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 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

Domenica 20 gennaio      notizia del 19/01/2019

Commento alla liturgia della domenica ( Gv 2, 1-11): ..il vino nuovo che è avere la fiducia in Dio anche nei momenti peggiori SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Dopo la domenica del battesimo, in cui abbiamo visto lo Spirito scendere su Gesù e abbiamo sentito la voce del Padre che lo presenta come il figlio amato, oggi meditiamo il primo “segno” che Gesù compie all´inizio del suo ministero di maestro secondo il vangelo di Giovanni. Siamo nel contesto di una festa di nozze, durante la quale ad un certo punto finisce la scorta del vino. Nella cultura e religione di Gesù (quella ebraica) il matrimonio era molto importante: oltre ad essere la struttura sociale fondamentale, era anche segno della benedizione di Dio sul mondo, perché l´uomo e la donna con la loro alleanza di amore portavano avanti il disegno divino della creazione. Ogni festa di nozze per i giudei rendeva visibile l´alleanza di amore sponsale tra Dio e l´umanità (che la prima lettura di Isaia canta in modo stupendo) e al tempo stesso tiene viva l´attesa del Messia. Considerando questo capiamo che non a caso Giovanni apre la missione di Gesù con questa scena. Nel racconto di Giovanni la festa di quella coppia di Cana fa da sfondo a quello che vediamo accadere in primo piano: non ci dice nulla degli sposi né della festa. La storia comincia quando in quella festa finisce il vino. Conosciamo quasi a memoria cosa avviene: Maria prende l´iniziativa facendo notare a Gesù la mancanza del vino; Gesù le risponde, in un modo che ci appare difficile capire; poi Gesù dà un ordine ai servi (e continuiamo a non capire); l´acqua che i servi portano in tavola diventa un vino così buono che il dirigente del banchetto fa i complimenti allo sposo per averlo riservato per la fine. Grazie a Gesù, una festa di nozze che stava per fallire si conclude meglio di tutte le possibili previsioni. Il “vangelo”, la buona notizia presente in questa storia non è semplicemente che lo sposo ha evitato una gran brutta figura. Dobbiamo ripercorrere di nuovo con attenzione quello che accade nella scena, per scorgere il messaggio che l´evangelista rivolge ai suoi lettori, quello che riguarda noi oggi. Dopo l´osservazione di Maria (non hanno più vino) Gesù in un primo momento prende le distanze dalla madre (cosa c´è tra me e te, donna?), poi sembra voler negare il suo aiuto (non è ancora giunta la mia ora). A giudicar da come è andata si direbbe che Maria ha interpretato la risposta di Gesù in modo diverso da come la capiamo noi; ordina infatti i servi di prestare attenzione e eseguire quello che Gesù avrebbe detto loro; e Gesù non si fa pregare oltre per agire. Guardando a quanto accade non possiamo pensare che Gesù agisca solo per compiacere la madre, quasi contro la sua volontà. Gesù sa cosa fa e agisce in piena libertà. Il breve dialogo tra Maria e suo figlio ha messo in luce una cosa importante: non è ancora giunta l´ora di Gesù. Ma questa frase, invece di sottolineare la mancanza, sottolinea l´inizio di un processo che arriverà al suo compimento. Quanto avviene a Cana diventa il preludio di qualcosa che è già annunciato e accadrà in futuro. L´evangelista ci avvisa che quello di Cana è stato l´inizio dei segni; significa che ne seguiranno altri. Fin dalla prima pagina del vangelo si parla di una “ora” che sta per venire. Il contesto di una festa di nozze ci fa comprendere che la storia di Gesù riguarda una alleanza di amore, che la sua missione è attratta da una “conclusione” che sarà segnata dall´arrivo di quella “ora”. Questo fa nascere in noi delle domande: cosa segna quell´ora? Quando arriverà? Quali sono i segni che sta per giungere? A queste domande risponde la storia che Giovanni racconta (che però noi non seguiamo in modo continuo durante le domeniche dell´anno liturgico). L´ora arriva durante il terzo pellegrinaggio di Gesù a Gerusalemme. Nella cena pasquale ci sarà ancora il vino, simbolo dell´amore, che Gesù offre come anticipo della sua morte e risurrezione; presso la croce ci sarà ancora Maria, che Gesù chiama (come a Cana) “donna”, donandole come nuovo figlio il discepolo amato. Così l´inizio e il compimento si corrispondono e ci fanno comprendere che la missione di Gesù è rinnovare l´alleanza di amore di Dio con l´umanità mediante il dono della sua vita. Gesù offre se stesso come il vino dell´amore, che rinnova la gratitudine e la gioia per il dono della vita. Chi accoglie questo dono e lo ridona a sua volta è capace di vincere la paura, va oltre la morte. Essere cristiani è questo: fidarci di Gesù, anche e soprattutto nei momenti difficili; chiedere a Lui che cosa possiamo fare per ritrovare la fiducia. Lui può trasformare la nostra acqua nel vino della gioia e di una vita piena di bellezza. Non ci chiede gesti straordinari, ma solo di imitare quello che ha fatto Lui, aprirci agli altri invece di aspettare che gli altri si accorgano di noi. Chiediamo a Gesù il vino nuovo che Egli può dare, perché non manchi mai la fiducia in Dio e la forza di vincere le nostre chiusure per donarci agli altri, perché è questo amore che vince la morte

DOMENICA 13 GENNAIO 2019      notizia del 12/01/2019

Commento della domenica: Battesimo del Signore (Luca 3,15-16.21-22): Col battesimo Gesù ci dice che vuole essere come noi in mezzo a noi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 l proverbio richiamato lo scorso 6 gennaio: “l´Epifania tutte le feste si porta via!” non è esatto... Il tempo di Natale si conclude oggi con la solennità del Battesimo di Gesù....E il Battesimo di Gesù inaugura la sua vita pubblica. Il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo. Attesa e ricerca sono i due atteggiamenti del popolo. Chi attende è in ricerca di una soluzione, chi si pone domande attende risposte. Questa attesa e questa ricerca possono essere pericolose e fonte di fraintendimenti. Ti è mai successo di attendere un mezzo pubblico? Lo vedi in lontananza, pensi che sia quello giusto ma poi, quando si avvicina, capisci che non è il bus che stavi aspettando. Il popolo attende il Cristo, cioè l´unto, il consacrato del Signore; i profeti avevano lavorato bene nel corso dei secoli, e tutti vivevano questa attesa, questo desiderio. Oggi: attendiamo ancora? Oppure siamo tutti spenti, delusi e disillusi? Ormai cataloghiamo tutto come favola, mito, siamo guardinghi e in continua difensiva. In questa modalità la vita diventa un baratro, e quello da cui vorremmo difenderci sarà il nostro destino: vivremo una vita inconcludente e vuota, perché non attendiamo, non ricerchiamo, non desideriamo. Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Giovanni mette subito in chiaro che non è lui la persona che il popolo attende, ma aggiunge dei dettagli molto importanti che invitano chi ascolta a continuare la ricerca, a perseverare nell´attesa, a nutrire il desiderio. Parla di battesimi, uno di acqua e uno di fuoco, dicendo che il Cristo è più forte di lui, come il fuoco è più forte dell´acqua. Tra i due battesimi ci mette un paio di sandali da slegare; tutti questi simboli e metafore sono usati da Giovanni per dire che lui è strada, non traguardo, servo, non padrone, preparazione, non compimento. Un popolo che attende, ricerca, desidera, è aiutato da Giovanni, che diviene sia per il popolo che per Gesù stesso il servo umile che accompagna e indica il cammino. Come è bello non sentirsi Dio, sempre stressati da missioni impossibili e poi atterriti dalla nostra impotenza, dal nostro limite creaturale. Com´è liberante essere semplici creature, servi della gioia, senza stress, senza ansie che rendono la vita una gabbia senza uscita. Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba. L´attesa del popolo viene innaffiata dal battesimo di Giovanni, il quale immerge ognuno nell´acqua pulita di una vita che desidera Dio, e a Dio conduce. Gesù stesso desidera riceverlo. Spesso oggi moduliamo le nostre vite sulla ricerca dello sconto, del bonus e dell´esonero, giocando sul meno, non investendo energie e risorse. Gesù, con questa scelta di ricevere il battesimo d´acqua di Giovanni, ci dice non solo la sua vicinanza alla nostra vita, ma la sua volontà precisa e forte; Lui VUOLE essere uno con te e per te. Il Figlio di Dio vive questo battesimo nella dimensione della preghiera. Il vangelo ci fa vedere Gesù che prega, Gesù che sa trovare i suoi tempi per stare con Dio. Queste foto sono una lezione di vita su come vivere la relazione con Dio, non una relazione formale e giuridica, ma una necessità vitale e irrinunciabile. una relazione affettiva, forte, passionale, che trasforma la tua vita. Questa preghiera del Signore diventa un cielo che si apre (in contrapposizione alle gabbie di tanti nostri giorni); la preghiera apre il cielo, e questo non è un miracolo, un prodigio, ma una semplice conseguenza: se mi relaziono con qualcuno, le nostre vite si aprono all´altro, ricevendo e donando ciò che si è. Dio dona se stesso il suo soffio vitale, la sua presenza. Ecco perché la preghiera è trasformante: attraverso di essa ci poniamo nelle mani del Creatore, che ci plasma e ci rinnova, e il Creatore si pone nelle nostre mani, per essere accolto, amato, e sì, anche coccolato. Scrive santa Teresa d´Avila: “Per me l´orazione non è altro se non un rapporto d´amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama!” (Teresa d´Avila, Libro della Vita) Venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l´amato: in te ho posto il mio compiacimento». Lascia per un attimo il vangelo, e vai davanti a uno specchio. Guardati e sentiti dire queste parole: Tu sei il figlio mio, non mio figlio, possessivo, ma il figlio mio, donativo, affettivo. Tu sei l´amato. Mentre ti guardi allo specchio medita su questo essere il figlio suo, il centro del suo amore. Tu non sei frutto del caso, o peggio ancora della colpa. Tu sei stato voluto, e ancora oggi Dio ti vuole, ti desidera, fa pazzie per te. In Te ho posto il mio compiacimento: la voce del Padre ribadisce il suo amore per il Figlio. Gesù è il Figlio, ma anche tu lo sei, grazie a Lui. Spesso la gente ti fa sentire sbagliato, fuori posto, inadatto, non idoneo. Altrettante volte tu stesso vivi questa emozione negativa, e questa ombra si stende sui tuoi giorni, sui tuoi anni, rendendo tutto opaco e spento. Sei sempre davanti allo specchio? Bene. Ora ascolta cosa ti dice il Padre: tu sei la mia gioia, la mia delizia, mi compiaccio di te, ti amo follemente. Mi vai bene così, sennò ti avrei fatto in modo diverso. Lascia che io viva in te, accetta di vivere in me, staremo bene insieme, ne sono sicuro. Ti amo. Lascia che questi pensieri ti invadano, e si trasformino in un abbraccio di Dio per te, vivi questo momento bello di intimità e guarigione profonda, stai con Dio.

