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 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

DOMENICA 30 APRILE 2017      notizia del 29/04/2017

Commento per la III Domenica di Pasqua: Lc 24,13-35:Incontro col risorto che illumina le nostre tenebre Vi è mai capitato di aver sognato ad occhi aperti e lavorato per tanto tempo a qualcosa cui avete dedicato tutto voi stessi con sacrificio e affetto, intravedendone poco a poco la graduale realizzazione, per poi assistere al crollo di tutto sotto il vostro sguardo? Se vi è successo, allora possiamo avvicinarci anche noi ai due discepoli che retrocedono mesti da Gerusalemme, conversando su quanto di tragico vi era accaduto. Possiamo immaginare i loro sentimenti, le loro domande, le loro pause, possiamo comprendere il loro discutere che cerca di spiegarsi qualcosa sulle vicende occorse. Sarebbe rimasta una delle solite sterili discussioni umane, se Gesù in persona (Lc 24,15) non li avesse raggiunti in quel cammino fatto di conversazioni senza sbocco. E´ bello pensare che Gesù ci raggiunge nel nostro smarrimento, laddove il nostro cuore non sa darsi risposte, laddove indietreggiamo difronte ai drammi che ci capitano nella vita, è bello sapere che continua a camminare con noi malgrado la nostra persistente cecità: ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo (Lc 24,16). Il viandante risorto provoca una fermata con una domanda circa il loro discutere. Accende un dialogo semplice che fa uscire dai loro cuori la tristezza (Lc 24,17), la personale interpretazione dei fatti, la speranza delusa oramai appartenente al passato: noi speravamo (Lc 24,21); ma, soprattutto, la loro totale incertezza difronte all´annuncio delle donne che hanno trovato la tomba vuota. E´ così che lavora il Signore. Camminando con noi, dapprima ci porta a conoscere tutte le ritrosie e le resistenze che ci abitano. Perché è così che siamo fatti noi, dapprima piuttosto scettici difronte a quanto altri testimoniano di aver visto e udito e a quanto ci comunica la stessa parola di Dio. Stolti e lenti di cuore a credere (Lc 24,25): questa è la nostra carta identità quando è priva dell´aiuto del Pellegrino che mai ci abbandona. Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria? (Lc 24,26): questa è la parola su cui si infrangono i nostri ragionamenti e le nostre attese errate, le nostre equivoche immagini di Dio e ogni altra ricerca che vogliamo condurre da noi stessi. Perché Signore, bisognava che soffrissi? Perché Signore questa necessità per te e per noi? Il Risorto non dice perché, ma invita i due discepoli a ritornare con Lui sulle Scritture: lì, nel libro sacro della parola di Dio, era già predetta questa storia d´amore sofferta e solo apparentemente sconfitta. Anche oggi Gesù ci invita a ritornare sulle Scritture, perché tutto quanto è stato detto è per Lui e in vista di Lui: esse sono la roccia incrollabile su cui appoggiarci se vogliamo che la nostra fragilissima fede cresca e non venga meno. Così, quando rispondiamo sempre più a questo suo invito, ci ritroviamo a invitare noi stessi il Signore perché continui a parlarci restando insieme a noi (Lc 24,29). Il cammino della fede è una discesa nell´oscurità del nostro cuore per poi scoprire, più avanti, che il Vivente è capace di stare con noi anche nelle nostre tenebre. La sua parola ci trasmette la luce vittoriosa che guarisce la nostra cecità spirituale e ce lo fa riconoscere sempre presente con noi, soprattutto alla tavola dove facciamo memoria del suo dono d´amore: l´Eucarestia. E anche se a causa della nostra intermittenza ci sembra talvolta di perderlo di vista (Lc 24,31), il fuoco acceso nel nostro cuore dalla sua parola ci rassicura e ci aiuta a confermarci l´un l´altro (Lc 24,32). L´incontro con il Risorto cambia la direzione del nostro cammino, ci converte a ripercorrere la sua stessa strada facendoci superare le nostre paure (Lc 24,33), ci riunisce ai nostri fratelli che condividono con noi la stessa inaudita sorpresa: davvero il Signore è risorto (Lc 24,34). Chi lo ha incontrato non può tacere, perché sente il bisogno di raccontare con gioia quello che il Signore ha fatto nella propria personale storia (Lc 24,35).

DOMENICA 23 APRILE 2017      notizia del 22/04/2017

Commento per la II Domenica di Pasqua : Gv 20,19-31 Perché crediamo? Domenica della Divina Misericordia, così ha voluto intitolare san Giovanni Paolo la seconda domenica dopo Pasqua, o domenica in albis (deponendis), come la chiamavano gli antichi, in ossequio all´uso prescritto ai neobattezzati, di deporre la veste bianca con la quale erano stati rivestiti otto giorni prima, la notte di Pasqua. Chi non conosce il capolavoro di Caravaggio che rappresenta Tommaso apostolo, mentre letteralmente infila un dito, anzi due, nella ferita aperta del costato di Gesù... Michelangelo Merisi delinea aspetti teologici interessanti, traducendoli in forme e colori, segno che aveva intuito la verità profonda nascosta e al tempo stesso espressa nell´ultimo capitolo del quarto Evangelo; pardon, penultimo... Gli esperti ritengono che l´ultimo capitolo, il ventunesimo, sia stato aggiunto successivamente: e, in realtà, le ultime parole del Vangelo di oggi costituiscono una conclusione solenne dell´opera di Giovanni: "Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome." Il gesto liturgico di deporre la veste bianca sta a significare che la Grazia del Battesimo era, è ‘scesa´ nel profondo del nostro intimo, è stata assimilata e non ha più bisogno di essere manifestata esteriormente con un abito particolare. Ciò che conta è vivere la Grazia del Battesimo nella vita quotidiana: "l´abito non fa il monaco"... la divisa, il vestito - compreso quello della sposa! - non solo non proteggono dalla tentazione di conformarci alla mentalità di questo mondo, come scrive san Paolo ai cristiani di Roma (Rm 2), ma costituisce ‘solo´ un segno, un simbolo: come tale, allude ad una realtà complessa, che sta dietro e dà senso al simbolo stesso; diversamente sarebbe una finzione; fingere di credere, credere in astratto, credere a parole, ma non nei fatti, è il peccato più grave che possiamo commettere! Giovanni lo mette in luce ripetutamente, presentando il conflitto tra Gesù e i farisei: il Figlio del falegname li chiama appunto ipocriti, coloro che fingono... Tanto vale dirlo; in parecchie circostanze, commentando fatti e persone, anche noi abbiamo detto: "Se non vedo, io non credo!". Ormai è storia vecchia: ‘credere´ e ‘vedere´ sono due azioni che insieme non possono stare, né l´una può conseguire all´altra. Non possiamo affermare: "io credo perché ho visto di persona!": l´evidenza di un fatto esclude automaticamente l´atto di fede. Ecco perché il Signore ci ricorda che si crede (soltanto) quando non si può vedere. Dobbiamo scegliere: vedere, oppure credere. E dobbiamo chiederci perché crediamo! Nella fede, gli automatismi funzionano poco, niente... Intendiamoci, possiamo anche decidere di non credere: e questo il Signore lo sapeva, questo il Signore lo sa. La fede è un atto libero della volontà: non si può forzare nessuno a credere; Dio non ci obbliga a credere in Lui, a credere nella Sua risurrezione, a credere nella Sua presenza tra noi, dentro e fuori di noi. E, con buona pace delle mamme e delle nonne, non è un motivo sufficiente per credere, compiacere il loro desiderio religioso, legittimo, per carità, ma del tutto inutile... Credo in Cristo, per Cristo, per nessun altro: credo perché l´ho conosciuto, perché ho imparato ad amarlo, nonostante la fatica di credere e di amare qualcuno che non vedo e che non sento. Un particolare della vicenda di Tommaso apostolo mi ha sempre fatto pensare; e non si tratta di un dettaglio... Mi riferisco al fatto che il Risorto si fa riconoscere dalle sue ferite: il mistero della risurrezione supera, certo, il supplizio della croce, con tutto il suo carico di dolore fisico, di vergogna spirituale e psicologica - il rifiuto da parte del popolo, i tormenti dei soldati, gli scherni dei dottori della Legge, l´umiliazione... -; tuttavia niente della Passione può essere annullato dalla gloria della Domenica di Pasqua! Addirittura, il quarto Evangelo utilizza il verbo ‘glorificare´ - il Padre glorifica il Figlio, e nel Figlio, (il Padre) glorifica se stesso - nel significato di ‘innalzamento´... In altre parole, Gesù riceve Gloria dal Padre nel momento in cui dà la vita per noi, manifestando a quale punto, oltre quale limite può giungere l´amore del Padre suo: amare il mondo senza fermarsi davanti a niente e a nessuno, significa amarlo anche se il mondo non ricambia l´amore, anche se volta le spalle a Dio, anche se alza le mani contro Dio, anche se uccide Dio... Per questo i segni della passione non possono rimarginarsi, né scomparire dalle mani, dai piedi e dal costato di Cristo.... Per prima cosa, perché Gesù è diventato il Cristo proprio in forza di quei segni. E poi perché quei segni sono efficaci oggi, come in quel tempo, oggi, come nell´ora della nostra morte.

15 aprile : SABATO SANTO      notizia del 15/04/2017

Sabato Santo: h. 8.30 Lodi - h. 22.30 inizio della veglia, madre di tutte le veglie e SS. Messa di Resurrezione Il terzo giorno del Triduo Pasquale è il Sabato santo che commemora la discesa agli inferi di Nostro Signore Gesù. Gesù resta negli inferi per un breve tempo compiendo la sua vittoria sulla morte e sul diavolo, liberando le anime dei buoni e giusti morti prima di lui apre loro le porte del Paradiso. Compiuta tale missione, l´anima di Gesù si ricongiunge al corpo nel sepolcro: e ciò costituisce il mistero della risurrezione, centro della fede di tutti i cristiani, che verrà celebrato nella seguente domenica di Pasqua. Questo giorno è dunque incentrato sull´attesa dell´annuncio della risurrezione che avverrà nella solenne veglia pasquale. Viene professato da alcuni Simboli antichi e tuttora dalla preghiera eucaristica, quale annuncio di salvezza per ogni uomo: nessuno è escluso dalla salvezza che Dio ha preparato per gli uomini in Cristo, nessuno è smarrito, Dio si fa solidale anche nella morte

VENERDI´ 14 : VENERDI´ SANTO      notizia del 14/04/2017

Venerdì santo. h. 8.30 Lodi - h. 15.00 Via Crucis - h.19.00 Ricordo della Passione di Gesù La Chiesa con la meditazione della passione dei Cristo e con l´adorazione della Croce commemora la sua origine dal fianco del Signore, che sulla croce intercede per la salvezza di tutto il mondo. In questo giorno non si celebra l´Eucaristia. Il sacerdote e i ministri si recano all´altare in silenzio, senza canto né musica, fatta la riverenza all´altare, si prostrano in terra; questa prostrazione, come rito proprio di questo giorno, assume il significato di umiliazione dell´uomo terreno e partecipazione alla sofferenza di Cristo. La Croce è al centro di questo giorno e della celebrazione: la Croce, infatti, è narrata nella liturgia della Parola, mostrata e celebrata nell´adorazione del Legno e ricevuta, quale mistero di salvezza, nella Comunione eucaristica. La celebrazione della passione di Cristo fa emergere proprio questa ricchezza del simbolo della Croce: morte e vita, infamia e gloria. Tre aspetti, tra gli altri, possono essere oggetto di particolare cura: la Liturgia della Parola di questo giorno ci fa capire come il Venerdì santo non è un giorno di lutto, ma di amorosa contemplazione dell´amore del Dio Padre, per purificare e rinnovare nel suo sangue l´alleanza sponsale. Nella prima lettura ascoltiamo il IV canto del servo del Signore, disprezzato e reietto dagli uomini. Ma è più di tutto nel racconto della Passione del Signore secondo il Vangelo di Giovanni che emerge la glorificazione di Cristo, la sua esaltazione sulla croce, il compimento dell´Ora in cui la nuova alleanza viene sancita in modo definitivo da Dio nel sangue del vero Agnello pasquale. la Preghiera Universale in forma tradizionale «per il significato che essa ha di espressione della potenza universale della passione del Cristo, appeso sulla croce per la salvezza di tutto il mondo». La salvezza per l´uomo credente, tribolato ed oppresso, è proprio il frutto che pende dall´albero della croce. l´Adorazione della Croce da svolgersi «con lo splendore di dignità che conviene a tale mistero della nostra salvezza». In questa articolata sequenza rituale la Croce è al centro dell´attenzione: non è semplicemente un´immagine da guardare, ma in quanto portata, velata e velata, contemplata e baciata, entra in contatto con i corpi e i vissuti dei fedeli. Un´esecuzione veloce e maldestra di questo momento impedirebbe quel coinvolgimento totale della persona che si qualifica come autentica professione di fede, espressa nella pluralità dei linguaggi

Giovedì santo ...13 aprile 2017      notizia del 13/04/2017

h. 19.00 Santa Messa in Coena Domini: istituzione dell´Eucaristia e lavanda dei piedi. La chiesa rimarrà aperta fino alle 24 per l´adorazione eucaristica :non vi è la necessità di fare " le 7 chiese" è più importante fermarsi in una e fare una meditazione e preghiera più prolungata...piuttosto che affannarsi e correre da una parte all´altra

DOMENICA 9 APRILE: DOMENICA DELLE PALME      notizia del 08/04/2017

Commento alla Domenica delle Palme : (Mt 26,14-27,66 ) dal tradimento al perdono Due segni e simboli importantissimi nella liturgia cattolica oggi ci guidano nella riflessione sui testi della parola di Dio di questa domenica delle Palme o di Passione: questi segni sono il ramoscello d´ulivo che benediciamo e che ci scambiamo in segno di pace e la croce, su cui viene inchiodato il salvatore del mondo, nostro Signore Gesù Cristo. L´uno e l´altro segno ci immergono nel mistero della Pasqua e ci offrono l´opportunità di ripensare la nostra vita alla luce di questi due segni distintivi di ogni vero cristiano: la palma e la croce. La palma indica il martirio e la croce è di fatto il martirio. E qui parliamo dell´unico vero martire della storia dell´umanità che è il Figlio di Dio, messo a morte dalla cattiveria dell´uomo. Il vero ed unico innocente della storia oggi si offre a noi nella gioia dell´accoglienza per il suo ingresso in Gerusalemme che, come ci racconta il Vangelo di Matteo, è un´accoglienza festosa e massiccia, data la straordinaria partecipazione del popolo a questo evento di Gesù Messia e Figlio di Davide che entra nella città santa per celebrare la sua nuova, eterna e vera Pasqua. Nell´esortazione iniziale che il sacerdote rivolge ai fedeli prima della benedizione delle palme ci viene ricordato che l´assemblea liturgica della Domenica delle Palme "è preludio alla Pasqua del Signore, alla quale ci stiamo preparando con la penitenza e con le opere di carità fin dall´inizio della Quaresima. Gesù entra in Gerusalemme per dare compimento al mistero della sua morte e risurrezione". Ed un monito ben preciso sul quale è opportuno meditare oggi e nei prossimi giorni, ma soprattutto sempre, specialmente nei momenti della sofferenza e della prova che non mancano in nessuna persona e in tutte le situazioni della vita: Quindi, noi tutti, accompagniamo con fede e devozione il nostro Salvatore nel suo ingresso nella città santa, e chiediamo la grazia di seguirlo fino alla croce, per essere partecipi della sua risurrezione". Accogliere, accompagnare e condividere, sono i tre verbi e le tre azioni che come cristiani siamo chiamati a vivere in questa domenica delle Palme o di Passione e lo facciamo alla luce della parola di Dio che ci parla del sacrificio di Cristo Crocifisso. Ci aiuta in questo nostro impegno spirituale, la preghiera della colletta di questa speciale domenica: "Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa´ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione". La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, ci presenta l´immagine del messia atteso da Israele con i connotati della sofferenza e dei patimenti. E´ il cantico del servo sofferente di Javhè scritto dal profeta Isaia che, tanti secoli prima di Cristo, si immerge nel mistero del dolore e della croce di nostro Signore Gesù Cristo, riportando al centro della nostra preghiera, contemplazione e missione, proprio il Messia Crocifisso: "Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi". Esattamente tutto quello che patirà Gesù durante il processo, la condanna e il suo viaggio al Calvario, fino a morire sulla croce per l´umanità. E lui non si è tirato indietro, non ha opposto resistenza e come agnello mansueto è andato al Calvario per salvare l´umanità. Egli è l´agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Egli è Colui che dalla croce si rivolge al Padre per chiedere misericordia e perdono per tutti noi, come ci ricorda il Salmo 21, che Gesù stesso prega sulla croce e fa suo per noi tutti: "Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo. Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori. Si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte. Lungo il calvario, ai piedi del Crocifisso si verificheranno esattamente tutte queste. La scrittura è compiuta in tutto per tutto, anche nei minimi particolari di quanto era stato previsto e preventivato circa il vero Messia e Salvatore d´Israele. D´altra parte San Paolo Apostolo, che viene dalla formazione biblica, sapeva e conosceva benissimo i testi sacri riferiti al Messia attesa da Israele e nel suo celebre inno Cristologico della Lettera ai Filippesi, fissato in uno dei testi più ricchi, belli ed espressivi del suo epistolario, parla di Gesù in un modo così esplicito, circa la sua natura e la sua missione, che possiamo utilizzarlo nella nostra catechesi sul mistero della passione e morte in croce del Redentore: "Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l´essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini". Pertanto, in ragione della sua umiltà e della sua oblazione, "ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre". Nel racconto della Passione, tratto dall´evangelista Matteo, possiamo, oggi, andare a fondo del mistero del dolore, della croce e della redenzione che Gesù ha portato a compimento nella sua passione e morte in croce. Dal tradimento di Giuda, fino alla morte in croce, l´evangelista ci porta a vivere l´ultimo giorno della vita di Gesù, partendo proprio dall´ultima cena, condivisa con i discepoli nel cenacolo, durante la quale, Gesù, disse apertamente che uno dei dodici l´avrebbe tradito. Poi l´istituzione dell´eucaristia come memoriale della sua Pasqua. E a seguire tutti gli altri eventi che contrassegneranno la preghiera nell´orto del Getsemani, l´arresto, il rinnegamento di Pietro, i vari maltrattamenti, il processo, la condanna, il viaggio al calvario, la crocifissione, la morte in croce, la deposizione dalla croce e la sepoltura, in attesa degli eventi che si speravano e si nutrivano fortemente nel cuore di Maria, la sua tenerissima Madre Addolorata, nei suoi discepoli e nella gente nel cui cuore la sofferenza di Gesù aveva suscitato la fede e una risposta d´amore, come il buon ladrone che chiede al Signore che sta per morire ingiustamente, di ricordarsi di lui quando entrerà nel suo regno. E la promessa, divenuta certezza per lui, della misericordia infinita di Dio e della gloria del paradiso. Sul grande mistero della morte in croce di Gesù c´è poco da dire, scrivere, commentare, illustrare, specificare, andare nei dettagli, fare esegesi e contestualizzare il tutto al tempo, ai luoghi, alle persone, alle situazioni politiche, geografiche o di altra natura, ma c´è una sola cosa da fare: mettersi in ginocchio, pregare, chiedere perdono e soprattutto chiedere la forza di accettare con santa rassegnazione alla volontà di Dio le nostre piccole o grandi croci, le nostre delusioni, le nostre amarezze, la stessa prova della morte di persone care o a noi vicine che, come Gesù, sono salite sul patibolo del dolore e nel silenzio hanno portato la loro croce, fino a morirci, come Gesù, inchiodate su di essa, senza proferire lamento o ribellarsi ai disegni del Cielo. Gesù Crocifisso sia il nostro costante riferimento e soprattutto il nostro vero ed unico maestro nel vivere e morire in amicizia con Dio. In questo modo, palma e croce potranno camminare insieme, essere portate nelle nostre mani e sulle nostre spalle, non per liberarcene quanto prima, ma valorizzandole come vie vere di salvezza per noi e per i nostri fratelli, come ci ha dato l´esempio Colui che si è abbassato fino a noi e ha portato la croce per tutti noi, Gesù nostro Signore. Concludo con una preghiera di Carlo Maria Martini: Ti chiediamo, Signore Gesù, di guidarci in questo cammino verso Gerusalemme e verso la Pasqua. Ciascuno di noi intuisce che tu, andando in questo modo a Gerusalemme, porti in te un grande mistero, che svela il senso della nostra vita, delle nostre fatiche e della nostra morte, ma insieme il senso della nostra gioia e il significato del nostro cammino umano. Donaci di verificare sui tuoi passi i nostri passi di ogni giorno. Concedici di capire, in questa settimana che stiamo iniziando, come tu ci hai accolto con amore, fino a morire per noi, e come l´ulivo vuole ricordarci che la redenzione e la pace da te donate hanno un caro prezzo, quello della tua morte. Solo allora potremo vivere nel tuo mistero di morte e di risurrezione, mistero che ci consente di andare per le strade del mondo non più come viandanti senza luce e senza speranza, ma come uomini e donne liberati della libertà dei figli di Dio

DOMENICA 2 APRILE 2017      notizia del 01/04/2017

Commento V Domenica di Quaresima : Gv 11,1-45 : Togliere le pietre che ci separano dalla Vita SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Venga glorificato Tutto il Vangelo di Giovanni ha un punto di attrazione, un orientamento di tutti gli avvenimenti raccontati come delle parole del Signore; questo punto di attrazione è indicato a volte come «l´ora» e a volte come «gloria» o glorificazione: è la manifestazione piena dell´Amore che si manifesterà sulla croce nella morte e resurrezione. È l´ultimo «segno» di una lunga serie che è iniziata a Cana di Galilea in cui è anticipato nel dono del vino il dono manifestato sulla croce quando dal fianco trafitto ne uscì sangue e acqua (Gv 19,34). Anche la malattia dell´amico Lazzaro non è per la morte. Contrariamente alle nostre ansietà rispetto alle situazioni di malattia, di disagio fisico, al bisogno di soluzioni rapide Gesù temporeggia; noi misuriamo il tempo nell´ottica della cronologia, nel susseguirsi degli avvenimenti, Gesù misura il tempo come Kairos, momento opportuno (Gli antichi greci avevano due parole per il tempo, chronos e kairos). L´atteggiamento rallentato quando ci sarebbe stato bisogno e sollecito quando è accaduto l´inevitabile esprime il senso del racconto successivo: suscitare la Fede e agire per amore dell´amico a rischio della vita. Gesù non ha fretta, tutto il racconto usa tempi lenti: il viaggio, la sosta fuori del villaggio, l´incontro con Marta prima e con Maria poi, il turbamento e il pianto. Gesù sa attendere i tempi di ciascuno, nel dipanare del chronos, quello che interessa è l´opportunità (Kairos) di aprirsi alla fede e alla vita che è per sempre. Credi questo? Di fronte alla morte rimaniamo sempre senza parole, quando non tiriamo fuori parole di convenienza o ci rifugiamo in formule di condoglianza ormai prive di senso. La morte lascia attoniti, riduce al silenzio, anche perché nella morte delle persone a cui vogliamo bene è anticipata la nostra morte. I giudei erano in casa con lei a consolarla, le parole di Gesù, invece, non sono consolatorie entrano nel profondo della vita per darne un´altra dimensione: la fede nella vita che è per sempre. Noi non viviamo per morire, ma per vivere. La vita che abbiamo ricevuto ha come prospettiva l´eternità. Togliete la pietra! Tra la vita e la Vita - non è un gioco di parole - ci sono un´infinità di ostacoli, il più difficile da capire e da superare è la morte, con tutte le sue varianti e declinazioni. La morte non è un fatto istantaneo ma la compagna costante di tutta la vita: la malattia, il decadimento fisico, il dolore, le sofferenze, il distacco... sembra quasi che siamo dominati dalla morte al punto da affermare che si vive per morire. I riti per la sepoltura, la cura delle tombe, l´architettura cimiteriale tutto ci parla di una morte tenuta "strettamente" lontana; è certamente un ossimoro il mantenimento di una distanza da cui non riusciamo ad allontanarci; Gesù comanda di togliere la pietra di separazione, nonostante la reticenza e la paura di Marta, di sciogliere i piedi e le mani legati con bende. Il passaggio dalla morte alla vita non è immediatamente comprensibile, va capito e calato nell´esistenza, chiede la responsabilità della vita che oggi stiamo progressivamente perdendo [droga, suicidio, omicidio, aborto, eutanasia, pena di morte...], chiede una consapevolezza capace di attenuare le indecisioni, superare i dubbi, bloccare le reticenze, ricomprendere la relazione con noi stessi e con Dio. La pietra più difficile la togliere è quella che ha trasformato il cuore: toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne (Ez 36,26).

