magi, prima e Gerusalemme e poi a Betlemme è l´evangelista Matteo che nel brano del Vangelo di oggi ci informa che al tempo del re Erode, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme per conoscere il re dei Giudei. Questi scienziati e scrutatori del cielo avevano, infatti, visto spuntare la stella del nuovo Re, cosicché si avviarono dal lontano Oriente verso la città santa, guidati dalla stella cometa. Cosa che avvenne regolarmente, non senza aver superato l´ostacolo del Re Erode, che voleva eliminare il bambino appena nato. I Magi saggiamente non diedero informazioni al Re, una volta che ebbero la possibilità di seguire il tracciato del cielo per andare dritto al luogo prescelto dal Figlio di Dio per venire alla luce: quel villaggio di Betlemme, sconosciuto fino allora e divenuto famoso per la nascita di Gesù e per la diffusione della notizia che gli stessi Magi portarono nel loro viaggio di ritorno. L´evangelista Matteo, mette in evidenza che i Magi, dopo un tempo di oscuramento della stella, provocato dal contatto con un Re assassino e criminale, videro di nuovo la stella, che avevano visto spuntare. Questa luce nel cielo li precedeva li accompagnava nel cammino e li illuminava nella notte, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Di fronte a questa indicazione sicura che il cielo inviava loro, i Magi al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Per cui non si fermarono, ma proseguirono oltre, per giungere esattamente ne posto dove il Signore li stava indirizzando e chiamando, in quella grotta in cui li aveva attesi. Essi, quindi, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. L´atto di devozione e di ossequio viene espletato in tutte le modalità e formalità, trovandosi loro davanti al Re e come tale Gesù viene adorato. Gli stessi doni portati dai Magi esprimevano questo significato della regalità di Cristo sulla terra della Palestina e del resto del mondo. L´incontro con Gesù Bambino permise a questi scienziati e astrologi di ritornare direttamente al loro paese senza dare informazione ad Erode che attendeva una risposta. Infatti, avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un´altra strada fecero ritorno al loro paese. Scelta saggia e intelligente per evitare ogni compromesso con il male e il potere distruttivo della politica del tempo. Ecco perché san Paolo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua lettera agli Efesini sottolinea l´importanza della sua missione tra le genti pagane, alle quali si rivolge per far conoscere il mistero della salvezza operata di Cristo. Tale mistero che non era stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni viene rivelato in questo preciso tempo della venuta di Gesù sulla terra. E questo mistero consiste essenzialmente nel fatto che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. Nessuno quindi è escluso dalla salvezza divina, ma tutti sono chiamati a salvarsi allontanandosi dal male, dalle temere del peccato, per seguire la luce radiosa del Cristo Redentore. Non a caso nel prefazione dell´Epifania ci rivolgiamo a Dio con queste parole: Oggi in Cristo luce del mondo tu o Dio hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza e in Lui, apparso nella nostra carne mortale, ci hai rinnovati con la gloria dell´immortalità divina. In fondo, la missione di Cristo è quella di portare a salvezza eterna tutti i suoi figli, tutti gli esseri umani, perché nessuno di esso vada perduto, allontanandosi dall´amore redentivo e misericordioso di Dio, fattosi bambino nel grembo purissimo della Beata Vergine Maria.

1 GENNAIO 2019      notizia del 01/01/2019

commento alla liturgia di martedì 1 gennaio: Maria Santissima Madre di Dio : Lc 2,16-21 Lasciamoci condurre, durante il nostro pellegrinaggio terreno, dall´esempio di Mari a diventare attenti discepoli del Signore, portatori di pace e gioia. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La prima lettura che la liturgia della parola ci propone, è un testo di benedizione, è un´invocazione a Dio, affinché faccia brillare il suo volto sul popolo e lo protegga: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace». Questa benedizione deve essere per noi un monito: mentre inizia il nuovo anno non affidiamoci agli astri, all´oroscopo, ai maghi, ma a Dio e soltanto a Dio. Oggi, purtroppo, è diffuso il ricorso alle forze occulte, ai cartomanti. Questo comportamento da parte nostra sta ad indicare lo sbandamento delle coscienze. Ci affidiamo agli uomini e ai loro riti magici e implicitamente rifiutiamo Dio. Chiediamo perdono al Signore ogni volta che lo rinneghiamo! Torniamo a Lui, invochiamo il Suo nome! All´inizio di ogni nuovo anno viene celebrata la giornata mondiale della pace. Chiediamo al Signore e a Maria Santissima, Madre di Dio, affinché i nostri cuori diventino puri e capaci di perdonare ed annunciare la pace. In questo primo giorno dell´anno il Vangelo ci conduce ancora una volta alla stalla di Betlemme, dove è deposto Gesù appena nato: i pastori, dopo aver contemplato la scena di quel bambino avvolto in fasce, subito diventano testimoni e cominciano a glorificare e a lodare Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com´ era «stato detto loro». L´evangelista Luca prosegue dicendo che «Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Maria, dunque, ascolta. Ascolta perché è umile. Ascolta perché il suo cuore è libero, è puro. Nell´annunciazione Maria dice poche ed essenziali parole; a Betlemme nessuna parola; a Cana pochissime parole; nella vita pubblica e ai piedi della croce nessuna parola! Perché? Perché Maria è una donna che ama ascoltare, è una donna attenta a cogliere tutti i segnali della volontà di Dio per rinnovare quotidianamente il sì gioioso della sua obbedienza. Del resto tutti obbediamo a qualcuno o a qualcosa: c´è chi obbedisce ai propri datori di lavoro, c´è chi obbedisce al proprio egoismo, chi alla propria vanità, chi al proprio orgoglio, etc. Maria, invece, obbedisce a Dio. Che grande lezione di sapienza ha dato Maria a noi tutti! Maria, nella stalla di Betlemme, accanto al suo bambino Gesù, è l´immagine della gioia. Infatti, quando c´è Dio, si può vivere in un tugurio ed essere contenti; quando c´è Dio, si può essere poverissimi ed essere contenti come san Francesco d´Assisi, quando c´è Dio c´è gioia, quando nel nostro cuore c´è Dio c´è tutto. Perché oggi c´è tanta tristezza? Perché manca Dio nella nostra vita, l´abbiamo rifiutato. Con il benessere, con il potere non si risolve il problema della gioia. Molte persone sono tristi perché sono vuote dentro, sono vuote di Dio! Nell´ultimo versetto del brano evangelico leggiamo: «Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall´angelo prima che fosse concepito nel grembo». È meditando su queste parole che possiamo approfondire la nostra contemplazione del mistero del Natale, il mistero del Verbo fatto carne che è venuto ad abitare in mezzo a noi. Otto giorni dopo la sua nascita, Gesù viene circonciso. Questo gesto lo rende appartenente al popolo dell´alleanza santa stipulata con Abramo. Insieme alla circoncisione, Gesù riceve anche il nome, che si rivela conforme all´annuncio dell´angelo. Giuseppe e Maria lo chiamano, appunto, Gesù, Jeshu´a, che significa «il Signore salva» e, quindi, Salvatore: questo nome è dato da Dio stesso, non dagli uomini! È per opera dello Spirito Santo che Maria è diventata gravida, è per volontà di Dio che ha partorito quel Figlio che solo Dio poteva donare all´umanità. Il frutto benedetto del ventre di questa donna è Gesù. San Paolo, nella lettera che scrive ai Galati, dice: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna». Gesù è nato da una donna, quella donna è Maria, la vergine di Nazaret scelta da Dio. Essere Madre di Dio comportava per lei seguire la via di Dio, ossia la via del dolore, della sofferenza. Lungo questa via Maria non ha mai esitato: ha fatto tutto il pellegrinaggio terreno santificando ogni giorno della sua vita. Lasciamoci condurre, durante il nostro pellegrinaggio terreno, dall´esempio di Maria, Madre di Gesù, Regina della pace, a diventare attenti e docili discepoli del Signore, portatori di pace e gioia.

31 DICEMBRE 2018      notizia del 31/12/2018

Buongiorno a tutti. Questa sera alle h. 18.00 saluteremo il 2018 con TE DEUM. Solitamente viene cantato a cori alterni: presbitero o celebrante e il popolo...ma non aspettatevelo da me...ormai mi conoscete. Tra i tanti limiti che ha il vostro parroco che ha , vi è anche quello canoro... e quindi quando canto io non si può proprio dire : " chi canta bene prega due volte" È l´inno cristiano di ringraziamento per eccellenza e viene cantato tradizionalmente la sera di San Silvestro per ringraziare il Signore dell’anno appena trascorso. Attribuito a San Cipiriano, è stato musicato da diversi autori, da Palestrina a Mozart fino a Verdi. Compare nel finale del primo atto della Tosca di Puccini e anche nella colonna sonora del film "Il gobbo di Notre Dame" ll Te Deum (estesamente Te Deum laudamus, "Dio ti lodiamo") è un inno cristiano di ringraziamento che viene tradizionalmente cantato la sera del 31 dicembre, per ringraziare dell´anno appena trascorso durante i primi vespri della solennità di Maria Ss. Madre di Dio oppure in altre particolari occasioni solenni come nella Cappella Sistina ad avvenuta elezione del nuovo pontefice, prima che si sciolga il conclave oppure a conclusione di un Concilio. CHI L’HA SCRITTO? Sono diversi gli autori che si contendono la paternità del testo. Tradizionalmente veniva attribuito a san Cipriano di Cartagine, oggi gli specialisti attribuiscono la redazione finale a Niceta, vescovo di Remesiana (Dacia inferiore) alla fine del IV secolo. Secondo una leggenda (risalente al più tardi a una cronaca milanese del sec. XI falsamente attribuita al vescovo Dacio) il Te Deum è stato intonato da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino il giorno di battesimo di quest´ultimo, avvenuto a Milano nel 386, per questo è stato chiamato anche "inno ambrosiano". CHI L’HA MUSICATO? Il Te Deum è stato musicato da diversi autori: Giovanni Pierluigi da Palestrina, de Victoria, Händel, Mendelssohn, Mozart, Haydn e Verdi. Da sempre la musica del Te Deum è stata utilizzata in diverse occasione: il preludio del Te Deum H. 146 di Charpentier viene usato come sigla di inizio e fine delle trasmissioni in Eurovisione ed è anche suonato alla fine di tutti i concerti dei Nomadi. Il Te Deum viene anche intonato dal coro nel finale del primo atto della Tosca di Giacomo Puccini. Alcuni versi del testo sacro sono stati usati per la colonna sonora del film “Il gobbo di Notre Dame” della Disney, in particolare nel pezzo “Rifugio (Sanctuary!)”, che accompagna la scena in cui Frollo sta per uccidere Esmeralda sul patibolo e le scene dell´assalto alla cattedrale. QUAL È IL CONTENUTO? L´inno si può dividere in tre parti: -La prima, fino a Paraclitum Spiritum, è una lode trinitaria indirizzata al Padre. Letterariamente è molto simile ad un´anafora eucaristica, contenendo il triplice Sanctus. -La seconda parte, da Tu rex gloriæ a sanguine redemisti, è una lode a Cristo Redentore. -L´ultima, da Salvum fac, è un seguito di suppliche e di versetti tratti dal libro dei salmi. Solitamente viene cantato a cori alterni: presbitero o celebrante e il popolo.

DOMENICA 30 DICEMBRE : LA SACRA FAMIGLIA      notizia del 29/12/2018

Commento alla liturgia della domenica :Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe Lc 2,41-52 :L´obbedienza alla volontà di Dio passa attraverso l´obbedienza alla volontà degli uomini SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Auguri a tutte le famiglie! Oggi è la festa della Santa Famiglia di Nazareth, e dunque, festa di tutte le famiglie. Il Vangelo di Luca è l´unico a riportare una scena di vita familiare che ha come protagonisti Maria, Giuseppe e Gesù: alcuni scrittori spirituali si sono cimentati nella riflessione sulla psicologia di Gesù dodicenne è hanno scritto interessanti studi che potrebbero aiutare le famiglie ad affrontare questa difficile e delicata stagione della vita dei loro figli, quale è, appunto, la preadolescenza e l´adolescenza. Non pensiamo che il Signore, a quell´età, fosse tanto diverso dai ragazzini d´oggi: primi turbamenti ‘ormonalì -, primi dissensi in famiglia, prime insofferenze contro l´autorità paterna... A questo stato psicologico-emotivo-affettivo, nella persona di Gesù si aggiungevano anche i primi segni di quella che, nei secoli a venire, sarebbe stata definita la coscienza messianica del Figlio di Dio. Un altro mito da sfatare - ma credo che sia già sfatato da tempo! - è quello secondo il quale Gesù sarebbe stato consapevole della sua identità di vero uomo e di vero Dio fin dalla nascita: dal punto di vista umano, il Signore era in tutto e per tutto uguale a noi, escluso il peccato, come scrive san Paolo; come noi, visse tutte le fasi della crescita fisica e dello sviluppo intellettuale, secondo i tempi naturali, senza dare segni apparenti di diversità, rispetto ai suoi coetanei. San Luca introduce un primo indizio di autocoscienza in un momento che rappresenta per ogni israelita il passaggio dalla fanciullezza alla maturità; secondo la Legge ebraica, al compimento del dodicesimo anno, ogni figlio maschio doveva essere ‘introdotto´ alla conoscenza delle SS. Scritture e della liturgia ebraica; imparava a leggere i testi in pubblico e indossava il “Tallit”, il tipico scialle maschile di preghiera. Possiamo bene intuire la trepidazione di mamma Maria e di papà Giuseppe, mentre salivano al Tempio, per presentare il figlio in pubblico, e ascoltarlo mentre proclamava un salmo, o leggeva una profezia... Certamente i due genitori non immaginavano che cosa stava accadendo nel cuore e nella mente del fanciullo e che cosa sarebbe accaduto di lì a poco... Mi permetto di sottolineare che, di tutti e quattro i Vangeli, questa è l´unica pagina ove siamo testimoni della vita quotidiana di questa singolare famiglia; una famiglia che, fino a quel momento, se si eccettuano le vicende tragiche accadute 12 anni prima - fuga in Egitto e relativo ritorno a Nazareth - di singolare non aveva proprio niente. Ebbene, Luca riporta il resoconto di quella che potremmo tranquillamente definire una solenne litigata tra due genitori e il loro figlio unico. Agli occhi della madre e del padre, il giovane Gesù aveva combinato una bravata, una di quelle da togliergli lo smartphone per un mese... e sarebbe ancora stato poco! un ragazzo di dodici anni scompare per tre giorni... Mamme, papà, se fosse capitato a voi, a un vostro figlio della stessa età di quella di Gesù,... che cosa avreste provato? Sgomento, disperazione,... Ma poi, ascoltando le ragioni di vostro figlio: “Perché mi cercavate? non sapevate che devo fare le cose del Padre mio?”, in altre parole: “Devo fare i fatti miei!”... come avreste reagito? La vita ci insegna che si dimentica presto. Dodici anni non sono molti, ma non sono neanche pochi. Se, nell´arco di questi dodici anni, non capita nulla che abbia il benché minimo riferimento con quanto accadde prima, chi si ricorda più di quei fatti drammatici? Fu lo stesso per Maria e Giuseppe; ma questo episodio non li riportò solo indietro nel tempo, alla scena del presepio con tutto ciò che seguì; la perdita e il ritrovamento nel Tempio di Gesù costituirono per i due santi genitori una prova ulteriore che il loro destino faceva parte di un disegno assai più grande, pensato e realizzato da Dio, con o senza il loro consenso! Chi, infatti, accetterebbe volontariamente, di buon grado, di perdere suo figlio? Non si dimentichi che nel linguaggio lucano, perdere è sinonimo di morire. Il racconto è ricco di particolari che vanno interpretati, per capire che ciò a cui stiamo assistendo non è solo un banale litigio familiare, ma il passaggio capitale, il giro di boa, la fine dell´innocenza e l´inizio del compimento... Ma i giorni della passione gloriosa di Gesù erano ancora lontani. Altri vent´anni sarebbero trascorsi in una apparente normalità anonima e nascosta, durante i quali il figlio dell´Uomo avrebbe maturato la Sua vocazione, passando forse attraverso un´esperienza di ascesi nel deserto, l´occasione per conoscere Giovanni il precursore, e farsi conoscere da lui. Da questa esperienza dolorosa, Maria e Giuseppe uscirono più confusi e disorientati di prima... Luca afferma che non capirono le parole di Gesù. Ma il Vangelo di oggi ci dice anche un´altra cosa: il ragazzo se ne tornò a casa con i genitori e stava loro sottomesso; quando la vita di un uomo, di una donna, intercettano la vita stessa di Dio, il tempo umano deve fare i conti con i tempi di Dio. È Lui, Dio, a segnare il cammino e a scandire i giorni. Nel quarto Evangelo, più volte il Signore risponde a sua madre, ma anche ad altri interlocutori: “la mia ora non è ancora giunta!”; neppure Lui, che era il Figlio di Dio, consustanziale al Padre, conosceva la tempistica del piano celeste che era venuto a realizzare facendosi uomo nel grembo verginale di sua madre. Intanto? Intanto si obbedisce! L´obbedienza alla volontà di Dio passa attraverso l´obbedienza alla volontà degli uomini. Dirò di più: si impara ad obbedire a Dio obbedendo ai propri genitori. Sono loro, i genitori, i primi maestri di obbedienza. Così come furono i genitori, segnatamente Maria, ad insegnare a Gesù a pregare... L´Incarnazione si nasconde nella quotidianità. L´Incarnazione si rivela nei fatti ordinari della vita. Fu così per il Signore; è così anche per noi. Dio ci sfida a riconoscerne i segni, per convertire la nostra storia in storia di salvezza in atto