INCONTRI IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO      notizia del 07/01/2019

Sta per iniziare il nuovo coro in preparazione al matrimonio Nel momento in cui i fidanzati chiedono di celebrare il sacramento del matrimonio fanno due ammissioni: 1) confermate la Vostra fede in Gesù Cristo e nella Chiesa; 2) date testimonianza della vostra fede davanti alla comunità dal momento che il matrimonio è celebrato nella comunità dei fedeli. Se immaginiamo la vita come una traversata oceanica a bordo di una nave, fino ad ora ognuno di voi ha fatto il passeggero, si è lasciato trasportare per cui non avete avuto bisogno di consultare le carte nautiche per tracciare la rotta, di informarvi sulle condizioni meteorologiche, di prevenire ed evitare burrasche, uragani, trombe marine. Anche se molti di voi hanno già vissuto l’esperienza della convivenza, solo adesso che vi approssimate al matrimonio è indispensabile cambiare ruolo: dovete diventare nocchieri e questo è umanamente impossibile senza un´adeguata preparazione, che deve comprendere oltre alla conoscenza teorica di carattere generale anche conoscenze specifiche, esperienze, tirocinio. Se, poi, confrontiamo il mondo che ci circonda con quello di alcuni decenni or sono, possiamo proseguire nella nostra metafora nautica. Ieri la nave, che veniva affidata alla coppia all’inizio e durante la vita in comune, era servita da una strumentazione efficiente con carte nautiche particolareggiate, con precisi punti di riferimento, con una rotta tracciata, con adeguati soccorsi così che il viaggio poteva dirsi sicuro ed organizzato. Oggi, invece, è più facile pensare che anziché su un transatlantico la coppia salga a bordo di un’imbarcazione di fortuna, una zattera, una barca a vela, con la quale si affronta da soli il mare aperto, si può essere trascinati dalle correnti, si cambia spesso rotta o si finisce per bloccarsi per mancanza di vento. In questa solitudine in mare aperto, con la paura di perdersi, è assolutamente indispensabile trovare un accordo su turni, soste e ruoli, nulla essendo preordinato. Due scogli sono sempre in agguato: l’idealizzazione che accentua il sogno dell’innamoramento e, al contrario, l’enfatizzazione degli insuccessi, che finisce per far dimenticare che la maggior parte delle coppie non scoppia! Gli sposi dovranno imparare a comunicarsi desideri e paure, dovranno conoscersi a fondo. E se durante il viaggio scoprite che il/la vostro/a compagno/a soffre di mal di mare o non sa nuotare? Il viaggio, dunque, dipende dal coraggio della coppia, dal desiderio di raggiungere la meta (e questo è tanto più forte quanto più unica-esclusiva e coinvolgente tutta la persona è la meta), desiderio che però diventa fragile nei momenti di stanchezza e di noia. È allora necessario, ogni tanto, attraccare in qualche porto sicuro dove poter riposare e riprendere vigore prima che sia troppo tardi e si faccia naufragio. Da questa metafora emerge il bisogno crescente di soggettività, del dovere-diritto a scelte personali nell’esperienza d’amore, quando le spinte socio-culturali di questo mondo intaccano alle radici ogni tipo di relazione con l’altro. Oggi, in non pochi casi, si assiste ad un accentuato deterioramento della famiglia e ad una certa corrosione dei valori del matrimonio. In numerose nazioni, soprattutto economicamente sviluppate, l´indice di nuzialità si è ridotto. Si suole contrarre matrimonio in un´età più avanzata e aumenta il numero dei divorzi e delle separazioni, anche nei primi anni di tale vita coniugale. Tutto ciò porta inevitabilmente ad una inquietudine pastorale, mille volte ribadita: Chi contrae matrimonio, è realmente preparato a questo? Il problema della preparazione al sacramento del Matrimonio, e alla vita che ne segue, emerge come una grande necessità pastorale innanzitutto per il bene degli sposi, per tutta la comunità cristiana e per la società. Perciò crescono dovunque l´interesse e le iniziative per fornire risposte adeguate e opportune alla preparazione al sacramento del Matrimonio. La preparazione al matrimonio costituisce un momento provvidenziale e privilegiato per quanti si orientano verso questo sacramento cristiano. È un Kayrós, cioè un tempo in cui Dio interpella i fidanzati e suscita in loro il discernimento per la vocazione matrimoniale e la vita alla quale introduce. Il fidanzamento si iscrive nel contesto di un denso processo di evangelizzazione. Di fatto confluiscono nella vita dei fidanzati, futuri sposi, questioni che incidono sulla famiglia. Essi sono pertanto invitati a comprendere cosa significhi l´amore responsabile e maturo della comunità di vita e di amore quale sarà la loro famiglia, vera chiesa domestica che contribuirà ad arricchire tutta la Chiesa

DOMENICA 6 GENNAIO 2019      notizia del 05/01/2019

Commento alla liturgia di domani, L´Epifania del Signore ( Mt 2,1-12 ) Incontrarci con Lui per esserne rivestiti di luce SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 “Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce”, inizia con queste consolanti parole del profeta Isaia la prima lettura di questa solennità dell´Epifania del Signore, che quest´anno 2019, capita nella prima domenica del nuovo appena da pochi giorni iniziato. Migliore auspicio per tutti non può essere che questo invito da accogliere e da mettere in pratica. L´invito a rialzarsi è rivolto a tutti gli uomini di buona volontà che desiderano ardentemente costruire un mondo migliore, partendo proprio dal messaggio del Redentore, in quella grotta di Betlemme a cui fa riferimento il profeta, tanti secoli prima della venuta di Cristo sulla terra. Il rialzarsi è quello della condizione di chi vive nell´errore e nel peccato o è scoraggiato dalla vita, per una molteplicità di motivi, compresi quelli del dolore, della malattia, della delusione, della depressione. La ragione profonda di questa urgente ripresa che tutti dobbiamo attuare è il fatto che viene a noi la luce di Cristo e la gloria del Signore incomincia a brillare sopra di noi. Gesù la nostra speranza, apre nuovi orizzonti di vita spirituale, umana, sociale e mondiale, in quanto le genti cammineranno alla luce della buona notizia della venuta del salvatore e le tenebre scompariranno dal mondo, per tutti i popoli vedranno la gloria di Dio. Chiaro riferimento alla manifestazione di Cristo, quale Salvatore, a tutta l´umanità con l´arrivo dei Magi, di cui oggi la chiesa fa memoria nella liturgia dell´Epifania. A raccontarci lo storico avvenimento dell´arrivo dei Magi, prima e Gerusalemme e poi a Betlemme è l´evangelista Matteo che nel brano del Vangelo di oggi ci informa che al tempo del re Erode, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme per conoscere il re dei Giudei. Questi scienziati e scrutatori del cielo avevano, infatti, visto spuntare la stella del nuovo Re, cosicché si avviarono dal lontano Oriente verso la città santa, guidati dalla stella cometa. Cosa che avvenne regolarmente, non senza aver superato l´ostacolo del Re Erode, che voleva eliminare il bambino appena nato. I Magi saggiamente non diedero informazioni al Re, una volta che ebbero la possibilità di seguire il tracciato del cielo per andare dritto al luogo prescelto dal Figlio di Dio per venire alla luce: quel villaggio di Betlemme, sconosciuto fino allora e divenuto famoso per la nascita di Gesù e per la diffusione della notizia che gli stessi Magi portarono nel loro viaggio di ritorno. L´evangelista Matteo, mette in evidenza che i Magi, dopo un tempo di oscuramento della stella, provocato dal contatto con un Re assassino e criminale, videro di nuovo la stella, che avevano visto spuntare. Questa luce nel cielo li precedeva li accompagnava nel cammino e li illuminava nella notte, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Di fronte a questa indicazione sicura che il cielo inviava loro, i Magi al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Per cui non si fermarono, ma proseguirono oltre, per giungere esattamente ne posto dove il Signore li stava indirizzando e chiamando, in quella grotta in cui li aveva attesi. Essi, quindi, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. L´atto di devozione e di ossequio viene espletato in tutte le modalità e formalità, trovandosi loro davanti al Re e come tale Gesù viene adorato. Gli stessi doni portati dai Magi esprimevano questo significato della regalità di Cristo sulla terra della Palestina e del resto del mondo. L´incontro con Gesù Bambino permise a questi scienziati e astrologi di ritornare direttamente al loro paese senza dare informazione ad Erode che attendeva una risposta. Infatti, avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un´altra strada fecero ritorno al loro paese. Scelta saggia e intelligente per evitare ogni compromesso con il male e il potere distruttivo della politica del tempo. Ecco perché san Paolo nella seconda lettura di oggi, tratta dalla sua lettera agli Efesini sottolinea l´importanza della sua missione tra le genti pagane, alle quali si rivolge per far conoscere il mistero della salvezza operata di Cristo. Tale mistero che non era stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni viene rivelato in questo preciso tempo della venuta di Gesù sulla terra. E questo mistero consiste essenzialmente nel fatto che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo. Nessuno quindi è escluso dalla salvezza divina, ma tutti sono chiamati a salvarsi allontanandosi dal male, dalle temere del peccato, per seguire la luce radiosa del Cristo Redentore. Non a caso nel prefazione dell´Epifania ci rivolgiamo a Dio con queste parole: Oggi in Cristo luce del mondo tu o Dio hai rivelato ai popoli il mistero della salvezza e in Lui, apparso nella nostra carne mortale, ci hai rinnovati con la gloria dell´immortalità divina. In fondo, la missione di Cristo è quella di portare a salvezza eterna tutti i suoi figli, tutti gli esseri umani, perché nessuno di esso vada perduto, allontanandosi dall´amore redentivo e misericordioso di Dio, fattosi bambino nel grembo purissimo della Beata Vergine Maria.