DOMENICA 26 marzo 2017      notizia del 25/03/2017

Commento IV Domenica di Quaresima ( Laetare) Gv 9,1-41: la vera cecità è dentro di noi...nel cuore e nell´anima SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Ogni volta che si rilegge il Vangelo del cieco nato non si può non restare stupiti di fronte all´atteggiamento dei farisei, messo in rilievo anche dall´ironia con la quale l´evangelista Giovanni lo dipinge. Hanno di fronte un cieco nato che ha ritrovato la vista, ma non esprimono nessuno stupore. Fin dall´inizio c´è in loro un rifiuto implacabile e ostinato di fronte a quello che è appena avvenuto. Era noto a tutti che questo mendicante fosse cieco e non un impostore, eppure i farisei cercano strenuamente di negare questa evidenza. Chiamano i genitori, pur sapendo che questi non sono liberi di dire la verità a causa della minaccia di espulsione dalla sinagoga che pesava su tutti coloro che riconoscevano in Gesù il Messia. Interrogano dunque, ma non vogliono udire la sola risposta che corrisponde alla verità. Continuano a negare i fatti anche durante il secondo interrogatorio del cieco guarito. Alla fine, come sempre in questi casi, non potendo negare oltre i fatti, non potendo sopportare la schiacciante evidenza dell´accaduto, decidono di sopprimere colui che ne è la prova vivente - ricorrono alla violenza, espellono il cieco nato dalla sinagoga. Come si può qualificare questo accanimento dei farisei, questa negazione dell´evidenza, questo rifiuto di vedere i fatti se non come il vero accecamento? La cecità non è quella del cieco nato, ma quella dei farisei che non vogliono accettare che Gesù sia il Messia. I farisei sono accecati perché hanno già deciso che Gesù non può esserlo, non deve esserlo, perché non corrisponde ai loro criteri: non rispetta il sabato, non viene dalle scuole rabbiniche giuste (di lui non sappiamo di dove sia), non è nato nel posto giusto (il messia non può venire da Nazareth). E poi, naturalmente, vedono in Gesù una minaccia, perché critica fermamente le derive di cui si sono resi colpevoli e che li hanno condotti a sostituire le loro tradizioni alla Parola di Dio. Quindi i farisei sono accecati perché hanno già deciso che Gesù non può essere il messia, perché costituisce una minaccia per il loro potere, per la loro posizione nella società. D´altra parte, la prima lettura presenta il profeta Samuele che ha già in mente come deve essere un re per governare in nome del Signore e per questo fatica a riconoscere colui che è stato effettivamente scelto. Malgrado sia un profeta sinceramente desideroso di fare la volontà di Dio, anche lui è se non accecato, almeno, diremmo noi, abbagliato. Si lascia distrarre dai suoi criteri umani: l´eletto deve essere il primogenito della famiglia, il più imponente, colui che più ispira rispetto, fisicamente il più forte. Vi è dunque un fattore che accomuna i farisei e Samuele, cioè sia gli ipocriti che coloro che cercano Dio sinceramente: entrambi non possono fare a meno di lasciarsi condizionare dalla loro idea di come Dio deve agire o piuttosto di come agirebbero loro se fossero Dio. Questo è ciò che li acceca. Ma le letture di oggi ci offrono anche delle chiavi per resistere a questo meccanismo irresistibile di idolatria, a questa logica mondana, a questa cecità. Vediamo prima di tutto cosa succede con Samuele. Egli è un profeta, cioè un portavoce di Dio, non perché è infallibile, non perché non sbaglia mai - visto che proprio in questa lettura lo vediamo errare. Samuele è un portavoce di Dio perché sa che neanche lui è immune dall´idolatria, malgrado il fatto che, nel nome del Signore, costantemente la denunci. L´umile, l´uomo di Dio, è colui che non nega la propria idolatria, che non crede che per essere uomo di Dio si debba essere perfetti. Quindi, proprio perché ha questa coscienza della propria idolatria, del proprio peccato, della propria fallibilità, è una persona umile, che verifica cioè costantemente quello che crede essere volontà di Dio. Il profeta - e potremmo aggiungere il cristiano- non è colui che ha la verità, perché la verità non la possiede nessuno, perché la verità non è una cosa che si possiede. Guai a chiunque, a qualsiasi livello, credesse di possedere la verità, perché a quel punto prenderebbe il posto di Dio. La verità è qualcosa che occorre costantemente discernere nell´umiltà e nella preghiera. La verità è qualcosa che si riceve ad ogni istante. Samuele è un uomo di Dio perché, se non può fare a meno di entusiasmarsi per un candidato, allo stesso tempo conserva l´orecchio aperto a quello che gli dice il Signore. Il primo antidoto contro l´idolatria è dunque questa umiltà che viene dalla coscienza della propria debolezza e che si traduce in ascolto permanente del Signore. Ma abbiamo bisogno poi del Vangelo per renderci conto che alla fine, di fronte alla cecità causata dall´idolatria, il solo rimedio efficace è il miracolo. Solo Gesù può aprirci gli occhi, per farci vedere non solo la verità in generale, ma per permetterci di percepire lui, di credere in lui. La ricerca della volontà di Dio, la capacità di discernere l´azione, la presenza di Dio nella storia sono un miracolo permanente Né chi è stato ordinato presbitero, né chi occupa posti di responsabilità nella Chiesa, neppure il papa, nessuno possiede automaticamente o permanentemente questa capacità. Anche i papi, quando devono esprimersi su questioni particolarmente gravi, consultano, riflettono e soprattutto pregano. Questo vuol dire che anche loro, anzi soprattutto loro che hanno il carisma di pronunciare la parola dirimente nel nome di Dio, sanno che si tratta non di una capacità che si possiede, ma di un dono da mendicare attraverso l´ascolto e attraverso la preghiera.

III DOMENICA di Quaresima: 19 marzo      notizia del 18/03/2017

III Domenica di Quaresima: Gv 4,5-42 Gesù fonte di vita e d´amore Vuoi riannodare i fili di un amore? Gesù, maestro del cuore, ci mostra il metodo di Dio, in uno dei racconti più ricchi e generativi del Vangelo. Gesù siede stanco al pozzo di Sicar; giunge una donna senza nome e dalla vita fragile. È l´umanità, la sposa che se n´è andata dietro ad altri amori, e che Dio, lo sposo, vuole riconquistare. Perché il suo amore non è stanco, e non gli importano gli errori ma quanta sete abbiamo nel cuore, quanto desiderio. Questo rapporto sponsale, la trama nuziale tra Dio e l´umanità è la chiave di volta della Bibbia, dal primo all´ultimo dei suoi 73 libri: dal momento che ti mette in vita, Dio ti invita alle nozze con lui. Ognuno a suo modo sposo. Dammi da bere. Lo sposo ha sete, ma non di acqua, ha sete di essere amato. Gesù inizia il suo corteggiamento (la fede è la risposta al corteggiamento di Dio) non rimproverando ma offrendo: se tu sapessi il dono... Il dono è il tornante di questa storia d´amore, la parola portante della storia sacra. Dio non chiede, dona; non pretende, offre: Ti darò un´acqua che diventa sorgente. Una sorgente intera in cambio di un sorso d´acqua. Un simbolo bellissimo: la fonte è molto più di ciò che serve alla tua sete; è senza misura, senza fine, senza calcolo. Esuberante ed eccessiva. Immagine di Dio: il dono di Dio è Dio stesso che si dona. Con una finalità precisa: che torniamo tutti ad amarlo da innamorati, non da servi; da innamorati, non da sottomessi. Vai a chiamare colui che ami. Gesù quando parla con le donne va diritto al centro, al pozzo del cuore; il suo è il loro stesso linguaggio, quello dei sentimenti, del desiderio, della ricerca di ragioni forti per vivere. Solo fra le donne Gesù non ha avuto nemici. Il suo sguardo creatore cerca il positivo di quella donna, lo trova e lo mette in luce per due volte: hai detto bene; e alla fine della frase: in questo hai detto il vero. Trova verità e bene, il buono e il vero anche in quella vita accidentata. Vede la sincerità di un cuore vivo ed è su questo frammento d´oro che si appoggia il resto del dialogo. Non ci sono rimproveri, non giudizi, non consigli, Gesù invece fa di quella donna un tempio. Mi domandi dove adorare Dio, su quale monte? Ma sei tu, in spirito e verità, il monte; tu il tempio in cui Dio viene. E la donna lasciata la sua anfora, corre in città: c´è uno che mi ha detto tutto di me... La sua debolezza diventa la sua forza, le ferite di ieri feritoie di futuro. Sopra di esse costruisce la sua testimonianza di Dio. Un racconto che vale per ciascuno di noi: non temere le tue debolezze, ma costruiscici sopra. Possono diventare la pietra d´angolo della tua casa, del tempio santo che è il tuo cuore. Concludo oggi questa mia riflessione sulla parola di Dio con una preghiera, che si ispira al testo del vangelo di questa domenica: Con Te Gesù, al pozzo di Giacobbe "Signore dammi da bere parole vere, fatte di tenerezza, amore e misericordia verso tutti i fratelli della terra. Signore, fa´ che la mia vita, alla luce della tua parola e del tuo insegnamento, possa immettersi sulla strada del Vangelo, avendo il coraggio di rompere con i tanti muri che ho innalzato nel mio cuore per non fare entrare l´Amore, il tuo Amore. Fa´, o Gesù, che ogni mio comportamento sia ispirato all´amore universale e sia accogliente verso tutti, senza preclusione nei confronti di nessuno. Tu Gesù sei la sorgente dell´acqua vera che zampilla per la vita eterna e della quale io non potrò fare a meno in eterno, specialmente quando più dura si fa la lotta per l´esistenza e per il raggiungimento della salvezza eterna. Ancora una volta, o Gesù, ti chiedo di invitarmi ad accostarmi al pozzo della tua misericordia per assaporare l´infinita gioia di vivere di Te, con Te e per Te. nella pace del cuore e della mente. Amen.

II DOMENICA DI QUARESIMA ..12 marzo      notizia del 11/03/2017

Commento per la II Domenica di Quaresima ( Mt 17,1-9): la forza di mantenere davanti il progetto di vita ...per realizzarla Una delle cose più brutte quando si cammina in montagna, soprattutto quando si è stanchi e appesantiti dalla fatica o dallo zaino, è cadere di faccia, senza riuscire a parare il colpo con le mani. È sufficiente un po´ di ghiaietta o un sasso sporgente e si va giù... come dei salami! E poi la ferita brucia, proprio perché accentuata dalla stanchezza, dalla fatica, dal sudore. A volte, ci si sfigura anche in volto. Proprio come fa la vita, con ognuno di noi. Chi più chi meno, presto o tardi, tutti quanti veniamo sfigurati dalla vita: sarà anche solo per il peso degli anni, oppure per i sacrifici sopportati pur di non perdere il poco lavoro che si ha (quando lo si ha), oppure - molto più verosimilmente - per le malattie e le sofferenze, per quel "male di vivere" che ti lacera, ti fa cadere col volto a terra e ti fa pensare che è finita... magari, lo fosse! Perché, di brutto, c´è pure il fatto che al male pare non esserci mai fine. La vita è in continua salita: un passo dopo l´altro, si è sempre in cammino verso un alto monte. Certo, non siamo soli: qualcuno cammina con noi, ma pure lui fa fatica. E dire che è una fatica necessaria, anche se non desiderata. Se non fai la fatica di camminare, rimarrai sempre allo stesso punto; se non fai la fatica di salire, ti può anche capitare di perdere la magia di alcuni momenti che solo sulla vetta di un alto monte puoi sperimentare. Quando raggiungi la vetta di una montagna, ancor più in giornate limpide e celestiali come quelle che stiamo vivendo qui, in questi giorni, anche quella pietra che lungo il cammino ti ha fatto inciampare e sbattere con la faccia a terra sparisce dai ricordi, perché lo spettacolo che ti si apre davanti ti fa dimenticare di essere sfigurato e ti fa andare oltre, ti fa "trasfigurare". Dall´alto di un monte, vedi ciò che nella nebbia della pianura non riesci nemmeno a immaginare; dall´alto di un monte, la natura ti sovrasta e ti fa sentire un puntino microscopico nell´universo; dall´alto di un monte, ti senti talmente potente che, respirando a pieni polmoni, ti sembra di fare entrare dentro di te non solo l´aria fresca e salutare dei venti dell´altura, ma le montagne stesse, gli alberi, le sorgenti d´acqua, gli animali del bosco, il sole, le nuvole....l´universo intero e la sua ricchezza, dentro di te, in un istante! Altro che "ricchezze e regni della terra" offerti al Figlio di Dio la scorsa domenica, ancora su un alto monte, da chi, in cambio, gli esigeva adorazione: qui in cima, camminando con le mie gambe, senza che un tentatore qualsiasi mi ci trasporti, ho molto, molto di più! Però mi devo sfigurare e trasfigurare. Sfigurare dal dolore e trasfigurare di gloria; sfigurare di fatica e trasfigurare di luce; sfigurare, cadendo faccia a terra, e trasfigurarmi, entrando nella nube dove, pur non vedendo nulla, mi lascerò guidare dalla tua voce. Perché l´alto monte su cui tu ci conduci per mostrarci il tuo destino di gloria non è come l´alto monte del tentatore: anche quello mostra un destino di gloria, una gloria apparentemente facile, fatta di potere e ricchezza, ma che si acquista a prezzo della propria anima. La tua gloria, invece, si raggiunge nella fatica della salita, cadendo faccia a terra, come anche tu salirai sul monte fuori della città santa, e cadrai con la faccia a terra, prima di essere innalzato nella gloria. È comodo fare tre tende per fermarci a contemplare la tua gloria, soprattutto quando ti chiami Pietro, a cui hai dovuto dare del "satana" per evitare che ti impedisse di salire sulla croce; o quando ti chiami Giovanni, o Giacomo, i quali vogliono sedersi uno alla destra e una alla sinistra nella gloria del tuo regno. No, nessuna tenda, né per te, né per il profeta zelante né per l´eroico legislatore dell´Esodo: il regno di Dio si costruisce giù, a valle, dove cadremo ancora, chissà quante volte, con la faccia a terra. E ancora una volta tu ci afferrerai per mano, e ci dirai: "Coraggio, alzatevi e non temete". Il cammino continua, è appena agli inizi: ma oggi abbiamo intuito quale sarà la meta.

I Domenica di Quaresima 05 marzo 2017      notizia del 04/03/2017

Commento I Domenica di Quaresima : Mt 4,1-11 l´impegno e lo sforzo di diventare adulti nella fede Quello che il Signore Gesù ci ha proposto nel vangelo di domenica scorsa, è sostanzialmente cercare una vita da figli e fratelli tra noi, nella solida certezza che abbiamo un Dio Padre/Madre che sa benissimo di cosa abbiamo bisogno: cercate il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. La Quaresima appena scoccata aiuta a focalizzare se ci troviamo dentro questa ricerca, o se siamo ancora saldamente guidati da satana, mentre c´illudiamo di seguire Gesù. Perché il racconto delle tentazioni subite da Cristo è icona di ogni discepolo sottoposto alla necessità di verificare sempre la propria sequela. Notate subito come il nemico avanzi le sue proposte, quasi fossero scelte migliori per conseguire l´obiettivo del proprio cammino: se sei Figlio di Dio... Le tentazioni ci piombano addosso in 2 modi quando si cerca il bene: o rubandoci il desiderio di cercarlo con lo scoraggiamento ("non ce la faccio!..."), oppure facendocelo cercare nel modo sbagliato. Il male si propone sempre a fin di bene o si presenta comunque (apparentemente) come un progetto di bene. Nella vita non basta avere intenzioni di bene. Un proverbio udito da un sacerdote molti anni fa mi si è impresso nella mente: "la strada che conduce dritto alla dannazione è costellata di buone intenzioni". Bisogna che ci si chieda con quali mezzi, in che modalità si vogliono realizzarle. E qui troviamo una netta distinzione tra la strategia satanica e quella di Dio che si svela, negli opposti obiettivi, in maniera progressiva. 1° tentativo (vv.3-4): il diavolo propone a Gesù, dopo un lungo digiuno, di soddisfare il proprio bisogno materiale di mangiare. Suggerisce di approfittare del suo essere di Dio trasformando le pietre in pane. Vorrei innanzitutto chiarire che sicuramente il Signore, dopo aver superato le tentazioni, si sarà fatto una bella mangiata! Qui non si tratta di dimostrare che con Dio si può fare a meno di mangiare. Si tratta di chiarire dove si vuol collocare il principio di vita dell´uomo. Se la mia vita coincide con il mio benessere, allora il pane e tutto ciò che lo può preservare/consolidare diventa un assoluto. Tutto ciò che può garantirlo è giustificabile e giustifica ogni altro tipo di scelta a margine. Da questa prospettiva mi chiedo se la chiesa nel mondo occidentale non sia caduta e rimasta immersa in questa tentazione. Prendete il recente caso di quel confratello di una Diocesi veneta che si scopre avere una doppia vita. Di giorno parroco, di notte organizzatore di orge. Siamo chiamati a non giudicare il peccatore, ma a farci un chiaro giudizio sul peccato: che segno dei tempi che viviamo è? Ebbene, a quanti tra i parrocchiani avvicinati è stato chiesto cosa si pensasse in merito, colpisce che si sia levata una difesa generale (anche dal sindaco) del prete, "perché è uno che ha fatto molto per la cittadinanza, ha costruito la casa parrocchiale in montagna, ha fatto il campo sportivo per l´oratorio, organizzava eventi, sapeva parlare alla gente, era un trascinatore, ecc. ecc.". Cioè, "ha fatto tante opere per noi, quindi è giustificabile/passabile quel che viveva, in fondo siamo uomini...". E´ vero, siamo uomini e quindi fragili. Ma è questa la missione del sacerdote? E´ quella di garantire senz´altro un bel campo di calcio o di pallavolo per i ragazzi? Quella di soddisfare comunque il bisogno di sicurezza delle famiglie, aumentando il grado di comfort e di intrattenimento per tutti? E´ quella di offrire una disponibilità assoluta per venire incontro a ogni altro bisogno del popolo? O non è forse quella di manifestare, con la sua stessa vita, le parole di Gesù: non di solo pane vivrà l´uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio? 2° tentativo (vv.5-7): osservate come il diavolo spinga Gesù dal deserto alla città santa. Che significa? Che le tentazioni non ci mollano nemmeno quando ci si trova in luoghi religiosi o comunque attorniati dal sacro. Anzi, qui si fanno più sottili. Anche satana fa il teologo di mestiere! Lo porta sul pinnacolo del tempio e lo invita a fare l´esperienza di essere sorretto dagli angeli di Dio con tanto di citazione biblica (Sal 91,11-12). Non è forse lui il Figlio che si fida della parola del Padre? Allora si faccia visibile a tutti questa fiducia totale! Si renda visibile a tutti chi egli è!...E´ la tentazione del Dio che deve rispondere alle attese religiose dell´uomo, perché questi possa garantirsi di averlo sempre dalla propria parte. E´ la tentazione di ridurre la presenza di Dio allo spazio dove avviene il miracoloso. E´ la tentazione della religione visibile, spettacolare, fatta per rispondere all´ansia di sicurezza che induce a cercare sempre segni di conferma divina. E´ la tentazione di avere Dio sotto controllo per asservirlo ai propri vantaggi, anche spirituali. E´ la pretesa sottile di essere sempre ascoltati da Dio invece di ascoltare Lui e verificare se le mie pretese sono in linea con i suoi disegni. E´ la tentazione di...mettere alla prova Dio invece di sottoporci liberamente alle prove che permette! Un esempio semplice? Prego Dio cercando di comperarmelo con mille preghiere, digiuni e altri sacrifici per qualcosa di buono che desidero: ad es. la guarigione dalla malattia di qualcuno che amo. Ma la persona non guarisce. Segno che, o non è ancora arrivato il tempo della guarigione (perché il bene della persona non coincide con la sua salute), oppure nella malattia il Signore vuole manifestare il segno inconfondibile della sua vittoria che sarà sempre sulla Croce: cosa da non dare assolutamente per scontata, vista la facilità con cui noi spostiamo Dio dove c´è sempre la salute e il successo! Non tenterai il Signore Dio tuo: Dio non si può comperare, né mettere alla prova; di Lui bisogna imparare a fidarsi! 3° tentativo (vv.8-11): il diavolo porta Gesù su un monte altissimo. Notate bene: prima sulla parte più alta del tempio, adesso sulla sommità di un monte. Satana offre sempre il suo regno con il fascino e l´ebbrezza che gli sono propri. Il potere e il dominio sugli altri, la vanagloria del possedere sempre più in questo mondo al prezzo dell´adorazione del suo Dio. Quanti adoratori di satana in giro anche se non lo sanno! Qui, in questa tentazione, si vede dove vuole arrivare il diavolo. Vuole sostituirsi a Dio offrendo all´uomo una falsa gloria, una falsa felicità, un falso regno. Alla fine, egli è soltanto il grande truffatore! Tutto quello che offre all´uomo è soltanto apparente e non gli da la vita. Quando arriverà la morte (ma spesso anche prima di essa) i suoi doni si riveleranno per quello che sono: una menzogna. L´uomo non porterà via niente con sé da questo mondo. Gesù respinge con decisione la tentazione. Il suo regno è il capovolgimento e la rovina di quello del diavolo. Il suo essere Re si è rivelato sul trono della Croce, dove manifesterà la sua libertà assoluta da satana nel servizio d´amore a tutti, senza dominare nessuno. Il suo essere Re si è sprigionato dalla tomba da cui si è rialzato, perché l´amore di Dio non inganna e non delude il desiderio di vita infinita dell´uomo. Le tentazioni non sono un episodio isolato della vita di Gesù, non lo sono neanche per noi. La vita è una palestra in cui siamo continuamente tentati e quindi addestrati. Noi normalmente pensiamo che se non ci fossero (e se non ci fossero anche le cadute...) la nostra vita sarebbe migliore e più bella. Invece ci imbrogliamo. Le tentazioni, soprattutto quando ci sentiamo assaliti da esse, sono la dimostrazione che ci stiamo opponendo al male. Buon impegno quaresimale!