NATALE. 25 dicembre 2018      notizia del 25/12/2018

Commento Natale del Signore - Messa del Giorno Gv 1,1-18 :La via della fragilità è dunque la via maestra attraverso la quale Dio è venuto a noi e (attraverso la quale) noi possiamo andare a Lui. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Buon Natale! Questo grande affresco che Giovanni evangelista dipinge sul mistero dell´Incarnazione risente della riflessione filosofica e teologica del suo tempo, una riflessione non priva di accenti polemici. Si parla di luce e di tenebre, di Verità e di menzogna; di testimonianza e di rifiuto della testimonianza; si parla di inizio e di compimento; si parla della legge di Mosè e di grazia e verità di Cristo. Si parla soprattutto di carne, della nostra carne e della carne di Gesù: Dio sceglie di farsi vicino, di entrare in comunione con noi, assumendo la nostra carne e facendola sua; ciò che lascia spiazzati è che in Dio, la nostra carne non diventa forte, almeno non subito, ma resta fragile, per tutta la durata della (sua) vicenda terrena... La via della fragilità è dunque la via maestra attraverso la quale Dio è venuto a noi e (attraverso la quale) noi possiamo andare a Lui. Il desiderio di amicizia, di sintonia, di prossimità, quel desiderio che nasce dalla paura di rimanere soli e non amati, trova nel Natale la risposta più esaltante e più commovente. Ok per il desiderio di amicizia, di affetto, desiderio di amare e di essere amati,... è un desiderio naturale, quasi istintivo; ma ce la sentiremmo di dichiarare che il nostro desiderio di affetto coincida con il desiderio di Dio? Se ci domandassero: “Ma tu, ti senti amato dal Signore? ami il Signore? che cosa provi ad amare il Signore?”. Perdonate se insisto: almeno oggi che è Natale, almeno qui in chiesa, proviamo a mantenere l´attenzione sul mistero che ha dato origine a questa festa... Anche noi corriamo il rischio di perdere di vista il motivo di tanta gioia,... contagiati forse dall´euforia dei bambini... Non dico che i bambini non meritino la nostra attenzione... Tuttavia, evitiamo, se possibile, si sottoscrivere anche noi, esplicitamente o implicitamente, l´idea che il Natale sia la festa dei bambini! Con tutto il rispetto per i bambini, il Natale non è la festa dei bambini. Natale è una festa per adulti, adulti maturi! Con la nascita di Gesù si sono compiute le profezie, la storia ha segnato una svolta per chi crede e anche per chi non crede; il peso di questo evento è tale che il computo del tempo fu e sarà sempre ripartito in “a.C., avanti Cristo” e “d.C., dopo Cristo”. Se questa precisa connotazione del tempo, della storia, è così importante, a maggior ragione, per noi che crediamo, l´incarnazione del Signore acquista un valore assoluto, l´unico valore dal quale possiamo attingere tutti gli altri valori umani, a motivo dell´umanità di Cristo, e cristiani, a motivo della divinità del Cristo. E, a proposito di divinità, oggi la liturgia ci esorta a riconoscere in quel bambino che giace nella mangiatoia la Persona del Figlio di Dio! Ci vuole una bella fede! Non cadiamo nella trappola delle emozioni! La fede che intendo è molto di più che la semplice compunzione del cuore alla vista del presepio. Partiamo pure dal presepio... che cosa vediamo? solo un bambino! non ha una casa, sua madre è poco più che una ragazzina e suo padre non è nemmeno suo padre - beh, da questo punto di vista, Gesù è un bambino come ce ne sono tanti al giorno d´oggi... -. Ebbene, in quell´esserino bisognoso di tutto, noi adoriamo Colui che è sceso dal Cielo per darci tutto... Cos´è, uno scherzo? a fatica riusciamo a cacciare il sospetto che la nostra preghiera non sia stata capita da Dio... E una domanda impertinente quanto drammatica si insinua nella mente: colui che abbiamo atteso, che - almeno così ci hanno assicurato i profeti - avrebbe finalmente portato la gioia, la pace, la realizzazione di ogni (nostro) desiderio di bene, è proprio questo Gesù? Oppure questo Gesù bisognoso, lui per primo, di gioia, di pace, di pane, di calore umano... ci chiede senza parlare - del resto, come potrebbe, in quelle condizioni? - di rivedere le nostre attese, e di fare spazio per un altro desiderio? Forse, a pensarci bene, non è un altro desiderio, non è un desiderio in più; è un desiderio che c´era già, che c´è sempre stato, ma che abbiamo emarginato, dimenticato, ucciso e seppellito... Emarginato, dimenticato, ucciso e seppellito: particolari, questi verbi, non vi sembra? qualcuno li ha già usati parlando di una persona... e questa persona è proprio Lui, Gesù di Nazareth. Ogni volta che eliminiamo il Signore dalla classifica dei nostri valori, di più, dal podio della classifica, di più, dal primo posto in classifica, anche noi facciamo quello che fecero i Giudei e non solo loro, duemila anni or sono: “Venne tra i suoi, ma i suoi non l´hanno accolto; il mondo non lo riconobbe...”. Lo sappiamo bene: per far fuori una persona, non è necessario usare la pistola... basta dimenticarci di lei, di lui. Se il ricordo di questo Natale non svanirà nel giro di qualche giorno, sarà la prova che la nostra fede è reale, che la nostra vita è cristiana, che il nostro desiderio di Dio è autentico; e che questo desiderio si è realizzato davanti a quel bambino deposto in una mangiatoria. Auguri a tutti.

24 DICEMBRE 2018      notizia del 24/12/2018

commento al Natale del Signore - Messa della Notte: Lc 2,1-14 : i tre segni di pace annunciati dal profeta Isaia: i simboli della schiavitù spezzati, le calzature dei soldati bruciati per ripristinare la pace e l´annuncio della nascita del "Emmanuele " il Dio con noi" SS. Messa della natività alle h. 24.00 Torniamo a custodire in noi le parole di gioia associate alla pace, che ci vengono offerte da Dio per mezzo del profeta Isaia. Questa Parola di Dio ci introduce alla «grande gioia» dell´annuncio della nascita di Gesù, fatto dall´angelo ai pastori, cioè agli esclusi, ai poveri, ai lontani dalla comunità religiosa di quel tempo. Intuiamo qualcosa di bello che sta avvenendo. Anche se non siamo più abituati a paragonare la nostra gioia a quella dei contadini che mietevano il grano a mano o ai soldati antichi che si spartivano il bottino della vittoria, ci fa bene riascoltare quel canto di gioia proclamato dal profeta Isaia, rivolto a Dio: «Hai moltiplicato la gioia! Hai aumentato la letizia! Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si divide il bottino» (Is 9,2). È la super gioia della festa del raccolto dopo tanta fatica nel lavoro manuale dei campi e la super gioia della vittoria dopo la dura lotta in guerra. In ambito rurale, la gioia del raccolto era associata ad un tempo meritato di riposo e di festa, segni di un tempo di pace. Anche la fine di una guerra portava la gioia di un tempo di pace. La gioia è profondamente associata alla pace. Bellissimi i tre segni della pace proclamati dal profeta Isaia: il primo segno è costituito dal bastone e dal giogo, simboli di schiavitù e oppressione, che sono spezzati, perché è cessata la sottomissione umiliante del più debole sotto il più forte; il secondo segno è dato dalle calzature da soldato e dai mantelli macchiati di sangue, che diventano materia prima di un grande falò, il fuoco della pace, ripristinata dopo un tempo buio di guerra; il terzo segno è dato dall´annuncio della nascita di un bambino della dinastia regale della casa di Davide: «Un bambino è nato per noi. Ci è stato dato un figlio» (Is 9, 5a). Isaia gioiva per la nascita di Ezechia, venuto al mondo in un tempo di tenebre per tutto il popolo a causa della prepotenza degli Assiri che promuovevano guerre per assoggettare sotto il loro dominio tutti i popoli circostanti. Le parole a seguire riecheggiano l´intronizzazione del re bambino appena esaltato nell´atto della sua nascita, perché sembra che questo bambino sia rivestito del manto regale: «Sulle sue spalle il segno della sovranità» (Is 9, b). Poi viene il rito dell´imposizione di quattro titoli che esaltano la sua regalità: «Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9, 5c). L´antico protocollo di intronizzazione di un re egiziano prevedeva l´acclamazione di cinque nomi. Il quinto nome attribuito a questo re bambino Isaia lo aveva già annunciato: «La vergine concepirà e partorirà un figlio che chiammerà Emmanuele» (Is 7,14b) «il Dio con noi» (Mt 1,23). Ma cosa hanno da dire a noi queste parole antiche del profeta, che vogliono essere Parola di Dio per noi oggi? Dio c´è in questa nostra storia complicata, che si ripete con il susseguirsi di guerre, di superpotenze di turno, di strategie di potere per controllare e sfruttare popoli interi. Al tempo di Isaia dominavano gli Assiri, al tempo di Gesù erano i Romani. I censimenti promossi dall´imperatore erano finalizzati al controllo della popolazione e al loro sfruttamento mediante le tasse da imporre. Gesù nasce a Betlemme ed è intronizzato come un re bambino, e il suo trono è una «mangiatoia», citata ben tre volte dall´evangelista. Il «Salvatore, che è Cristo Signore» annunciato dall´angelo ai pastori, motivo di «grande gioia per tutto il popolo», è lo stesso che Paolo, come angelo, annuncia a Tito, suo collaboratore fedele: è il «nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo», il quale ha già «dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone» (Tt 2,14). Il trono regale della mangiatoia di Betlemme è preannuncio del trono regale della croce, ed è per noi cristiani oggi l´altare sul quale Gesù Cristo Signore si dona per noi con il suo corpo e con il suo sangue nel Sacramento dell´Eucarestia. Le fasce che avvolsero il fanciullo diventano allora preannuncio del sudario che avvolse quello stesso corpo diventato adulto, segnato dai segni dei chiodi e delle percosse, ma destinato ad essere trasfigurato dalla sua risurrezione. I presepi tingono l´atmosfera di tanta poesia. Ma cosa vuol dire che i primi destinatari dell´annuncio della nascita del bambino Gesù e i suoi primi adoratori furono dei pastori? Perché Dio Padre mandò il suo angelo a dare l´annuncio a pastori considerati gente impura, poco affidabili nella loro esperienza di fede, esclusi dal tempio e dalla sinagoga? Immedesimarsi in loro in questa notte di Natale è una scomoda responsabilità. Il regno di Dio, di cui questo bambino, intronizzato in una mangiatoia, è re, appartiene ai poveri, agli ultimi, agli esclusi, ai lontani, a coloro che fanno fatica ad essere accettati nella cerchia delle nostre belle e animate comunità cristiane. Se il cuore di Dio non esclude nessuno, ma vuole arrivare fino al più piccolo di questa terra, ci siamo dentro tutti nel Padre, per mezzo del Figlio, per il dono dello Spirito Santo, come figli amati. È questa la comunione / pace fonte di grande gioia! È lo Spirito Santo, forza vitale di questo re bambino, intronizzato in una mangiatoia, simbolo del dono gratuito di sé, a dare la forza a ciascuno di noi, credente, per vivere l´esperienza di sentirsi degni di avere accanto a noi, accolto con lo stesso cuore dilatato del Padre, qualcuno segnato nella sua vita dalla povertà più grande della nostra e dall´esclusione sociale e religiosa.