1 GENNAIO 2019      notizia del 01/01/2019

commento alla liturgia di martedì 1 gennaio: Maria Santissima Madre di Dio : Lc 2,16-21 Lasciamoci condurre, durante il nostro pellegrinaggio terreno, dall´esempio di Mari a diventare attenti discepoli del Signore, portatori di pace e gioia. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La prima lettura che la liturgia della parola ci propone, è un testo di benedizione, è un´invocazione a Dio, affinché faccia brillare il suo volto sul popolo e lo protegga: «Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace». Questa benedizione deve essere per noi un monito: mentre inizia il nuovo anno non affidiamoci agli astri, all´oroscopo, ai maghi, ma a Dio e soltanto a Dio. Oggi, purtroppo, è diffuso il ricorso alle forze occulte, ai cartomanti. Questo comportamento da parte nostra sta ad indicare lo sbandamento delle coscienze. Ci affidiamo agli uomini e ai loro riti magici e implicitamente rifiutiamo Dio. Chiediamo perdono al Signore ogni volta che lo rinneghiamo! Torniamo a Lui, invochiamo il Suo nome! All´inizio di ogni nuovo anno viene celebrata la giornata mondiale della pace. Chiediamo al Signore e a Maria Santissima, Madre di Dio, affinché i nostri cuori diventino puri e capaci di perdonare ed annunciare la pace. In questo primo giorno dell´anno il Vangelo ci conduce ancora una volta alla stalla di Betlemme, dove è deposto Gesù appena nato: i pastori, dopo aver contemplato la scena di quel bambino avvolto in fasce, subito diventano testimoni e cominciano a glorificare e a lodare Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com´ era «stato detto loro». L´evangelista Luca prosegue dicendo che «Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Maria, dunque, ascolta. Ascolta perché è umile. Ascolta perché il suo cuore è libero, è puro. Nell´annunciazione Maria dice poche ed essenziali parole; a Betlemme nessuna parola; a Cana pochissime parole; nella vita pubblica e ai piedi della croce nessuna parola! Perché? Perché Maria è una donna che ama ascoltare, è una donna attenta a cogliere tutti i segnali della volontà di Dio per rinnovare quotidianamente il sì gioioso della sua obbedienza. Del resto tutti obbediamo a qualcuno o a qualcosa: c´è chi obbedisce ai propri datori di lavoro, c´è chi obbedisce al proprio egoismo, chi alla propria vanità, chi al proprio orgoglio, etc. Maria, invece, obbedisce a Dio. Che grande lezione di sapienza ha dato Maria a noi tutti! Maria, nella stalla di Betlemme, accanto al suo bambino Gesù, è l´immagine della gioia. Infatti, quando c´è Dio, si può vivere in un tugurio ed essere contenti; quando c´è Dio, si può essere poverissimi ed essere contenti come san Francesco d´Assisi, quando c´è Dio c´è gioia, quando nel nostro cuore c´è Dio c´è tutto. Perché oggi c´è tanta tristezza? Perché manca Dio nella nostra vita, l´abbiamo rifiutato. Con il benessere, con il potere non si risolve il problema della gioia. Molte persone sono tristi perché sono vuote dentro, sono vuote di Dio! Nell´ultimo versetto del brano evangelico leggiamo: «Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall´angelo prima che fosse concepito nel grembo». È meditando su queste parole che possiamo approfondire la nostra contemplazione del mistero del Natale, il mistero del Verbo fatto carne che è venuto ad abitare in mezzo a noi. Otto giorni dopo la sua nascita, Gesù viene circonciso. Questo gesto lo rende appartenente al popolo dell´alleanza santa stipulata con Abramo. Insieme alla circoncisione, Gesù riceve anche il nome, che si rivela conforme all´annuncio dell´angelo. Giuseppe e Maria lo chiamano, appunto, Gesù, Jeshu´a, che significa «il Signore salva» e, quindi, Salvatore: questo nome è dato da Dio stesso, non dagli uomini! È per opera dello Spirito Santo che Maria è diventata gravida, è per volontà di Dio che ha partorito quel Figlio che solo Dio poteva donare all´umanità. Il frutto benedetto del ventre di questa donna è Gesù. San Paolo, nella lettera che scrive ai Galati, dice: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna». Gesù è nato da una donna, quella donna è Maria, la vergine di Nazaret scelta da Dio. Essere Madre di Dio comportava per lei seguire la via di Dio, ossia la via del dolore, della sofferenza. Lungo questa via Maria non ha mai esitato: ha fatto tutto il pellegrinaggio terreno santificando ogni giorno della sua vita. Lasciamoci condurre, durante il nostro pellegrinaggio terreno, dall´esempio di Maria, Madre di Gesù, Regina della pace, a diventare attenti e docili discepoli del Signore, portatori di pace e gioia.

31 DICEMBRE 2018      notizia del 31/12/2018

Buongiorno a tutti. Questa sera alle h. 18.00 saluteremo il 2018 con TE DEUM. Solitamente viene cantato a cori alterni: presbitero o celebrante e il popolo...ma non aspettatevelo da me...ormai mi conoscete. Tra i tanti limiti che ha il vostro parroco che ha , vi è anche quello canoro... e quindi quando canto io non si può proprio dire : " chi canta bene prega due volte" È l´inno cristiano di ringraziamento per eccellenza e viene cantato tradizionalmente la sera di San Silvestro per ringraziare il Signore dell’anno appena trascorso. Attribuito a San Cipiriano, è stato musicato da diversi autori, da Palestrina a Mozart fino a Verdi. Compare nel finale del primo atto della Tosca di Puccini e anche nella colonna sonora del film "Il gobbo di Notre Dame" ll Te Deum (estesamente Te Deum laudamus, "Dio ti lodiamo") è un inno cristiano di ringraziamento che viene tradizionalmente cantato la sera del 31 dicembre, per ringraziare dell´anno appena trascorso durante i primi vespri della solennità di Maria Ss. Madre di Dio oppure in altre particolari occasioni solenni come nella Cappella Sistina ad avvenuta elezione del nuovo pontefice, prima che si sciolga il conclave oppure a conclusione di un Concilio. CHI L’HA SCRITTO? Sono diversi gli autori che si contendono la paternità del testo. Tradizionalmente veniva attribuito a san Cipriano di Cartagine, oggi gli specialisti attribuiscono la redazione finale a Niceta, vescovo di Remesiana (Dacia inferiore) alla fine del IV secolo. Secondo una leggenda (risalente al più tardi a una cronaca milanese del sec. XI falsamente attribuita al vescovo Dacio) il Te Deum è stato intonato da Sant’Ambrogio e Sant’Agostino il giorno di battesimo di quest´ultimo, avvenuto a Milano nel 386, per questo è stato chiamato anche "inno ambrosiano". CHI L’HA MUSICATO? Il Te Deum è stato musicato da diversi autori: Giovanni Pierluigi da Palestrina, de Victoria, Händel, Mendelssohn, Mozart, Haydn e Verdi. Da sempre la musica del Te Deum è stata utilizzata in diverse occasione: il preludio del Te Deum H. 146 di Charpentier viene usato come sigla di inizio e fine delle trasmissioni in Eurovisione ed è anche suonato alla fine di tutti i concerti dei Nomadi. Il Te Deum viene anche intonato dal coro nel finale del primo atto della Tosca di Giacomo Puccini. Alcuni versi del testo sacro sono stati usati per la colonna sonora del film “Il gobbo di Notre Dame” della Disney, in particolare nel pezzo “Rifugio (Sanctuary!)”, che accompagna la scena in cui Frollo sta per uccidere Esmeralda sul patibolo e le scene dell´assalto alla cattedrale. QUAL È IL CONTENUTO? L´inno si può dividere in tre parti: -La prima, fino a Paraclitum Spiritum, è una lode trinitaria indirizzata al Padre. Letterariamente è molto simile ad un´anafora eucaristica, contenendo il triplice Sanctus. -La seconda parte, da Tu rex gloriæ a sanguine redemisti, è una lode a Cristo Redentore. -L´ultima, da Salvum fac, è un seguito di suppliche e di versetti tratti dal libro dei salmi. Solitamente viene cantato a cori alterni: presbitero o celebrante e il popolo.