MERCOLEDI´ DELLE CENERI      notizia del 01/03/2017

NORMATIVE PER IL DIGIUNO QUARESIMALE: l pentimento si accompagna a certe norme di comportamento, che un tempo forse erano più sentite, appunto, e forse addirittura temute… E che oggi non sono certo state abolite. Per il Mercoledì delle Ceneri, infatti, sono sempre previsti il digiuno e l’astinenza dalle carni, previsti anche per il Venerdì Santo, cioè il giorno in cui Gesù è morto. Digiuno” non vuol dire “non mangiare”: è l’obbligo per tutti i fedeli tra i 18 e i 60 anni (salvo in caso di malattia) di fare un unico pasto nella giornata; l’astinenza dalle carni, invece, impone (ai fedeli tra i 14 e i 60 anni in buono stato di salute) di non consumare né carne (rossa e bianca) né cibi costosi o ricercati; sono permessi, invece, pesce, uova e latticini. Il menù semplice vale tutti i venerdì L’astinenza dovrebbe essere seguita ogni venerdì nel tempo di Quaresima e tutti i venerdì dell’anno, a meno che non cadano nelle feste di precetto. In questi ultimi, che rimangono comunque giorni penitenziali, è possibile sostituire l’astinenza con qualche altra opera di penitenza, preghiera o carità. Le singole prescrizioni sono importanti, è evidente. Tuttavia, quello che è sempre necessario ricordare è che più in generale la Quaresima è un momento in cui i cristiani devono, più che in ogni altro, coltivare uno stile di vita improntato alla sobrietà e all’apertura verso gli altri. Non a caso, la Conferenza Episcopale Italiana (l’assemblea di tutti i vescovi) nelle sue “disposizioni normative” del 1994 ha invitato anche a moderarsi nelle spese in beni alimentari, nel fumo e nell’alcol, nelle spese destinate alle feste popolari (e soprattutto a quelle religiose), nel lavoro frenetico che non lascia tempo per riflettere e pregare, nel consumo eccessivo di televisione e altri mezzi di comunicazione che può creare dipendenza e ostacolare o addirittura impedire la riflessione personale e il dialogo in famiglia… Se è vissuta con un atteggiamento consapevolmente penitente, la Quaresima diventa davvero un tempo di rinnovamento per la Chiesa, le comunità e i singoli fedeli, ma soprattutto, un tempo di grazia e di attenzione agli altri. Perché, dice il Pontefice, quando “noi stiamo bene e ci sentiamo comodi, certamente ci dimentichiamo degli altri”

DOMENICA 26 FEBBRAIO      notizia del 25/02/2017

Commento per la VIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) : Mt 6,24-34: Dire il nostro Amen, il nostro SI´ ad un Dio che si prene cura di noi Una delle parole ebraiche che maggiormente conosciamo e usiamo nella Liturgia è certamente "Amen". L´abbiamo generalmente tradotto con "Così sia", ovvero come affermazione di certezza, di certificazione di quanto abbiamo ascoltato, vissuto, celebrato, proclamato: è un modo semplice ed efficace di dire che "abbiamo fatto nostro qualcosa", l´abbiamo assimilato. E in genere, lo diciamo delle cose di Dio: anzi, mi viene quasi da dire che lo diciamo di Dio stesso. Dio è il nostro "Amen", il nostro "sì", la nostra "sussistenza", ciò in cui abbiamo posto la nostra fiduciosa certezza. Ma la Parola di Dio ci dice che nella nostra vita non abbiamo solo Dio come nostro "Amen": ci capita spesso, infatti, di dire "Amen" a molte altre cose, a volte antitetiche allo stesso Dio. Ricorderete certo che il brano che abbiamo letto oggi nella vecchia traduzione usava un termine (che tra l´altro è l´originale trascrizione greca di un termine ebraico) che ci faceva sorridere, ma che poi è entrato nel nostro lessico comune, forse per alcune assonanze con parole che richiamano l´abbondanza: "Non potere servire Dio e Mammona" (oggi a ragion veduta tradotto con "ricchezza"). Chi è "Mammona"? Da dove salta fuori? Senza dubbio, nella tradizione ebraica "Mammona" è divenuta la concretizzazione quasi personificata di un concetto che fa parte piacevolmente ma anche drammaticamente della nostra vita, ossia quello di ricchezza, quello dell´insieme dei beni materiali, spesso e volentieri oggetto compulsivo dei nostri desideri, spinto al punto da volerne accumulare sempre di più, fino a trovarci nell´abbondanza, nella "Mammona", una sorta di certezza di stabilità, avendo assimilato la quale non abbiamo nulla da temere per la nostra vita. Una specie di "Amen", ci verrebbe da dire, simile e antitetico all´Amen che diciamo a Dio. Sennonché, in ebraico, "amen" e "Mammona" hanno proprio la stessa radice etimologica, ovvero indicano originariamente lo stesso concetto: la stabilità, la fiducia incondizionata, la nostra sussistenza. "Mammona" è certamente la ricchezza; "Mammona" è certamente anche un "Amen": per analogia, quasi per fatale sillogismo, anche la ricchezza può divenire un "Amen". E come diciamo "Amen" a Dio, diciamo "Amen" anche a Mammona-ricchezza. Come se i due "Amen" fossero compatibili. Ma Gesù, nel Vangelo di oggi, è categorico: "Non potere servire Dio e la ricchezza". Non possiamo, in definitiva, dire a entrambi "Amen": o l´uno o l´altro, non c´è via di mezzo. Qual è il nostro "Amen"? Qual è il mio, il tuo, l´"Amen" di ciascuno di noi? Dove poni la stabilità della tua vita, la certezza delle cose che fai? Nei tuoi beni materiali? Nel frutto delle tue fatiche? Nella ricchezza - si spera la più possibile onesta - che hai accumulato in una vita di lavoro? Fallo pure: sappi che Dio non potrà più essere il tuo "Amen". Aut - aut: o ti affidi a Dio, o ti affidi alla ricchezza. Perché così? Gesù ce lo spiega in dieci versetti attraverso la penna di Matteo, che di "Amen" detti alla ricchezza se ne intendeva. Tutto parte dallo spirito delle Beatitudini, che proclamava "beati i poveri in spirito" proprio sulla base del loro affidarsi completamente a Dio e alla logica del Regno. Dobbiamo, quindi, fare affidamento non su ciò che possediamo e accumuliamo per noi stessi, ma su ciò che, possedendolo, condividiamo con gli altri. E Gesù ci chiede di fare questa scelta perché, nella misura in cui noi ci prendiamo cura degli altri, anche Dio si prende cura di noi: e lo fa veramente, perché se per ribadire questo concetto Gesù dice per ben tre volte "non preoccupatevi", stiamo pur certi che ci sta dando non una speranza in un domani migliore (per il quale non è il caso di affannarsi...è già pesante l´oggi, manca anche di pensare al domani... "il domani si preoccuperà di se stesso"), ma una certezza assoluta in un presente che ha senso solo se gettato nelle grandi braccia della Provvidenza di Dio, talmente amorevoli che possono addirittura essere più grandi e rassicuranti dell´amore di una mamma per il suo bimbo (per riprendere Isaia nella prima lettura). La prova di tutto questo? Semplicissimo: è sufficiente guardare gli uccelli del cielo e i fiori del campo, che vivono senza bisogno di affannarsi per mangiare o per essere rivestiti di bellezza. Attenti, però, a non fare di questo richiamo alla natura una sorta di "pseudo francescanesimo", oppure assimilarlo al naturismo "hippies" degli anni della nostra gioventù. Nulla di tutto questo, anzi: in quegli "uccelli del cielo che non seminano e non mietono", la Bibbia non vedeva teneri passerotti da prendere tra le mani accarezzandoli, bensì li relegava alla categoria degli animali "inutili", perché non servivano per il lavoro dei campi, e pure le loro carni non erano certo un´opportunità per sfamare un clan o una famiglia. In quei "gigli del campo che non faticano e non filano" ci sarà pure l´immagine della bellezza e dei colori, ma non il simbolo della stabilità e della durata nel tempo, visto che erano fiori che duravano giusto l´arco di una giornata e poi diventavano "erba del campo da gettare nel forno", perché spesso all´epoca venivano utilizzati come combustibile alla stregua della legna secca. Eppure, anche dietro di loro c´è la presenza provvidente di Dio. Quindi, se Dio si preoccupa delle cose inutili ed effimere della Creazione, volete che non si occupi del vertice della Creazione, di colui che ha creato a sua immagine e somiglianza? È una domanda dalla risposta scontata: e allora, iniziamo a dare per scontato anche il nostro "Amen" a Dio, invece di continuare a pensare che la ricchezza è il nostro "Amen", e che senza l´accumulo dei beni materiali non possiamo vivere bene. Per fortuna, sta arrivando la Quaresima...ci voleva, una bella iniezione di essenzialità!

DOMENICA 5 FEBBRAIO      notizia del 04/02/2017

Commento della Domenica : Essere luce e sale del mondo: Mt 5,13-16 SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 Le letture di oggi mettono al centro l´immagine della luce. La metafora della luce ci è utile per capire le condizioni per svolgere la missione e qual è il contenuto della missione. La luce, come tale, non si vede, le onde luminose sono fuori della portata visiva, noi vediamo gli oggetti illuminati. Essere luce, di per sé, vuol dire essere invisibili. Noi non siamo fonte di luce, perché la luce è da Dio, nella metafora usata da Gesù, che dice: "Vedano le vostre opere buone e rendano gloria a Dio". Lui è la fonte, Lui è la luce. La luce illumina gli ambiti oscuri e richiede trasparenza interiore. ISAIA 58, 7-10 La prima lettura elenca proprio gli ambiti dove la luce deve apparire. E´ un testo del secondo Isaia. A Gesù è molto caro questo profeta dell´esilio, che aveva raccolto diversi scritti e li aveva aggiunti poi al libro del profeta Isaia. Gesù ha maturato la sua scelta messianica proprio sulla falsariga di questo profeta, che ha anticipato i tempi: in fondo molte proposte fatte da Gesù sono lo sviluppo di queste intuizioni del profeta dell´esilio, di cui non sappiamo neppure il nome, ma che ha scritto parole luminose. "Spezza il tuo pane con l´affamato, introduci in casa tua i miseri senza tetto, vesti chi è nudo. Allora la tua luce sorgerà come l´aurora". E poi dopo dice: "Se toglierai in mezzo a te l´oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se offrirai il pane all´affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà tra le tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio". E´ molto chiaro questo discorso: la luce deve pervenire là dove c´è miseria, dove c´è oppressione, dove c´è morte, dove c´è persecuzione. Gesù tradurrà molto bene tutto questo nelle beatitudini, che abbiamo visto domenica scorsa. E le beatitudini, l´abbiamo visto, indicano proprio ambiti verso i quali l´azione di Dio è rivolta, verso i quali la luce deve risplendere. Più che sulla base personale è rivolto a tutti, al popolo: cioè l´affamato, il perseguitato, il povero, l´emarginato è un male di tutta la società, per cui l´impegno di dedicare la propria vita è per il bene di tutti. Se io curo solo il mio bene, se mi interesso solo della mia comodità, della mia ricchezza, io opero contro il bene comune e quindi poi si riversa sui più deboli, i più incerti, i più emarginati. Per questo l´azione salvifica è rivolta agli ultimi, ai poveri. Quindi la luce deve essere rivolta dove c´è oppressione, ingiustizia, dove ci sono le tenebre. In Giudea forse mancano guide credibili, non ci si intende, non c´è amalgama sociale. Il profeta avverte la necessità di intervenire, Dio stesso glielo ordina. Il Signore non chiede il digiuno religioso, ma un´autentica conversione, che si manifesti in nuove relazioni di giustizia sociale e di misericordia verso i poveri e i miseri. Il risultato complessivo di cui Israele godrà è espresso con il simbolo della luce: "Allora brillerà nelle tenebre la tua luce, la tua oscurità sarà come il meriggio". Altre volte i profeti erano intervenuti contro un culto a Dio senza connessione con la giustizia verso i piccoli e i poveri, ma l´anonimo discepolo di Isaia assegna un ruolo di segno e di luce di coerenza religiosa in una comunità disgregata e disorientata dei rimpatriati in Giudea. Quando non si è in situazioni ben organizzate e di maggioranza, con relative guide etiche e religiose, quando si è in diaspora e in minoranza, è assai urgente che ciascuno assolva al ruolo di segno e di "luce" verso gli altri. MATTEO 5, 13-16 Nella prima lettura di oggi, ci dice che il fedele è luce perché cammina nella gloria del suo Signore e la manifesta al mondo mediante le opere. Matteo riprende qui lo stesso concetto: il cristiano è luce del mondo perché segue Cristo, che è la luce del mondo e perché come Cristo, agisce e perciò illumina. C´è una seconda metafora: il sale, che serve solo se è usato, esattamente come la luce, che serve se si pone in alto. Il cristiano deve dare testimonianza al mondo, illuminare chi è nelle tenebre avvicinandolo così al Padre. Al cristiano non è consentito vivere il rapporto con Dio come un fatto privato o soltanto interiore. Tra il dire e il fare non ci dev´essere frattura, altrimenti è una farsa la nostra vita. Siamo il sale della terra? La luce del mondo? In che senso? Il sale dà sapore, la luce permette di vedere chiaro. Quale sapore dare alla vita? Quale chiarezza per il mondo? La vita di tante persone oggi si svolge nella noia, nella depressione, nella fuga in divertimenti spossanti o in un lavoro che funge da alibi all´assenza di senso. Come ridare sapore e luce al grigio uniforme di queste esistenze? Il vangelo è capace sì o no di cambiare una vita? Eppure pochi vedono nella fede la fonte di senso e di illuminazione; anzi, generalmente il credo che professano ogni domenica incide poco o niente nel loro quotidiano. E´ davvero un Dio un po´ noioso quello dei buoni praticanti! Quando una volta, in una sede aziendale, si è parlato di dimensione contemplativa dell´esistenza, degli atei hanno chiesto alla relatrice se questa realtà fosse aperta ed accessibile anche a loro. La gente cerca sicurezza e trova sette, ha sete di senso e trova il nostro moralismo. A causa della nostra insicurezza di gente di poca fede, abbiamo soffocato dentro regole fredde il fuoco acceso da Cristo. E pensare che basterebbe scoprire il Bene presente in tutto, anche in ciò che vediamo negativo e credere che dipende da noi aprire spazi nuovi! Ma gli uomini depressi del nostro tempo, come troveranno la strada della salvezza, se nessuno dice loro la propria esperienza con il linguaggio di tutti? "Come potranno credere, senza aver sentito parlare del Signore?", dice san Paolo. A suo tempo, san Domenico fondò un Ordine religioso destinato a predicare la verità, Francesco chiese al papa di poter proclamare il vangelo sulle piazze, perché la gente era prigioniera di teorie ingannevoli: nessuno più era in grado di parlare di Dio in modo semplice. Neppure oggi gli uomini conoscono il sapore della vita perché Dio non è annunciato con parole che trovano eco nella loro mentalità. "Essere pronti a dar ragione della speranza" esige scoprirsi salvati attraverso l´esperienza dolorosa della "spina nella propria carne" e della compassione, maturata in un approfondimento rigoroso e assiduo alle cose di Dio. Sarà mai possibile annoiarsi studiando l´Amore, la Verità, la Bellezza? Il nostro tempo ha bisogno di predicatori che abbiano portato la Parola nel cuore e l´abbiano talmente elaborata da poterla restituire carica di vita agli uomini con le parole d´oggi. Oggi tocca a noi portare il messaggio d´Amore a chi ci passa a fianco, con le parole che escono dal cuore, ma soprattutto con la nostra vita, non è semplice ma ciò che ci conforta è non siamo noi la fonte, non siamo noi il bene che si esprime con il nostro amore, non siamo noi la giustizia che tentiamo di introdurre nei progetti, non siamo noi la ricchezza di vita che si esprime nella fraternità, nella comunione con gli altri: siamo solo il riflesso di una Realtà molto più grande.

Presentazione al tempio di Gesù      notizia del 02/02/2017

Oggi si ricorda la Presentazione del Signore (Candelora) SS. Messa h. 18.00 «Oro puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo lo tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele» (Luca 2, 29-31). Questa festa è chiamata con svariati nomi, ciascuno dei quali ricorda un fatto avvenuto in questa giornata in cui la Sacra Famiglia ci diede l´esempio della più perfetta ubbidienza. Iddio nell´Antico Testamento aveva prescritto che ogni figlio primogenito fosse consacrato a Lui in memoria del beneficio fatto al suo popolo quando tutti i primogeniti degli Egiziani perirono sotto la spada dell´Angelo sterminatore risparmiando invece gli Ebrei. Un´altra legge poi ordinava che ogni donna ebrea si presentasse al Tempio per purificarsi, quaranta giorni dopo la nascita del bambino, oppure dopo ottanta, se era una figlia, portando alcune vittime da sacrificarsi in ringraziamento ed espiazione. Siccome le due cerimonie potevano compiersi tutte due assieme, Giuseppe e Maria portarono Gesù alla città santa, quaranta giorni dopo il Natale. Benché Maria non fosse obbligata alla legge della purificazione, poiché Ella fu sempre vergine e pura, tuttavia per umiltà ed ubbidienza volle andare come le altre. Ubbidì poi al secondo precetto di presentare ed offrire il Figlio all´Eterno Padre; ma l´offrì in modo diverso dal come le altre madri offrivano i loro figliuoli. Mentre per le altre madri questa era una semplice cerimonia. senza timore di dover offrire i figli alla morte, Maria offrì realmente Gesù in sacrificio alla morte. poiché Ella era certa che l´offerta che allora faceva doveva un giorno consumarsi sull´altare della croce. Giunti nel recinto del tempio venne loro incontro un vecchio venerando di nome Simeone, uomo giusto e pio, a cui lo Spirito Santo aveva promesso che non sarebbe morto prima d´aver mirato il Salvatore del mondo. Illuminato dal cielo aveva riconosciuto che il figlio di Maria era appunto l´aspettato delle genti. Presolo fra le braccia nell´entusiasmo della riconoscenza esclamò: « Or lascia, o Signore, che il tuo servo, secondo la tua parola, se ne vada in pace... »: poi benedisse i genitori del Bambino dicendo a Maria: « Ecco Egli è posto a rovina e resurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione; ed anche a te una spada trapasserà l´anima ». Maria istruita nella Sacra Scrittura aveva già intravvisto tutte le pene che doveva patire il suo Figlio. e nelle parole di Simeone ne ebbe la dolorosa conferma. Maria a tutto acconsente. e con mirabile fortezza, offre Gesù all´Eterno Padre, ma la sua anima fu in quel momento attraversata da una spada. Fatta l´offerta come prescritto dalla legge del Signore, Maria e Giuseppe ritornarono nella Galilea, alla loro città di Nazaret. E il Bambino cresceva e si fortificava pieno di sapienza, e la .grazia di Dio era con Lui.