LUNEDI´ 24 DICEMBRE      notizia del 23/12/2018

alcune cose che possono interessare in merito al Natale, dalla data alla liturgia SS: MESSE di lunedì 24 dicembre: h.8.00 e h.9.00 h.24.00: SS. Messa della natività di Gesù Perché si festeggia il 25 dicembre? Cosa significa "presepe" e a quando risale la tradizione di allestirlo? Quando nacque esattamente Gesù Cristo? Perché la liturgia del Natale si compone di quattro messe? Perché la Chiesa d´Oriente lo festeggia in un´altra data? Ecco una guida pratica per conoscere la festa più importante dell´anno che celebra la nascita del Figlio di Dio Con il Natale tutti i cristiani celebrano la nascita del Figlio di Dio, Gesù Cristo, che si fece uomo. L’Incarnazione del Verbo di Dio segna l’inizio degli “ultimi tempi”, cioè la redenzione dell’umanità da parte di Dio. PERCHÉ LA CHIESA CATTOLICA LO FESTEGGIA IL 25 DICEMBRE? Un antico documento, il Cronografo dell´anno 354, attesta l´esistenza a Roma di questa festa al 25 dicembre, che corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d´inverno, "Natalis Solis Invicti", cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell´anno, riprendeva nuovo vigore. Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, che sorge dalla notte del paganesimo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini. Le strenne natalizie richiamano però più direttamente i doni dei pastori e dei re magi a Gesù Bambino. La festa del Natale si sovrappone approssimativamente alle celebrazioni per il solstizio d´inverno e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre) Inoltre già nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile), che commemorava la nascita dell´Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274 d.C. con la data del 25 dicembre DA DOVE DERIVA LA PAROLA? Il termine italiano "Natale" deriva dal latino cristiano Natāle(m), per ellissi di diem natālem Christi ("giorno di nascita di Cristo") a sua volta da latino natālis derivato da nātus ("nato"), participio perfetto del verbo nāsci ("nascere"). PERCHÉ LA CHIESA CATTOLICA LO FESTEGGIA IL 25 DICEMBRE? Un antico documento, il Cronografo dell´anno 354, attesta l´esistenza a Roma di questa festa al 25 dicembre, che corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d´inverno, "Natalis Solis Invicti", cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell´anno, riprendeva nuovo vigore. Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, che sorge dalla notte del paganesimo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini. Le strenne natalizie richiamano però più direttamente i doni dei pastori e dei re magi a Gesù Bambino. La festa del Natale si sovrappone approssimativamente alle celebrazioni per il solstizio d´inverno e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre) Inoltre già nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile), che commemorava la nascita dell´Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274 d.C. con la data del 25 dicembre PERCHÉ LA LITURGIA DEL NATALE SI COMPONE DI QUATTRO MESSE? Le celebrazioni sono la messa vespertina della vigilia, quella ad noctem (cioè la messa della notte), la messa in aurora e la messa in die (nel giorno). Il tempo liturgico del Natale inizia con i primi vespri del 24 dicembre, per terminare con la domenica del Battesimo di Gesù, mentre il periodo precedente comprende le domeniche di Avvento. La Chiesa celebra con la solennità del Natale la manifestazione del Verbo di Dio agli uomini. È questo infatti il senso spirituale più ricorrente, suggerito dalla stessa liturgia, che nelle tre Messe celebrate oggi offre alla nostra meditazione "la nascita eterna del Verbo nel seno degli splendori del Padre (prima Messa); l´apparizione temporale nell´umiltà della carne (seconda Messa); il ritorno finale all´ultimo giudizio (terza Messa)" LA CHIESA D’ORIENTE QUANDO FESTEGGIA IL NATALE? In Oriente la nascita di Cristo veniva festeggiata il 6 gennaio, col nome di Epifania, che vuol dire “manifestazione”; poi anche la Chiesa orientale accolse la data del 25 dicembre, come si riscontra in Antiochia verso il 376 al tempo del Crisostomo e nel 380 a Costantinopoli, mentre in Occidente veniva introdotta la festa dell´Epifania, ultima festa del ciclo natalizio, per commemorare la rivelazione della divinità di Cristo al mondo pagano. I testi della liturgia natalizia, formulati in un´epoca di reazione alla eresia trinitaria di Arlo, sottolineano con accenti di calda poesia e con rigore teologico la divinità del Bambino nato nella grotta di Betlem, la sua regalità e onnipotenza per invitarci all´adorazione dell´insondabile mistero del Dio rivestito di carne umana, figlio della purissima Vergine Maria (“fiorito è Cristo ne la carne pura”, dice Dante). QUALI SONO LE ALTRE DATE IN CUI SI FESTEGGIA IL NATALE? Il 25 dicembre per cattolici, protestanti e ortodossi che seguono il calendario gregoriano; il 6 gennaio per le chiese ortodosse orientali; il 7 gennaio per gli ortodossi che seguono il calendario giuliano e il 19 gennaio per la Chiesa Armena Apostolica di Gerusalemme che segue il calendario giuliano QUANDO NACQUE ESATTAMENTE GESÙ CRISTO? Le uniche fonti testuali che riferiscono della nascita di Gesù sono i Vangeli di Matteo e Luca, che però non forniscono indicazioni cronologiche precise. Assumendo la validità delle informazioni storiche da essi fornite è però possibile dedurre un probabile intervallo di tempo nel quale collocare l´evento. Il Vangelo di Matteo (2,1) riferisce che Gesù nacque "nei giorni del re Erode", che regnò presumibilmente tra il 37 a.C. e il 4 a.C. Non si può tuttavia escludere che nel 4 a.C. egli abbia semplicemente associato al regno i suoi figli. Matteo 2,16 riporta l´intenzione di Erode di uccidere i bambini di Betlemme sotto i due anni (strage degli innocenti). Assumendo la storicità del racconto, questo suggerisce che Gesù fosse nato uno o due anni prima dell´incontro di Erode coi magi. Fin dai primi secoli, i cristiani svilupparono comunque diverse tradizioni, basate anche su ragionamenti teologici. Questi fissavano il giorno della nascita in date diverse, tanto che il filosofo Clemente Alessandrino (150 - 215 d.c.) annotava in un suo scritto: "Non si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno" (Stromata, I,21,146) QUAL È IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA “PRESEPE”? Il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, ma anche recinto chiuso dove venivano custoditi ovini e caprini; il termine è composto da prae (innanzi) e saepes (recinto), ovvero luogo che ha davanti un recinto. Un´altra ipotesi fa nascere il termine da praesepire cioè recingere. Nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamato cripia, che divenne poi greppia in italiano, krippe in tedesco, crib in inglese, krubba in svedese e crèche in francese. Il termine presepe è utilizzata, oltre che in Italia, anche in Ungheria, perché vi giunse via Napoli nel XIV secolo quando un discendente Angiò divenne re di quelle regioni, Portogallo e Catalogna. QUANDO NASCE LA TRADIZIONE DI ALLESTIRE IL PRESEPE? Questa usanza, all´inizio prevalentemente italiana, ebbe origine all´epoca di San Francesco d´Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l´autorizzazione da papa Onorio III. Francesco era tornato da poco (nel 1220) dalla Palestina e, colpito dalla visita a Betlemme, intendeva rievocare la scena della Natività in un luogo, Greccio, che trovava tanto simile alla città palestinese Tommaso da Celano, cronista della vita di San Francesco descrive così la scena nella Legenda secunda: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l´asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l´umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme». Il presepio di Greccio ha come antefatto le "sacre rappresentazioni" delle varie liturgie celebrate nel periodo medievale. Nella rappresentazione preparata da San Francesco, al contrario di quelle successive, non erano presenti la Vergine Maria, San Giuseppe e Gesù Bambino; nella grotta dove era stata allestita la rappresentazione erano presenti una mangiatoia sulla quale era stata deposta della paglia e i due animali ricordati dalla tradizione Nella Legenda prima, Tommaso da Celano ci dà una descrizione più dettagliata della notte in cui fu allestito il primo presepio a Greccio; il racconto di Tommaso è poi ripreso da Bonaventura da Bagnoregio nella Leggenda maggiore: «I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L´uomo di Dio [Francesco] stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia, Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo. Poi predica al popolo che lo circonda e parla della nascita del re povero che egli [...] chiama "il bimbo di Betlemme". Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia e si era legato di grande familiarità all´uomo di Dio, messer Giovanni di Greccio, affermò di avere veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo bimbo addormentato che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno» (Bonaventura, Legenda maior, XX) La descrizione di Bonaventura è la fonte che ha usato Giotto per comporre l´affresco Presepe di Greccio, nella Basilica superiore di Assisi. COSA DICE IL MARTIROLOGIO ROMANO? Trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra e plasmò l’uomo a sua immagine; e molti secoli da quando, dopo il diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere tra le nubi l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace; ventuno secoli dopo che Abramo, nostro Padre nella fede, migrò dalla terra di Ur dei Caldei; tredici secoli dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè; circa mille anni dopo l’unzione regale di Davide; nella sessantacinquesima settimana secondo la profezia di Daniele; all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne.

DOMENICA 23 DICEMBRE 2018      notizia del 22/12/2018

Commento alla IV Domenica di Avvento Lc 1,39-45 :Credere significa, secondo un´antica traduzione latina, “dare il cuore” (da “cor-dare”) e coem maria siamo chiamati anche noi consegnarci completamente nelle mani di Dio: dare fiducia a Lui SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Le letture della quarta domenica di Avvento ci fanno entrare nel vivo del Natale. La prima lettura tratta dal libro del profeta Michéa, vissuto nell´ VIII sec. a.C., annuncia la nascita del Messia, Salvatore d´Israele, il quale verrà dal piccolo capoluogo di Giuda, Betlemme. Betlemme, località in sé piccola e quasi insignificante, è chiamata a dare i natali a colui «che sarà grande. [...] Egli stesso sarà la pace». Da essa inizierà la redenzione del mondo. Ma perché Dio sceglie Betlemme come città che dà i natali al suo amatissimo Figlio? Perché essa non ha valore, non conta. Ciò potrebbe sorprenderci ma, in realtà, questo criterio di scelta è la grande lezione di Dio. La grande e perenne lezione del Natale. In parole molto semplici significa che chi è pieno di sé, chi è orgoglioso, chi è superbo, non trova Dio. Solo chi è umile e si mette alla ricerca vera di Dio, con fede, prima o poi lo troverà e si accorgerà che strade diverse da Betlemme, cioè lontane dall´ umiltà e dalla fede, non portano al Signore. Dunque Dio non si trova alla conclusione di tanti ragionamenti, studi, ma alla conclusione di una vita umile, sincera, aperta alla luce. La lettera agli Ebrei (II Lettura) ci dice che Dio non sa che farsene dei sacrifici rituali compiuti dagli uomini: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», ma accetta l´offerta che Gesù, figlio obbediente, fa di se stesso: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Allo stesso modo, in lui vengono accolti da Dio come figli tutti coloro che - sull´esempio di Cristo - accettano di fare la volontà del Padre: «Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell´offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre». Maria ha fatto la volontà del Padre quando ha obbedito prontamente alla chiamata di Dio, pronunciando il suo: «Eccomi». Subito la giovane vergine di Nazareth, si reca verso la montagna della Giudea, per andare a trovare la cugina Elisabetta. L´evangelista Luca scrive che «Maria si alzò e andò in fretta». Maria, dunque, corre perché vuole condividere con Elisabetta la gioia di ciò che sa, la gioia di ciò che ha capito, la gioia di ciò che ha creduto, la gioia di ciò che ha ricevuto. Il viaggio di Maria è un viaggio di carità che diventa missionario perché avendo saputo dall´ angelo Gabriele che Elisabetta aspetta un bambino, è convinta che può aver bisogno del suo aiuto. Il viaggio di Maria, dunque, mosso dall´ amore per mostrare concretamente la sua vicinanza all´ anziana parente, finisce per portare Cristo. L´evangelista narra che «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo». Con il solo suono della voce Giovanni sussulta nel grembo ed Elisabetta viene riempita di Spirito Santo. Giovanni, feto di sei mesi, riconosce il suo Signore, cui dovrà preparare la strada; Elisabetta benedice Maria e il suo bambino e nello stesso tempo, animata dallo Spirito, esprime la grande gioia di inchinarsi umilmente davanti al figlio di Maria perché è il Signore e dice: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Poi aggiunge: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?». Queste parole di Elisabetta mostrano la sua consapevolezza che Maria porta in grembo Gesù, Dio fatto uomo. Elisabetta testimonia che le profezie si sono compiute e che davvero Maria è la madre del Messia. Infine Elisabetta afferma: «E beata colei che ha creduto nell´ adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Maria è beata perché ha creduto e ha aderito con tutta se stessa alle promesse di Dio. Questa è la vera grandezza: la grandezza nella fede! Credere significa, secondo un´antica traduzione latina, “dare il cuore” (da “cor-dare”). La Vergine Maria si è consegnata completamente nelle mani di quel Dio onnipotente che fa nuove tutte le cose e che rende possibile ciò che umanamente sembra impossibile. Noi abbiamo fede nel Signore? Crediamo nel Signore? Facciamo la sua volontà? Ci stiamo preparando ad accogliere con umiltà e con gioia l´Emmanuele? Il Natale è ormai alle porte. Chiediamo al Signore, Principe della pace, affinché per intercessione di Maria di Nazareth, possa donarci la gioia del cuore. Apriamo i nostri cuori alla preghiera sincera per poter festeggiare con gioia interiore la nascita del Salvatore.