DOMENICA 30 DICEMBRE : LA SACRA FAMIGLIA      notizia del 29/12/2018

Commento alla liturgia della domenica :Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe Lc 2,41-52 :L´obbedienza alla volontà di Dio passa attraverso l´obbedienza alla volontà degli uomini SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Auguri a tutte le famiglie! Oggi è la festa della Santa Famiglia di Nazareth, e dunque, festa di tutte le famiglie. Il Vangelo di Luca è l´unico a riportare una scena di vita familiare che ha come protagonisti Maria, Giuseppe e Gesù: alcuni scrittori spirituali si sono cimentati nella riflessione sulla psicologia di Gesù dodicenne è hanno scritto interessanti studi che potrebbero aiutare le famiglie ad affrontare questa difficile e delicata stagione della vita dei loro figli, quale è, appunto, la preadolescenza e l´adolescenza. Non pensiamo che il Signore, a quell´età, fosse tanto diverso dai ragazzini d´oggi: primi turbamenti ‘ormonalì -, primi dissensi in famiglia, prime insofferenze contro l´autorità paterna... A questo stato psicologico-emotivo-affettivo, nella persona di Gesù si aggiungevano anche i primi segni di quella che, nei secoli a venire, sarebbe stata definita la coscienza messianica del Figlio di Dio. Un altro mito da sfatare - ma credo che sia già sfatato da tempo! - è quello secondo il quale Gesù sarebbe stato consapevole della sua identità di vero uomo e di vero Dio fin dalla nascita: dal punto di vista umano, il Signore era in tutto e per tutto uguale a noi, escluso il peccato, come scrive san Paolo; come noi, visse tutte le fasi della crescita fisica e dello sviluppo intellettuale, secondo i tempi naturali, senza dare segni apparenti di diversità, rispetto ai suoi coetanei. San Luca introduce un primo indizio di autocoscienza in un momento che rappresenta per ogni israelita il passaggio dalla fanciullezza alla maturità; secondo la Legge ebraica, al compimento del dodicesimo anno, ogni figlio maschio doveva essere ‘introdotto´ alla conoscenza delle SS. Scritture e della liturgia ebraica; imparava a leggere i testi in pubblico e indossava il “Tallit”, il tipico scialle maschile di preghiera. Possiamo bene intuire la trepidazione di mamma Maria e di papà Giuseppe, mentre salivano al Tempio, per presentare il figlio in pubblico, e ascoltarlo mentre proclamava un salmo, o leggeva una profezia... Certamente i due genitori non immaginavano che cosa stava accadendo nel cuore e nella mente del fanciullo e che cosa sarebbe accaduto di lì a poco... Mi permetto di sottolineare che, di tutti e quattro i Vangeli, questa è l´unica pagina ove siamo testimoni della vita quotidiana di questa singolare famiglia; una famiglia che, fino a quel momento, se si eccettuano le vicende tragiche accadute 12 anni prima - fuga in Egitto e relativo ritorno a Nazareth - di singolare non aveva proprio niente. Ebbene, Luca riporta il resoconto di quella che potremmo tranquillamente definire una solenne litigata tra due genitori e il loro figlio unico. Agli occhi della madre e del padre, il giovane Gesù aveva combinato una bravata, una di quelle da togliergli lo smartphone per un mese... e sarebbe ancora stato poco! un ragazzo di dodici anni scompare per tre giorni... Mamme, papà, se fosse capitato a voi, a un vostro figlio della stessa età di quella di Gesù,... che cosa avreste provato? Sgomento, disperazione,... Ma poi, ascoltando le ragioni di vostro figlio: “Perché mi cercavate? non sapevate che devo fare le cose del Padre mio?”, in altre parole: “Devo fare i fatti miei!”... come avreste reagito? La vita ci insegna che si dimentica presto. Dodici anni non sono molti, ma non sono neanche pochi. Se, nell´arco di questi dodici anni, non capita nulla che abbia il benché minimo riferimento con quanto accadde prima, chi si ricorda più di quei fatti drammatici? Fu lo stesso per Maria e Giuseppe; ma questo episodio non li riportò solo indietro nel tempo, alla scena del presepio con tutto ciò che seguì; la perdita e il ritrovamento nel Tempio di Gesù costituirono per i due santi genitori una prova ulteriore che il loro destino faceva parte di un disegno assai più grande, pensato e realizzato da Dio, con o senza il loro consenso! Chi, infatti, accetterebbe volontariamente, di buon grado, di perdere suo figlio? Non si dimentichi che nel linguaggio lucano, perdere è sinonimo di morire. Il racconto è ricco di particolari che vanno interpretati, per capire che ciò a cui stiamo assistendo non è solo un banale litigio familiare, ma il passaggio capitale, il giro di boa, la fine dell´innocenza e l´inizio del compimento... Ma i giorni della passione gloriosa di Gesù erano ancora lontani. Altri vent´anni sarebbero trascorsi in una apparente normalità anonima e nascosta, durante i quali il figlio dell´Uomo avrebbe maturato la Sua vocazione, passando forse attraverso un´esperienza di ascesi nel deserto, l´occasione per conoscere Giovanni il precursore, e farsi conoscere da lui. Da questa esperienza dolorosa, Maria e Giuseppe uscirono più confusi e disorientati di prima... Luca afferma che non capirono le parole di Gesù. Ma il Vangelo di oggi ci dice anche un´altra cosa: il ragazzo se ne tornò a casa con i genitori e stava loro sottomesso; quando la vita di un uomo, di una donna, intercettano la vita stessa di Dio, il tempo umano deve fare i conti con i tempi di Dio. È Lui, Dio, a segnare il cammino e a scandire i giorni. Nel quarto Evangelo, più volte il Signore risponde a sua madre, ma anche ad altri interlocutori: “la mia ora non è ancora giunta!”; neppure Lui, che era il Figlio di Dio, consustanziale al Padre, conosceva la tempistica del piano celeste che era venuto a realizzare facendosi uomo nel grembo verginale di sua madre. Intanto? Intanto si obbedisce! L´obbedienza alla volontà di Dio passa attraverso l´obbedienza alla volontà degli uomini. Dirò di più: si impara ad obbedire a Dio obbedendo ai propri genitori. Sono loro, i genitori, i primi maestri di obbedienza. Così come furono i genitori, segnatamente Maria, ad insegnare a Gesù a pregare... L´Incarnazione si nasconde nella quotidianità. L´Incarnazione si rivela nei fatti ordinari della vita. Fu così per il Signore; è così anche per noi. Dio ci sfida a riconoscerne i segni, per convertire la nostra storia in storia di salvezza in atto