DOMENICA 29 Gennaoi 2017      notizia del 28/01/2017

ommento IV Domenica del T. O. (Anno A) Mt 5,1-12 : Invitati a guardare le cose con gli occhi di Dio Comincia oggi, per continuare le prossime domeniche, la lettura della parte del vangelo secondo Matteo designata come "il discorso della montagna". Sono tre capitoli che riuniscono vari insegnamenti di Gesù; tre capitoli, in cui si espone una vera rivoluzione nel modo di pensare; la più grande, perché sposta l´ottica dal piano puramente naturale, terreno, a quello soprannaturale. In altre parole, qui si invita a guardare le cose e i fatti con gli occhi di Dio, a valutarli secondo il metro suo. Lo evidenzia già il brano iniziale del discorso, quello appunto che si legge oggi, imperniato sulle otto beatitudini (Matteo 5,1-12). Beati i poveri in spirito, gli affamati di giustizia, i non violenti, i misericordiosi, i puri di cuore, i perseguitati, quelli che si adoperano a mettere pace... Insomma l´opposto dei prepotenti, dei violenti, degli immorali, dei litigiosi di cui è pieno il mondo, come anche le cronache attestano. Per molti sono proprio questi ultimi, tutti protesi ad affermare sé stessi e i propri interessi, i modelli da seguire; i primi sono ritenuti sciocchi, illusi, rinunciatari: in una parola, deboli. Qui più che mai è in gioco la fede; l´invito di Gesù ad andare contro corrente comporta la fede, vale a dire il fidarsi di lui, che sa meglio di noi che cosa è meglio per noi. In proposito, una stretta consonanza con il vangelo si trova oggi nella seconda lettura. L´apostolo Paolo scrive ai cristiani di Corinto (1,26-31): "Quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio". In altre parole, per realizzare il suo piano di salvezza per l´umanità, Dio ha scelto proprio i deboli, i disprezzati, i senza importanza. Si capisce allora perché Dio abbia lanciato i suoi messaggi al mondo moderno servendosi spesso di persone sconosciute in vita (per esemplificare, Santa Teresa di Gesù Bambino, Charles de Foucault), o poverissime (Teresa di Calcutta), e persino ignari fanciulli (come a Lourdes o a Fatima). A ben guardare, tuttavia, questo stile divino è cominciato con lo stesso Salvatore, che agli occhi del mondo ha concluso la sua vita sulla croce, cioè nel modo più ignominioso e fallimentare: i potenti e i "furbi" di allora hanno creduto così di togliere di mezzo quel guastafeste, e invece la sua opera è dilagata nel mondo intero. E lo si è sempre visto anche nei suoi seguaci: quando le loro opere si sono basate sulle risorse umane (vedi le crociate, l´inquisizione eccetera) sono risultate fallimentari, mentre quando hanno affrontato il mondo con le povere armi della parola e dell´esempio, confidando solo in Dio, la loro apparente sconfitta o insignificanza ha portato alla fede un numero incalcolabile di uomini. Ne sono esempio i martiri, i missionari, gli innumerevoli religiosi e laici che in famiglia o in piccole comunità sperdute sono stati e sono umili, deboli e spesso sconosciuti strumenti nelle mani di Dio. Hanno accettato di esserlo, non basando la propria vita sulle risorse umane della ricchezza, del potere o della cultura, ma servendosi di queste risorse, se ne disponevano, e in ogni caso delle altre risorse di cui ogni uomo dispone (intelligenza, energie fisiche, tempo e così via), le hanno usate secondo la Sua volontà, riconoscendo di averle ricevute da lui: per questo, spiega l´apostolo, nessuno può vantarsene. Continuando, Paolo ricorda ai Corinzi che Dio ci ha dato il suo Figlio: e lui è per noi la vera sapienza, lui ci rende graditi al Padre, ci dà la possibilità di vivere per lui e ci libera dal male; perciò, come sta scritto nella Bibbia (Geremia 9,22-23), chi vuole vantarsi, si vanti per quello che ha fatto il Signore.

III Domenica T.O 22/01/17      notizia del 21/01/2017

Commento di Domenica 22 gennaio: Seguimi! Dio Ha bisogno di pescatori di umanità in tutte le periferie con cui veniamo a contatto. (Mt 4,12-23) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 Venite dietro di me. Detta così, senza lucine, senza aureole, senza musichetta d´ambiente. E lui non è questo guru carismatico che smuove le folle. È uno che è scappato perché teme di fare la fine del Battista. Ma non torna a Nazareth, non si chiude nelle grotte sperando di non essere scoperto. Hanno ucciso il Battista, certo, e non tira certo una buona aria per profeti e affini. Ma lui osa, lascia casa, si insedia in questo piccolo borgo di pescatori diventato importante perché diventato una zona di confine. Confine fra i regni di due dei figli di Erode, in un luogo che già era considerato un confine fra credenti e pagani, fra giudei e pagani, confine segnato da quel grande lago la cui sponda orientale era in mano ai pagani. Venite dietro di me. Dice a quei pescatori tornati a casa dopo una faticosa notte di lavoro. E lo guardano perplessi, senza sapere bene cosa fare, loro, abituati alle notti insonni, al legno che odora di pece, alle reti da sistemare e il pesce da vendere appena sbarcati. Venite dietro di me. Proprio quando dovrebbe stare in silenzio e buono, senza farsi riconoscere, senza cercare compagni. Ma così è Dio. Brucia. Venite dietro di me. Sguardi Vede due fratelli. Poi altri due. Sembrano pescatori, sono identificati, come noi, da ciò che fanno. Gesù vede oltre, il suo sguardo legge oltre l´apparenza. Simone il cocciuto non sa ancora di essere Pietro. Giovanni non sa ancora di essere un boanerghes, capace di far tuonare la Parola. Nemmeno noi sappiamo bene cosa siamo finché non ci mettiamo alla sequela del Signore, finché non abbiamo il coraggio di lasciare tutto, di osare, di credere, di vedere anche noi ciò che Dio solo vede. Il meglio di noi stessi. Il meglio di me. Venite dietro di me, ci ripete, oggi, il Signore. Anche se non ne siamo degni, anche se abbiamo affondato i nostri sogni nel profondo del mare dell´abitudine, anche se ci siamo rasseganti a restare con le reti vuote. Venite dietro di me, ci dice colui che ci conosce fino in fondo. Il solo, forse, che ci conosce. Il solo che ci ama senza condizioni, senza misura, senza tentennamenti. Si fida di noi, di me. Potrebbe farne a meno, ma chiede il nostro aiuto. Il mio. Ha un obiettivo, il Signore, andare a Zabulon e Neftali. Le prime due tribù cadute sotto il dominio degli Assiri, secoli prima. Terre perdute. Periferie della storia, inutili e dannose, sporche e compromesse. Ha bisogno di pescatori di umanità in tutte le periferie con cui veniamo a contatto. Forse non partiremo mai per le missioni estere. Né troveremo tempo e coraggio per fare volontariato. E la nostra vita si consumerà tutta intorno a quella piccola barca, senza trovare veramente il coraggio di andare. Ma che importa? Se sapremo tirar fuori tutta l´umanità che portiamo nel cuore. Lasciando la casa di nostro padre, cioè le nostre esperienze precedenti. Abbandonando le reti, cioè i legami, invece di passare il tempo a riannodarli. Discepoli liberi per creare uomini e donne liberi, infine. Il Regno Venite dietro di me. Per raccontare l´essenziale. Poche frasi, pochi concetti. Dio si è fatto presente, si è reso accessibile, è vicino, si fa vicino, accorgitene, convertiti. Cioè cambia sguardo, prospettiva, direzione, opinione. Cambia perché Dio è diverso e la tua vita è diversa, tu sei diverso. Il Regno si è fatto vicino, è a portata di mano. Il Regno che è la scoperta dell´amore come unica e somma legge che regola l´Universo e le nostre vite. L´amore che regge ogni cosa. E l´amore, allora guarisce. Gesù parla e la sua Parola guarisce, mi guarisce, ci guarisce. Perché è una Parola creativa, nuova e inattesa, gravida e feconda. Così cominciamo questo anno. Da discepoli. Venite dietro di me. Eccoci, Signore, se ancora ci vuoi, fragili e deboli, feriti e claudicanti, eccoci. Pronti a raggiungere le periferie che ti ami abitare, perché, buon Dio!, le conosciamo così bene quelle periferie! Ci abbiamo vissuto da tempo. Le abbiamo esplorate, ci abitano, ci danno identità. Eccoci, Signore, fragili come Pietro e Andrea, come Giacomo e Giovanni, eppure ancora disposti a diventare pescatori di umanità, a far germogliare tutta l´umanità che portiamo nel cuore e che tu hai onorato e santificato diventando uomo. Eccomi

benedizone degli animali      notizia del 17/01/2017

Quesata sera, 17 gennaio, alla SS. Messa delle h.18.00 benedizione degli animali domestici Dato che oggi si pensarà anche a loro ripropongo la bella preghiera, che userò questa sera, che san Basilio scrisse per gli animali nl 370san Basilio scrisse questa preghiera dedicata agli animali del 370 Preghiera in cui sorprendentemente emergono le tematiche moderne riguardo i diritti animali: "Signore e salvatore del mondo, noi ti preghiamo per gli animali che umilmente portano con noi il peso e il calore del giorno. Noi ti preghiamo per le creature selvagge che tu hai creato sapienti, forti, belle; ti preghiamo per tutte le creature e supplichiamo la tua grande tenerezza di cuore perchè tu hai promesso di salvare l´uomo e gli animali e hai concesso loro il tuo amore infinito". "O Signore, accresci in noi la fratellanza con i nostri piccoli fratelli; concedi che essi possano vivere non per noi, ma per se stessi e per Te; facci capire che essi amano, come noi, la dolcezza della vita e ti servono nel loro posto meglio di quanto facciamo noi nel nostro"

SANT^ANTONIO ABATE      notizia del 17/01/2017

Buongiorno a tutti. La Chiesa oggi ricorda Sant´ Antonio Abate Questa sera alle h. 18.00 SS. Messa con la benedizione degli animali Antonio nacque presso Eraclea (Egitto Superiore) nel 251 da nobili genitori, ricchi e timorati di Dio, i quali si presero grande cura di educarlo cristianamente. A soli diciotto anni li perdette, rimanendo egli custode di una piccola sorella e possessore di considerevoli ricchezze. Ma la voce di Dio non tardò a farglisi sentire: era orfano da appena sei mesi, quando in chiesa sentì leggere le parole di Gesù al giovane ricco: « Se vuoi essere perfetto, vendi quanto hai, e dallo ai poveri, così avrai un tesoro nel cielo, poi vieni e seguimi ». Antonio le prese come dette a se medesimo: andò a casa, distribuì le sue sostanze ai poveri, riservandosene solamente una piccola porzione pel mantenimento suo e della sorella. Poco dopo avendo udito le altre parole di Gesù: « Non vi prendete fastidio del domani », diede ai poveri anche il rimanente, pose la sorella in un monastero di vergini, e lui stesso si ritirò a fare vita penitente nel deserto. Quivi si sforzava di praticare le virtù che vedeva praticate da altri santi penitenti, nelle cui cellette spesso si recava per imparare da essi la via della perfezione. Lavorava inoltre per procacciarsi il cibo, e tutto ciò che guadagnava in più lo donava ai poveri. Ma il demonio non poteva sopportare in un tal giovane tanto ardore di perfezione, e cercò tutte le maniere possibili per distoglierlo dal suo intento; ma Antonio si raccomandava caldamente notte e giorno a Gesù, e accompagnava le preghiere con rigorosissime penitenze. Mangiava pochissimo e poverissimamente una volta sola al giorno, dormiva sulla nuda terra, e macerava in ogni modo il suo corpo: ottenne così completa vittoria sul demonio. Dopo un po´ di tempo, pregato un amico che ogni settimana gli portasse qualcosa per cibarsi, si volle appartare maggiormente; si inoltrò nel deserto, si pose in una grotta. Quivi il demonio ricominciò a tendergli le sue insidie, ed una volta venne e lo percosse tanto, che egli fu vicino a morirne; ma benché giacesse per terra sfinito, continuò a pregare e a cantare il versetto del salmo: « Ancorchè eserciti interi siano schierati contro di me, il mio cuore non temerà ». Al demonio poi ripeteva le parole di S. Paolo: « Nulla mai potrà separarmi dalla carità di Cristo ». Volle poi egli segregarsi ancor più dagli uomini, e si inoltrò nel deserto giungendo ad una grande grotta; ma furono tante le istanze che alcuni gli fecero per essere suoi discepoli, che egli li accettò, ed essi incominciarono ad abitare vicino a lui. Ai suoi discepoli il Santo raccomandava continuamente la perseveranza, la custodia del cuore, l´esortazione vicendevole, la pratica delle virtù, e il ricordo quotidiano dei Novissimi. Morì esortando i suoi monaci l´anno 356 al 17 gennaio, in età di 105 anni. Tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la protezione di sant´Antonio, in onore del racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi all´inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori. È invocato contro la peste, lo scorbuto, i morbi contagiosi e appunto l´herpes zoster detto anche "fuoco di Sant´Antonio". I colpiti da questa affezione si recavano in pellegrinaggio presso Arles, dove stavano le reliquie del santo. Fu necessario costruire per loro un ospedale, il quale fu retto da religiosi che avevano come insegna la tradizionale gruccia a forma di "T", attributo del santo. Costoro, per mantenersi, allevavano maiali che vagavano per le strade nutriti dalla carità pubblica, il grasso di questi maialini, infatti, veniva usato per curare lergotismo, chiamato il "fuoco di Sant´Antonio" e il meno invasivo herpes zoster. Quando le ordinanze ecologiche vietarono la libera circolazione delle bestie, fu fatta un´eccezione per questi suini purché distinguibili da una campanella. Per questo il santo è raffigurato con un maialino; da qui la sua protezione su tutti gli animali domestici. È invocato anche per le attività agricole (pare che negli ultimi anni tenesse un orticello; i diavoli, in forma di fiere, glielo devastavano, ma lui li cacciava in nome di Dio) e per quelle di allevamento. Guantai, tessitori, tosatori, macellai, salumieri, confettieri e archibugieri lo tengono come protettore. Anche i panierai, perché il santo, per combattere l´ozio, intrecciava canestri. E i becchini, per la parte da lui avuta nella pietosa sepoltura dell´eremita Paolo. Per certi detti popolari, chi è colpito da sciagura improvvisa "deve aver rubato il porco di sant´Antonio"; gli intriganti e gli scrocconi vanno "di porta in porta come il porco di sant´Antonio".

DOMENICA 15 GENNAIO 2017      notizia del 14/01/2017

Commento per la II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) : Gv 1,29-34 SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 18.00 Ecco l´agnello di Dio Cosa effettivamente abbia detto il Battista vedendo Gesù venire verso di lui non è dato di saperlo, il Vangelo ci dona l´immagine dell´Agnello, assai caro all´evangelista Giovanni che fa coincidere il sacrificio della Croce all´offerta sacrificale degli agnelli per la Pasqua dei giudei. È abbastanza plausibile che l´affermazione del Battista sia più frutto della esperienza pasquale della comunità cristiana che un fatto reale, oltretutto la parola aramaica talià è ambigua e potrebbe indicare sia agnello che servo. Si potrebbe ipotizzare che il Battista avesse l´intenzione di applicare a Gesù l´immagine del Servo di cui ci parla Isaia (Is 42,1-8; 49,1-6; 50,4-9.10; 52,13-53,12), una figura di scelto da Dio che vive pienamente la dimensione del servizio, nell´obbedienza fino alla fine; lascia alla violenza che lo circonda e incombe su di lui di sovrastarlo e umiliarlo ma la sua coerenza è motivo di salvezza. Il peccato del mondo! Prima ancora di cercare di capire il significato del peccato è opportuno notare l´uso del singolare per superare un certo moralismo che tende a individuare peccati in ogni dove, a scoprirne dimensioni e caratteristiche diverse, a alimentarne la casistica. Non interessano le multiformi manifestazioni quanto la radice stessa del peccato, l´atteggiamento di fondo, l´opzione fondamentale dell´umanità. Peccato traduce il termine greco hamartia con il significato di errore fatale, fallimento, mancare il bersaglio. È il fallimento dell´umanità di cui il Servo di Dio si fa carico (cfr. Is 53,4) subendone le conseguenze fino alla morte, rispondendo però con un amore talmente pieno da far fallire la morte nel suo intento. Invece la parola italiana peccato deriva dal latino peccatum che significa violazione, trasgressione, infrazione di una norma stabilita. Si capisce allora come la cultura e l´uso di una lingua possa aver condizionato il senso delle cose. Ancora diverso è il significato del corrispondente ebraico, che appartiene alla cultura dell´evangelista, khata significa smarrirsi, perdere la strada che conduce a Dio. Non possiamo non pensare ai tanti smarriti che il Signore cerca e incontra. Dovremo domandarci l´origine dei tanti fallimenti del genere umano, dei bersagli mancati e degli obiettivi sbagliati. Perché ci lasciamo dominare dall´egoismo, dal potere sulle cose e sulle persone, dalle strade facili; perché siamo attratti dalla trasgressione nelle piccole e nelle grandi cose perdendo di vista ciò che è buono. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (Rm 12,2). Gesù è l´agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Lui ha già fatto tutto quanto era necessario fare. Non c´è da conquistarsi una salvezza tentando di rimanere dentro delle regole o riparare al peccato con penitenze, sacrifici, piuttosto con un nuovo modo di vedere, con un cambiamento di mentalità che ci permette di superare i fatti contingenti e dare un orientamento alla nostra vita. Uno solo è il vero peccato: vivere senza Cristo, e senza il Prossimo, incapaci di lasciarsi amare e di tessere relazioni d´amore. Più che fissarci sui cumuli di peccati che disseminano la vita dovremmo essere affascinati da ciò che ci sta davanti. Io non lo conoscevo Non è possibile che il Battista non sapesse di Gesù e della sua parentela, eppure per due volte ripete io non lo conoscevo. Sembra quasi un ritornello atto a evidenziare, attraverso un prima e un poi, la sua relazione con lui segnata dal battesimo perché egli fosse manifestato a Israele e dalla testimonianza nei confronti di colui che battezza nello Spirito Santo. Il Battista - e con lui l´autore del Vangelo e noi che lo ascoltiamo - non lo conosceva perché si era fermato all´apparenza, non era entrato nella profondità del Cristo, non si era lasciato immergere (battezzare) in Lui. Fermarsi a ciò che sappiamo di lui non basta bisogna entrare nella sua e nella nostra missione e contemplare l´azione dello Spirito. L´esperienza della fede rimane una non-conoscenza che adombra la vita nella sua quotidianità, ma anche una azione che inaspettatamente sa vedere la luce di Dio ed aprirsi alla forza dello Spirito Giovanni lascia alle spalle la sua non conoscenza, guarda lontano, contempla lo Spirito, diventa testimone.