DOMENICA 16 DICEMBRE 2018      notizia del 15/12/2018

Commento alla III Domenica di Avvento (Anno C) - Gaudete ( Lc 3,10-18)..accogliamo l´invito a rallegrarci per la venuta del Cristo SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Nell´antifona d´ingresso di questa terza domenica di Avvento leggiamo: «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino». Questa domenica, nella quale il celebrante indossa la casula di color rosa, è chiamata Domenica Gaudete, ossia della gioia. Perché della gioia? Perché l´Eucaristia che celebriamo ci introduce nella gioia del Natale, ossia nel grande mistero dell´Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio-per-noi. Le letture di questa domenica, infatti, ci propongono il tema della gioia. Il profeta Sofonìa (I Lettura) ci invita a rallegrarci, a gioire e ad esultare: «Rallègrati [...], grida di gioia [...], esulta e acclama con tutto il cuore». Il motivo di questo invito è la presenza del Signore in mezzo al suo popolo: «Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente [...], ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia». Noi sappiamo che la presenza di Dio in mezzo agli uomini ha raggiunto la sua pienezza a Betlemme, con la nascita del Signore, e questa vicenda è alla base della gioia per tutti noi. Mentre l´apostolo Paolo (II Lettura) scrivendo ai cristiani della comunità di Filippi, li esorta a vivere nella gioia del Signore: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti». Questa esortazione alla gioia è perché: «Il Signore è vicino!». Non scoraggiamoci, dunque, di fronte alle difficoltà che incontriamo ma abbiamo fiducia nel Signore perché lui solo è la nostra gioia e la nostra salvezza. Noi cristiani abbiamo delle responsabilità: prepararci ad essere ben disposti alla venuta del Signore, annunciare e testimoniare il Vangelo con la nostra vita. Quante volte, purtroppo, con il nostro comportamento allontaniamo gli altri da Dio! Noi spesso siamo cristiani di abitudine e anziché trasmettere gioia, allegria, trasmettiamo tristezza. Il nostro essere cristiani, il più delle volte, è infruttuoso. Tanta gente, per colpa nostra, resta nelle tenebre. Sant´Ignazio di Antiochia diceva che «non basta portare il nome di cristiani, ma occorre esserlo in verità». In questo tempo di Avvento che ci invita alla conversione, cioè ad un concreto mutamento di comportamento, sforziamoci di essere dei veri e sinceri cristiani. L´evangelista Luca ci dice: «che le folle interrogavano Giovanni dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Il Battista chiede anzitutto la condivisione di ciò che si ha, chiede cioè di non possedere i beni in modo egoistico. La prima conversione, dunque, è liberarci dal materialismo che ci circonda. Non viviamo per accumulare le cose. Lo scopo della vita non è accumulare ma condividere, donare, aiutare il prossimo. Chi realmente vuole convertirsi e vuole vivere un sincero ed autentico cristianesimo è chiamato ad avere compassione per il fratello che è nel bisogno. Siamo tutti invitati a convertirci all´amore! L´evangelista prosegue dicendo che anche due pubblicani che erano andati a farsi battezzare gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Il pubblicano esercitava una professione nella quale l´egoismo facilmente poteva prevalere. Sorge spontanea una domanda: sono cristiano nel lavoro? Testimonio il mio credo anche fuori dalla chiesa? Cerco di essere onesto, puntuale, diligente, gentile, umile, capace di perdonare? La seconda conversione, quindi, è che il vero cristiano si deve vedere da come vive, anche senza parlare, senza dire nulla. Questa è testimonianza! Ed infine l´ultima risposta data dal Precursore a un gruppo di soldati dell´impero romano: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Il Battista chiede loro di non maltrattare, di non abusare della loro forza, di non fare violenza a nessuno. Più in generale, terza conversione, si tratta di frenare ogni atteggiamento di aggressività verso chi ci è accanto: dobbiamo imparare a rispettare gli altri. Queste tre indicazioni di Giovanni devono farci riflettere e porci la domanda: “Come ci stiamo preparando al Natale?”. “Siamo disposti ad accogliere Cristo nel nostro cuore?”. Il compito del Battista è di indicare alla gente come prepararsi ad accogliere il Messia togliendo gli ostacoli interiori. Quando verrà Gesù, porterà l´annuncio di una vita nuova in una predicazione più esigente (ma anche più misericordiosa). Di questo Giovanni è perfettamente consapevole e lo afferma con decisa umiltà a chi pensa possa essere lui il Messia: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Il Battista dice anche che il Signore sarà un giudice capace di separare la pula dal buon grano. Non rimaniamo sordi alla parola di Dio. Possiamo sfuggire dal giudizio degli uomini ma non di Dio! Cristo, che è vicino, alle porte, è certamente misericordioso con chi è sincero, ma è temibile con chi mente e non si sforza di trasformare in comportamento quotidiano ciò che proclama con le labbra. Invochiamo con fiducia l´infinita misericordia del Signore pregandolo di donarci la gioia di una vera conversione. Papa Benedetto XVI, nell´Angelus del 13/12/2009, disse: «Quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo. Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia».

DOMENICA 9 DICEMBRE 2018      notizia del 08/12/2018

Commento della II Domenica di Avvento (Anno C) Lc 3,1-6: ci viene richiesto che la fede di bambino divenga adulta SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 “Colui che ha iniziato in voi quest´opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.”: riprendiamo da dove ci eravamo lasciati ieri: lo stato di vita scelto da ciascuno in risposta alla chiamata del Signore, è in verità un ‘lavorò condotto per così dire a quattro mani: due sono le nostre, le altre due sono le mani di Dio. Del resto, che senso avrebbe la promessa di Cristo agli Undici, prima di salire al Cielo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”?(Mt 28,20). Siamo alla seconda domenica di Avvento: l´attenzione del Vangelo è puntata sul Battista, e lo sarà anche domenica prossima. Chi era Giovanni? Giovanni era un gran rompiballe: single, temperamento ruvido e scontroso, indole iraconda, abbigliamento trasgressivo, particolare anche nei gusti sul cibo... Insomma, questo parente alla lontana di Gesù se ne viveva nel deserto, lontano da tutto e da tutti... e meno male! chi avrebbe potuto sopportare un tipo così? Giovanni il precursore incarna il modello dell´eremita, nato per stare da solo - con buona pace della Genesi (cap.1), la quale dichiara che non è bene che l´uomo stia solo (cfr.2,18) - e dedicare la sua vita ad una causa tanto alta quanto rischiosa: mostrare una strada di conversione, aiutare i fratelli di fede a riprendere il cammino interrotto secoli prima, nell´illusione che, ormai, tutto fosse chiaro, la verità manifesta, la relazione con Dio immutabile, nessuna sorpresa, nessuna novità, nessun rischio dal futuro... In altre parole gli Israeliti erano convinti che la parola d´ordine in materia di religione...e anche in materia di fede, fosse “conservazione”; ora, se proprio vogliamo scegliere una parola chiave da riferire alla fede, questa è “evoluzione”! Vi sembra normale che un cristiano di mezza età confessi che la sua fede è rimasta quella di quando aveva 6-9 anni e andava al catechismo? Una fede che non evolve in proporzione con l´età, superando anche momenti di crisi, che fede è? La fede è dono di Dio! d´accordo. Ma poi, questo dono, questo talento, bisogna trafficarlo, per restituirlo, al termine della vita, moltiplicato...e con gli interessi! (cfr. Mt 25,14-20). C´è dell´altro: ai tempi di Giovanni, la fede era ridotta a morale; e la morale era diventata una montagna di regole e regolucce, ormai impossibile da scalare. Qualcosa di simile accade, ahimé, anche ai giorni nostri. Il moralismo così diffuso tra i cattolici, e così dannoso per la fede, è la conseguenza dell´aver ridotto la fede all´osservanza di precetti, obblighi e divieti... Potete intuire quanto fosse ardua per il Battista l´opera di abbattimento delle convinzioni e delle convenzioni degli Israeliti; al tempo stesso il Vangelo lascia intendere che la persona di lui, la sua azione costituivano un vero e proprio pericolo per la sicurezza nazionale, a motivo della portata potenzialmente eversiva del messaggio predicato con le parole e con i fatti. Il linguaggio letterario usato da Giovanni, in voga ai tempi di Gesù, ma anche secoli prima e secoli dopo, era il genere apocalittico: lo ritroviamo in alcuna produzione profetica, ma non solo; anche nel Nuovo Testamento taluni libri affrontano la questione dell´avvento del Regno dei Cieli; per non parlare dell´ultimo libro della Bibbia, l´Apocalisse di san Giovanni, interamente dedicato al racconto dei fatti che precedono da vicino il ritorno ultimo e glorioso del Figlio di Dio. Il ministero svolto dal Battista non sarebbe stato un ministero autenticamente religioso, se non avesse espresso il tema della conversione e della riconciliazione con Dio. Negli intenti dell´uomo vestito di peli di cammello, che mangiava locuste e miele selvatico, non c´era solo l´annuncio di una fine imminente, ma l´esortazione accorata ad abbandonare gli errori del passato per disporre il cuore all´incontro con il Messia. A proposito, un dettaglio non proprio trascurabile: Giovanni dovette difendersi dal sospetto che fosse lui il Messia annunciato dai profeti. In effetti, l´uomo del deserto rispondeva a non pochi requisiti messianici... Nei secoli successivi, la riflessione spirituale dei Padri della Chiesa presenta Giovanni Battista come l´amico dello sposo: una definizione assai suggestiva! Secondo la tradizione antica, l´amico della sposo era colui che introduceva lo sposo al cospetto della promessa sposa - oggi si direbbe: lo accompagna all´altare -. Non era dunque un amico qualsiasi, era l´amico del cuore, colui che conosceva lo sposo più e meglio di chiunque altro. A coloro che lo interrogarono se fosse lui il Messia, (Giovanni) rispose: “Io non sono il Cristo. (...) Sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore. Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale non son degno di sciogliere il laccio del sandalo. (...) Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. (...) Chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L´uomo sul quale vedrai scendere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio.” (Gv 1,19-34). Uno dei segreti del Vangelo è quello della sua perenne attualità: le parole, i gesti del Signore, e di tutti coloro che compaiono al suo fianco strada facendo, costituiscono una sfida anche per noi a rimettere in discussione le nostre idee, il nostro modo di testimoniare la fede,... L´Avvento serve proprio a questo, così come anche, seppur con accenti diversi, la Quaresima. Approfittiamo di questo tempo per aggiornare la nostra fede... per risvegliarla se nel frattempo si fosse assopita... per purificarla, nel caso si fosse ‘inquinata dai nostri peccati, o ‘alterata da una vena di ipocrisia... Vogliamo provarci? Chissà, magari questa volta è la volta buona!...

SOLENNITA´ DELL´IMMACOLATA      notizia del 07/12/2018

Commento alla solennità di domani dell´ Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria ( Lc 1,26-38 )...colei che per grazia è stata preservata dal peccato originale, dice il suo Eccomi a Dio per tutti noi SS. Messe : h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 (pre festiva della II domenica di Avvento In questo giorno celebriamo l´Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Maria, per singolare grazia, è stata preservata da ogni contagio di colpa: Dio l´ha creata e preparata per essere la degna dimora del suo Figlio Gesù, una dimora purissima, priva del peccato originale. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto di come avvenne il peccato originale, secondo Genesi 3. Ci sono alcuni dettagli che ci possono servire a comprendere la festa odierna. Dio chiama Adamo per nome e gli chiede: “Dove sei?”. Si tratta di una domanda importante, che ci fa capire come, a causa del peccato, l´uomo perde la sua posizione originaria davanti a Dio, si nasconde, anziché cercare di farsi trovare. Adamo risponde: “Ho avuto paura”. Il rapporto gioioso e sincero esistente tra Dio e Adamo, quel rapporto che consentiva all´uomo di essere partner di Dio e di passeggiare assieme a lui nell´Eden alla brezza della sera, si è incrinato. Ora Dio non è più Padre buono, bensì qualcuno da temere. L´immagine di Dio autentica viene distorta e sostituita con un´altra, falsa e segnata dalla paura. “ La donna!” esclama Adamo, incapace di prendersi le proprie responsabilità e di rispondere sinceramente a Dio. Il gettare la colpa sugli altri, mentendo e sfuggendo alla propria chiamata alla verità, rende l´uomo non-autentico, incapace di vedersi come è veramente, narcisista, malato di un meccanismo di difesa maligno, il cui unico scopo è la de-responsabilizzazione. “ Il serpente mi ha ingannata!”. Anche la donna perde la sua capacità di verità e assunzione di autorità. Cerca una via di uscita, incolpando qualcun altro. La scelta volontaria non viene riconosciuta come atto di libero arbitrio, ma come colpa di qualcos´altro. “ Io porrò inimicizia tra te e la donna”. Dio annuncia all´antico avversario che verrà un giorno in cui “La donna ti schiaccerà la testa”. Nella tradizione devozionale cristiana la Madonna Immacolata viene rappresentata così come Bernardette l´aveva vista a Lourdes: con le mani aperte, una tunica bianca, un cingolo e velo azzurro, dodici stelle attorno al capo, la luna sotto i piedi e sotto il calcagno un serpente. Ripensando alla prima lettura possiamo vedere come i dinamismi del peccato originale, in Maria siano capovolti. Alla chiamata di Dio (“Dove sei?”) ha risposto immediatamente “Eccomi”, senza nascondersi o scappare, come i nostri antenati. Maria non dice “Ho avuto paura”, ma “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Non ha paura di Dio, ma conosce il suo amore e si dona totalmente. Nella sua mente e nel suo cuore, l´immagine di Dio è quella giusta: un Padre che ci vuole bene. Maria si assume completamente la responsabilità della sua vocazione e della sua scelta. All´annuncio dell´angelo, che le descrive la maternità di Elisabetta, parte “in fretta”, senza indugio. Si mette in gioco in prima persona. Non incarica altri, non accusa altri per sfuggire alle conseguenze delle sue azioni. Rimarrà responsabile, autentica, libera, fino ai piedi della croce. Diventerà perfino nostra avvocata, capace di intercedere per noi, per ottenere a noi non la condanna (come Adamo ed Eva, che si condannavano, accusandosi a vicenda) ma la grazia e il perdono. Il serpente ha ingannato Adamo ed Eva, ma non Maria. Esso è stato da lei stritolato, sotto i suoi piedi Immacolati. In questo tempo di Avvento ci viene ribadita, dalla Parola di Dio, la certezza che Dio trionferà e il suo Regno non avrà fine. L´antico avversario sa che il tempo rimasto per lui è poco, e si muove come leone ruggente, cercando di colpire coloro che possiedono la testimonianza di Gesù. Con questi sentimenti di speranza, possiamo salutare la Vergine Maria: “Vita, dolcezza e speranza nostra, salve!”. Siamo esuli figli di Eva, discendenza di Adamo in una valle di peccato, ma abbiamo una Avvocata presso il Padre. Dio ha mantenuto la promessa fatta ai nostri Padri, ha mandato la nuova Eva, la donna della Genesi e dell´Apocalisse, colei che ha schiacciato la testa al serpente e ci aiuta nel cammino della vita. Così noi possiamo oggi, con il Salmo responsoriale, ringraziare Dio: “Cantate al Signore un canto nuovo perché ha compiuto meraviglie”. Il Signore ha ottenuto la vittoria, si è ricordato del suo amore e della sua promessa. Tutti i confini della terra hanno visto la sua salvezza, realizzata in modo mirabile innanzitutto in Maria Immacolata, mistica aurora della Redenzione e speranza della gloria futura. San Paolo, nel meraviglioso inno della lettera agli Efesini dice alcune cose importanti. “ Dio ci ha benedetti”. Nell´Ave Maria ripetiamo decine di volte: “Benedetta tu fra le donne!”. Queste benedizione, con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo, è visibile in Maria più che in qualsiasi altra creatura. È una benedizione capace di annullare le maledizioni. “ Ci ha scelti prima della creazione del mondo”. Sappiamo che Maria è stata scelta dall´eternità, anche prima della morte redentrice di Cristo, ma in previsione della morte di lui. Questo mistero viene espresso con le parole latine: “Ante praevisa merita”. “ Per essere santi e immacolati”. Le parole del Prefazio della Messa di oggi ci chiariscono ulteriormente questo mistero: “Tu hai preservato la Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale, perché, piena di grazia, diventasse degna Madre del tuo Figlio”. Maria ha realizzato veramente ciò che San Paolo scrive nel suo inno. Maria è davvero: “gràtiæ tuæ plenitúdine ditàta”, Immacolata e santa. “ Ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi”. Ancora la liturgia prosegue: “E tu, Padre, sopra ogni altra creatura la predestinavi per il tuo popolo avvocata di grazia e modello di santità”. La posizione eminente della Vergine nel Corpo di Cristo che è la Chiesa è stata cantata e contemplata da generazioni di Santi e Dottori. I titoli “avvocata di grazia” e “modello di santità” sono giustamente attribuiti alla Madre di Dio. In questo tempo di Avvento la Chiesa ci invita a vigilare. Se, da un lato, i tre impegni della Quaresima sono preghiera, digiuno ed elemosina, dall´altro, nell´attesa della venuta di Cristo nella carne, dobbiamo essere vigilanti. La Vergine Maria sta al nostro fianco, come esempio e stimolo a vivere con generosità la nostra vocazione battesimale, con i fianchi cinti e attorniati da opere di giustizia e carità. Il vangelo dell´Annunciazione presenta alcuni spunti che vogliamo sottolineare. “ Nel sesto mese...Galilea...Nazareth...Casa di Davide... Giuseppe... Maria”. Sembra l´indirizzo di una lettera, in cui appare il mittente, il destinatario, l´indirizzo esatto, il timbro postale con la data, giorno, mese... anno... Luca ci ricorda che per ciascuno di noi, cristiani, esiste una vocazione, in un tempo, in un luogo, in circostanze precise. La nostra libertà ha la possibilità di dire “sì” oppure “no”. Ma Dio invia il suo angelo e attende una risposta. “ Piena di Grazia!”. Ma come? Gabriele, fino a cinque minuti prima contemplava Dio faccia a faccia... e adesso, davanti a una ragazzina, rimane a bocca aperta, pieno di meraviglia. Mentre osserva Maria gli sfugge un´espressione estasiata: come sei bella! L´impronta del Padre, in Maria, è fedelissima e splendida. Ella è icona della Trinità, immagine di Dio. Maria è come il roveto ardente di Mosé, che brucia e non si consuma. Il fuoco dell´amore divino la rende bellissima. “ Maria fu molto turbata”. Nella Bibbia ci sono molte annunciazioni, a vari personaggi, uomini e donne. Nelle annunciazioni bibliche c´è uno schema preciso: dopo la rivelazione di Dio, le persone hanno paura. Maria è umana, vergine d´Israele, donna della nuova alleanza. Non è una extraterrestre o diversa da noi. Condivide con noi la natura umana, che davanti all´onnipotenza di Dio si sente annichilita e investita dal sacro timore. Possiamo rivolgerci a lei, perché lei sa cosa significa combattere in questa vita. “ Non temere!”. Questa espressione ricorre 365 volte nella Bibbia. È come se Dio ce la ripetesse ogni singolo giorno dell´anno. Maria viene rassicurata. Dio è vicino, Dio agirà. Dio non chiede mai a una persona di fare qualcosa, senza prima dotarla di tutte le grazie necessarie per adempiere la sua missione. «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza del Padre ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”. Si vede qui la dinamica trinitaria: Maria è Figlia prediletta del Padre, Madre gloriosa del Figlio e Sposa dello Spirito Santo. Dante direbbe: “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. E questo vale anche per ciascuno di noi: siamo figli amati del Padre, segnati dal sigillo dello Spirito, redenti dalla croce del Figlio. “ Eccomi!”. Questa è l´espressione più importante della liturgia odierna. Vi propongo le parole di un canto, che è, a mio avviso, il miglior commento. “ Eccomi Signor, vengo a Te mio Re, che si compia in me la Tua volontà. Eccomi Signore, vengo a Te mio Dio, plasma il cuore mio e di Te vivrò. Se Tu lo vuoi Signore manda me e il Tuo nome annuncerò. Come Tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò. Questa vita io voglio donarla a Te per dar gloria al Tuo nome mio re. Come Tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò, se mi guida il Tuo amore paura non ho per sempre io sarò, come Tu mi vuoi”. Maria è qui con noi oggi, mentre celebriamo l´Eucaristia del suo Figlio, e ci sussurra queste parole. Cerchiamo di accoglierle senza paura. Il tempo di Avvento ci chiama a una scelta di generosità, a dire “sì” a Dio, con tutto il cuore, tutta l´anima e tutte le forze. Chiediamo a Maria di toccare i nostri cuori e di aiutarci ad essere autentici.