NATALE. 25 dicembre 2018      notizia del 25/12/2018

Commento Natale del Signore - Messa del Giorno Gv 1,1-18 :La via della fragilità è dunque la via maestra attraverso la quale Dio è venuto a noi e (attraverso la quale) noi possiamo andare a Lui. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Buon Natale! Questo grande affresco che Giovanni evangelista dipinge sul mistero dell´Incarnazione risente della riflessione filosofica e teologica del suo tempo, una riflessione non priva di accenti polemici. Si parla di luce e di tenebre, di Verità e di menzogna; di testimonianza e di rifiuto della testimonianza; si parla di inizio e di compimento; si parla della legge di Mosè e di grazia e verità di Cristo. Si parla soprattutto di carne, della nostra carne e della carne di Gesù: Dio sceglie di farsi vicino, di entrare in comunione con noi, assumendo la nostra carne e facendola sua; ciò che lascia spiazzati è che in Dio, la nostra carne non diventa forte, almeno non subito, ma resta fragile, per tutta la durata della (sua) vicenda terrena... La via della fragilità è dunque la via maestra attraverso la quale Dio è venuto a noi e (attraverso la quale) noi possiamo andare a Lui. Il desiderio di amicizia, di sintonia, di prossimità, quel desiderio che nasce dalla paura di rimanere soli e non amati, trova nel Natale la risposta più esaltante e più commovente. Ok per il desiderio di amicizia, di affetto, desiderio di amare e di essere amati,... è un desiderio naturale, quasi istintivo; ma ce la sentiremmo di dichiarare che il nostro desiderio di affetto coincida con il desiderio di Dio? Se ci domandassero: “Ma tu, ti senti amato dal Signore? ami il Signore? che cosa provi ad amare il Signore?”. Perdonate se insisto: almeno oggi che è Natale, almeno qui in chiesa, proviamo a mantenere l´attenzione sul mistero che ha dato origine a questa festa... Anche noi corriamo il rischio di perdere di vista il motivo di tanta gioia,... contagiati forse dall´euforia dei bambini... Non dico che i bambini non meritino la nostra attenzione... Tuttavia, evitiamo, se possibile, si sottoscrivere anche noi, esplicitamente o implicitamente, l´idea che il Natale sia la festa dei bambini! Con tutto il rispetto per i bambini, il Natale non è la festa dei bambini. Natale è una festa per adulti, adulti maturi! Con la nascita di Gesù si sono compiute le profezie, la storia ha segnato una svolta per chi crede e anche per chi non crede; il peso di questo evento è tale che il computo del tempo fu e sarà sempre ripartito in “a.C., avanti Cristo” e “d.C., dopo Cristo”. Se questa precisa connotazione del tempo, della storia, è così importante, a maggior ragione, per noi che crediamo, l´incarnazione del Signore acquista un valore assoluto, l´unico valore dal quale possiamo attingere tutti gli altri valori umani, a motivo dell´umanità di Cristo, e cristiani, a motivo della divinità del Cristo. E, a proposito di divinità, oggi la liturgia ci esorta a riconoscere in quel bambino che giace nella mangiatoia la Persona del Figlio di Dio! Ci vuole una bella fede! Non cadiamo nella trappola delle emozioni! La fede che intendo è molto di più che la semplice compunzione del cuore alla vista del presepio. Partiamo pure dal presepio... che cosa vediamo? solo un bambino! non ha una casa, sua madre è poco più che una ragazzina e suo padre non è nemmeno suo padre - beh, da questo punto di vista, Gesù è un bambino come ce ne sono tanti al giorno d´oggi... -. Ebbene, in quell´esserino bisognoso di tutto, noi adoriamo Colui che è sceso dal Cielo per darci tutto... Cos´è, uno scherzo? a fatica riusciamo a cacciare il sospetto che la nostra preghiera non sia stata capita da Dio... E una domanda impertinente quanto drammatica si insinua nella mente: colui che abbiamo atteso, che - almeno così ci hanno assicurato i profeti - avrebbe finalmente portato la gioia, la pace, la realizzazione di ogni (nostro) desiderio di bene, è proprio questo Gesù? Oppure questo Gesù bisognoso, lui per primo, di gioia, di pace, di pane, di calore umano... ci chiede senza parlare - del resto, come potrebbe, in quelle condizioni? - di rivedere le nostre attese, e di fare spazio per un altro desiderio? Forse, a pensarci bene, non è un altro desiderio, non è un desiderio in più; è un desiderio che c´era già, che c´è sempre stato, ma che abbiamo emarginato, dimenticato, ucciso e seppellito... Emarginato, dimenticato, ucciso e seppellito: particolari, questi verbi, non vi sembra? qualcuno li ha già usati parlando di una persona... e questa persona è proprio Lui, Gesù di Nazareth. Ogni volta che eliminiamo il Signore dalla classifica dei nostri valori, di più, dal podio della classifica, di più, dal primo posto in classifica, anche noi facciamo quello che fecero i Giudei e non solo loro, duemila anni or sono: “Venne tra i suoi, ma i suoi non l´hanno accolto; il mondo non lo riconobbe...”. Lo sappiamo bene: per far fuori una persona, non è necessario usare la pistola... basta dimenticarci di lei, di lui. Se il ricordo di questo Natale non svanirà nel giro di qualche giorno, sarà la prova che la nostra fede è reale, che la nostra vita è cristiana, che il nostro desiderio di Dio è autentico; e che questo desiderio si è realizzato davanti a quel bambino deposto in una mangiatoria. Auguri a tutti.

24 DICEMBRE 2018      notizia del 24/12/2018

commento al Natale del Signore - Messa della Notte: Lc 2,1-14 : i tre segni di pace annunciati dal profeta Isaia: i simboli della schiavitù spezzati, le calzature dei soldati bruciati per ripristinare la pace e l´annuncio della nascita del "Emmanuele " il Dio con noi" SS. Messa della natività alle h. 24.00 Torniamo a custodire in noi le parole di gioia associate alla pace, che ci vengono offerte da Dio per mezzo del profeta Isaia. Questa Parola di Dio ci introduce alla «grande gioia» dell´annuncio della nascita di Gesù, fatto dall´angelo ai pastori, cioè agli esclusi, ai poveri, ai lontani dalla comunità religiosa di quel tempo. Intuiamo qualcosa di bello che sta avvenendo. Anche se non siamo più abituati a paragonare la nostra gioia a quella dei contadini che mietevano il grano a mano o ai soldati antichi che si spartivano il bottino della vittoria, ci fa bene riascoltare quel canto di gioia proclamato dal profeta Isaia, rivolto a Dio: «Hai moltiplicato la gioia! Hai aumentato la letizia! Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si divide il bottino» (Is 9,2). È la super gioia della festa del raccolto dopo tanta fatica nel lavoro manuale dei campi e la super gioia della vittoria dopo la dura lotta in guerra. In ambito rurale, la gioia del raccolto era associata ad un tempo meritato di riposo e di festa, segni di un tempo di pace. Anche la fine di una guerra portava la gioia di un tempo di pace. La gioia è profondamente associata alla pace. Bellissimi i tre segni della pace proclamati dal profeta Isaia: il primo segno è costituito dal bastone e dal giogo, simboli di schiavitù e oppressione, che sono spezzati, perché è cessata la sottomissione umiliante del più debole sotto il più forte; il secondo segno è dato dalle calzature da soldato e dai mantelli macchiati di sangue, che diventano materia prima di un grande falò, il fuoco della pace, ripristinata dopo un tempo buio di guerra; il terzo segno è dato dall´annuncio della nascita di un bambino della dinastia regale della casa di Davide: «Un bambino è nato per noi. Ci è stato dato un figlio» (Is 9, 5a). Isaia gioiva per la nascita di Ezechia, venuto al mondo in un tempo di tenebre per tutto il popolo a causa della prepotenza degli Assiri che promuovevano guerre per assoggettare sotto il loro dominio tutti i popoli circostanti. Le parole a seguire riecheggiano l´intronizzazione del re bambino appena esaltato nell´atto della sua nascita, perché sembra che questo bambino sia rivestito del manto regale: «Sulle sue spalle il segno della sovranità» (Is 9, b). Poi viene il rito dell´imposizione di quattro titoli che esaltano la sua regalità: «Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace» (Is 9, 5c). L´antico protocollo di intronizzazione di un re egiziano prevedeva l´acclamazione di cinque nomi. Il quinto nome attribuito a questo re bambino Isaia lo aveva già annunciato: «La vergine concepirà e partorirà un figlio che chiammerà Emmanuele» (Is 7,14b) «il Dio con noi» (Mt 1,23). Ma cosa hanno da dire a noi queste parole antiche del profeta, che vogliono essere Parola di Dio per noi oggi? Dio c´è in questa nostra storia complicata, che si ripete con il susseguirsi di guerre, di superpotenze di turno, di strategie di potere per controllare e sfruttare popoli interi. Al tempo di Isaia dominavano gli Assiri, al tempo di Gesù erano i Romani. I censimenti promossi dall´imperatore erano finalizzati al controllo della popolazione e al loro sfruttamento mediante le tasse da imporre. Gesù nasce a Betlemme ed è intronizzato come un re bambino, e il suo trono è una «mangiatoia», citata ben tre volte dall´evangelista. Il «Salvatore, che è Cristo Signore» annunciato dall´angelo ai pastori, motivo di «grande gioia per tutto il popolo», è lo stesso che Paolo, come angelo, annuncia a Tito, suo collaboratore fedele: è il «nostro grande Dio e Salvatore Gesù Cristo», il quale ha già «dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formarsi un popolo puro che gli appartenga, zelante nelle opere buone» (Tt 2,14). Il trono regale della mangiatoia di Betlemme è preannuncio del trono regale della croce, ed è per noi cristiani oggi l´altare sul quale Gesù Cristo Signore si dona per noi con il suo corpo e con il suo sangue nel Sacramento dell´Eucarestia. Le fasce che avvolsero il fanciullo diventano allora preannuncio del sudario che avvolse quello stesso corpo diventato adulto, segnato dai segni dei chiodi e delle percosse, ma destinato ad essere trasfigurato dalla sua risurrezione. I presepi tingono l´atmosfera di tanta poesia. Ma cosa vuol dire che i primi destinatari dell´annuncio della nascita del bambino Gesù e i suoi primi adoratori furono dei pastori? Perché Dio Padre mandò il suo angelo a dare l´annuncio a pastori considerati gente impura, poco affidabili nella loro esperienza di fede, esclusi dal tempio e dalla sinagoga? Immedesimarsi in loro in questa notte di Natale è una scomoda responsabilità. Il regno di Dio, di cui questo bambino, intronizzato in una mangiatoia, è re, appartiene ai poveri, agli ultimi, agli esclusi, ai lontani, a coloro che fanno fatica ad essere accettati nella cerchia delle nostre belle e animate comunità cristiane. Se il cuore di Dio non esclude nessuno, ma vuole arrivare fino al più piccolo di questa terra, ci siamo dentro tutti nel Padre, per mezzo del Figlio, per il dono dello Spirito Santo, come figli amati. È questa la comunione / pace fonte di grande gioia! È lo Spirito Santo, forza vitale di questo re bambino, intronizzato in una mangiatoia, simbolo del dono gratuito di sé, a dare la forza a ciascuno di noi, credente, per vivere l´esperienza di sentirsi degni di avere accanto a noi, accolto con lo stesso cuore dilatato del Padre, qualcuno segnato nella sua vita dalla povertà più grande della nostra e dall´esclusione sociale e religiosa.