CORSO IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO      notizia del 09/01/2017

Iscrizione al nuovo corso in preparazione al matrimonio Qui o in segreteria sono disponibili le schede per l’iscrizione del nuovo corso in preparazione al matrimonio che inizierà: Venerdì 24 FEBBRAIO alle h.21.00 Nel sito e in segreteria sono disponibili anche le schede per l’iscrizione alla cresima degli adulti

DOMENICA 8 gennaio 2017      notizia del 07/01/2017

Commento alla liturgia della domenica: Battesimo del Signore (Mt 3,13-17) Oggi vorrei chiedermi, insieme a voi, quale differenza c´era tra il battesimo di Giovanni e il battesimo di Gesù. La differenza non è nel rito, perché il rito è lo stesso, i discepoli di Gesù hanno continuato il rito di Giovanni. Hanno aggiunto presto l´unzione con l´olio che indicava l´azione dello Spirito. Quell´anno in cui Giovanni iniziò la sua predicazione era un anno giubilare, di condono dei debiti e di liberazione degli schiavi. Gesù ha iniziato la sua attività proprio in questa prospettiva giubilare, di annunciare la libertà, di realizzare la giustizia, di ristabilire quindi i rapporti secondo le leggi prestabilite e secondo l´ideale della fraternità. Il battesimo di Giovanni indicava una conversione che partiva dall´uomo: erano opere di giustizia che doveva fare l´uomo. Gesù si propone in un´altra prospettiva: non richiama le azioni dell´uomo, quanto l´azione di Dio in noi o la forza dello Spirito, l´azione dell´uomo è l´accoglienza. ISAIA 42, 1-4. 6-7 Questo brano di Isaia fa parte dei canti del Servo del Signore. Il termine "servo" indica un personaggio che ha posto la sua vita a disposizione del Signore. Il personaggio è Isaia, il titolo di servo del Signore gli è stato attribuito da Dio, che dice: ecco il mio eletto, colui che risponde ai miei desideri, colui del quale mi compiaccio, lo sceglie per affidargli una missione, per chiedere un servizio in favore degli altri. L´uomo è rivestito di debolezza, ma quando Dio affida un compito gli dà la capacità di attuarlo. Al Servo dà l´energia divina. Gli è affidato l´incarico di portare il diritto alle nazioni, di far trionfare nel mondo la giustizia, che consiste nella benevolenza e nella salvezza. Come svolgerà la sua missione? Si dice quali comportamenti eviterà. Non adotterà metodi da dominatore. Non si imporrà con la forza, con le minacce di sanzioni. Non griderà, non alzerà la voce. Non sarà intollerante, né intransigente con i deboli. Non condannerà nessuno. Recupererà chi ha sbagliato, invece di annientarlo e distruggerlo, ricostruirà con pazienza e rispetto ciò che sta andando in rovina. Per lui non ci saranno mai casi perduti, situazioni irrecuperabili. Sarà anche tentato dallo scoraggiamento di fronte a un´opera tanto ardua, ma si fermerà saldo e deciso nel portarla a termine e non arretrerà di fronte a nessun ostacolo. Sarà mite ma non debole, non si lascerà intimidire da nessuno. Compito straordinario ma difficile, nel Vangelo è stato applicato a Gesù, plasmato sin dal grembo materno. E´ una missione che diventerà luce per tutte le nazioni del mondo, per tutta l´umanità. Dio non lo abbandonerà mai, lo prenderà per mano e lo accompagnerà in ogni momento della sua vita. Il Servo è chiamato ad aprire gli occhi ai ciechi, a liberare i prigionieri, a tirar fuori dal mondo il peccato. Si intravede la figura di Gesù di Nazareth. MATTEO 3, 13-17 Il breve racconto di Matteo sul Battesimo del Signore comincia dicendo che Gesù "andò dalla Galilea in Giudea da Giovanni, per essere battezzato: con questa formula molto breve, molto semplice, viene descritto un cammino reale che Gesù compie. Pensiamo al battesimo come all´irruzione del divino in Gesù e dimentichiamo il cammino reale che Egli compie, che implica decisione, implica distacco, implica trasformazione. Nel vangelo di Luca leggiamo che Gesù "cresceva in sapienza, età e grazia" e questo è avvenuto realmente con una crescita anche spirituale. Così anche noi che vogliamo assomigliare a Gesù, dobbiamo passare dalla falsità della nostra vita, a una chiarezza interiore, a una trasparenza che consenta all´azione di Dio di riflettersi in noi. "Conviene che adempiamo ogni giustizia", risponde Gesù al Battista, il quale non crede giusto che il Signore venga a farsi battezzare da lui. Quante volte ci ribelliamo davanti a cose, eventi, reazioni, che feriscono il nostro senso della giustizia! Dio invece si incarna in Gesù di Nazareth per introdurre nel nostro mondo un altro senso della realtà, una giustizia che sconvolge la nostra, ma che si rivela essere quella vera, quella che instaura, fin d´ora, il Regno dell´amore. Che cosa è venuto a fare Gesù sulla terra? A salvare l´umanità dal male provocato dalla prigionia in cui l´uomo si è rinchiuso, perché crede di trovare la felicità secondo i suoi criteri. Fatto per l´infinito, l´uomo tuttavia è circoscritto nel tempo, nello spazio, è determinato dalla sua eredità, limitato nella sua conoscenza. Il divario tra il destino infinito e la realtà di creatura dell´uomo disegna lo spazio dove s´insinua il peccato: è il difetto, cioè l´ignoranza del bene, che spinge ciascuno a procurarsi ciò che gli manca, con il rischio di sbagliare, di lasciarsi abbagliare da ciò che luccica, ma che si dimostra poi essere un male. Gesù è venuto ad indicarci la strada del vero bene, che è la vita di Dio offerta dall´umanità, che è l´Amore. Compiere ogni giustizia diventa allora ripartire dal difetto, dal peccato, per ritornare alla realtà alla quale si mirava, ma che è stata travisata. Ecco la conversione: il ritorno al vuoto iniziale, all´angoscia del limite per riprendere la strada che porterà alla vera felicità. Gesù è venuto per farci da guida su questo cammino. Si è identificato con i peccatori, scendendo nel Giordano, come se avesse bisogno di essere lavato, lui, l´Agnello immacolato, dalle nostre presunzioni. Paolo, scrutando questo mistero, giunge ad affermare che "Dio l´ha fatto peccato per noi". E´ stato simile a noi, fino a sentire la tentazione di procurarsi un bene apparente. Il Padre lo ha riconosciuto come figlio perfettamente fedele al vero bene, e così riconosce ognuno di noi quando, con Gesù, compiamo la suprema giustizia. Quella che consiste nel prendere su di noi le conseguenze del male commesso da noi e dagli altri, per ripercorrere la strada dell´angoscia, del vuoto, nella certezza che dentro questo dolore si cela la Vita piena, la felicità. Amici, prendiamo consapevolezza che la missione affidataci è molto grande e noi siamo inadeguati, non presumiamo di farcela da soli, ma Dio vuole rivelarsi attraverso di noi e noi dobbiamo accogliere il suo Spirito d´amore e comunicarlo ad altri!

EPIFANIA 6 gennaio 2017      notizia del 06/01/2017

Epifania del Signore: Mt 2,1-12 E´ sempre più difficile oggi vedere bene le stelle, e per diversi motivi. L´inquinamento luminoso delle nostre città unito al crescente inquinamento atmosferico rendono il cielo più spento ai nostri occhi. Ricordo bene le volte che mi sono ritrovato di notte in qualche rifugio in alta montagna in una notte limpida, fredda e senza luna, e rimanere incantato per la luminosità della volta celeste con le sue stelle, riuscendo a volte anche a vedere la Via Lattea. Ma è anche la poca abitudine ad alzare gli occhi al cielo per la fretta a non farci trovare più il tempo per rimanere con calma a guardare il cielo, abituando pian piano gli occhi al buio della notte. L´inquinamento luminoso, atmosferico e del nostro stile di vita, ci fa pian piano dimenticare la bellezza del cielo fisico che sta sopra di noi ma che richiama lo spazio infinito dentro di noi. Questi magi, misteriosi personaggi fuori da ogni cornice della storia biblica, entrano nella scena con lo sguardo rivolto in alto, capaci di vedere le stelle e in particolare una, quella di Gesù. Secondo le tradizioni del tempo, ogni uomo quando veniva al mondo aveva la sua stella in cielo. Ed è questa stella, tra le migliaia che ricoprono la volta celeste, che i magi vedono e seguono. I magi rappresentano l´umanità tutta, senza alcuna distinzione di appartenenza culturale, religiosa, etnica. Rappresentano la capacità che c´è in ogni uomo di guardare in alto, verso Dio e verso l´immensità della vita umana. Sembra davvero che sopra la loro città non ci sia quel velo di smog che impedisce di vedere le stelle, e riescono così a seguire quella giusta. Una cappa scura di smog aleggia invece pesantemente proprio sulla città santa, Gerusalemme, dove nonostante il Tempio e i suoi esperti religiosi, la stella di Gesù non viene vista. Non si vede ma sembra che nemmeno ci sia la preoccupazione di vederla. Il potere politico e quello religioso (Erode, i capi dei sacerdoti e gli scribi) non vogliono alzare lo guardo per riconoscere la venuta del Messia. E quando viene loro offerta la possibilità di farlo, con i magi che vengono proprio da loro, essi si chiudono in discussioni e finzioni. La stella di Gesù infatti non è sorta sopra Gerusalemme ma sopra un piccola città fuori dalle sacre mura. Solo i magi proveranno la gioia di guardare il cielo riflesso negli occhi del bambino Gesù, e sperimentare la gioia di essere chiamati a una relazione speciale con Dio, offerta a tutti gli uomini e non solo a pochi eletti. L´unica cosa che viene chiesta, e non è cosa da poco, è saper guardare il alto e lasciarsi guidare dalle stelle, eliminando il più possibile l´inquinamento spirituale che ci impedisce di vedere e gioire del cielo che abbiamo dentro. In questo nuovo anno che si è aperto con la violenza di una strage in una discoteca in Turchia, con l´infinita guerra in Siria, con la paura del terrorismo e la crisi economica che non vuole finire, lo sguardo fiducioso dei magi verso il cielo mi riempie di speranza e mi invita a fare altrettanto. San Paolo nella lettera ai Colossesi al capitolo terzo scrive: "Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra...". Pensare al cielo non significa estraniarsi dalla vita che viviamo, ma non farsi schiacciare da essa, perdendo slancio e speranza, cadendo poi nella paura. Alzare lo sguardo significa non perdere di vista la grandezza della vita di Dio che si manifesta ("Epifania" significa proprio "manifestazione") realmente nel mondo e nella nostra vita. Anche noi come questi uomini venuti da chissà dove possiamo sentire Dio vicino (incenso della preghiera), possiamo far parte del suo Regno di amore (oro dei re) e coltivare una relazione da amanti e non da schiavi (mirra, il profumo della sposa). Tutto questo è possibile per ogni uomo non solo per me. Quindi con ogni uomo, da qualsiasi luogo provenga, di qualsiasi razza e religione sia, posso entrare in relazione e condividere con lui l´incontro con Dio.

1 gennaio 2017: MARIA MADRE DI DIO      notizia del 31/12/2016

MARIA MADRE DI DIO : Lc 2,16-21 SS. MESSE H. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 18.00 E´ capodanno: auguri a tutti i lettori. Oggi sarebbe festa anche se non fosse domenica, ma non perché comincia un anno nuovo: la liturgia celebra oggi, ottavo giorno dal Natale, il maggior titolo di gloria di Maria, il fatto di essere la Madre di quel Bambino che è nel contempo, inestricabilmente, uomo e Dio, sicché pur essendo creatura umana ella può essere detta Madre di Dio. E´ il suo maggior titolo di gloria: tutti gli altri privilegi che la riguardano dipendono da questo; basti ricordare i due maggiori, celebrati in altrettante feste. La celebriamo Immacolata: Dio l´ha preservata dal peccato originale, proprio perché doveva diventare la Madre del suo Figlio; la celebriamo Assunta: Dio ha glorificato quel corpo che aveva portato e dato alla luce il suo Figlio.
 Il vangelo (Luca 2,16-21) parla di lei, con una bella espressione che fa comprendere come anche lei sia stata ´pellegrina nella fede´, cioè non abbia capito tutto subito, ma al pari di ogni credente sia andata maturando nella comprensione del mistero divino: "Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore". Subito dopo l´evangelista annota un altro fatto relativo a questo giorno, il fedele adempimento delle prescrizioni cultuali ebraiche e l´imposizione del nome al Bambino: "Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall´angelo prima che fosse concepito nel grembo". Un nome dunque deciso dall´alto, un nome che prefigura la missione del neonato: Gesù significa ´Dio è il Salvatore´.
 Queste le ragioni per cui oggi la Chiesa invita alla festa. In più, oggi è anche la Giornata mondiale della pace, la cinquantesima da quando l´ha istituita quel grande quanto incompreso papa che fu Paolo VI. Il tema di quest´anno invita a pregare e operare in rapporto alla violenza, quella delle armi come quella verbale, quella dei privati come quella degli stati, quella esplicita e quella subdola, che volge al male le potenzialità della nostra intelligenza. Ogni forma di violenza è un attentato alla pace: e che questo mondo abbia bisogno di pace, è tanto evidente da essere quasi ovvio.
 Infine, pur se non è il motivo della festa, la liturgia non dimentica il capodanno; la prima lettura (Numeri 6,22-27) formula gli auguri, con un´antica benedizione voluta da Dio per il suo popolo: "Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace". Come si vede, auguri diversi da quelli che ci scambiamo noi, spesso banali e distratti; quel duplice richiamo al volto di Dio ricorda che il fine ultimo del credente è di poter vedere Dio ´faccia a faccia´ (1Corinzi 13,12). Un anno nuovo porta con sé riflessioni sul tempo che passa, su quanto inevitabilmente ci lasciamo alle spalle, sul futuro con i suoi enigmi; torniamo a interrogarci sul senso della vita, sul chi siamo, da dove veniamo, e soprattutto dove andiamo. Da sempre l´uomo si pone in rapporto col tempo: scruta il passato, ne cerca i documenti, ne scrive la storia; circa il futuro, ricerca quanto può rendere più agevole il suo soggiorno in questo mondo; dopo di sé, tutt´al più pensa ai suoi figli: non va più in là. In genere il suo è il limitato orizzonte della vita terrena; rimpiange la giovinezza passata, le occasioni perdute o sprecate, e guarda con inquietudine all´inesorabile approssimarsi della fine. 
 Non così il credente, che si muove entro ben altri parametri. Egli opera per il bene in questo mondo come se dovesse restarci sempre, nel contempo sapendo che un giorno lo lascerà: ma lo lascerà per passare in una condizione infinitamente migliore, alla quale guarda con intimo desiderio. E allora non si cura del trascorrere del tempo; con la soddisfazione del bene compiuto si prepara a quell´incontro ´faccia a faccia´. Ogni giorno che passa avvicina alla meta.

31 dicembre 2016      notizia del 31/12/2016

ricordo l´orario delle celebrazioni di oggi: h. 8.00 - 9.00 - 18.00 (valida per la prefestiva di domani: Maria Madre di Dio). Alla fine della Messa vespertina vi sarà il canto del Te Deum. ll Te Deum (estesamente Te Deum laudamus, "Dio ti lodiamo") è un inno cristiano di ringraziamento che viene tradizionalmente cantato la sera del 31 dicembre, per ringraziare dell´anno appena trascorso durante i primi vespri della solennità di Maria Ss. Madre di Dio oppure in altre particolari occasioni solenni come nella Cappella Sistina ad avvenuta elezione del nuovo pontefice, prima che si sciolga il conclave oppure a conclusione di un Concilio. CHI L’HA SCRITTO? Sono diversi gli autori che si contendono la paternità del testo. Tradizionalmente veniva attribuito a san Cipriano di Cartagine, oggi gli specialisti attribuiscono la redazione finale a Niceta, vescovo di Remesiana (Dacia inferiore) alla fine del IV secolo. Secondo una leggenda (risalente al più tardi a una cronaca milanese del sec. XI falsamente attribuita al vescovo Dacio) il Te Deum è stato intonato da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino il giorno di battesimo di quest´ultimo, avvenuto a Milano nel 386, per questo è stato chiamato anche "inno ambrosiano". CHI L’HA MUSICATO? Il Te Deum è stato musicato da diversi autori: Giovanni Pierluigi da Palestrina, de Victoria, Händel, Mendelssohn, Mozart, Haydn e Verdi. Da sempre la musica del Te Deum è stata utilizzata in diverse occasione: il preludio del Te Deum H. 146 di Charpentier viene usato come sigla di inizio e fine delle trasmissioni in Eurovisione ed è anche suonato alla fine di tutti i concerti dei Nomadi. Il Te Deum viene anche intonato dal coro nel finale del primo atto della Tosca di Giacomo Puccini. Alcuni versi del testo sacro sono stati usati per la colonna sonora del film “Il gobbo di Notre Dame” della Disney, in particolare nel pezzo “Rifugio (Sanctuary!)”, che accompagna la scena in cui Frollo sta per uccidere Esmeralda sul patibolo e le scene dell´assalto alla cattedrale. QUAL È IL CONTENUTO? L´inno si può dividere in tre parti: -La prima, fino a Paraclitum Spiritum, è una lode trinitaria indirizzata al Padre. Letterariamente è molto simile ad un´anafora eucaristica, contenendo il triplice Sanctus. -La seconda parte, da Tu rex gloriæ a sanguine redemisti, è una lode a Cristo Redentore. -L´ultima, da Salvum fac, è un seguito di suppliche e di versetti tratti dal libro dei salmi. Solitamente viene cantato a cori alterni: presbitero o celebrante e il popolo.

25 dicembre 2016      notizia del 25/12/2016

Commento del giorno di Natale del Signore - Messa del Giorno : Dio si fa Uomo egli stesso per condurci a redenzione e salvezza e liberarci dalla schiavitù del peccato ( Gv 1,1-18 ) A Betlemme i pastori corrono verso una greppia e appena giunti vedono quello che un angelo aveva loro annunciato poco prima: un bambino avvolto in fasce trastullato da due giovani sposi, identificato come il Messia tanto atteso, il Signore Re di pace di cui avevano parlato i profeti. Comprendono allora che la loro speranza si è realizzata e le attese si sono concluse: Dio è venuto in mezzo a noi. La natura umana è stata assunta dalla Persona divina di Cristo senza per questo essere stata annientata, ma in Cristo esistono due volontà: quella divina e quella umana. Egli è vero Dio e vero Uomo. Vive da uomo la vita stessa di Dio, assume tutti i comportamenti di Dio Padre e di questi esprime anche la sua Volontà; allo stesso tempo come uomo assume tutta la nostra esperienza, assumendo anche quanto di deprecabile e di ignobile essa possa offrire. Afferma il Concilio Vaticano II: " Il Figlio di Dio ha lavorato con mani d´uomo, ha pensato con mente d´uomo, ha agito con volontà d´uomo, ha amato con cuore d´uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato." Il fascino della grotta di Betlemme è davvero seducente, perché in essa si esplicita questa grandiosa opera di Dio a vantaggio dell´uomo: a Betlemme non nasce semplicemente un bambino privo di comodità e nelle condizioni ostili di abbandono, ma è Dio stesso, l´onnipotente e infinito, l´ineffabile Signore che nasce nella carne assumendo immediatamente la condizione più aberrante dell´umano, cioè quella di un´infanzia abbandonata e precaria. A Betlemme avviene l´incarnazione di Dio che per l´appunto nulla omette di questa umanità assunta, neppure la condizione di un fanciullo esile e indifeso. Stando alle aspettative tipicamente umane, il Figlio di Dio dovrebbe pretendere ben altro, esigere maggiore attenzione da parte degli uomini e richiedere un´accoglienza sulla terra degna della sua grandezza. Anzi, per condurre l´uomo a salvezza avrebbe potuto procedere in ben altro modo che incarnarsi, per esempio manifestando la sua potenza per mezzo di prodigi, fatti eclatanti o comunque di estrema evidenza. Ma il pensiero propriamente umano non collima affatto con quello del nostro Dio, nel quale Onnipotenza e Amore coincidono senza opporsi e l´amore per l´uomo si esplicita nell´umiltà e nell´accettazione dei soprusi e delle umiliazioni. Nasce infatti nel nascondimento, lontano dal plauso degli uomini, in condizioni di estrema inopia e indigenza. Solo l´amore di Dio è in grado di realizzare tanto per noi. Solo in forza del suo amore il nostro Dio, che è pur sempre indescrivibile onnipotenza e onniscienza, poteva essere capace di ciò che nelle nostre congetture appare stupido e insensato. E ancora solo per amore nei nostri riguardi Dio poteva assumere la nostra natura condividendola in tutto, ma prendendo le distanze dal peccato e anzi convincendoci intorno alla perniciosità della realtà stessa del peccato. Perché infatti Dio si è reso uomo? Pietro risponde: "Perché noi fossimo partecipi della natura di Dio"(2Pt 1, 4) e Sant´Atanasio gli fa eco: "Il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio." E tutto questo si realizza con la sconfitta del peccato, con la vittoria sulla schiavitù a cui esso ci costringe. Il peccato è la radice di tutti i mali personali è sta alla base della rovina delle nostre relazioni e quello che è più demoralizzante è che della sua realtà è istoriata la società intera e sussistono perfino delle "strutture di peccato", cioè delle condizioni di vita e dei sistemi vigenti impostati in modo da legittimare ciò che oggettivamente è illecito. Smodatezze, vizi, passioni, frenesie e alterigie legate a indifferentismo religioso e miscredenza ostinata conducono l´uomo alla presunta autoaffermazione di se stesso e a intraprendere scelte poco edificanti anche in ordine al vissuto. La concupiscenza, questa intesa come volontà generale dell´effimero e non soltanto della soddisfazione del piacere sessuale, induce inevitabilmente al desiderio incontrollato della ricchezza smisurata e del denaro e per ciò stesso dà luogo alla violenza e alla sopraffazione. Il mancato senso di responsabilità nel promuovere l´interesse degli altri e la sola attenzione al proprio tornaconto sono all´origine delle ingiustizie sociali e degli scandali deprimenti nella politica e nell´amministrazione pubblica. Tutto questo cosa riflette se non la persistenza di un regime di peccato al quale siamo soggetti e che inficia perfino gli animi più sensibili e coscienziosi? Se questa è la condizione deprimente che ci caratterizza, abbiamo bisogno di chi ci salvi e ci risollevi, no soltanto per possedere la vita piena al presente, ma anche per guadagnare la vita eterna nella salvezza definitiva: il peccato rovina l´uomo terreno e lo precipita negli abissi quanto al futuro ultraterreno. Prima della sua incarnazione, Dio aveva manifestato in tanti modi di essere dalla nostra parte, di parlarci e di venirci in soccorso nelle varie modalità che la sua rivelazione ci illustra, ma "quando venne la pienezza del tempo Dio ha mandato il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge" (Gal 4, 4) e la "pienezza del tempo", cioè il momento propizio e favorevole, è quello che si verifica alla grotta di Betlemme e che viene preconizzato ai pastori, ai Magi e da questi al mondo intero: Dio si fa Uomo egli stesso per condurci a redenzione e salvezza e liberarci dalla schiavitù del peccato. Cristo, che non conobbe peccato sebbene Dio Padre lo abbia trattato come peccato (2 Cor 5, 21), da questa perniciosa realtà viene a riscattarci e a risollevarci, orientando la nostra attenzione verso la più promettente prospettiva di vita che solo le vie di Dio possono garantire. Questo è di fatto il Natale: l´amore che trionfa sul peccato e sulle nequizie umane e che dimostra come l´Inverosimile per l´uomo sia fattibile per Dio, perché solo Dio è capace di amore vero e di onnipotenza piena. Amore e infinito potere che si compendiano in un esile Bambino indifeso apportatore di vita per tutti. Commozione e gioia davanti al fenomeno unico di Betlemme, il cui significato peraltro è "casa del pane": l´Eterno e ineffabile Dio, creatore e redentore viene a trovarci, convive con noi, percorre i nostri stessi sentieri e diventerà anche nostro alimento di vita, pane di salvezza. Nel Bambino Dio non dona infatti qualcosa di sè ma concede tutto se stesso, mettendo a repentaglio anche la sua infanzia terrena perché anche noi possiamo essere divini e semplici e farci "fanciulli quanto a malizia e adulti nel giudicare."(1Cor 14, 20) BUON NATALE A TUTTI DI CUORE