DOMENICA 2 DICEMBRE 2018      notizia del 30/11/2018

I Domenica di Avvento (Anno C) Lc 21,25-28.34-36 : Diventare come le sentinelle che nell´oscurità imparano a intravedere i segnali dell´alba. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 -19.00 Sono trascorse un paio di settimane dall´aver sentito Gesù pronunciare parole apocalittiche nel vangelo domenicale. Con il sopraggiungere della 1a Domenica di Avvento, le riascoltiamo annunciare sconvolgimenti cosmici ed eventi terrificanti. Ciò che oggi risalta è soprattutto l´atmosfera generale di angoscia mortale che avvolge l´umanità intera per l´attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra (Lc 21,25-26). Ma tale angoscia è propria di tutta l´umanità, oppure c´è chi vi sfugge? Ce lo spiega il Signore stesso. Nel crescendo progressivo di tali cose, i credenti sono invitati ad essere ancora più fermi nella propria fede, con gli occhi fissi verso di Lui, perché - ci dice - la vostra liberazione è vicina (Lc 21,28). Come dire: davanti all´avveramento delle sue predizioni, c´è una attesa di chi non si cura delle sue parole (o addirittura le sbeffeggia) che sarà piena di paura, mentre l´attesa di chi lo sta seguendo con cuore sincero sarà piena di fiducia. Chi infatti attende l´incontro definitivo con il Signore vedrà il Figlio dell´uomo venire su una nube con grande potenza e gloria (Lc 21,27), e se ne rallegrerà. Ma chi, incredulo, non l´attende? Cosa succederà a chi pensa che non ci sarà alcun incontro? Rischia di non vedere un bel niente, cioè non si accorgerà di niente, continuerà a vivere come se l´orizzonte della vita sia tutto al di qua, non penetrerà con il suo sguardo dentro le cose che stanno accadendo. Alla fine rischia di dire: “non c´è niente, Dio non esiste, ecc.ecc.”. In realtà, riceverà quello che vorrà. La seconda parte del vangelo è una raccomandazione per coloro che lo attendono. Con il Signore non si campa di rendita. Il credente può perdere la capacità di attendere con fede. Tre verbi riassumono la raccomandazione per non perderla: state attenti, vegliate, pregate. Cominciamo con il primo. State attenti a voi stessi (Lc 21,34a). Ci è richiesta un´attenzione che solo apparentemente contraddice il comandamento dell´amore, il quale richiede grande attenzione agli altri. Il senso infatti è precisato dalle parole successive: che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita (Lc 21,34b). Quando la fede è viva, così come porta ad aumentare l´attenzione verso gli altri, così porta un aumento dell´attenzione a se stessi. Ci si accorge che il peccato, le fragilità, i difetti che si incontrano nei fratelli sono gli stessi che si incontrano in sé. Quando davvero si cerca di amare gli altri non si può non amare se stessi. E si diventa più “svegli” verso ciò che può compromettere il proprio stare in piedi. Perché oggi si percepisce una riduzione di umanità a tutti i livelli della vita relazionale? Perché abbiamo messo su un mondo che ci intrattiene con continue distrazioni. Un mondo che ammaliandoci con dissipazioni camuffate da “mentalità positiva”, ne vuole addolcire le conseguenze. Un mondo che stordisce e sottrae lucidità alla coscienza con le sue esigenze di successo, velocità ed efficienza, aumentando sempre più il tasso di preoccupazione. Un mondo insomma che ti fa perdere l´orientamento fondamentale della vita: si diventa ubriachi non solo per eccesso di alcool! Ci si ritrova sempre più abbarbicati a polemizzare e a scaricare colpe sugli altri, a non prendersi responsabilità; ci si ritrova sempre più a lamentarsi, a fermarsi sempre più su quello che non va (generalmente nella vita degli altri) oppure ci si vuol sentir dire solo quello che si desidera udire, non ciò che corrisponde alla propria realtà, e guai a chi dice il contrario! E´ solo un pessimista! In altre parole, si vuole un cristianesimo edulcorato. Ma tutto questo, alla lunga, appesantisce l´anima; difatti, chi vive così, è normalmente percepito come una persona “pesante”. Gesù dice che, se ci si lascia inghiottire da un tal modo di vivere, si avvertirà il tempo che viviamo come un laccio che ci piomba addosso all´improvviso (Lc 21,35). E ci offre subito la terapia, non solo per la cura immediata, ma anche per il mantenimento di un modo di vivere permeato dalla fede: vegliate in ogni momento (Lc 21,36a). Cioè, diventate gente vigile e capace di discernere ciò che avviene, il che non significa ridurre le ore di sonno, tutt´altro. Significa diventare come le civette che sanno intravedere ciò che si muove nella notte. Significa diventare come le sentinelle che nell´oscurità imparano a intravedere i segnali dell´alba. Come poter custodire/aumentare tale capacità? Pregando (Lc 21,36a). La preghiera è rimanere in contatto con la luce che proviene da Dio, luce che conduce a vivere e gustare quella sobrietà che si genera imparando a conoscerlo. Chi sta conoscendo il Signore cerca la sobrietà, e non solo. Riceve anche la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell´uomo (Lc 21,36b). Ecco la risposta alla domanda iniziale. Il cristiano è un uomo fragile come tutti; tuttavia, rimarrà misteriosamente in piedi di fronte a ogni avversità, compresa la sua morte, perché non getta le sue radici su ciò che passa, ma su ciò che rimane in eterno: i cieli e la terra passeranno, le mie parole non passeranno mai (Lc 21,33).

DOMENICA 25 Dicembre 2018: SOLENNITA´ di CRISTO RE      notizia del 24/11/2018

Commento a liturgia della XXXIV Domenica : Cristo Re ...Noi abbiamo capito che cos´è , o meglio chi è la Verità ? Gv 18,33-37 SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 ...E con questa settimana, finisce l´anno liturgico. Domenica prossima saremo già in Avvento! In verità, l´Avvento è cominciato da un po´... Nelle strade del centro c´è già aria di Natale, il Natale dei consumi, il Natale dei regali, il Natale dei pranzi e delle cene da sentirsi male... Beh, una volta tanto, possiamo allentare la tensione, mettere da parte per qualche ora le preoccupazioni... quelle ci sono sempre... Almeno a Natale, lasciamole nell´angolo! Ma veniamo alla solennità odierna: l´immagine di riferimento è l´Ecce Homo. Difficile tenere insieme i misteri della vita di Cristo, in una sorta di contemporaneità, di immediatezza, per la quale contempliamo l´unico mistero di Cristo, che li contiene tutti, dalla nascita, alla glorificazione... È il senso dell´anno liturgico, il quale ripercorre, passo dopo passo, la vita del Signore e ci aiuta a com-prendere, ma soprattutto a vivere gli stessi sentimenti, le stesse idee, le medesime scelte di colui che viene nel nome del Signore... Immaginiamo l´anno liturgico come un cerchio: il cerchio non ha un punto di partenza, ogni punto può essere di partenza e di arrivo... Questo, per dire che è vero, l´inizio della vita di Cristo è come l´inizio di tutte le vite... coincide con la nascita; ma il senso profondo di questa nascita è racchiuso nella Sua Passione e morte. La croce di Cristo proietta (all´indietro) una luce di verità sull´intera vicenda raccontata nei Vangeli. Ecco il motivo, per il quale il Cristo di Giovanni invoca la Verità, davanti a Pilato: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La Verità di Cristo e della salvezza, è tutta lì: in quel corpo flagellato, vestito di un mantello di porpora, il capo coronato di spine... Peccato, il Governatore romano non stava dalla Sua parte, e non volle riconoscere la Verità fatta carne in Gesù di Nazareth, detto il Nazareno. Per lui, per Pilato, quell´uomo era solo un povero mentecatto, un idiota - oggi si direbbe uno sfigato - un burattino nelle mani dei Sommi Sacerdoti, il capro espiatorio dell´ennesima vicenda di cronaca nera, un tumulto di piazza sedato nel sangue, con punizione esemplare. La sentenza di morte fu un compromesso bell´e buono tra il potere di Roma e quello di Gerusalemme: per Roma, Gesù incarnava lo spettro della rivolta del popolo, che mal tollerava lo strapotere imperiale; al tempo stesso, quel “dottore senza la laurea” rappresentava un pericolo altrettanto grave per le autorità ebraiche. Uccidendo Lui, si mettevano d´accordo Stato e Chiesa, pardon, Tempio: ci si liberava di un soggetto scomodo, che blandiva le folle e toglieva il sonno agli inquilini dei piani alti.... Nessuno aveva intuito la Verità di Cristo! neanche gli Apostoli! Capita anche a noi, quando l´ideologia politica ha la meglio sul senso critico, con il quale è sempre possibile valutare la realtà dei fatti per riconoscerne il valore intrinseco, senza dover distinguere tra destra e sinistra, tra governo e opposizione,... Ma si sa, quando un problema viene interpretato in chiave politica, scattano i meccanismi automatici dell´analisi di partito: il fatto in sé perde la sua rilevanza oggettiva e diventa un´occasione, un pretesto per rivendicare i propri diritti, ribadire le proprie convinzioni, far valere la propria linea di pensiero... In altri termini, si riconduce il fatto nuovo al ‘conosciuto´: una strategia psicologica che conosciamo bene, la quale, per un verso, ci protegge, appunto, dall´imbarazzo della novità, e nel contempo, ci conferma nelle nostre rispettive posizioni, anziché metterle in crisi. La pagina del quarto Evangelo cha abbiamo appena ascoltato afferma un principio fondamentale per la nostra fede, ma parecchio pesante da pronunciare, specie nell´attuale clima di relativismo imperante, effetto secondario, o danno collaterale di questa tanto amata/odiata globalizzazione: (il Signore afferma che) la Verità è una sola! la Verità è Cristo! Credere in Lui significa essere dentro la Verità; rifiutare di credere significa essere fuori dalla Verità. E dal momento che il Signore è Salvatore, chi rifiuta scientemente di credere in Lui, e agisce di conseguenza, si estromette dalla Salvezza. Al di là dell´apparente arroganza dell´espressione, se dovessimo motivarla, che cosa diremmo? Proviamo a rivolgere a noi la domanda che Gesù rivolse a Pilato: “quello che dici di me, lo dici da te stesso, oppure te lo ha suggerito qualcuno?” Chi è Cristo per noi? E perché crediamo in Lui? perché ce l´ha insegnato qualcuno? per tradizione? per senso del dovere? per paura? per una convinzione confortata dall´esperienza? Quale esperienza ci ha condotti a decidere per il Dio di Gesù Cristo? quanto ci costa credere? che cosa fa di noi dei cristiani autentici? Quante domande! Beh, finisce un anno, è tempo di bilanci, no? E, a proposito di bilanci, il bilancio consuntivo è necessario per delineare quello preventivo... Perdonate il linguaggio un po´ freddo da ragioniere - con tutto il rispetto per i ragionieri! -. Ci sono aspetti che forse, in questi mesi, non hanno funzionato, o non come avremmo voluto; ebbene, sono proprio questi i punti sui quali concentrare la nostra attenzione e il nostro impegno, alla vigilia di un nuovo anno liturgico. Coraggio, proviamoci ancora!