LUNEDI´ 24 DICEMBRE      notizia del 23/12/2018

alcune cose che possono interessare in merito al Natale, dalla data alla liturgia SS: MESSE di lunedì 24 dicembre: h.8.00 e h.9.00 h.24.00: SS. Messa della natività di Gesù Perché si festeggia il 25 dicembre? Cosa significa "presepe" e a quando risale la tradizione di allestirlo? Quando nacque esattamente Gesù Cristo? Perché la liturgia del Natale si compone di quattro messe? Perché la Chiesa d´Oriente lo festeggia in un´altra data? Ecco una guida pratica per conoscere la festa più importante dell´anno che celebra la nascita del Figlio di Dio Con il Natale tutti i cristiani celebrano la nascita del Figlio di Dio, Gesù Cristo, che si fece uomo. L’Incarnazione del Verbo di Dio segna l’inizio degli “ultimi tempi”, cioè la redenzione dell’umanità da parte di Dio. PERCHÉ LA CHIESA CATTOLICA LO FESTEGGIA IL 25 DICEMBRE? Un antico documento, il Cronografo dell´anno 354, attesta l´esistenza a Roma di questa festa al 25 dicembre, che corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d´inverno, "Natalis Solis Invicti", cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell´anno, riprendeva nuovo vigore. Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, che sorge dalla notte del paganesimo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini. Le strenne natalizie richiamano però più direttamente i doni dei pastori e dei re magi a Gesù Bambino. La festa del Natale si sovrappone approssimativamente alle celebrazioni per il solstizio d´inverno e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre) Inoltre già nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile), che commemorava la nascita dell´Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274 d.C. con la data del 25 dicembre DA DOVE DERIVA LA PAROLA? Il termine italiano "Natale" deriva dal latino cristiano Natāle(m), per ellissi di diem natālem Christi ("giorno di nascita di Cristo") a sua volta da latino natālis derivato da nātus ("nato"), participio perfetto del verbo nāsci ("nascere"). PERCHÉ LA CHIESA CATTOLICA LO FESTEGGIA IL 25 DICEMBRE? Un antico documento, il Cronografo dell´anno 354, attesta l´esistenza a Roma di questa festa al 25 dicembre, che corrisponde alla celebrazione pagana del solstizio d´inverno, "Natalis Solis Invicti", cioè la nascita del nuovo sole che, dopo la notte più lunga dell´anno, riprendeva nuovo vigore. Celebrando in questo giorno la nascita di colui che è il Sole vero, la luce del mondo, che sorge dalla notte del paganesimo, si è voluto dare un significato del tutto nuovo a una tradizione pagana molto sentita dal popolo, poiché coincideva con le ferie di Saturno, durante le quali gli schiavi ricevevano doni dai loro padroni ed erano invitati a sedere alla stessa mensa, come liberi cittadini. Le strenne natalizie richiamano però più direttamente i doni dei pastori e dei re magi a Gesù Bambino. La festa del Natale si sovrappone approssimativamente alle celebrazioni per il solstizio d´inverno e alle feste dei saturnali romani (dal 17 al 23 dicembre) Inoltre già nel calendario romano il termine Natalis veniva impiegato per molte festività, come il Natalis Romae (21 aprile), che commemorava la nascita dell´Urbe, e il Dies Natalis Solis Invicti, la festa dedicata alla nascita del Sole (Mitra), introdotta a Roma da Eliogabalo (imperatore dal 218 al 222) e ufficializzato per la prima volta da Aureliano nel 274 d.C. con la data del 25 dicembre PERCHÉ LA LITURGIA DEL NATALE SI COMPONE DI QUATTRO MESSE? Le celebrazioni sono la messa vespertina della vigilia, quella ad noctem (cioè la messa della notte), la messa in aurora e la messa in die (nel giorno). Il tempo liturgico del Natale inizia con i primi vespri del 24 dicembre, per terminare con la domenica del Battesimo di Gesù, mentre il periodo precedente comprende le domeniche di Avvento. La Chiesa celebra con la solennità del Natale la manifestazione del Verbo di Dio agli uomini. È questo infatti il senso spirituale più ricorrente, suggerito dalla stessa liturgia, che nelle tre Messe celebrate oggi offre alla nostra meditazione "la nascita eterna del Verbo nel seno degli splendori del Padre (prima Messa); l´apparizione temporale nell´umiltà della carne (seconda Messa); il ritorno finale all´ultimo giudizio (terza Messa)" LA CHIESA D’ORIENTE QUANDO FESTEGGIA IL NATALE? In Oriente la nascita di Cristo veniva festeggiata il 6 gennaio, col nome di Epifania, che vuol dire “manifestazione”; poi anche la Chiesa orientale accolse la data del 25 dicembre, come si riscontra in Antiochia verso il 376 al tempo del Crisostomo e nel 380 a Costantinopoli, mentre in Occidente veniva introdotta la festa dell´Epifania, ultima festa del ciclo natalizio, per commemorare la rivelazione della divinità di Cristo al mondo pagano. I testi della liturgia natalizia, formulati in un´epoca di reazione alla eresia trinitaria di Arlo, sottolineano con accenti di calda poesia e con rigore teologico la divinità del Bambino nato nella grotta di Betlem, la sua regalità e onnipotenza per invitarci all´adorazione dell´insondabile mistero del Dio rivestito di carne umana, figlio della purissima Vergine Maria (“fiorito è Cristo ne la carne pura”, dice Dante). QUALI SONO LE ALTRE DATE IN CUI SI FESTEGGIA IL NATALE? Il 25 dicembre per cattolici, protestanti e ortodossi che seguono il calendario gregoriano; il 6 gennaio per le chiese ortodosse orientali; il 7 gennaio per gli ortodossi che seguono il calendario giuliano e il 19 gennaio per la Chiesa Armena Apostolica di Gerusalemme che segue il calendario giuliano QUANDO NACQUE ESATTAMENTE GESÙ CRISTO? Le uniche fonti testuali che riferiscono della nascita di Gesù sono i Vangeli di Matteo e Luca, che però non forniscono indicazioni cronologiche precise. Assumendo la validità delle informazioni storiche da essi fornite è però possibile dedurre un probabile intervallo di tempo nel quale collocare l´evento. Il Vangelo di Matteo (2,1) riferisce che Gesù nacque "nei giorni del re Erode", che regnò presumibilmente tra il 37 a.C. e il 4 a.C. Non si può tuttavia escludere che nel 4 a.C. egli abbia semplicemente associato al regno i suoi figli. Matteo 2,16 riporta l´intenzione di Erode di uccidere i bambini di Betlemme sotto i due anni (strage degli innocenti). Assumendo la storicità del racconto, questo suggerisce che Gesù fosse nato uno o due anni prima dell´incontro di Erode coi magi. Fin dai primi secoli, i cristiani svilupparono comunque diverse tradizioni, basate anche su ragionamenti teologici. Questi fissavano il giorno della nascita in date diverse, tanto che il filosofo Clemente Alessandrino (150 - 215 d.c.) annotava in un suo scritto: "Non si contentano di sapere in che anno è nato il Signore, ma con curiosità troppo spinta vanno a cercarne anche il giorno" (Stromata, I,21,146) QUAL È IL SIGNIFICATO DELLA PAROLA “PRESEPE”? Il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, ma anche recinto chiuso dove venivano custoditi ovini e caprini; il termine è composto da prae (innanzi) e saepes (recinto), ovvero luogo che ha davanti un recinto. Un´altra ipotesi fa nascere il termine da praesepire cioè recingere. Nel latino tardo delle prime vulgate evangeliche viene chiamato cripia, che divenne poi greppia in italiano, krippe in tedesco, crib in inglese, krubba in svedese e crèche in francese. Il termine presepe è utilizzata, oltre che in Italia, anche in Ungheria, perché vi giunse via Napoli nel XIV secolo quando un discendente Angiò divenne re di quelle regioni, Portogallo e Catalogna. QUANDO NASCE LA TRADIZIONE DI ALLESTIRE IL PRESEPE? Questa usanza, all´inizio prevalentemente italiana, ebbe origine all´epoca di San Francesco d´Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione della Natività, dopo aver ottenuto l´autorizzazione da papa Onorio III. Francesco era tornato da poco (nel 1220) dalla Palestina e, colpito dalla visita a Betlemme, intendeva rievocare la scena della Natività in un luogo, Greccio, che trovava tanto simile alla città palestinese Tommaso da Celano, cronista della vita di San Francesco descrive così la scena nella Legenda secunda: «Si dispone la greppia, si porta il fieno, sono menati il bue e l´asino. Si onora ivi la semplicità, si esalta la povertà, si loda l´umiltà e Greccio si trasforma quasi in una nuova Betlemme». Il presepio di Greccio ha come antefatto le "sacre rappresentazioni" delle varie liturgie celebrate nel periodo medievale. Nella rappresentazione preparata da San Francesco, al contrario di quelle successive, non erano presenti la Vergine Maria, San Giuseppe e Gesù Bambino; nella grotta dove era stata allestita la rappresentazione erano presenti una mangiatoia sulla quale era stata deposta della paglia e i due animali ricordati dalla tradizione Nella Legenda prima, Tommaso da Celano ci dà una descrizione più dettagliata della notte in cui fu allestito il primo presepio a Greccio; il racconto di Tommaso è poi ripreso da Bonaventura da Bagnoregio nella Leggenda maggiore: «I frati si radunano, la popolazione accorre; il bosco risuona di voci, e quella venerabile notte diventa splendente di luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L´uomo di Dio [Francesco] stava davanti alla mangiatoia, pieno di pietà, bagnato di lacrime, traboccante di gioia, Il rito solenne della messa viene celebrato sopra alla mangiatoia e Francesco canta il Santo Vangelo. Poi predica al popolo che lo circonda e parla della nascita del re povero che egli [...] chiama "il bimbo di Betlemme". Un cavaliere virtuoso e sincero, che aveva lasciato la milizia e si era legato di grande familiarità all´uomo di Dio, messer Giovanni di Greccio, affermò di avere veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo bimbo addormentato che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno» (Bonaventura, Legenda maior, XX) La descrizione di Bonaventura è la fonte che ha usato Giotto per comporre l´affresco Presepe di Greccio, nella Basilica superiore di Assisi. COSA DICE IL MARTIROLOGIO ROMANO? Trascorsi molti secoli dalla creazione del mondo, quando in principio Dio creò il cielo e la terra e plasmò l’uomo a sua immagine; e molti secoli da quando, dopo il diluvio, l’Altissimo aveva fatto risplendere tra le nubi l’arcobaleno, segno di alleanza e di pace; ventuno secoli dopo che Abramo, nostro Padre nella fede, migrò dalla terra di Ur dei Caldei; tredici secoli dopo l’uscita del popolo d’Israele dall’Egitto sotto la guida di Mosè; circa mille anni dopo l’unzione regale di Davide; nella sessantacinquesima settimana secondo la profezia di Daniele; all’epoca della centonovantaquattresima Olimpiade; nell’anno settecentocinquantadue dalla fondazione di Roma; nel quarantaduesimo anno dell’impero di Cesare Ottaviano Augusto, mentre su tutta la terra regnava la pace, Gesù Cristo, Dio eterno e Figlio dell’eterno Padre, volendo santificare il mondo con la sua piissima venuta, concepito per opera dello Spirito Santo, trascorsi nove mesi, nasce in Betlemme di Giuda dalla Vergine Maria, fatto uomo: Natale di nostro Signore Gesù Cristo secondo la carne.