SS. Messa della natività di Gesù      notizia del 23/12/2016

Commento per la Veglia di Natale:la nascita di Gesù è l´invito anon perdere mai la speranza ( Lc 2,1-14) "Ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco". Così, con queste parole intrise di dramma e di speranza, Isaia annunciava al popolo del regno di Giuda che i giorni del governo del re Acaz, il re idolatra, infedele a Dio, incredulo, capace solo di stringere alleanze politiche e militari che portarono più volte all´assedio e alla fame in Gerusalemme, stavano per giungere a compimento, perché era finalmente nato il suo figlio primogenito, Ezechia, a cui un giorno sarebbe stato dato il regno di suo padre. Un regno che egli avrebbe retto con le caratteristiche del re saggio e fedele a Dio: "Consigliere mirabile, Padre per sempre, Principe della pace". Eppure, questo re era appena nato, era ancora solo un bambino: non avrebbe potuto ancora regnare, avrebbe dovuto crescere, come ogni bambino, lentamente, anno dopo anno, fino a raggiungere la sua piena maturità. Nel frattempo, il suolo del regno continuava a rimbombare sotto i passi delle calzature di soldato, e i mantelli dei suoi abitanti continuavano a intridersi di sangue, per le scellerate e sconsiderate scelte politiche del re, suo padre. E la storia non si ferma, perché molti anni dopo (quasi settecento) passi di soldato marciarono lungo le strade dell´impero per raggiungere gli estremi confini della terra, perché un potente - ancora un potente, sempre loro - si era fregiato del titolo di "Augusto", il "Venerabile", colui che doveva essere adorato come un Dio, e - proprio come Dio - voleva che ogni uomo e ogni donna della terra fosse a lui soggetto, con la spada e con la moneta, perché il Dio delle armi e delle monete era ritenuto (allora come oggi) invincibile, onnipotente. Così potente da permettersi di voler sapere quanti fossero i suoi sudditi, di volerli censire, uno a uno. Uomini che si credono dei; uomini che si esaltano al punto da divinizzarsi; uomini che si credono mandati da Dio, e in nome suo continuano, anche oggi, a far rimbombare la terra con i passi delle loro calzature di soldato, e a intridere di sangue non solo i loro mantelli, ma i marciapiedi delle nostre città, le sale di esposizione di una mostra di quadri, le bancarelle dei mercatini di Natale, i pianerottoli dei condomini di città, le macerie di ciò che resta di una città accumulate tra la polvere del deserto, in quella Betlemme e in quel regno di Giudea che oggi ha molti nomi, e a turno (un terribile turno, come in un giro di roulette) si chiama Berlino, Parigi, Ankara, Istanbul, Aleppo, o molto più semplicemente con il nome di uno dei quartieri periferici delle nostre città. Non abbiamo parole. Non abbiamo più parole, perché siamo rimasti senza parole. Le abbiamo sprecate per inveire contro gli assassini, e per urlare la nostra rabbia a Dio; le abbiamo sprecate per scrivere parole di fuoco sui giornali, sui social, sugli schermi ultrapiatti dei nostri smartphone, che poi alla fine, dopo qualche giorno di smarrimento, continueremo a comprare e a ricercare sempre più sofisticati, consumisticamente e indifferentemente assuefatti a una logica di male alla quale, alla fine, ci abituiamo; e non andiamo più nemmeno alla ricerca di una parola di speranza. Eppure, in una logica mai finita di uomini che si fanno Dei (o demoni?) per rendere i loro simili schiavi di questa logica di terrore, irrompe un´altra logica: quella di un Dio che si fa uomo per rendere gli uomini sempre più simili a lui, ovvero liberi, liberi da ogni paura, liberi di amare e di lasciarsi amare. E se noi di parole non ne abbiamo più, al punto che ormai comunichiamo con faccine ed emoticon, con selfie e post, lui una Parola per noi ce l´ha ancora, ed è talmente bella, sostanziosa, concreta e palpabile, che la fa "carne", la fa simile a noi, la umanizza, per dirci che, in realtà, il mondo non può finire nel crogiuolo della strategia del terrore, ma nell´esatto contrario, ovvero in quell´annuncio che apre l´unico discorso diretto di tutta la Liturgia della Parola di questa notte santa: "Non temete". In questa notte in cui, con un po´ di cristiana follia, ci ritroviamo intorno a un altare nell´ora in cui di solito siamo infilati sotto il nostro caldo e morbido piumone, a chi ci grida: "Ti spavento!", noi gridiamo: "Non temere!"; a chi ci grida: "Terrore!", noi rispondiamo: "Gioia!"; a chi ci grida: "Morte!", noi gridiamo: "Vita!"; contro chi ci vuole affogare negli inferi dell´angoscia, noi leviamo il capo, e guardiamo nel più alto dei cieli, dove c´è un Dio che dona la pace non più solo agli uomini di buona volontà, ma a tutti gli uomini che egli ama. Lo sappiamo, non è facile: ma nessuno di noi torni a casa sua, questa notte, senza aver detto l´unica cosa che tutti, magari sospirando, siamo ancora capaci di dire: "Speriamo!".

DOMENICA 18 Dicembre 2016      notizia del 17/12/2016

Commento alla IV Domenica di Avvento : Mt 1,18-24: Rivelato il nome di un Dio che è sempre con noi: Emmanuele Tempo di festa, regali, auguri e sorrisi. Ma il Natale non può essere tutto qui: ecco allora propizio il vangelo della domenica che lo precede (Matteo 1,18-24). Lungi dalla superficialità che ne maschera l´autentico significato, Matteo ne ripropone lo spirito autentico, con la sua carica di dramma e mistero. 
 "Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta". Si pensi all´umanissimo dramma di un uomo che scopre la sua fidanzata in quello stato di cui non ha responsabilità; si pensi a che cosa deve aver provato il poveruomo, nella prospettiva dello scandalo per lei e delle beffe per lui; si pensi al suo rovello sul da farsi. Quando poi viene illuminato in proposito, ecco al dramma succedersi il mistero: "Giuseppe, non temere di prendere con te Maria tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo". Dopo duemila anni dal fatto, per noi è facile inquadrarlo nelle vicende della redenzione; ma il povero Giuseppe che cosa avrà capito? Chiara gli risultò forse soltanto qual era la volontà di Dio: e fu suo merito e sua grandezza sottomettervisi pur nell´oscurità delle motivazioni, come ad esempio avevano fatto Abramo, richiesto di sacrificare il proprio figlio, o Mosè, incaricato della titanica impresa di sottrarre alla superpotenza egiziana un popolo di schiavi.
 Dramma e mistero si ripresentano nelle parole subito successive a quelle riportate. Maria "partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati". Infatti: "Gesù" significa "Dio è salvatore"; ma quel bambino di cui veniva chiesto a Giuseppe di assumersi la paternità legale avrebbe salvato il suo popolo non con un colpo di bacchetta magica, bensì sacrificando se stesso sulla croce. Sullo sfondo della culla di Betlemme, dietro la tenerezza che ogni neonato ispira, si delinea il profilo del calvario, si intravede il rosso di un sangue innocente. A questo pensiero, come suonano false le sdolcinature dei nostri giorni natalizi! Di fronte all´evento di Betlemme, l´atteggiamento corretto è quello della liturgia che, pur invitando i cristiani a rallegrarsi perché Dio è venuto a salvarci, subito dopo ricorda, come in ogni messa, quale ne è stato il prezzo.
 Peraltro, un prezzo previsto. La vicenda terrena di Gesù, dalla nascita alla morte e risurrezione, si iscrive in un disegno di ben maggiore ampiezza temporale, è l´apice di un piano attuato in un arco di secoli. L´evangelista lo richiama quando vede, in Maria che concepisce senza intervento umano, il realizzarsi di quanto annunciato ottocento anni prima dal profeta (prima lettura, Isaia 7,10-14): "Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio-con-noi". Emmanuele è uno dei nomi di Gesù; egli stesso se lo riconosce e in certo senso lo riempie di significato, riassumendo con esso la sua missione terrena; le sue ultime parole ai discepoli prima di congedarsi da loro sono state: "Ecco, Io-sono-con-voi sino alla fine dei secoli". 
 La presenza di Gesù in mezzo agli uomini è cominciata a Betlemme e non finirà mai: ecco la novità cristiana. Dio non se ne sta nei cieli per i fatti suoi, indifferente a quel che ci accade quando non, come pensavano e pensano tuttora altre religioni, occupandosi degli uomini solo per castigare. Egli è venuto tra noi, per noi; addirittura si è fatto uno di noi, ha abbracciato e condivide la nostra condizione. Da allora nessuno ha più motivo di rattristarsi perché si sente incompreso, abbandonato, solo: ciascuno può dire "Il mio Signore è con me". Spesso siamo troppo distratti per percepirlo; ma l´Emmanuele, il Dio-con-noi, è presente tuttora, là dove lui stesso ci ha detto di cercarlo: e questo è il vero motivo per cui ogni anno si torna a celebrare il Natale.

Concerto di Beneficenza      notizia del 07/12/2016

Domani, 8 dicembre, concerto di beneficenza in aiuto ai terremotati del 24 agosto e del 30 ottobre...per non dimenticare e non lasciare soli. In chiesa alle h. 19.00

GIOVEDI´ 8 DICEMBRE 2016      notizia del 07/12/2016

Commento per la solennità del´ Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria : Lc 1,26-38. Maria modello di adesione alla volontà del Padre Mentre ancora riflettiamo sulla figura e sul messaggio di Giovanni Battista, che alcuni giorni fa ci invitava alla conversione, oggi apprendiamo che questo itinerario spirituale ci viene facilitato dalla presenza e dall´intercessione della Vergine Maria. Nel tempo di Avvento infatti Maria compare come colei che ci sprona a predisporre gli animi alla venuta del Salvatore, poiché proprio Lei è la Madre del Verbo Incarnato. Nel suo grembo sarà concepito colui che aspettiamo e al quale ci prepariamo spiritualmente seguendo il monito di San Giovanni. E lei, Maria, in questa attesa fervente e costruttiva che avviene nella conversione ci aiuta sia in qualità di Madre di Dio sia come modello dell´attesa e della fiducia. La visita dell´angelo apre a questa semplice fanciulla di Nazareth un percorso forse inaspettato che costituisce una prova schiacciante per la sua fede ma allo stesso tempo le offre l´occasione di esercitare strenuamente questa virtù associata a tante altre, per ritrovarsi indomita e vittoriosa sulle intemperie e le difficoltà. Maria reagisce alla visita dell´angelo infatti non con rassegnazione o abbandono al fatalismo, ma con fiducia e apertura, senza opporre resistenza e senza dubitare che Colui che la sta chiamando a questa particolare missione è il Signore, il Dio in cui lei aveva sempre creduto e sperato, al quale aveva esternato un proposito di verginità perpetua e che adesso sta riconoscendo come il fautore di un disegno speciale su di lei. Sa benissimo che esso comporterà non poche rinunce e mortificazioni e che la esporrà a pericoli e avversità pressanti, tuttavia è convinta già sin dall´inizio che lo stesso Signore che lei ha sempre servito, amato e riverito, la condurrà egli stesso passo dopo passo consentendole che quanto da lui impostato giunga finalmente a compimento. In tal modo Maria è la donna della fede che tocca anche l´imprevisto e che affronta le sfide, della fede coltivata e vissuta con radicalità. E di conseguenza è anche la donna modello dell´attesa e della speranza: Colui che concepirà nel suo grembo per opera straordinaria dello Spirito Santo è il Verbo che si incarna e pertanto, nonostante prove e dolori, la sua attesa si incentiva nella speranza e nella letizia. Come potrebbe la sua fede non essere spronata e fortificata dalla certezza che lei partorirà addirittura il Dio che si fa uomo? Come potrebbe non trasformarsi in attesa fervorosa e dinamica, all´insegna della gioia e dell´esultanza? Fede, fiducia e gioia in Maria sono contrassegnate però dalla conversione costante, che in lei si evince nella continua tenacia nel non demordere di fronte alle possibili tentazioni di abbandonare o di gettare la spugna. Maria sa che di fronte ad ogni ostacolo occorre guardare all´obiettivo, all´ideale che ci si staglia davanti senza lasciarsi impressionare dai possibili sentimenti di sconfitta e questo per lei significa cercare Dio in ogni momento. Ecco perché ben le si addice che lei sia Madre e modello di conversione e sprone per la nostra attesa in questo tempo liturgico. Mentre guardiamo a Lei come maestra di cammino nel tempo di Avvento, oggi però siamo invitati ad esaltarla come Immacolata, cioè priva di qualsiasi macchia di peccato o di imperfezione, anche minima. "Piena di Grazia" è l´aggettivo con cui l´angelo si rivolge a Maria iniziando la sua rivelazione divina. Esso, dall´originale greco Kekaritomene significa letteralmente: "che è stata resa oggetto di ogni benemerenza e di ogni favore"; che ha ottenuto assoluta dignità, perfezione e illibatezza. "Piena di grazia" vuol dire ricolma di ogni beneficio divino, anche fra quelli dei quali gli altri uomini non possono disporre. Dio ha reso questa esile fanciulla oggetto di ogni sua attenzione, luogo della sua suprema predilezione, nel quale prendono corpo nell´umano tutte le meraviglie del divino. Nel suo concepimento quindi lei è Immacolata, venuta cioè al mondo senza lacune o pecchie, priva anche del peccato che caratterizza qualsiasi essere umano che viene al mondo. Nella sua onnipotenza, Dio l´ha preservata dal peccato originale, facendo in modo che la sua concezione fosse immacolata e perfetta. Non poteva essere adombrata da una qualsiasi imperfezione la carne di una donna che Dio aveva scelto come luogo d´ingresso nella contingenza temporale. E´ vero che il "Verbo si è fatto carne per abitare in mezzo a noi"(Gv 1, 14) e per rivestirsi della nostra precarietà e limitatezza, ma egli era pur sempre il Verbo divino, la Perfezione assoluta e la magnificenza, che non è compatibile con l´imperfezione e di conseguenza non doveva nascere che da un seno immacolato. I Padri della Chiesa hanno visto in Maria, ricolmata di ogni grazia sovrannaturale, il contraccolpo alla prima donna per colpa della quale l´umanità ha perso la grazia, cioè Eva. Se la disobbedienza della "prima donna" ha determinato la disfatta dell´umanità, l´obbedienza e la fede di Maira ne hanno risollevato le sorti. Se l´ignavia di Eva aveva acconsentito al peccato trasmesso poi a tutte le generazioni, la ferma volontà di santità di Maria ci è di sprone a farla finita con il peccato e la stessa concezione straordinaria ci motiva all´acquisto della perfezione. Esaltando la Vergine a proposito del suo ruolo nella salvezza, Karl Rahner scriveva: "Questa persona che chiamiamo Maria, in tutta la storia della salvezza, è come il punto sul quale cade direttamente dall´alto, in questa storia, tutta la salvezza di Dio". Sia in quanto lei è Madre del Verbo, quindi apportatrice di Colui che viene a salvarci, sia perché è Immacolata nella sua concezione e nella sua scelta vocazionale e in questo si fa orientamento per tutti collaborando con l´opera stessa del suo Figlio. Come si diceva all´inizio, il tempo di Avvento trova nella Vergine un ulteriore monito, la presenza di una donna pura e illibata che ci si propone come modello di perfezione non può che incoraggiarci a cercare sempre Dio e a disporre il nostro animo al Natale del suo Figlio, predisponendo così le sue vie che si sostituiscono alle nostre.

II DOMENICA DI AVVENTO- 4 /12/16      notizia del 03/12/2016

Commento della Domenica : Una strada da costruire con fatica tra i burroni e le montagne, in mezzo alle tortuosità della storia degli uomini, o meglio ancora della storia di Dio e dell´uomo (Mt 3,1-12) Voce Matteo identifica Giovanni Battista con la Voce di Isaia; non una parola capace di contenere un pensiero, una ideologia o una filosofia ma una semplice voce, un semplice suono, come se fosse senza contenuto il cui messaggio risiede quasi esclusivamente nel gridare. Nel vocabolario si dice che gridare significa emettere la voce con tono alto e forte, sia per essere udito da lontano, sia per espressione d´ira, di dolore. Nella Scrittura troviamo l´immagine di Dio che ascolta il grido del popolo d´Israele dalla schiavitù (cfr Es 2,23) iniziando così il cammino di liberazione. La caratteristica del profeta - Isaia come Giovanni - è proprio quella di percepire il grido nascosto nel popolo e a sua volta mettersi a gridare con forza; nel loro grido è insito un progetto, una prospettiva di salvezza e le indicazioni per raggiungerla. Il grido rompe il silenzio, ascoltato o no, agita l´aria, penetra la storia. Nel deserto Isaia dice qualcosa di diverso dal Battista: Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40,3). Il deserto separa Babilonia dalla Palestina come separava l´Egitto dalla Terra Promessa, la schiavitù e l´esilio dalla libertà e dalla salvezza. L´Esodo più che una esperienza storica è stata una grande esperienza di fede mai terminata, l´esperienza dell´Esodo è il cammino di ogni liberazione che attraversa il deserto della solitudine e della rassicurazione, dell´abbandono e dell´incontro con Dio. Per Isaia è in questo deserto che è necessario preparare una via al Signore, permettere a Lui di raggiungere il cuore dell´uomo. Nel vangelo è il grido che è nel deserto del cuore degli uomini, delle loro inutili convinzioni religiose: "Abbiamo Abramo per padre!". Il grido di Giovanni cerca un interlocutore, qualcuno che ascolti, è in cerca di orecchie ma il suo grido trova solo il deserto. L´immagine del vangelo è quella di una parola che è gettata nel deserto del non ascolto, [nel prologo, il vangelo di Giovanni dice: Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,11)]; forse sono troppe le grida che emergono dalla storia, troppe le sofferenze che urlano da essere ascoltate tutte, abbiamo fatto l´abitudine alla sofferenza altrui da diventare distanti; forse siamo troppo intenti ad ascoltare noi stessi da non avere interesse per gli altri; forse non siamo capaci di leggere nel grido degli uomini lo stesso grido di Dio che mette sulle sue spalle la croce degli uomini. Raddrizzate i suoi sentieri! La via al Signore di Isaia, nel vangelo, diventa la via del Signore: sono gli uomini che hanno bisogno di una strada che non sia la loro, secondo i loro progetti e le loro prospettive, poggiata sulle proprie sicurezze, hanno bisogno di una via raddrizzata, che esca dal labirinto dei desideri, dal girigogolo delle contraddizioni: una strada di Dio per l´uomo. Un cristiano che non cammina, che non fa strada, è un cristiano non cristiano. Non si sa cos´è. È un cristiano un po´ ‘paganizzato´: sta lì, sta fermo, non va avanti nella vita cristiana, non fa fiorire le Beatitudini nella sua vita, non fa le Opere di misericordia... È fermo. [...] Ci sono alcuni che camminano e sbagliano strada. È lo stesso Signore che viene e che ci aiuta, non è una tragedia sbagliare strada, la tragedia è essere testardo e dire: "questa è la strada", e non lasciare che la voce del Signore ci dica: "Questa non è la strada, torna, torna indietro e riprendi la vera strada". Ci sono altri che camminano ma non sanno dove vanno: sono erranti nella vita cristiana, vagabondi, la loro vita è girare, di qua e di là, e perdono così la bellezza di avvicinarsi a Gesù, tante volte questo girare, girare errante, li porta a una vita senza uscita: il girare troppo si trasforma in labirinto e poi non sanno come uscire (Papa Francesco, 3 maggio 2016). Non ci è chiesta una conversione in senso morale, neppure una spiritualità nuova, piuttosto di entrare attivamente nella dinamica storica, là dove l´uomo si incontra con Dio e viceversa. Nella storia non c´è uno spazio dove gli uomini possono vivere in pace con la natura, in pace tra loro e in pace con Dio: è una strada da costruire con fatica tra i burroni e le montagne, in mezzo alle tortuosità della storia degli uomini, o meglio ancora della storia di Dio e dell´uomo.

I DOMENICA d´AVVENTO 27 novembre      notizia del 26/11/2016

Commento I Domenica di Avvento Mt 24,37-44: Essere pronti sempre Se usciamo per strada adesso, in questo momento, cosa vediamo? la strada che pullula di persone che vengono e vanno ; vedo una strada che pullula di automobili e di camion, vedo i negozi che sono sempre pieni di gente, soprattutto i supermercati e se vi entro dentro vedo carrelli pieni di roba, vedo gente seduta alla panchina, vedo gente che chiacchiera, vedo una giovane coppia che si bacia, vedo una vecchietta sola con una busta in mano col pane, vedo una vita che scorre. Una vita ordinaria, con cose ordinarie. Come quelle che dobbiamo fare tutti oggi: che va a lavorare, a studiare,a mangiare, a stirare, aspettare un amico, pensare alla febbre di un figlio, sistemare la mamma anziana, far la fila per pagare l´ennesima bolletta.... E´ in questa vita ordinaria che si rivelerà un giorno il grande mistero del ritorno di Gesù Cristo. Ai tempi di Noè tutti vivevano nell´ordinarietà e non si accorsero della grande pioggia che diventava diluvio e che distruggeva tutto, ad eccezione di Noè e di quanto era nell´Arca. E allora si pone il problema della consapevolezza: sono consapevole di questa vita che scorre nelle mie vene, nelle strade e nelle case del mio paese? Sono consapevole che un giorno dovrò anche lasciare questa vita? Sono cosciente che nella vita tutto passerà? Ho la coscienza che dovrò lasciare tutto? Un giorno mi sarà chiesta anche la vita: come vivo oggi sapendo questo? E´ solo vivendo con la consapevolezza di non essere eterni su questa terra che possiamo essere pronti al ritorno di Gesù. Oggi inizia l´Avvento, tempo particolare di presa di coscienza del fatto che non siamo eterni, ma soprattutto del fatto che Gesù ritornerà e sarà la fine di questa storia, di questa vita, per una vita diversa che oggi non mi è dato sapere. Molti vorrebero sapere tutto, il futuro, si rivolgono magari ai cartomanti, aprano i giornali per andare alla pagina degli oroscopi - toro, leone, scorpione, acquario - eppure Gesù Cristo ha predetto il futuro, che è nelle mani di Dio, per avvisarmi, per far sì che io sia pronto. E però, volutamente non ci ha detto né il giorno e né l´ora: 1), perché lo sa solo Dio Padre e 2) perché dobbiamo essere sempre pronti. E non fare come i topi, che quando il gatto non c´è si mettono a ballare, poi il gatto torna improvvisamente e se li mangia. Esser pronti vale più che sapere il giorno e l´ora: esser pronti sempre. Anche nella vita ordinaria. Anche mentre fai la spesa, lavi i piatti, prepari il tuo lavoro, ti metti a studiare, aggiusti la tua macchina, sei con gli amici davanti a un bicchiere di birra, stai festeggiando con i tuoi parenti, o sei afflitto perché hai saputo che quell´amico non ce l´ha fatta. Essere pronti sempre, sapendo che Gesù non ha mai preso in giro nessuno! E se siamo pronti, siamo sereni, tranquilli e pieni di gioia! P.S.: dimenticavo: il Figlio dell´Uomo è Gesù stesso! Buon Avvento.