Domenica 18 novembre 2018      notizia del 17/11/2018

Commento alla XXXIII Domenica del T. O. (Mc 13,24-32 ) Gesù non ci esorta alla paura , ma alla fiducia SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 L´evangelista Marco racconta nel capitolo 11, 15-19 l´episodio in cui Gesù, con forza, scacciò fuori dal tempio di Gerusalemme tutti i venditori di animali con uccelli e i cambiavalute. Prima di fare quell´azione radicale di “pulizia”, Gesù aveva pronunciato parole di maledizione contro un fico, pieno di foglie ma senza frutti. Aveva fame e quel fico non lo aveva saziato (Mc 11, 12-14). Dopo l´episodio della scacciata dei mercanti dal tempio, Gesù e i discepoli passarono di nuovo vicino a quel fico e lo trovarono già disseccato (Mc 11, 20-21). Quel fico disseccato rappresenta la struttura del tempio di Gerusalemme, destinata alla insignificanza e alla distruzione. La distruzione materiale del tempio avvenne di fatto con la guerra giudaica, nell´anno 70 d.C., circa trent´anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, corrispondente al periodo in cui Marco (scrive questa pagina che vuole essere una buona notizia per i cristiani scoraggiati del suo tempo. Il Tempio è stato distrutto, Gerusalemme rasa al suolo, Pietro e Paolo uccisi, guerre civili e pestilenze) da Roma, scrisse il Vangelo. L´insignificanza di ciò che si celebrava in quel tempio ce la sta spiegando lettura continua della lettera agli Ebrei in queste domeniche: la morte di Gesù in croce e la sua risurrezione sono stati un evento rivoluzionario per la storia dell´umanità. L´offerta del corpo e del sangue di Gesù crocifisso e la risurrezione di quel corpo, sacrificato per noi uomini e per la nostra salvezza, annullò la necessità e il senso di tutti i sacrifici di animali che i sacerdoti facevano ogni giorno in quel grandioso tempio di Gerusalemme. Nel vangelo di oggi la parabola del fico si può interpretare come un insegnamento di Gesù sulla sua stessa persona. Egli si paragona a un fico apparentemente secco e ci dice: «quando già il suo ramo si fa tenero e spuntano le foglie, sapete che l´estate è vicina» ( Mc 13, 28-29) Il fico fiorito rappresenta l´evento della morte e risurrezione di Gesù avvenuto una volta per tutte. L´estate rappresenta la pienezza del tempo, ricco dei doni e dei frutti dello Spirito Santo donati dal Cristo risorto a tutti noi. Nel fico ancora senza foglie, reduce dal freddo dell´inverno contempliamo il passaggio duro della morte di croce. Nei germogli delle nuove foglie vediamo il corpo crocifisso di Gesù ora vivente per sempre. La parabola del fico è l´evento già avvenuto una volta per tutte nella storia dell´umanità, descritto così nella lettera agli Ebrei: «Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici siano posti sotto i suoi piedi» (Eb 10, 12-13). Per questo Gesù disse: «Non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute» (Mc 13, 30): di fatto avvenne l´evento della sua morte e risurrezione e avvenne la distruzione del tempio di Gerusalemme. C´è un «già» da scoprire e un «non ancora» da sperare. Il «già» da scoprire è la nostra santificazione e la nostra consacrazione sacerdotale. Custodiamo nel cuore e nella mente la Parola di Dio che ci dice oggi: «Gesù, con un´unica oblazione, ha reso perfetti per sempre coloro che ha santificati» (Eb 10,18). Noi siamo tra coloro che Gesù ha «già» santificato con il dono del suo Spirito: la gratuità dell´amore di Dio è «già» stata donata e riversata nei nostri cuori (Rm 5,5). È «già» a disposizione come forza vitale che può trasformare tutte le nostre relazioni. Riconoscendo il dono dello Spirito Santo, mediante la nostra adesione di fede a Gesù morto e risuscitato, noi siamo «resi perfetti»: è l´espressione usata dalla lettera agli Ebrei per indicare la nostra consacrazione sacerdotale. Siamo tutti «già» sacerdoti come Gesù, chiamati a fare della nostra vita (con il nostro corpo, tempio vivo dello Spirito Santo), una testimonianza di dono gratuito per gli altri, perché tutte le nostre relazioni con le persone che incontriamo e con le cose che abbiamo siano segnate con il marchio della gratuità dell´amore di Dio. Il «già» da accettare è il limite radicale della nostra condizione umana, è il «tutto passa» della nostra vita, è il «tutto passa» del cielo e della terra: siamo creature finite, insieme a tutta la creazione: «cielo e terra passeranno»; non siamo onnipotenti, niente di tutta la terra e niente di tutto ciò che ci circonda rimarrà in eterno. Il «già» da accettare è la grande tribolazione provocata dalla radice del male che è dentro di noi, cioè la nostra illusione di autonomia incondizionata, di voler cavarcela da soli, soffocando in noi il dono dello Spirito Santo. Il «già» da accettare è la grande tribolazione provocata dalle forze dell´egoismo dell´umanità, che ci condizionano e perseguitano ogni nostro impegno per l´unità, per la giustizia, per la pace, per il rispetto del creato. Il «già» da accettare è la potenza delle parole di Gesù: «le mie parole non passeranno»: la resistenza nelle nostre tribolazioni, contro la radice del peccato che è nel nostro egoismo e contro le forze del male che ci perseguitano e vogliono screditare la nostra comunità cristiana, viene dalla scoperta della ricchezza inesauribile e della forza invincibile della Parola del Signore. Su questa roccia sicura della Parola del Signore Gesù Cristo vogliamo costruire, «già» da adesso, la casa della nostra vita (cf. Mt 7,24-27). Il «non ancora» da sperare è l´ora della nostra morte fisica, da non temere se siamo stati saggi nel «già» della nostra quotidianità, guidati dallo Spirito Santo per «indurre molti alla giustizia» dell´amore gratuito di Dio. Se il corpo di Gesù crocifisso è stato risuscitato, anche noi avremo una corporeità vivente e risplenderemo come le stelle del cielo, perché anche «molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno» (Dn 12, 2a). Il «non ancora» da sperare è «la venuta del Figlio dell´uomo sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall´estremità della terra fino all´estremità del cielo» (Mc 13, 26-27). Nessuno sa il giorno e l´ora di questa definitiva venuta, «ma solo il Padre» (Mc 13, 32). La pazienza del Padre nel ritardare questo giorno consideriamola come un appello alla nostra libertà individuale, perché facciamo ancora fatica a riconoscere che Gesù è il Signore del cielo e della terra e tutto è già impregnato della presenza del suo Santo Spirito. Ci sono ancora tanti cuori chiusi all´amore del Padre! Il «non ancora» da sperare è il giudizio finale, tenendo presente che il Padre vuole la salvezza di tutti, ma rimane aperta la duplice possibilità: «gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l´infamia eterna» (Dn 12, 2b). Se ci fa paura un giudizio di condanna è perché, in nome della nostra autonomia, perdiamo troppe opportunità di consegnarci pienamente alla presenza dello Spirito Santo, in attesa alla porta del nostro cuore.

DOMENICA 11 NOVEMBRE 2018      notizia del 10/11/2018

Commento della XXXII Domenica del T. O. ( Mc 12,38-44): La santità è fatta di piccoli gesti SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Venuta una vedova Il racconto della vedova di Sarepta (1R

DOMENICA 4 Novembre 2018      notizia del 03/11/2018

Commento alla XXXI Domenica del T. O. Mc 12,28-34: Amare il prossimo come se stessi è amare Dio SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 -19.00 La parola di Dio della XXXI domenica del tempo ordinario, soprattutto nella prima lettura e nel Vangelo, ci invita ad ascoltare la voce di Dio che ci parla di amore verso di Lui e verso chi è immagine sua sulla terra, ovvero ogni essere umano. Noi siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio e come tali dobbiamo vivere nell´amore, in quanto è amore, relazione trinitaria e comunione tra per persone. Da qui il richiamo nella prima lettura ai precetti fondamentali della legge mosaica e successivamente quella cristiana, portata a perfezionamento della venuta di Cristo sulla terra, nostro redentore e salvatore. Come l´antico popolo di Israele, così, noi oggi, nuovo popolo di Dio in cammino verso la patria celeste, dobbiamo mettere in pratica quello che Dio ci ha comunicato, prima mediante la rivelazione sinaitica e poi nel mistero dell´incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola di Dio, fatta carne e venuta a parlare di amore e libertà del cuore. Il nostro atteggiamento è quello di ascoltare Dio che ci parla e ci dice: Io sono il Signore Dio tuo. Sono l´ unico Signore e non ve ne sono altri al di fuori di me. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l´anima e con tutte le forze. Ti sforzerai, perciò nella vita di tutti i giorni di partire sempre dal vertice, cioè da Dio e dal cielo per agire rettamente e con buone intenzioni, sapendo che ogni cosa va fatta per la gloria di Dio e per la santificazione di se stessi. In questo amore totalizzante verso Dio, trova la ragion d´essere l´amore verso i fratelli. Ed è Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica, a riportare ad un discorso unitario e di inscindibilità i due fondamentali precetti della religione cristiana, cercando di far capire allo scriba che lo interrogava che cosa voglia significare l´amore di Dio e l´amore dei fratelli. Il primo comandamento ben noto, si lega al secondo che è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Si ama Dio senza misura, illimitatamente e si ama il fratello con la stessa intensità e trasporto con i quali si ama la propria persona. Uscire fuori dall´egoismo e dall´egocentrismo per aprire alla carità e alla fraternità. “Non c´è altro comandamento più grande di questi, cioè quello dell´amore, che si esprime nella direzione verticale, verso Dio ed orizzontale verso i fratelli Chi vive nell´amore è già immerso nel cammino del Regno di Dio. Infatti, Gesù, nota la disponibilità dello scriba di lasciare interpellare dall´amore e a lui dice con grande sensibilità intellettuale ed umana: «Non sei lontano dal regno di Dio». Di fronte ad una spiegazione così esaustiva dell´unico precetto dell´amore, nessuno delle persone ed intellettuali presenti che avevano ascoltato Gesù aveva più il coraggio di interrogarlo. Il Maestro aveva fatta la lezione, era stato convincente, soprattutto perché aveva citato lo Shema Israel ascolta Israele. Gesù tuttavia va oltre la mera citazione dei passi della Bibbia ben noti a tutti i buoni israeliti, impegna la persona a confrontarsi con l´amore si fa concretezza di azione e di modi di vivere. In questo discorso sull´amore concretamente vissuto, Gesù si propone come modello di riferimento, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera agli Ebrei. Egli è il Sommo Sacerdote, perché possiede un sacerdozio che non tramonta mai. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”. Superata la visione umanistica del sacerdozio dell´Antico Testamento si entra nella figura di un vero ed eterno sacerdote, che è Cristo Signore. Infatti, ci ricorda il testo della lettera agli Ebre che “questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. Un sacerdote venuto dal cielo e ritornato in cielo, dopo aver completato la sua missione di redentore. Egli non ha avuto bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso, mediante il sacrificio redentivo della sua morte in croce e risurrezione. La diversità tra Cristo-sacerdote e il sacerdozio di coloro che assumono questo ministero è sostanziale, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei, per farci capire dove sta la differenza e come va letta la vita di chi è sacerdote, soggetto ad umana debolezza, come ogni sacerdote terreno, ma Cristo è sacerdote senza peccato e senza macchia, in quanto Figlio Unigenito del Padre, disceso sulla terra per salvare l´umanità dalla condizione di peccato. Al Figlio di Dio, Gesù Cristo, Sommo ed eterno sacerdote, eleviamo la nostra umile preghiera: “O Dio, tu se l´unico Signore e non c´è altro Dio all´infuori di te; donaci la grazia dell´ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote”.