DOMENICA 23 DICEMBRE 2018      notizia del 22/12/2018

Commento alla IV Domenica di Avvento Lc 1,39-45 :Credere significa, secondo un´antica traduzione latina, “dare il cuore” (da “cor-dare”) e coem maria siamo chiamati anche noi consegnarci completamente nelle mani di Dio: dare fiducia a Lui SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Le letture della quarta domenica di Avvento ci fanno entrare nel vivo del Natale. La prima lettura tratta dal libro del profeta Michéa, vissuto nell´ VIII sec. a.C., annuncia la nascita del Messia, Salvatore d´Israele, il quale verrà dal piccolo capoluogo di Giuda, Betlemme. Betlemme, località in sé piccola e quasi insignificante, è chiamata a dare i natali a colui «che sarà grande. [...] Egli stesso sarà la pace». Da essa inizierà la redenzione del mondo. Ma perché Dio sceglie Betlemme come città che dà i natali al suo amatissimo Figlio? Perché essa non ha valore, non conta. Ciò potrebbe sorprenderci ma, in realtà, questo criterio di scelta è la grande lezione di Dio. La grande e perenne lezione del Natale. In parole molto semplici significa che chi è pieno di sé, chi è orgoglioso, chi è superbo, non trova Dio. Solo chi è umile e si mette alla ricerca vera di Dio, con fede, prima o poi lo troverà e si accorgerà che strade diverse da Betlemme, cioè lontane dall´ umiltà e dalla fede, non portano al Signore. Dunque Dio non si trova alla conclusione di tanti ragionamenti, studi, ma alla conclusione di una vita umile, sincera, aperta alla luce. La lettera agli Ebrei (II Lettura) ci dice che Dio non sa che farsene dei sacrifici rituali compiuti dagli uomini: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», ma accetta l´offerta che Gesù, figlio obbediente, fa di se stesso: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Allo stesso modo, in lui vengono accolti da Dio come figli tutti coloro che - sull´esempio di Cristo - accettano di fare la volontà del Padre: «Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell´offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre». Maria ha fatto la volontà del Padre quando ha obbedito prontamente alla chiamata di Dio, pronunciando il suo: «Eccomi». Subito la giovane vergine di Nazareth, si reca verso la montagna della Giudea, per andare a trovare la cugina Elisabetta. L´evangelista Luca scrive che «Maria si alzò e andò in fretta». Maria, dunque, corre perché vuole condividere con Elisabetta la gioia di ciò che sa, la gioia di ciò che ha capito, la gioia di ciò che ha creduto, la gioia di ciò che ha ricevuto. Il viaggio di Maria è un viaggio di carità che diventa missionario perché avendo saputo dall´ angelo Gabriele che Elisabetta aspetta un bambino, è convinta che può aver bisogno del suo aiuto. Il viaggio di Maria, dunque, mosso dall´ amore per mostrare concretamente la sua vicinanza all´ anziana parente, finisce per portare Cristo. L´evangelista narra che «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo». Con il solo suono della voce Giovanni sussulta nel grembo ed Elisabetta viene riempita di Spirito Santo. Giovanni, feto di sei mesi, riconosce il suo Signore, cui dovrà preparare la strada; Elisabetta benedice Maria e il suo bambino e nello stesso tempo, animata dallo Spirito, esprime la grande gioia di inchinarsi umilmente davanti al figlio di Maria perché è il Signore e dice: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!». Poi aggiunge: «A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?». Queste parole di Elisabetta mostrano la sua consapevolezza che Maria porta in grembo Gesù, Dio fatto uomo. Elisabetta testimonia che le profezie si sono compiute e che davvero Maria è la madre del Messia. Infine Elisabetta afferma: «E beata colei che ha creduto nell´ adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Maria è beata perché ha creduto e ha aderito con tutta se stessa alle promesse di Dio. Questa è la vera grandezza: la grandezza nella fede! Credere significa, secondo un´antica traduzione latina, “dare il cuore” (da “cor-dare”). La Vergine Maria si è consegnata completamente nelle mani di quel Dio onnipotente che fa nuove tutte le cose e che rende possibile ciò che umanamente sembra impossibile. Noi abbiamo fede nel Signore? Crediamo nel Signore? Facciamo la sua volontà? Ci stiamo preparando ad accogliere con umiltà e con gioia l´Emmanuele? Il Natale è ormai alle porte. Chiediamo al Signore, Principe della pace, affinché per intercessione di Maria di Nazareth, possa donarci la gioia del cuore. Apriamo i nostri cuori alla preghiera sincera per poter festeggiare con gioia interiore la nascita del Salvatore.

DOMENICA 16 DICEMBRE 2018      notizia del 15/12/2018

Commento alla III Domenica di Avvento (Anno C) - Gaudete ( Lc 3,10-18)..accogliamo l´invito a rallegrarci per la venuta del Cristo SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Nell´antifona d´ingresso di questa terza domenica di Avvento leggiamo: «Rallegratevi sempre nel Signore: ve lo ripeto, rallegratevi, il Signore è vicino». Questa domenica, nella quale il celebrante indossa la casula di color rosa, è chiamata Domenica Gaudete, ossia della gioia. Perché della gioia? Perché l´Eucaristia che celebriamo ci introduce nella gioia del Natale, ossia nel grande mistero dell´Emmanuele, il Dio-con-noi, il Dio-per-noi. Le letture di questa domenica, infatti, ci propongono il tema della gioia. Il profeta Sofonìa (I Lettura) ci invita a rallegrarci, a gioire e ad esultare: «Rallègrati [...], grida di gioia [...], esulta e acclama con tutto il cuore». Il motivo di questo invito è la presenza del Signore in mezzo al suo popolo: «Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente [...], ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia». Noi sappiamo che la presenza di Dio in mezzo agli uomini ha raggiunto la sua pienezza a Betlemme, con la nascita del Signore, e questa vicenda è alla base della gioia per tutti noi. Mentre l´apostolo Paolo (II Lettura) scrivendo ai cristiani della comunità di Filippi, li esorta a vivere nella gioia del Signore: «Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti». Questa esortazione alla gioia è perché: «Il Signore è vicino!». Non scoraggiamoci, dunque, di fronte alle difficoltà che incontriamo ma abbiamo fiducia nel Signore perché lui solo è la nostra gioia e la nostra salvezza. Noi cristiani abbiamo delle responsabilità: prepararci ad essere ben disposti alla venuta del Signore, annunciare e testimoniare il Vangelo con la nostra vita. Quante volte, purtroppo, con il nostro comportamento allontaniamo gli altri da Dio! Noi spesso siamo cristiani di abitudine e anziché trasmettere gioia, allegria, trasmettiamo tristezza. Il nostro essere cristiani, il più delle volte, è infruttuoso. Tanta gente, per colpa nostra, resta nelle tenebre. Sant´Ignazio di Antiochia diceva che «non basta portare il nome di cristiani, ma occorre esserlo in verità». In questo tempo di Avvento che ci invita alla conversione, cioè ad un concreto mutamento di comportamento, sforziamoci di essere dei veri e sinceri cristiani. L´evangelista Luca ci dice: «che le folle interrogavano Giovanni dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Il Battista chiede anzitutto la condivisione di ciò che si ha, chiede cioè di non possedere i beni in modo egoistico. La prima conversione, dunque, è liberarci dal materialismo che ci circonda. Non viviamo per accumulare le cose. Lo scopo della vita non è accumulare ma condividere, donare, aiutare il prossimo. Chi realmente vuole convertirsi e vuole vivere un sincero ed autentico cristianesimo è chiamato ad avere compassione per il fratello che è nel bisogno. Siamo tutti invitati a convertirci all´amore! L´evangelista prosegue dicendo che anche due pubblicani che erano andati a farsi battezzare gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Il pubblicano esercitava una professione nella quale l´egoismo facilmente poteva prevalere. Sorge spontanea una domanda: sono cristiano nel lavoro? Testimonio il mio credo anche fuori dalla chiesa? Cerco di essere onesto, puntuale, diligente, gentile, umile, capace di perdonare? La seconda conversione, quindi, è che il vero cristiano si deve vedere da come vive, anche senza parlare, senza dire nulla. Questa è testimonianza! Ed infine l´ultima risposta data dal Precursore a un gruppo di soldati dell´impero romano: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Il Battista chiede loro di non maltrattare, di non abusare della loro forza, di non fare violenza a nessuno. Più in generale, terza conversione, si tratta di frenare ogni atteggiamento di aggressività verso chi ci è accanto: dobbiamo imparare a rispettare gli altri. Queste tre indicazioni di Giovanni devono farci riflettere e porci la domanda: “Come ci stiamo preparando al Natale?”. “Siamo disposti ad accogliere Cristo nel nostro cuore?”. Il compito del Battista è di indicare alla gente come prepararsi ad accogliere il Messia togliendo gli ostacoli interiori. Quando verrà Gesù, porterà l´annuncio di una vita nuova in una predicazione più esigente (ma anche più misericordiosa). Di questo Giovanni è perfettamente consapevole e lo afferma con decisa umiltà a chi pensa possa essere lui il Messia: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Il Battista dice anche che il Signore sarà un giudice capace di separare la pula dal buon grano. Non rimaniamo sordi alla parola di Dio. Possiamo sfuggire dal giudizio degli uomini ma non di Dio! Cristo, che è vicino, alle porte, è certamente misericordioso con chi è sincero, ma è temibile con chi mente e non si sforza di trasformare in comportamento quotidiano ciò che proclama con le labbra. Invochiamo con fiducia l´infinita misericordia del Signore pregandolo di donarci la gioia di una vera conversione. Papa Benedetto XVI, nell´Angelus del 13/12/2009, disse: «Quel Bambinello, che mettiamo nella capanna o nella grotta, è il centro di tutto, è il cuore del mondo. Preghiamo perché ogni uomo, come la Vergine Maria, possa accogliere quale centro della propria vita il Dio che si è fatto Bambino, fonte della vera gioia».