DOMENICA 20 Dicembre : CRISTO RE      notizia del 19/11/2016

Commento della Domenica Cristo Re ( Lc 23,35-43) : Salvare la propria vita non pensando al proprio interesse..Ecco il grande insegnamento del nostro Re Si conclude anche a Roma l´Anno Santo della misericordia, della quale il vangelo odierno (Luca 23,35-43) offre un esempio commovente.
 Domenica scorsa il vangelo invitava i cristiani ad essere testimoni della fede sino alla fine, perché "con la vostra perseveranza salverete la vostra vita". Oggi dice che cosa significhi "salvare la vita", ossia qual è la sorte di chi persevera. Si celebra Cristo Re: come nell´abside di alcune antiche cattedrali, così la maestosa immagine del Re si staglia all´orizzonte dei fedeli; è la meta cui tendere se si vuole dare un senso e uno scopo all´esistenza, cioè se si vuole, appunto, salvare la propria vita.
 Il passo odierno sembra però contraddire l´immagine regale di Gesù, presentandolo morente, inchiodato alla croce in mezzo a due malfattori, tra i commenti beffardi degli astanti: "I capi lo deridevano dicendo: ´Ha salvato altri: salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l´eletto´. Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell´aceto e dicevano: ´Se tu sei il re dei giudei, salva te stesso´. Anche uno dei malfattori appeso alla croce lo insultava: ´Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!´"
 Un re crocifisso e deriso? Il seguito immediato fa capire di che genere sia la regalità di Cristo. Alla richiesta di uno dei due ladroni, l´altro reagisce rimproverandolo: "Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male". A sorpresa poi aggiunge: "Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno". E, con nostra ancor maggiore sorpresa, egli si sente rispondere: "In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso".
 Gesù sa che dopo la terribile prova della croce entrerà nella gloria del Padre suo, perché è stato fedele sino in fondo alla missione che il Padre gli aveva affidato; gli chiedono di dimostrare la sua regalità, scendendo dalla croce: egli invece non vuole che gli sia riconosciuta per la capacità di sottrarsi al supplizio, ma per la fedeltà alla sua missione; non perché comanda sugli altri, ma perché perdona. Quante volte, nel corso della sua vita terrena, aveva perdonato, confortato, dato speranza! Poco prima della promessa al cosiddetto "buon ladrone", era arrivato a giustificare persino coloro che lo stavano crocifiggendo: "Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno". La sua regalità si manifesta in questa infinita misericordia, nel perdonare: unica via che consente agli uomini di riconciliarsi con Dio e tra di loro, unica via che porta alla vera pace.
 Tante volte, nel corso della sua vita pubblica, egli aveva parlato del suo regno, il regno di Dio. Un regno che "non è di questo mondo", come ha puntualizzato davanti a Ponzio Pilato; un regno dove si seguono comportamenti diversi da quelli abitualmente in uso tra gli uomini; un regno la cui regola suprema è quella dell´amore, che si manifesta anche nel perdono.
 Lui per primo l´ha praticato, e può perciò invitare gli uomini a fare altrettanto. Riconoscendo Gesù come re, si riconosce che la sua grandezza gli deriva dall´essere stato fedele al Padre, che l´ha mandato a dimostrare sino a che punto Dio ami gli uomini. Gesù è stato fedele sino alla fine: la fine della sua vita terrena, la fine della capacità di amare; più di così non è possibile. Nel contempo, onorandolo come re si riconosce che, per quanto inarrivabile, egli è il modello per chi lo vuole seguire; per chi, imparando a perdonare, vuole concorrere a realizzare il progetto divino di un mondo nuovo, basato sull´amore. In altre parole, per chi vuole "salvare la propria vita": non pensando al proprio interesse, ignorando o magari sfruttando gli altri, ma al contrario: cioè come ha fatto Lui. "Venga il tuo regno", egli ci ha invitato a chiedere. Guardando a come si è comportato il re di quel regno, sappiamo come quel regno possiamo contribuire a realizzare.

DOMENICA 13 OTTOBRE 2016      notizia del 12/11/2016

Commento della Domenica Lc 21,5-19: Ma se Dio è buono e ci vuole bene, dov´è, quando accade una tragedia? Chi di noi, leggendo le pagine di un giornale, navigando sul web, o ascoltando i notiziari televisivi o radiofonici non rimane sconvolto dalle notizie con cui viene a contatto? Dalle devastanti guerre che affliggono l´umanità (ben 67 stati del mondo sono in situazioni di conflitto), ai fenomeni migratori di cui il Mare Nostrum è tragicamente protagonista (4.000 morti dall´inizio dell´anno, una media di 15 al giorno, e di essi 600 sono bambini); dai morti sulle strade (oltre 3.000 l´anno, in Italia) agli sfollati degli ultimi terremoti nel nostro paese, che hanno ormai raggiunto la quota di 50.000; dai femminicidi (già un centinaio in Italia nel 2016) ai morti sul lavoro (circa 800 dall´inizio dell´anno): uno stillicidio impressionante di numeri a cui, purtroppo, sono associati volti, storie, situazioni che rendono la notizia non più solo un fatto di comunicazione, ma un motivo di sofferenza, di sconforto e, ovviamente, di riflessione. Qual è la riflessione che possiamo fare di fronte a questi fatti? E qual è la riflessione che la storia ha fatto ogni volta che, in epoche diverse, ha dovuto affrontare drammi certamente anche peggiori rispetto a quelli citati? La Parola di Dio che abbiamo ascoltato riporta, come sappiamo, la vicenda storica del popolo d´Israele, che ha vissuto nella duplice distruzione del Tempio di Gerusalemme (una all´epoca dell´esilio in terra babilonese, sette secoli prima di Cristo, l´altra sotto la dominazione romana nel 70 d.C.) una delle pagine più drammatiche della propria esistenza. I profeti nell´Antico Testamento e gli evangelisti nel Nuovo, in forme letterarie distinte hanno espresso lo smarrimento e lo sconforto della popolazione di fronte ai fatti terrificanti della storia. Molte sono le espressioni drammatiche e intrise di sconforto che escono dal cuore, dalla mente e dalla bocca degli autori dei testi sacri, e anche se - come nella Liturgia di oggi - in un´ottica di fede vengono fatte ricondurre all´incomprensibilità di un mistero che si rivelerà solo negli ultimi giorni, tutte esprimono il medesimo concetto di fondo: ma se Dio è buono e ci vuole bene, dov´è, quando accade una tragedia? Dio, tu che ci ami e che fai rifiorire la vita ogni giorno nel grembo di una madre o tra i solchi di un campo di frumento, dove sei, quando una giovane vita viene ingiustamente spezzata da un destino che pare essere più forte anche di te? Dove sei, Dio, quando t´invochiamo? Dove sei, Dio, quando la cattiveria di pochi riesce a prendere il sopravvento sull´innocenza di molti? Dove sei, Dio, mentre l´innocenza è sopraffatta non dalle mani dell´uomo ma da un destino che a volte ci pare abbia il tuo volto e il tuo nome? Dove sei? Perché ti nascondi? Perché non rispondi tu a queste domande di senso, invece di lasciare che sia l´uomo a cercare di capirci dentro qualcosa? Perché non la dai tu, la risposta alle tragedie dell´umanità, invece che lo faccia un fraticello qualsiasi, che brandendo il microfono di una radio - per di più "cattolica" - ha la sfrontatezza di attribuire i drammi di famiglie rimaste prive di tutto al "castigo di Dio per le immoralità degli uomini"? Perché, Dio buono e giusto, non ci tappi la bocca e non apri il nostro cuore per comprendere - come ripetiamo spesso nella Liturgia - le parole del Figlio tuo? E che cosa ci dicono, alla fine, le tue parole, Signore, oggi, di fronte all´umanità desolata, smarrita e incapace a comprendere gli eventi della storia? Che cosa dicono a noi, uomini e donne qualunque, che spesso non pensiamo neppure ai drammi dell´umanità perché troppo presi dalle nostre cose o perché li riteniamo "lontani da noi", almeno finché non ci toccano in prima persona? Oggi, senza volerci dare la ricetta per i problemi dell´umanità, ci dici sostanzialmente tre cose; scontate, forse, per qualcuno; banali, forse, per altri; inutili, forse, per chi crede di avere una scienza infusa maggiore anche della tua. La prima, forse la più scontata, è che quando sentiamo parlare di tragedie o calamità, cerchiamo di non terrorizzarci, perché "devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine": ossia, senza essere fatalisti, fa parte della nostra storicità, della nostra limitatezza, della nostra mancata onnipotenza, della nostra umana mortalità e della nostra proverbiale "cattiveria" che nel mondo avvengano questi fatti, e purtroppo...non è mai finita, o meglio non lo è ancora. Quando lo sarà? Non lo sappiamo, così come non sappiamo dare una vera risposta a tutti i perché dell´esistenza, per cui - ed è il secondo insegnamento di oggi - è inutile che o noi stessi o altri osiamo prendere il posto di Dio (addirittura usurpando il suo nome, "Sono io", il nome del Dio dell´Esodo) dicendo a tutti che "Il tempo è vicino", come se avessimo in mano le chiavi della porta del Regno di Dio, pronti a far entrare coloro che ci dovessero seguire. Nessuno, per santo che sia, ha la password per entrare negli account del Padreterno: per cui, come dice bene Gesù oggi, non andiamo dietro a chi ci propina facili soluzioni ai drammi della storia. E così, nella terza e ultima perla di saggezza di questo difficile ma profondo testo di Luca con cui, di fatto, ci congediamo dalla lettura continuata del suo Vangelo, Gesù ci regala un messaggio di speranza. È capitato di tutto, nella storia dell´umanità, e continuerà a capitare di tutto, ma l´ultima parola - proprio l´ultima - del Vangelo di oggi, dà il senso a ciò che accade. E la lascio commentare a voi, anzi, ve la lascio assaporare e gustare profondamente: "Con la vostra perseveranza, salverete la vostra vita".

DOMENICA 6 Novembre 2016      notizia del 05/11/2016

Commento della Domenica: La vita non finisce, e neppure la speranza ( Lc 20,27-38) Ho pure provato a pensarci, qualche volta, ma ho abbandonato prontamente il pensiero. Non so se per paura, o forse perché dentro di me lo ritenessi inutile: ma più di tanto, non vi ho mai indugiato o macchinato sopra (anche se ora, pur con fatica, sto preparando al prossima catechesi: La vita oltre la morte) . Ripeto, forse tutto nasce da un timore, dalla paura - tutta umana, credo - nel pensare a qualcosa che non conosci, che non vedi, che concretamente non c´è e non sperimenti, eppure che senti dentro di te, come parte di te e della tua esistenza. Un´esistenza che non è quella di questo mondo, ovviamente. Sto parlando dell´aldilà, del mondo che va oltre la morte, di quell´esistenza che travalica i confini del morire e ci apre a un´altra dimensione. Quel mondo a cui molti non credono, a cui molti altri non pongono interesse, e di cui la stragrande maggioranza degli uomini non si preoccupa più di tanto perché "preso" da altro. Eppure, da che l´uomo è uomo, il pensiero del "dopo la morte" fa parte della nostra esistenza; almeno su questo, stiamo sereni, noi cristiani, che non l´abbiamo inventato noi. Noi, portandoci dietro il bagaglio della nostra storia, siamo figli della nostra dimensione antropologica: e in questi giorni nei quali i viali dei cimiteri risultano essere più affollati e frequentati del solito, non possiamo dire che non ci sia passato anche solo per un istante nella mente il pensiero su cosa ci sia al di là della nostra esistenza terrena. A me, e lo ribadisco, il pensiero un po´ intimorisce, forse perché amo alla follia l´intensità e la bellezza del vivere. O forse lo affido, in maniera scontata ed eccessivamente sbrigativa, a quella dimensione così bella e in questi casi così comoda della fede, la quale "ci pensa lei" ad affrontare il problema dandogli la dimensione di "premio per le fatiche", di "patria celeste", di "traguardo finale", di "compimento ultimo", di consolazione dalle tribolazioni quotidiane"; e chi più ne ha, più ne metta. Perciò, anche "se ci rattrista la certezza di dover morire, ci consola la promessa dell´immortalità futura", come cita uno dei prefazi delle messe per i defunti del nostro Messale Romano. Il problema, comunque, rimane, e così la domanda: "Cosa ci sarà dopo questa vita?", per dirla con le parole della Gaudium et Spes. Nessuno di noi ne ha la certezza; molti ne hanno la speranza; alcuni, hanno la pretesa e l´ardire di riderci sopra, facendosi gioco di chi, in questo aldilà, ha riposto molto più che una speranza. E tra chi "se ne fa un baffo" di questa speranza c´è chi, come i sadducei del Vangelo, ha riposto la propria speranza in qualcosa di senza dubbio molto più concreto, ma altrettanto certamente più effimero. Chi erano, questi "tipetti" con cui Gesù garbatamente si scontra sul tema dell´aldilà? I sadducei erano una delle tante sette in cui era divisa la religione giudaica ai tempi di Gesù: perlopiù, erano esponenti di una classe aristocratica molto potente, discendente da Sadoq, che era il sacerdote che aveva consacrato re Salomone. Un gruppo, quindi, abituato ad avere le mani in pasta nell´elezione dei governanti, forte soprattutto del proprio potere economico. È abbastanza comprensibile, allora, che una setta di questo tipo guardasse molto più alle cose della terra che a quelle del cielo. Il loro stesso modo di leggere la Bibbia era molto particolare: si concentravano solo sui primi cinque libri, quelli della Legge, trascurando totalmente i libri sapienziali e quelli profetici che, guarda caso, erano gli unici che parlavano di resurrezione e di un mondo "aldilà" di quello in cui ci troviamo a vivere. Del resto, a loro un mondo "aldilà" non solo non interessava, ma dava fastidio perché apriva gli occhi alla gente su una speranza, su qualcosa per il quale valesse la pena lottare in questo mondo per dare un senso alla vita. E lottare significava minare il potere di chi si sentiva superiore agli altri, appunto come i sadducei. E allora il loro "giochetto" con Gesù (che riprende, in burla, la storia di Sara e Tobia) è volto veramente a prendersi gioco della speranza, sia di quella futura sia di quella terrena: per chi nasce disperato, povero, abietto, emarginato, per chi è incapace a produrre e generare vita, pensare di avere una possibilità o una speranza è fuori da ogni logica, né ora né mai. Il potere e il denaro sono le due uniche logiche che governano il mondo: e di fronte a esse non c´è verso di dare speranza a chi ne rimane fuori. Il problema è che i sadducei non hanno fatto i conti con l´oste, e non hanno capito chi era il loro interlocutore. Si sono creduti talmente furbi da poterlo superare citandogli la Parola di Dio, per di più in maniera errata, perché la storia di Tobi e Sara termina positivamente. Ma il loro avversario risponde loro citando proprio il cuore del Pentateuco, degli unici libri che essi conoscevano, ossia l´episodio del roveto ardente, in cui Dio rivela la sua identità a Mosè. E la sua identità non è quella di un Dio di morti sepolti e dimenticati, ma di un Dio la cui forza sta nella sua presenza costante ed eterna lungo la storia, una presenza nella quale anche i patriarchi, gli antepassati, gli antenati di un popolo continuano a vivere nel popolo stesso. La vita non si ferma mai, la speranza neppure: e chi cerca di averne il sopravvento perché forte delle sue ricchezze e del suo potere, ha già perso la partita. Come sarà, allora, l´aldilà? I sadducei non lo sapranno mai, e in maniera precisa e dettagliata nemmeno il Signore Gesù ce lo dice. Di certo, la vita non finisce, e neppure la speranza: e se c´è un destino di gloria che va oltre la morte, questo è così perché qui, sulla terra, si è vissuta la vita con intensità, con forza e con ostinazione combattendo contro tutto ciò che parla di morte. Perché "Dio non è Dio dei morti, ma dei viventi".

Commemorazione di Tutti Defunti      notizia del 02/11/2016

Breve riflessione della liturgia di oggi. Abbandonare la vita, abbandonarsi a Dio Se sapessimo che la morte è bella e luminosa come queste meravigliose giornate autunnali; se sapessimo che l´Aldilà ha un cielo così azzurro, un bosco così colorato, un prato così verde e un´acqua così cristallina che questo frammento di mondo intorno a noi oggi ci regala...nessuno di noi avrebbe paura di morire, e nessuno di noi si porrebbe angosciose e irrisolte domande sul domani. Ma purtroppo, non è così. Della morte, noi che viviamo, non sappiamo nulla, fino a quella prova contraria che si chiama "morire"; dell´Aldilà men che meno, perché nessuno è tornato da là per raccontarcelo. Fantastichiamo, immaginiamo, speriamo, nella fede crediamo...ma non sappiamo nulla. E siccome dall´Illuminismo - o forse prima - esiste la Ragione e siamo convinti che finché c´è lei non c´è posto per la Fede, allora quello che non possiamo conoscere per Ragione lo crediamo per Fede, come ottima alternativa. La Ragione, però, ci offre certezze, e quindi tranquillità e serenità; la Fede di certezze oggettive ne ha ben poche (sennò che Fede è?), e dove manca la certezza, manca la stabilità, la sicurezza, la tranquillità, la serenità...per cui, di fronte alla morte (unica cosa certa di tutta l´esistenza) e all´Aldilà (una totale incertezza), abbiamo un forte senso di instabilità, di insicurezza. Ed ecco l´angoscia: l´angoscia di sapere che c´è qualcosa che non sappiamo, l´angoscia di non poterlo avere sotto controllo, l´angoscia di scoprire che, per quanto ci si dia da fare, l´Aldilà rimane una terribile e tremenda incognita. E quindi? Forse è meglio non pensarci. L´aveva già detto Pascal, a metà del 1600: "Gli uomini, non avendo nessun rimedio contro la morte, hanno stabilito, per essere felici, di non pensarci mai". Esattamente: basta non pensarci, e la vita diventa d´improvviso serena. Il problema però rimane: e purtroppo, costantemente, ritorna a importunarci. E ritorna anche con una certa frequenza, molto più di quanto pensiamo e sotto forme e nomi che, tra l´altro, ben conosciamo: la malattia, l´insuccesso, la fine di un progetto o di un amore, l´abbandono di una realtà nella quale ci sentivamo a nostro agio, la perdita di sicurezze economiche...sono tutti volti del limite, del nostro limite. Sono i volti della morte, che non sempre si presenta alla fine dell´esistenza, e non sempre diviene termine della nostra vita. Un lento e continuo morire delle cose ci fa sentire come "morti viventi": non certo come gli zombi del famoso film o come le maschere delle insulse feste di queste notti passate, ma come i morituri del mondo latino, incamminati verso l´inesorabile destino della fine che, seppur certo, tuttavia, non si sa quando verrà. Ecco perché temiamo la morte: perché la ignoriamo, perché non sappiamo come e quando sarà, perché non la teniamo in pugno, perché non la controlliamo noi; perché anche quando la pensiamo e la programmiamo, se è vero che a volte ci possiamo anche riuscire, è anche vero che l´istinto della vita è più forte e ci porta a fare marcia indietro (sono notizie di questi giorni, dagli Stati Uniti...). Già, perché quella vita che ci da fastidio e che spesso ci porta a dire "Ma quando finirà?", è sempre capace di stupirci, e soprattutto di fronte al pensiero della morte ci regala sprazzi di vitalità che neppure ci immaginiamo, come i tanti meravigliosi messaggi di gente che, di fronte alla vita che se ne va, esorta chi resta a sentire che la vita è bella. Ma per dare significato alla vita, e quindi alla morte, bisogna viverla intensamente, dal primo all´ultimo istante. Diceva già Seneca, filosofo latino contemporaneo di Cristo: "Ci vuole tutta la vita per imparare a vivere e, quel che forse sembrerà più strano, ci vuole tutta la vita per imparare a morire". Il pensiero della morte, allora, e di ciò che la seguirà, non necessariamente è dramma e angoscia: può diventare scuola di vita perché ti dà la coscienza dell´incoscienza, ovvero del fatto che non di tutto possiamo essere coscienti, non di tutto possiamo sapere origine e fine, non di tutto abbiamo la spiegazione, e soprattutto - letto con gli occhi della fede - ci ricorda che Dio esiste, che per fortuna non siamo noi, e che per farci comprendere che lui c´è e ci accompagna nella vita, ha fatto la cosa più sconvolgente che un Dio possa fare: morire, come noi. Era forse l´unico modo a sua disposizione per farci risorgere con lui. La serenità con cui guardare la morte, allora, non può essere quella di chi non ci pensa o di chi la sbeffeggia, magari sfidandola; è la serenità dell´abbandono, come quella del bimbo nel grembo di una madre, dentro il quale ci sta tanto bene e non vorrebbe mai uscirne, ma sa già che quando lo dovrà fare, la mamma sarà lì ad accoglierlo tra le sue braccia, con amore. Termino con altre due citazioni, dopo quelle di due filosofi del passato. Si tratta di due santi del presente, uno - Paolo VI - da poco elevato alla gloria degli altari; l´altro - Carlo Maria Martini - santo perché testimone e profeta del nostro tempo. "Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire - dice Martini - quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle uscite di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio". E in quella meravigliosa pagina di spiritualità che fu il suo testamento, il Beato Paolo VI scriveva così: "Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce. Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita".