RICORDO DEI DEFUNTI      notizia del 01/11/2018

COMMEMORAZIONE DEFUNTI 2 NOVEMBRE 2018 QUESTI I NOMINATIVI DEI FRATELLI e DELLE SORELLE CHE CI HANNO LASCIATO IN QUESTI 12 MESI E RICORDEREMO , IN MODO PARTICOLARE, NELLA SS. MESSA DELLE H.18.00 CON UNA PREGHIERA e UN FIORE 1. SOFFI LORENZO 2. DELLI ZOTTI ANNIBALE 3. BARIONOVI MARIA 4. VAGNOLI MARIA 5. GAJAS FRANCESCO 6. ROMAGNOLI EMANUELA 7. DONNINI DARIA 8. CIOFANELLI LUCIA 9. MEZZASALMA LILIANA 10. BATTISTA MARIA CARMELA 11. BONGI ROBERTO 12. LOSS IOLANDA 13. RUGGIERO ANTONIO 14. PAPAROZZO ANNAMARIA 15. DELLA CORTE MARIO 16. PODESTA’ MARIA 17. BOCCI STEFANIA 18. MARCHINI FAUSTO 19. COLELLA MARIA 20. MASSONI EMO ANGELO 21. MARINELLI GIUSEPPE 22. MASTELLONI ALDO 23. ROVEGNO ROSA 24. ZUCCONI GABRIELLA 25. FALCONE GIUSEPPE 26. CHINES OLGA 27. CONTE FORTUNATA 28. QUIAMBANO GARCON 29. CANALI FRANCESCO 30. PERFIDO ANGELA ROSARIA 31. FERRACCI LEA 32. MACERONI BRUNO 33. CARLETTI ELGA 34. CARABELLESE MARIA 35. FRANZELLITI STEFANO 36. BAZZANI LUCIANA 37. VILLA MARIA GRAZIA 38. CIMINO MARIALUISA 39. BALSANO ANTONINA 40. TOMMASI FRANCESCO 41. BUCEFALO MARIA 42. BELARDI PIETRO e GRASSO MARIA ELENA 43. CRISCIOTTI PAOLA 44. MORELLO MARIA 45. PALLADINI ELENA 46. BALDASSARI MARIA 47. COMAIANI ENRICHETTA 48. ROSATI GUGLIELMO 49. PERRI GIORGIO 50. Il piccolo ANGELOSANTO PASQUALE 51. PINCI GUIDO 52. CAPRIOLI LUCIANA 53. BENINI MARISA e FRANCO 54. DI CAPRIO SCIALDONE ANNA ROSA 55. BARCA MARIO 56. SUBRISI ANNA 57. SPIRITO ORNELLA

COMMEMORAZIONE DI TUTTI DEFUNTI      notizia del 01/11/2018

Commento per la Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti (Messa I) Gv 6,37-40: Fiducia e certezza che i nostri defunti non ci hanno abbandonati: essi sono sempre con noi, ci accompagnano indirizzandoci nel percorso della nostra vita SS. MESSE h. 8.00- 9.00 e 18.00 Coloro che noi veneriamo per i loro meriti di perfezione assoluta e che definiamo i Santi, ci ispirano i criteri di vita evangelica affinché anche noi possiamo raggiungere lo stesso traguardo di perfezione ed entrare nella loro stessa dimensione di gloria. Ci impegnano quindi concretamente nella vita presente, invitandoci allo stesso tempo a cercare le cose di lassù (Col 3, 1 -2) e ricordandoci il nostro traguardo nei cieli. I Santi, che adesso vivono l´eternità del premio della gloria, ci aiutano di conseguenza a dare il giusto valore alla morte e al trapasso, ed è anche per questo che alla solennità a loro dedicata segue immediatamente una giornata dedicata a tutti i defunti. Dedicata cioè sia a coloro che hanno raggiunto il premio, sia a quanti si trovano impegnati a purificarsi da residui di colpe per potervi accedere in un secondo momento, ossia le anime purganti. Non possiamo trascurare che, purtroppo, vi sono fra i defunti coloro che avevano categoricamente respinto la misericordia di Dio concedendosi ostinatamente al peccato, che avevano persistito nel male nonostante il destino universale di salvezza al quale Dio vuol destinare tutti gli uomini e che di conseguenza, per loro scelta, sono precipitati nel baratro della retribuzione dell´empio, cioè all´inferno. Una dimensione purtroppo esistente, la quale tuttavia non pregiudica l´immenso amore amore di Dio per ciascun uomo. Come affermava un saggio sacerdote nel quale ebbi modo di imbattermi, “Dio ti ama immensamente qualunque sarà la tua fine, e se dovessi finire all´inferno, ti amerà anche lì.” Proprio questo è il significato della celebrazione odierna della commemorazione dei defunti: vivere la memoria e la comunione con tutti coloro che ci hanno preceduti nel trapasso terreno, instaurare una relazione intima con ciascuno dei nostri cari con cui abbiamo condiviso gioie e dolori, speranze e vittorie, delusioni e traguardi raggiunti e di cui adesso non avvertiamo più la presenza fisica. Celebriamo insomma nella forma globale ciò che ogni celebrazione esequiale ci consente di vivere singolarmente per ogni defunto ed è bello poter considerare che oggi possano essere commemorati proprio tutti i nostri amici, parenti e conoscenti, anche quelli che (e sono tanti) che nessuno va mai a visitare nella loro tomba e altri dei quali ci siamo dimenticati. Commemoriamo tutti i nostri cari trapassati, confidando che nella sua misericordia Dio ha concesso loro la possibilità di salvarsi anche oltre al loro corpo mortale. Come abbiamo detto all´inizio, coloro che veneriamo come i Santi ci offrono l´ispirazione di una vita irreprensibile, conforme al Santo e Giusto per eccellenza Gesù Cristo nostro Signore, affinché anche noi possiamo rivestire (come del resto è nostra vocazione) la stessa dimensione di santità per poter guadagnare un giorno la gioia indefinita del Paradiso e per l´appunto il morire cristiano è la speranza dell´incontro gioioso a tu per tu con il Signore della gloria, la visione beatifica del suo volto, la contemplazione dell´Amore eterno che tutto vince. Siamo tutti destinati a godere della visione beatifica di Dio al termine del nostro corpo mortale non in una semplice trasmigrazione dell´anima dal corpo, ma nel transito dell´anima da questo mondo per l´incontro immediato con il Risorto glorioso e per la comunione definitiva con lui e con tutti coloro che ci hanno preceduto nella gloria. Nella pace definitiva del Signore non vi saranno più le distinzioni sociali che caratterizzano la nostra vita quotidiana, le differenziazioni ora esistenti fra conoscenti, sconosciuti e gradi di parentela, ma nel Signore saremo tutti Uno con lui e ci riconosceremo immediatamente come fratelli, in quella dimensione che sfugge ai nostri sensi, indescrivibile, che la rivelazione ci fa conoscere come il Paradiso. In essa possiamo credere e sperare, come pure possiamo rivolgere preghiera a Dio di non esserne esclusi, convinti che il traguardo di Dio in noi è per l´appunto la nostra salvezza, la vita eterna. Se tuttavia le nostre imperfezioni temporali non ci consentono di raggiungere immediatamente codesto obiettivo di gloria paradisiaca, siamo consolati dalla certezza che la misericordia di Dio non ci abbandona neppure dopo il trapasso terreno: esiste una dimensione nella quale si ha la possibilità di purificarci dai residuati di colpa terrena, di mondarci dalle nostre imperfezioni e di espiare le comuni mancanze che ci caratterizzano. Stiamo parlando del Purgatorio, dottrina consolidatasi intorno al terzo secolo, ma che ha sempre avuto riscontro sin dai tempi antichi della Chiesa, e che non può essere messa in discussione, essendo essa la prova certa ed effettiva dell´amore di Dio verso l´uomo. Se infatti non vi fosse una dimensione intermedia nella quale poterci purificare dalle nostre colpe terrene, saremmo costretti a un deprimente out out fra salvezza e dannazione, fra paradiso e infermo con molta probabilità che questo abbia la prevalenza. L´amore di Dio che va oltre la morte e che è misto di onnipotenza ha fatto in modo invece che avessimo questa ulteriore possibilità di perfezionarci anche al termine della nostra vita, attraverso un itinerario di purificazione forse anche sofferto, ma per nulla lesivo alla certezza che Dio ci ama. Pregare per i nostri defunti, far applicare intenzioni di SS. Messe in loro suffragio nelle quali Cristo stesso presente agisce a loro beneficio, realizzare opere di carità, soffermarci davanti alle loro lapidi al cimitero per pregare e meditare con loro il senso della morte e della vita eterna, aiuta tantissimo i nostri cari ad estinguere gran parte delle pene purgatoriali e questo è quanto ci proponiamo durante la giornata di oggi: non soltanto gremire il cimitero cittadino come mai durante l´anno (cosa senz´altro molto lodevole e degna) ma vivere la comunione con i nostri defunti attraverso l´orazione e la partecipazione alla S. Messa, convinti peraltro che nella preghiera vi è sempre la possibilità di incontrare i nostri cari sentendoli a noi vicini. Apporre i fiori negli appositi spazi degli epitaffi è consuetudine bellissima, esaltante, qualificante che tuttavia non può non essere accompagnata dall´orazione rivolta a Dio per loro. Giuda Maccabeo (2Mc 12, 42 - 46) nell´organizzare una colletta di suffragio afferma che è necessario pregare per i nostri defunti, affinché anche dopo la morte possano trovare modo di essere salvati. Sarebbe ridicolo e controproducente pregare per i nostri cari che non sono più in vita se non vi fosse la certezza che anche dopo la morte ci è riservata una possibilità di salvezza e di gloria. Dio accoglie inequivocabilmente i suffragi e i devoti omaggi che noi gli rivolgiamo a favore dei nostri defunti ed è sempre sollecito a considerare che ogni singolo atto di amore e di spiritualità estingue loro parecchie delle pene temporali. Allo stesso tempo la preghiera ci infonde fiducia e certezza che i nostri defunti non ci hanno abbandonati: essi sono sempre con noi, ci accompagnano indirizzandoci nel percorso della nostra vita, ci inculcano fiducia, speranza sollecitandoci sempre verso il bene.

SOLLENNITA´ DI TUTTI I SANTI      notizia del 31/10/2018

Commento alla solennità di Tutti i Santi Mt 5,1-12 : Beati di essere amati e curati per quello che siamo SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 - 19.00 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro. In questo versetto sono presenti tanti atteggiamenti e tante azioni compiute da Gesù. Vedendo le folle: si rende conto degli altri, non è ripiegato su se stesso, il centro del mondo non è il suo ombelico. Questo vedere dice tutta l´attenzione e la cura che Gesù ha di chi gli è vicino, che lo conosca o meno, dice tutta la sua delicatezza per non pestare i piedi a nessuno. Gesù salì sul monte: significa avvicinarsi al cielo, quasi come volare, sfidare la forza di gravità, le rocce impervie e innalzarsi. Salire è avvicinarsi a Dio, parlare con Lui, in una relazione intima con Lui. Si pose a sedere: sicuramente si siede chi intende riposarsi, dopo aver tanto camminato. Ma da seduti si possono fare tante cose: rilassarsi, leggere, imparare, studiare, pregare, pensare... Gesù si siede, si ferma in un punto, e questo genera un´azione: Si avvicinarono a lui i suoi discepoli: nel mondo ebraico il maestro insegna seduto e tutte le volte che il vangelo descrive Gesù seduto è perché vuole evidenziare la sua missione di Maestro. Prima di iniziare la lezione ci sono diverse cose da fare, diversi atteggiamenti da assumere. Infatti proprio questo versetto conclude la serie di azioni dicendo: Si mise a parlare e insegnava loro. Dopo aver visto, dopo essere salito ed essersi seduto, dopo aver fatto gruppo coi discepoli, solo dopo Gesù inizia a parlare ed insegnare. Il suo insegnamento non è teoria distaccata dalla realtà: è un insegnamento concreto, reale, incarnato prima di tutto dall´insegnante stesso, un insegnamento preceduto da un vissuto di ascolto, di accoglienza, di ricerca. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Gesù proclama “beati” nove gruppi di persone, e se leggiamo con attenzione, è tutta gente che ha passato qualche disavventura, cose poco piacevoli. Cosa intendiamo per ‘beato´? Una persona fortunata, a cui va tutto bene, che vince al gioco e in amore, che sta bene in salute e non ha problemi. “Beato te” la dice lunga su come usiamo questo termine. Ecco, allora diciamo subito che Gesù non dà al termine beato questo significato. Dall´ebraico prima e poi dal greco, beato è colui che è felice perché curato con le cure di Dio. Si cura colui o colei che è mancante, che ha bisogno, a qualsiasi livello. Il beato del vangelo non è Gastone, il cugino fortunato di Paperino, ma Paperino, che nei suoi guai, nei problemi di ogni giorno, può alzare gli occhi verso il volto di Dio, può trovare l´amore di Dio che si incarna profondamente in quei problemi, li fa suoi, lo prende in braccio, lo stringe al Suo cuore, e pure nella sofferenza di entrambi (anche Dio soffre), pure nella fatica di un cammino aspro e faticoso, scorge in quegli occhi un barlume di speranza, trae da quello sguardo il senso di continuare a vivere. Ognuno di questi nove “beati” vive nella sua vita una situazione dolorosa, di fatica, e se ci facciamo caso sono tutte fatiche relazionali, di confronto con l´altro. E´ beato chi sa andare oltre se stesso per incontrare l´altro, in un terreno spesse volte dissestato, scomodo, ma è quello il luogo della beatitudine: quando lascio la mia zona comfort per incontrare l´altro, Dio si piega su di me per proteggermi, accudirmi, amarmi, e rendermi beato, felice. Dio abita i tuoi giorni, quelli in cui combini poco o niente, abita i momenti di panico, di buio, di paura. Se non si è soli, tutto è più affrontabile, più vivibile. E tu non sei solo, mai, anche in una notte buia e fredda ci sarà sempre un cuore che pulsa per te, ci saranno sempre delle braccia protese verso di te. Lui è uno di noi. Per questo siamo beati. Sì, beati! Felici di essere amati e curati.

torna l´ora solare      notizia del 27/10/2018

RICORDO CHE DA QUESTA NOTTE TORNA L´ORA SOLARE: LE LANCETTE ALLE H.3.00 VANNO SPOSTATE INDIETRO DI UN´ORA ALLE H.2.00 DA LUNEDI´ 29 LE SS. MESSE VESPERTINE SARANNO ALLE H.18.00, MENTRE QUELLE NEI GIORNI FESTIVI E DOMENICALI RIMARRANNO ALALE H.19.00

GIORNATA MONDIALE MISSIONARIA      notizia del 20/10/2018

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2018 DOMENICA 21 OTTOBRE tutte le offerte raccolte durante le SS. Messe saranno devolute per le necessità missionarie nel Mondo Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti Cari giovani, insieme a voi desidero riflettere sulla missione che Gesù ci ha affidato. Rivolgendomi a voi intendo includere tutti i cristiani, che vivono nella Chiesa l’avventura della loro esistenza come figli di Dio. Ciò che mi spinge a parlare a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. «La missione rinvigorisce la fede» (Lett. enc. Redemptoris missio, 2), scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato. L’occasione del Sinodo che celebreremo a Roma nel prossimo mese di ottobre, mese missionario, ci offre l’opportunità di comprendere meglio, alla luce della fede, ciò che il Signore Gesù vuole dire a voi giovani e, attraverso di voi, alle comunità cristiane. La vita è una missione Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 273). Vi annunciamo Gesù Cristo La Chiesa, annunciando ciò che ha gratuitamente ricevuto (cfr Mt 10,8; At 3,6), può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra. Gesù Cristo, morto e risorto per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno. Cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita. Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Alla scuola dei santi, che ci aprono agli orizzonti vasti di Dio, vi invito a domandarvi in ogni circostanza: «Che cosa farebbe Cristo al mio posto?». Trasmettere la fede fino agli estremi confini della terra Anche voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti. Voi state sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino. Nella convivenza delle diverse età della vita, la missione della Chiesa costruisce ponti inter-generazionali, nei quali la fede in Dio e l’amore per il prossimo costituiscono fattori di unione profonda. Questa trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari. Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita. Ogni povertà materiale e spirituale, ogni discriminazione di fratelli e sorelle è sempre conseguenza del rifiuto di Dio e del suo amore. Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra (cfr Lc 9,23-25). Oserei dire che, per un giovane che vuole seguire Cristo, l’essenziale è la ricerca e l’adesione alla propria vocazione. Testimoniare l’amore Ringrazio tutte le realtà ecclesiali che vi permettono di incontrare personalmente Cristo vivo nella sua Chiesa: le parrocchie, le associazioni, i movimenti, le comunità religiose, le svariate espressioni di servizio missionario. Tanti giovani trovano, nel volontariato missionario, una forma per servire i “più piccoli” (cfr Mt 25,40), promuovendo la dignità umana e testimoniando la gioia di amare e di essere cristiani. Queste esperienze ecclesiali fanno sì che la formazione di ognuno non sia soltanto preparazione per il proprio successo professionale, ma sviluppi e curi un dono del Signore per meglio servire gli altri. Queste forme lodevoli di servizio missionario temporaneo sono un inizio fecondo e, nel discernimento vocazionale, possono aiutarvi a decidere per il dono totale di voi stessi come missionari. Da cuori giovani sono nate le Pontificie Opere Missionarie, per sostenere l’annuncio del Vangelo a tutte le genti, contribuendo alla crescita umana e culturale di tante popolazioni assetate di Verità. Le preghiere e gli aiuti materiali, che generosamente sono donati e distribuiti attraverso le POM, aiutano la Santa Sede a far sì che quanti ricevono per il proprio bisogno possano, a loro volta, essere capaci di dare testimonianza nel proprio ambiente. Nessuno è così povero da non poter dare ciò che ha, ma prima ancora ciò che è. Mi piace ripetere l’esortazione che ho rivolto ai giovani cileni: «Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me» (Incontro con i giovani, Santuario di Maipu, 17 gennaio 2018). Cari giovani, il prossimo Ottobre missionario, in cui si svolgerà il Sinodo a voi dedicato, sarà un’ulteriore occasione per renderci discepoli missionari sempre più appassionati per Gesù e la sua missione, fino agli estremi confini della terra. A Maria Regina degli Apostoli, ai santi Francesco Saverio e Teresa di Gesù Bambino, al beato Paolo Manna, chiedo di intercedere per tutti noi e di accompagnarci sempre. Dal Vaticano, 20 maggio 2018, Solennità di Pentecoste FRANCESCO

DOMENICA 21 OTTOBRE 2018      notizia del 20/10/2018

Commento della XXIX Domenica del T. O. ( Mc 10,35-45): Vuoi essere il più grande? Sii il servo di tutti! ...quanto è diversa la visione della grandezza di un uomo, di una donna nel Vangelo ! SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Che cos´è la gloria? E´ essere visti, riconosciuti, identificati, amati, accolti. Giacomo e Giovanni chiedono una cosa bella, magari lo chiedono in modo non consono, ma chiedono di stare col Maestro, di vivere sempre con Lui, vicini a Lui. Questa richiesta è un atto di amore e di tenerezza, che però nasconde un tranello: in un contesto di affetto e di accoglienza vogliono essere i più grandi, onorati e stimati da tutti, non curandosi degli altri dieci, che giustamente si fanno sentire. Può succedere anche a te, a me, che per eccessivo desiderio di essere riconosciuti e amati, scivoliamo travolgendo e calpestando gli altri, magari dicendo: "Scusa, non ti avevo visto", appunto, accecati come siamo dal nostro desiderio non domato, usiamo gli altri come sgabello per raggiungere il nostro fine. Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gesù dice, in altre parole: non sapete, non avete imparato e mi fate una domanda senza senso, ma state sicuri che io, il Maestro, disseterò e sazierò ogni vostro desiderio. Il calice è tutto l´immenso dolore che il Figlio di Dio vivrà da lì a poco, tutte le incomprensioni, i tradimenti, i flagelli, gli sputi, tutte le lacerazioni più che profonde di un amore ridotto a brandelli. Questo calice lo berranno anche i suoi, chi prima, chi dopo, anche chi è scappato, tutti, nessuno escluso. Il battesimo potrebbe apparire come un sinonimo del calice, ma sappiamo bene che il vangelo non usa due parole se può usarne una: il calice contiene il dolore del Signore; il battesimo è l´oceano di dolore nel quale il Signore è immerso. Sempre di dolore si tratta, un dolore assunto in prima persona, pur non voluto (Padre, se vuoi, allontana da me questo calice) ma accolto, in cui Gesù non solo beve, ma si immerge (Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà) Lc 22,42. Il calice è la firma di Gesù sul progetto, il battesimo è la realizzazione nella sua carne di questo progetto d´amore e di dolore. E sulla croce le ultime parole saranno: "Tutto è compiuto" (Gv 19, 30). Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Gesù ci mette davanti ciò che vediamo ogni giorno in TV e nei giornali, come a dire: se i governanti si comportano così con chi è stato loro affidato, dominano, opprimono, schiacciano e usano, anche voi, ci dice il Maestro, correte questo rischio, fate attenzione. A te è stato affidato il tuo prossimo, l´altro, ogni altro, non andare a cercare chissà dove: il primo che incontri quello è il tuo "altro" da accogliere, amare, tutelare, aiutare. Schiacciare l´altro significa ridurlo a una cosa, svuotarlo di ogni dignità e adoperarlo per il proprio tornaconto, esattamente come hanno fatto con Gesù. Vuoi comprendere come si rende oggetto una persona? Guarda Gesù crocifisso, e comprenderai quanto male si può compiere in nome di un egoistico "bene". Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Pronti a rivoltare il calzino? Hai presente come funziona nel mondo? Ecco, con Gesù è tutto il contrario. Vuoi essere riconosciuto, amato stimato? Vuoi essere il più grande? -Sii servo di tutti. No ma ecco, io veramente, cioè... Gesù spiazza sempre, e va al nocciolo del problema: è grande chi si sa fare piccolo, è primo chi sa essere l´ultimo; in caso contrario è solo una vuota e inutile competizione, dove si continua a schiacciare gli altri. Se invece ti fai servo, gli altri li accogli, li proteggi, gli altri diventano incarnazione del tuo amore, gli altri diventano il tuo paradiso in terra, non perché sia facile, non lo è affatto, ma perché il tuo servizio ti farà pregustare la gioia del dono, che gusteremo in pienezza in Paradiso. Anche il Figlio dell´uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Gesù è il modello perfetto, e incarna perfettamente ciò che dice. Lui, il servo del Signore, servo della gioia dell´uomo. Ogni istante della sua vita è stato servizio, umiltà, Lui si è chinato sulle bassezze dell´essere umano, per trarre da lui quel tesoro dimenticato, sepolto tra i cadaveri dell´egoismo e del ripiegamento. Gesù è servo fino all´ultimo respiro, è servo in croce, è servo nel sepolcro, quando lascia il sudario piegato, a parte, è servo il mattino di Pasqua quando appare alle donne, a Maria Maddalena. E´ servo oggi, in ogni tabernacolo del mondo, dove passa giorni, mesi e anni nel silenzio e nel buio, spesso dimenticato, ma sempre pronto a riaccendere speranza e donare pace. E´ servo nei momenti dolorosi, quando ti senti perso, e una sua mano ti salva dall´abisso. Gesù servo non si intende di primi posti, di reggie e troni. Lui sa solo cingersi dell´asciugatoio e chinarsi per lavare i piedi di chi ama. Anche i tuoi.

DOMENICA 14 OTTOBRE 2108      notizia del 13/10/2018

commento alla XXVIII Domenica del T. O. : Mc 10,17-30 : Incrociare lo sguardo di Gesù senza abbassare gli occhi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Certamente, ognuno di noi avrà provato, qualche volta, a essere fissato a lungo da un´altra persona. Il più delle volte, la situazione crea imbarazzo, se non fastidio, soprattutto se si tratta di uno sconosciuto: in questo caso, può subentrare addirittura un senso di paura, se l´altra persona ci trasmette intenzioni cattive nei nostri confronti. L´imbarazzo, il fastidio, la paura creano quasi un senso di vergogna, e allora si fa di tutto per cercare di evitare quello sguardo, di non incrociare gli occhi dell´altra persona; e contemporaneamente, anche solo con la coda dell´occhio o in maniera furtiva, si cerca di controllarla, di capire se e quando smetterà di fissarci in quel modo. Chi tra di noi è più coraggioso di altri non si fa scrupoli, dopo uno sguardo prolungato su di sé, ad affrontare “l´ammiratore”, generalmente apostrofandolo con la richiesta perentoria di giustificare il perché di quello sguardo e soprattutto di rivolgerlo da un´altra parte; nel migliore dei casi, lo fa con la forma gentile di un´innocente richiesta, ad esempio chiedendo alla persona se abbia bisogno di qualcosa, oppure se per caso stia cercando qualcuno e, nella ricerca, ci avesse talvolta confuso per un altro. Ci sono anche gli sguardi di sconosciuti che non creano né imbarazzo né fastidio, bensì piacere e complicità, soprattutto se si tratta di sguardi ammiccanti, preludio a un tentativo di entrare in contatto verbalmente con una persona che (si capisce) ci fa piacere conoscere perché mostra il medesimo desiderio. Se poi la persona si rivela interessante perché ricca di fascino, allora il gioco degli sguardi diventa sempre meno fortuito e casuale, e inizia a farsi intenso; e se poi si percepisce di essere corrisposti, allora si perde ogni freno inibitore, e gli sguardi diventano sempre più intensi, profondi, diretti. Gli occhi di entrambi assumono una luce tutta particolare, che li rende belli anche quando non lo sono, perché - si sa - l´occhio è lo specchio dell´anima, e attraverso quello scambio di sguardi si entra nell´anima dell´altra persona e si lascia che le due possano trasmettersi ogni tipo di sentimento. Non c´è storia d´amore, infatti, ma anche una semplice e profonda amicizia, che non inizi con uno scambio intenso di sguardi. Poi, col passare del tempo, questi sguardi pieni di amore diventano consuetudine, e si affrontano senza la paura dell´altro anche quando ci si deve guardare negli occhi per dirsi cose non proprio piene d´amore. Ci si guarda negli occhi anche per discutere, per dirsi in faccia le cose che non vanno, per prendere decisioni importanti e a volte drammatiche; e quando uno dei due cerca di sfuggire allo sguardo dell´altro significa o che non sente più lo stesso feeling che c´era prima o che sa di sentirsi dalla parte del torto, per cui preferisce non affrontare lo sguardo di chi, nel frattempo, fa di tutto per essere guardato in faccia perché si sente forte delle sue ragioni (ne sanno qualcosa, ad esempio, le mamme e i papà costretti a rimproverare i loro figli dicendo loro più volte: “E guardami in faccia, quando ti parlo!”). Certo, alla fine, se ci si vuole bene, ci si continua a guardare negli occhi, sebbene a volte non brillino di gioia, ma di lacrime e di rabbia: l´importante è che ci sia corrispondenza, ovvero che i nostri occhi trovino negli occhi dell´altro il medesimo sentimento, la medesima intensità, il medesimo coraggio, perché ciò significa che all´uno è permesso ancora di entrare nell´anima dell´altro. Se questo non avviene, lo sguardo di uno dei due alla fine non regge più, neppure allo sguardo più amorevole possibile da parte dell´altro, e quella luce che brillava nei suoi occhi alla fine lo rende scuro in volto, e forse è meglio che le due strade si separino. Ci aveva provato, Gesù, a rendere magico quel gioco di sguardi tra lui e un tale (presumibilmente un giovane) che, talmente affascinato da lui, gli si gettò davanti in ginocchio chiedendogli: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Per nulla intimorito o imbarazzato da quello sguardo e da quella richiesta - e ci mancherebbe che Dio si faccia intimorire da noi! - Gesù vuole capire per quale motivo questo tale lo chiami “buono”, visto che “buono” è solo Dio. Forse Gesù aveva visto sincerità, nella richiesta e nello sguardo di quel giovane; forse Gesù aveva capito che davvero questo giovane cercava ciò che è buono, ciò che è davvero buono, il “bonum” dei latini, il Bene supremo, la cosa più importante della vita. E l´ha capito ancor di più dopo aver verificato di persona che non era uno che si accontentava delle due o tre cosette scritte nei comandamenti, perché quelle non gli bastavano più, voleva altro, voleva “ereditare la vita eterna”. Gesù ha capito di avere di fronte a sé qualcuno che faceva sul serio, che voleva andare in profondità, e allora il suo sguardo su di lui si riempie di amore, perché l´unico modo che Dio conosce per entrare nel cuore dell´uomo è quello di amarlo. E se l´uomo corrisponde a questo sguardo, inizia una profonda amicizia con lui; come fu per Zaccheo, su cui Gesù fissò lo sguardo ottenendone la conversione, o per Pietro, che fissato una prima volta da Gesù, lo seguì sulle rive del mare di Galilea, e guardato una seconda volta dopo averlo rinnegato, sentì l´amarezza del tradimento e contemporaneamente la grazia del suo perdono. Ma quel giorno, quel giovane, non corrispose allo sguardo di Gesù: il suo volto si fece scuro, e deluso e rattristato se ne andò, decidendo di fare a meno del fascino di quel Maestro buono. Aveva già capito tutto, aveva già scoperto tutto di Dio, e non si poteva non amarlo, anche solo per quello. Ma aveva commesso uno sbaglio: aveva pensato che tutto quanto - addirittura la vita eterna - si potesse avere “in eredità” così come aveva ereditato tutte le ricchezze di cui era in possesso. Aveva acquistato o ereditato tutto, nella vita: vuoi che non potesse fare lo stesso con la ricchezza più grande, Dio e il suo Regno? No, perché con Dio non funziona così: Dio non si compra, Dio si ama. Dio non si baratta, Dio si segue. Dio non si mercanteggia, di Dio ci si fida. Dio non gioca al risparmio, Dio spende, spende tutto, addirittura la propria vita per noi. Ma se noi abbiamo in testa di poter possedere Dio come possediamo i beni di questa terra, abbiamo sbagliato di grosso; se pensiamo che Dio è il bene più prezioso perché vogliamo possederlo come nostra eredità, è meglio girare lo sguardo da un´altra parte. Sì, Dio è la nostra eredità, il nostro tesoro più prezioso: ma è un tesoro che si accumula in cielo avendo come unico tesoro, qui in terra, i poveri. E per farlo, occorre guardarlo negli occhi, amarlo come lui ci ama, e fare l´unica cosa che ci chiede, senza “se” e senza “ma”: “Vieni! Seguimi!”.

 
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