1 Novembre 2016      notizia del 31/10/2016

Commento della Solennità di Tutti Santi (Mt 5,1-12): I santi non sono coloro che hanno fatto cose grandiose, ma coloro che hanno vissuto la loro vita facendo semplicemente ciò che dovevano fare, con l´aiuto di un semplice strumento: l´amore e la fiducia nella ricompensa di Dio SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 Il libro dell´Apocalisse, di cui alla Prima Lettura di oggi, adopera un linguaggio allegorico o simbolico che a detta di tutti gli esegeti si riferisce ai fenomeni avvenuti durante i primi anni di cristianesimo, in tempi di persecuzione romana. Si parla nel testo di due visioni: la prima riguarda un numero ben preciso di persone, 144000, "delle varie tribù d´Israele" che vengono "segnate" con il sigillo. Si tratta di Giudei convertiti al cristianesimo che, sotto la persecuzione dei Romani, hanno perseverato nella fedeltà a Dio e nella loro condotta irreprensibile di buona testimonianza. Il numero non è letteralmente attendibile, ma rappresenta nel simbolo una moltitudine indefinita di persone (12 al quadrato = 144000). La seconda visione riguarda invece una grande moltitudine di cristiani di varie provenienza etniche e culturali (di tante nazioni) che sempre in epoca imperiale romana sono passati attraverso il martirio e la sofferenza e sono destinati a vestire di bianco: indosseranno la veste candida, simbolo di purezza e di incontaminatezza e di predilezione da parte dell´altissimo. Gli uni e gli altri riconoscono che la salvezza, fino ad allora attribuibile solo all´imperatore di Roma, appartiene all´Altissimo e a Cristo Figlio di Dio, il cui sangue sparso ci ha redenti e riscattati. Si tratta quindi di martiri e di "santi", cioè puri e integerrimi nella condotta, illibati e privi di ogni macchia, peraltro non contaminati da impudicizia e da sordidezza pagana e immonda (Ap 14, 4 - 5). Gli uomini "candidi" poseranno davanti al Dio Altissimo al quale parleranno della loro costanza nella prova e della loro testimonianza. La tradizione della Chiesa, particolarmente in Sant´Agostino, ha visto in questi personaggi i cosiddetti "santi", per come noi li intendiamo oggi. A dire il vero il termine "santo" era originariamente attribuito a tutti i membri della comunità cristiana: quando Paolo parla di "santi" intende in effetti tutti coloro che hanno preso l´impegno solenne della testimonianza del Signore e che fanno parte di una comunità nella quale conducono la loro perseveranza di vita virtuosa e irreprensibile. E del resto nei primi anni dell´era cristiana vi era maggiore consapevolezza della radicalità della scelta evangelica e che il battesimo comportasse una convinta predisposizione alla testimonianza di fede anche fino all´effusione del sangue. Anche ai nostri giorni si richiede il medesimo spessore di coerenza dei primi secoli, poiché a tutti i credenti in Cristo sarebbe richiesto effettivamente il medesimo eroismo di conformità al Signore, come del resto esorta la Scrittura: "Siate santi, perché io, il Signore vostro Dio, sono Santo" (Lv 19). Ma senza nulla togliere a codesta vocazione universale alla santità, sulla succitata linea dell´Apocalisse, oggigiorno si è soliti attribuire il concetto di "santi" a tutti coloro che hanno dato particolare prova di eroismo e di provata virtù nella perfetta imitazione del nostro Redentore, che si sono distinti nella radicalità di testimonianza evangelica ciascuno secondo un particolare carisma o monito evangelico, conformandosi totalmente allo stesso Cristo Signore. In sintesi, la santità è prerogativa universale poiché la si chiede indistintamente a tutti i credenti, ma vi sono coloro che di essa hanno dato un saggio ineludibile e questi sono gli eroici uomini virtuosi che noi esaltiamo sugli altari. Conformemente ai martiri e ai membri della "grande moltitudine di cui all´Apocalisse, essi hanno vissuto in pienezza la loro appartenenza a Cristo, ci hanno edificato con la loro vita esemplare e con il loro eroico coraggio, ci sono stati di orientamento nelle virtù e nella perfezione, ci hanno spronati e condotti sulle orme del vangelo, tuttora ci convincono intorno alla bellezza della prospettiva cristiana e adesso vivono la meritata ricompensa di gloria riservata agli eletti. Essi possono a pieno diritto intercedere per noi presso Dio senza che questo nulla ometta alla divina onnipotenza: alla pari di Abramo che intercedeva per Sodoma o di Mosè la cui intercessione salvò il popolo idolatra dallo sterminio, essi possono per noi impetrare dal Signore tutte le grazie delle quali abbiamo bisogno e tutte le preghiere e le devozioni a loro rivolte da parte nostra saranno sempre legittime, a condizione che non ci inducano a sminuire il primato assoluto di Dio. Il novero di questi personaggi illustri è immenso e vario perché differente è stata la vita di ciascuno di essi e diversi gli insegnamenti e i tratti evangelici di cui sono stati testimoni esemplari. Da parte di tutti si riscontra la linearità cristiana di umiltà e di carità, in tutti si evince l´illuminata fede e la massima dedizione al Signore nella preghiera e nella meditazione, ma in modo peculiare in ciascuno si evince la ricchezza di uno specifico evangelico di cui sono stati propugnatori. La Chiesa infatti può disporre dei meriti di un San Tommaso D´Aquino che ha vissuto il particolare dono dello studio e della difesa della dottrina, di un Sant´Antonio Abate che ha sacrificato se stesso nella solitudine e nella penitenza, di un San Giovanni Bosco e Don Puglisi che hanno edificato la Chiesa donandosi alla gioventù abbandonata; di una Madre Teresa di Calcutta che ha mostrato particolare zelo per i poveri e per gli indigenti. In ciascuno di questi personaggi si riscontra uno specifico di testimonianza evangelica e in tutti quanti insieme la costruzione di una Chiesa che ripropone il volto incontaminato di Cristo sotto molteplici aspetti di dono e di carisma La presenza di tanti uomini e donne che hanno segnato varie epoche di vita cristiana con la loro zelante conformità a Cristo costituisce la certezza che Dio suscita in ogni tempo molteplicità variegate di doni e di ricchezze che proliferano nel mondo in modo da far emergere la ricchezza e la grande attualità del vangelo; al contempo ci offre anche orientamento e incentivo affinché anche noi comprendiamo che la santità è una prospettiva possibile e che la perfetta imitazione del Cristo non è affatto avulsa e utopica, ma in ogni epoca si rende al contrario indispensabile per il progresso della vita e della società. La coerenza e l´esemplarità di vita di tante persone di spiccato eroismo nella virtù ci orienta a cercare solo in Gesù Cristo il criterio di vita più adeguato. La liturgia di oggi ci ragguaglia però del fatto che non possiamo escludere dal numero dei "santi" tutti coloro che sono passati inosservati e dei quali non si è svolto alcun processo di canonizzazione: accanto ai numerosi santi il cui culto ha ormai assunto dimensioni ultrapopolari (Sant´Antonio, Padre Pio, Madre Teresa ecc) vi sono tantissimi altri uomini esemplari di cui l´agiografia fa un cenno minimo nel calendario e altri di cui nulla si conosce se non consultando apposite enciclopedie voluminose. Di tantissimi altri non si fa menzione e sono passati inosservati. Ma indipendentemente dall´importanza che noi possiamo attribuire a ciascuno di essi nelle nostre preghiere e nelle nostre devozioni, la Chiesa non dimentica che essi vivono davanti al Dio Altissimo la medesima dimensione di gloria a pari dignità e senza differenziazioni, poiché Dio li ha saggiati e li ha trovati tutti degni di sé (Sap 3, 5) arricchendoli tutti quanti degli stessi grandi benefici. E di conseguenza, ignoti o conosciuti essi vengono oggi tutti esaltati in ugual misura.

TORNA L´ ORA SOLARE      notizia del 29/10/2016

Ricordo che da questa notte, sabato 29 ottobre, si torna all´ora solare e.... si dorme un´ora in più

DOMENICA 30 ottobre 2016      notizia del 29/10/2016

Commento della Domenica : ( Lc 19,1-10 ): Oggi voglio fermarmi a casa tua, ci dice Gesù . Che il Regno dei Cieli fosse per i piccoli, intesi come gli ultimi, i più poveri, gli emarginati, i più deboli, credo che nessuno fatichi ad ammetterlo. Però non si capisce come mai, e soprattutto cosa c´entri, che a questa categoria dei "piccoli" possano appartenere anche i piccoli di statura; e poi, che necessità c´è di ribadirlo? Al di là dell´altezza di una persona adulta, ciò che fa da discriminante per il suo ingresso nel Regno dei Cieli non sono di certo i centimetri che Madre Natura gli ha appioppato dalla pianta dei piedi fino alla testa: non credo ci voglia molto a capire che la salvezza è offerta da Dio sia a quelli alti di statura che a quelli bassi come Zaccheo! Ma se Luca nel presentare quest´uomo usa tre caratteristiche, e una di queste è proprio la statura, beh, forse è il caso di porvi attenzione in maniera adeguata, perché di sicuro ha qualcosa da dirci. Così come non è indifferente il fatto che Gesù si trovi a Gerico, anche perché stava andando in maniera decisa verso Gerusalemme, e che vi salga da Gerico, ha il suo significato particolare. Gesù sale da Gerico a Gerusalemme, mentre pochi capitoli prima, sempre nel Vangelo di Luca, un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e non fu proprio così fortunato... perché andare a Gerico, non è la cosa più facile di questo mondo. Passare da Gerico vuole dire passare da un posto che, nella Bibbia, è stato ostile a Dio sin dagli inizi: a Giosuè ci sono voluti sette giri di esercito per fare crollare le sue mura, e questo non sarebbe mai stato possibile senza la collaborazione di una delle persone più rappresentative della città, Rahab, una prostituta; nel Nuovo Testamento si parla di Gerico tre volte, per indicare che la città è abitata da ciechi, che raggiungerla provenendo da Gerusalemme rappresenta un rischio notevole (e non è detto che ci sia sempre un buon samaritano che passi di là e abbia compassione di te), e che a Gerico abita un uomo, "capo dei pubblicani", "ricco", "di nome Zaccheo", "piccolo di statura". Non facciamo indigestione biblica, e cerchiamo poco a poco di assimilare ciò che Luca vuole dirci con il gesto compiuto da Gesù. È come una pallina messa in cima a un piano inclinato, che corre accelerando verso il punto più basso, il male! Siamo a Gerico, in depressione, ovvero 275 metri sotto il livello del mare, nella città ostile e lontana da Dio, e lì vive non un pubblicano qualsiasi, ma il capo dei pubblicani, il peggior corrotto immaginabile e possibile, per di più ricco, categoria che nel Vangelo di Luca rappresenta la peggiore delle razze umane. Ci manca che Luca ci giochi sopra, e prenda in giro questo capo pubblicano ricco di Gerico chiamandolo "Zaccheo", che significa "puro e immacolato"...più in basso di così! Macché! Come se non bastasse, ci dice che era piccolo di statura: gente, abbiamo raggiunto la peggior bassezza immaginabile e possibile! Peggio di così si muore... Eppure questa bassezza, fatta piccola non per il Regno dei cieli, ma dal fardello e dal peso delle ricchezze che si porta addosso, si mette in testa di vedere Gesù, e di fare ciò che tutti gli uomini fanno quando pensano a Dio: elevarsi fino a lui per essere come lui. E corre avanti a Dio, e sale più alto di lui: pensa forse di poterlo sopraffare, come fa con i contribuenti! Oppure ha capito che è giunto il momento perché qualcuno nella vita si accorga di lui non solo per riempirlo di insulti e di epiteti, ma perché finalmente lo chiami per nome e gli dica: "Oggi devo fermarmi a casa tua". Sì, "devo", non "voglio" fermarmi a casa tua: sono obbligato, è volontà di Dio che io entri in casa tua, perché in questa casa tua entri la salvezza. Ma come? Ma il Figlio di Dio viene a Gerico e invece di scagliarsi contro il male della città entra in casa, ovvero si fa connivente e amico del peggiore, del più basso, del più infimo dei peccatori esistenti? La cosa non passa inosservata alla gente di Gerico, che mormora contro Dio, e pensa che sia finito del tutto ogni barlume di onestà, se anche Dio si fa amico dei peccatori... Come se non bastasse, Dio si giustifica: "Il Figlio dell´Uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto". Certo, per noi tutto tranquillo: ma non per il popolo d´Israele che vedeva in Dio il giudice giusto e vendicatore, difensore dei giusti e sterminio dei peccatori. Invece, e per di più a Gerico, con Gesù avviene l´esatto contrario. Che cosa sarebbe successo, se Gesù fosse entrato in Gerico per condannarne la depravazione e denunciarne i soprusi, gli abomini e le ingiustizie? Non ci è dato di saperlo: noi sappiamo solo che chi è stato derubato, otterrà quattro volte il valore della sua merce, e che ai poveri qualcuno, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, darà la metà dei suoi beni. Come nel Regno dei Cieli. Meglio di così, la scappata di Gesù a Gerico non poteva certo andare.

DOMENICA 23 Ottobre 2016      notizia del 22/10/2016

Commento della domenica : Solo la preghiera dei giusti arriva al cuore di Dio (Lc 18,9-14) La liturgia della parola di Dio ritorna sul tema della preghiera, con particolare accentuazione, questa volta, sulla vera dalla falsa preghiera. Se nella parabola di domenica scorsa si evidenziava, da parte di Gesù, la necessità di pregare sempre e di chiedere senza stancarsi, nella parabola di oggi, riguardante il fariseo e il pubblicano, prosecuzione del vangelo di Luca di domenica scorsa, si mette in risalto la preghiera dei salsi giusti, che nel caso specifico è il fariseo, che va a vantarsi davanti al signore della sua condizione di esatto e perfetto in tutto e che ha avanzato, anche fisicamente, nel tempio, quasi ad avvicinarsi e a porsi sullo stesso piano e livello di Dio, se non addirittura di superarlo, in fatto di esattezza e precisione; e, dall´altro lato, un povero pubblicano, riconosciuto da tutti, come al tempo di Gesù, come peccatore pubblico, in quanto riscuoteva le tasse e quindi in qualche modo era corrotto, che stando in fondo al tempio si batteva il petto e chiedeva perdono a Dio dei suoi peccati. Due figure contrapposte: una falsa e menzognera, che si autoesalta e si identifica con la perfezione della moralità e della legalità; l´altra autentica e sincera con se stessa e con Dio, che si riconosce per quello che è, ovvero un peccatore. Due personaggi nella precedente parabola: il giudice disonesto e la vedova che chiede giustizia; due personaggi contrapposti, oggi, il fariseo e il pubblicano per farci capire, dalla bocca stessa di Gesù quale è la strada più giusta da percorrere per arrivare alla verità e alla santità della vita. Non senza un monito finale, la parabola del Vangelo di oggi, si conclude con questa espressione, con le parole di Gesù: "Io vi dico: questi (il pubblicano), a differenza dell´altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato". Umiltà ed autoesaltazione non possono andare d´accordo, non possono camminare insieme. Il cristiano, sull´esempio di Gesù è una persona umile, una persona che si misura con le sue reali possibilità, debolezze e fragilità, non mistificando la verità, non apparendo diverso da quello che è effettivamente, cioè un peccatore che ha bisogno di redenzione e salvezza, che trova in modo pieno ed autentico in Gesù Cristo, uno Redentore e Salvatore. Gesù, in questa parabola vuole farci capire l´importanza della preghiera sincera, quella che nasce dal cuore ed esprime essenzialmente il bisogno di conversione, pentimenti. Non sta giudicando il comportamento e la categoria sociale e religiosa dei farisei, condannandoli, né vuole esaltare la categoria dei pubblicani, facendola assurgere a modelli di preghiera e di conversione, ma semplicemente vuol dirci che nella vita di ogni persona arriva il momento in cui si effettua una verifica della propria esistenza a tu a tu con Dio. E ciò si fa appunto nella preghiera, quando nell´autenticità del nostro essere comprendiamo i nostri limiti, riconosciamo i nostri peccati e chiediamo umilmente perdono per ricominciare a fare cose meno sbagliate e sempre più giuste e sante. Nella preghiera sincera, che nasce dal nostro cuore, non giudichiamo gli altri, assurgendo noi come esseri perfetti. Purtroppo il fariseo, questo lo fa, nella parabola del vangelo, ma anche nella vita di tutti i giorni. L´ipocrisia domina la scena della sua quotidianità, diventa un attore e un uomo che sa spettacolarizzare anche la preghiera, senza parlare del resto. Infatti, egli come si presenta al cospetto del Dio altissimo nel tempio? Con quali parole prega? Si presenta all´in piedi, diremmo con una prosopopea tale da fare paura allo stesso Signore e con parole dai toni preoccupanti e minacciosi: "O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo". Questo modo di dire, non è pregare, ma semplicemente imprecare, che qualcuno ci sia al di sopra di lui, come perfetto e superiore, al Quale si rivolge, con un´iniziale presunta preghiera di ringraziamento, perché non è come gli altri. Dall´altro canto, la preghiera sincera e umile del pubblicano, che già ha i suoi seri problemi morali e interiori, per cui si presenta al cospetto di Dio nel tempio, tenendosi lontano, perché indegno di accostarsi e prega con il profondo convincimento, battendosi il petto, in segno di condizione di peccatore, dicendo parole profonde: "O Dio, abbi pietà di me peccatore". Poche parole, ma vere e rispondenti alla verità interiore dell´essere umano peccatore, per sua natura e condizione, perché alla base della natura umana c´è il peccato originale, che, pur tolgo, con il battesimo, nella realtà le conseguenze di essere si avvertono e sentono in molti comportamenti, individuali e collettivi, dell´essere umano. Dobbiamo fare i conti con questa nostra realtà e bisogna lavorare, all´interno, per costruire una spiritualità, non di apparenza, ma di sostanza. San Paolo, nel brano della seconda lettura di oggi, nel ricordare il suo cammino di conversione, purificazione e di impegno missionario, alla fine si rende conto che sta alla fine della sua vita e consapevole della realtà futura fa la sua bella professione di fede, ma anche di totale abbandono a Gesù Cristo, per quale ha vissuto e per il quale ha versato il sangue fino al martirio e scrivendo all´amico Timoteo, dice, parole cariche di dolcezza e misericordia. Combattere la battaglia della vita, non sempre facile, soprattutto quando sei lasciato solo con te stesso, dopo aver fatto il bene a tutti; ma alla fine trionfa la fede, che è quello che conta; trionfa la verità, la serenità di fronte alla morte e all´eternità. Paolo, davanti al grande mistero della vita, oltre la vita, ha un animo sereno e fiducioso in Dio e guarda le vicende umane, di cui egli e gli altri sono stati protagonisti, con gli occhi del perdono e della tenerezza di un padre. Ecco perché il testo della prima lettura di oggi, tratto dal libro del Siracide, ci riporta alla natura di Dio come giudice, che sa valutare con giustizia le cose dell´uomo e della storia. Scrive, infatti, il saggio dell´Antico Testamento che la preghiera dell´umile e del povero trova più facile ascolto ed accoglienza nel cuore di Dio. Egli si muove a compassione ed apprezza l´operato di chi fa del bene a chi si trova in necessità. E le categorie sociali in difficoltà, menzionate nel testo, sono diverse: il povero, l´oppresso, l´orfano e la vedova. Oggi che oltre a pregare per noi stessi, poveri peccatori, noi siamo invitati a pregare per i veri poveri del mondo, quelli che muoiono di fame, per mancanza dei beni essenziali, che non hanno nulla, non possono curarsi. Il grido del povero si innalza forte dalla terra ed arriva al cielo e dal cielo ridiscende sulla terra, con la speranza che gli uomini e le donne che hanno una sensibilità possono mettersi in opera, perché questa preghiera si traduca in azione e comportamenti umanitari a sostegno dei poveri e bisognosi di questo mondo. La giornata mondiale missionaria che celebriamo in questa domenica, abbia la finalità che Papa Francesco ha attribuito ad essa nell´anno della misericordia. Essa "ci invita a guardare alla missione ad gentes come una grande, immensa opera di misericordia sia spirituale che materiale". In tal modo, la preghiera ci aiuta ad aprire lo sguardo di fede sul mondo che ancora ha bisogno di Dio e di conoscere Cristo e il suo vangelo di amore e perdono. Nello stesso tempo, il Papa ci ricorda che "siamo tutti invitati ad "uscire", come discepoli missionari, ciascuno mettendo a servizio i propri talenti, la propria creatività, la propria saggezza ed esperienza nel portare il messaggio della tenerezza e della compassione di Dio all´intera famiglia umana". La nostra non sia una preghiera da farisei, che ostentano iniziative e sensibilità, senza fare in concreto nulla; ma sia una preghiera-azione da pubblicani pentiti e coscienti che c´è un lungo cammino di conversione da fare per rendere giustizia agli oppressi ed assicurare il pane agli affamati. Sia questa la nostra preghiera sincera, in comunione con tutta la chiesa, missionaria della misericordia: "O Dio, tu non fai preferenze di persone e ci dai la certezza che la preghiera dell´umile penetra le nubi; guarda anche a noi come al pubblicano pentito, e fa´ che ci apriamo alla confidenza nella tua misericordia per essere giustificati nel tuo nome". Amen.

 
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