DOMENICA 9 DICEMBRE 2018      notizia del 08/12/2018

Commento della II Domenica di Avvento (Anno C) Lc 3,1-6: ci viene richiesto che la fede di bambino divenga adulta SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 “Colui che ha iniziato in voi quest´opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù.”: riprendiamo da dove ci eravamo lasciati ieri: lo stato di vita scelto da ciascuno in risposta alla chiamata del Signore, è in verità un ‘lavorò condotto per così dire a quattro mani: due sono le nostre, le altre due sono le mani di Dio. Del resto, che senso avrebbe la promessa di Cristo agli Undici, prima di salire al Cielo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”?(Mt 28,20). Siamo alla seconda domenica di Avvento: l´attenzione del Vangelo è puntata sul Battista, e lo sarà anche domenica prossima. Chi era Giovanni? Giovanni era un gran rompiballe: single, temperamento ruvido e scontroso, indole iraconda, abbigliamento trasgressivo, particolare anche nei gusti sul cibo... Insomma, questo parente alla lontana di Gesù se ne viveva nel deserto, lontano da tutto e da tutti... e meno male! chi avrebbe potuto sopportare un tipo così? Giovanni il precursore incarna il modello dell´eremita, nato per stare da solo - con buona pace della Genesi (cap.1), la quale dichiara che non è bene che l´uomo stia solo (cfr.2,18) - e dedicare la sua vita ad una causa tanto alta quanto rischiosa: mostrare una strada di conversione, aiutare i fratelli di fede a riprendere il cammino interrotto secoli prima, nell´illusione che, ormai, tutto fosse chiaro, la verità manifesta, la relazione con Dio immutabile, nessuna sorpresa, nessuna novità, nessun rischio dal futuro... In altre parole gli Israeliti erano convinti che la parola d´ordine in materia di religione...e anche in materia di fede, fosse “conservazione”; ora, se proprio vogliamo scegliere una parola chiave da riferire alla fede, questa è “evoluzione”! Vi sembra normale che un cristiano di mezza età confessi che la sua fede è rimasta quella di quando aveva 6-9 anni e andava al catechismo? Una fede che non evolve in proporzione con l´età, superando anche momenti di crisi, che fede è? La fede è dono di Dio! d´accordo. Ma poi, questo dono, questo talento, bisogna trafficarlo, per restituirlo, al termine della vita, moltiplicato...e con gli interessi! (cfr. Mt 25,14-20). C´è dell´altro: ai tempi di Giovanni, la fede era ridotta a morale; e la morale era diventata una montagna di regole e regolucce, ormai impossibile da scalare. Qualcosa di simile accade, ahimé, anche ai giorni nostri. Il moralismo così diffuso tra i cattolici, e così dannoso per la fede, è la conseguenza dell´aver ridotto la fede all´osservanza di precetti, obblighi e divieti... Potete intuire quanto fosse ardua per il Battista l´opera di abbattimento delle convinzioni e delle convenzioni degli Israeliti; al tempo stesso il Vangelo lascia intendere che la persona di lui, la sua azione costituivano un vero e proprio pericolo per la sicurezza nazionale, a motivo della portata potenzialmente eversiva del messaggio predicato con le parole e con i fatti. Il linguaggio letterario usato da Giovanni, in voga ai tempi di Gesù, ma anche secoli prima e secoli dopo, era il genere apocalittico: lo ritroviamo in alcuna produzione profetica, ma non solo; anche nel Nuovo Testamento taluni libri affrontano la questione dell´avvento del Regno dei Cieli; per non parlare dell´ultimo libro della Bibbia, l´Apocalisse di san Giovanni, interamente dedicato al racconto dei fatti che precedono da vicino il ritorno ultimo e glorioso del Figlio di Dio. Il ministero svolto dal Battista non sarebbe stato un ministero autenticamente religioso, se non avesse espresso il tema della conversione e della riconciliazione con Dio. Negli intenti dell´uomo vestito di peli di cammello, che mangiava locuste e miele selvatico, non c´era solo l´annuncio di una fine imminente, ma l´esortazione accorata ad abbandonare gli errori del passato per disporre il cuore all´incontro con il Messia. A proposito, un dettaglio non proprio trascurabile: Giovanni dovette difendersi dal sospetto che fosse lui il Messia annunciato dai profeti. In effetti, l´uomo del deserto rispondeva a non pochi requisiti messianici... Nei secoli successivi, la riflessione spirituale dei Padri della Chiesa presenta Giovanni Battista come l´amico dello sposo: una definizione assai suggestiva! Secondo la tradizione antica, l´amico della sposo era colui che introduceva lo sposo al cospetto della promessa sposa - oggi si direbbe: lo accompagna all´altare -. Non era dunque un amico qualsiasi, era l´amico del cuore, colui che conosceva lo sposo più e meglio di chiunque altro. A coloro che lo interrogarono se fosse lui il Messia, (Giovanni) rispose: “Io non sono il Cristo. (...) Sono voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore. Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, uno che viene dopo di me, al quale non son degno di sciogliere il laccio del sandalo. (...) Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. (...) Chi mi ha inviato a battezzare con acqua, mi aveva detto: L´uomo sul quale vedrai scendere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio.” (Gv 1,19-34). Uno dei segreti del Vangelo è quello della sua perenne attualità: le parole, i gesti del Signore, e di tutti coloro che compaiono al suo fianco strada facendo, costituiscono una sfida anche per noi a rimettere in discussione le nostre idee, il nostro modo di testimoniare la fede,... L´Avvento serve proprio a questo, così come anche, seppur con accenti diversi, la Quaresima. Approfittiamo di questo tempo per aggiornare la nostra fede... per risvegliarla se nel frattempo si fosse assopita... per purificarla, nel caso si fosse ‘inquinata dai nostri peccati, o ‘alterata da una vena di ipocrisia... Vogliamo provarci? Chissà, magari questa volta è la volta buona!...

SOLENNITA´ DELL´IMMACOLATA      notizia del 07/12/2018

Commento alla solennità di domani dell´ Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria ( Lc 1,26-38 )...colei che per grazia è stata preservata dal peccato originale, dice il suo Eccomi a Dio per tutti noi SS. Messe : h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 (pre festiva della II domenica di Avvento In questo giorno celebriamo l´Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria. Maria, per singolare grazia, è stata preservata da ogni contagio di colpa: Dio l´ha creata e preparata per essere la degna dimora del suo Figlio Gesù, una dimora purissima, priva del peccato originale. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto di come avvenne il peccato originale, secondo Genesi 3. Ci sono alcuni dettagli che ci possono servire a comprendere la festa odierna. Dio chiama Adamo per nome e gli chiede: “Dove sei?”. Si tratta di una domanda importante, che ci fa capire come, a causa del peccato, l´uomo perde la sua posizione originaria davanti a Dio, si nasconde, anziché cercare di farsi trovare. Adamo risponde: “Ho avuto paura”. Il rapporto gioioso e sincero esistente tra Dio e Adamo, quel rapporto che consentiva all´uomo di essere partner di Dio e di passeggiare assieme a lui nell´Eden alla brezza della sera, si è incrinato. Ora Dio non è più Padre buono, bensì qualcuno da temere. L´immagine di Dio autentica viene distorta e sostituita con un´altra, falsa e segnata dalla paura. “ La donna!” esclama Adamo, incapace di prendersi le proprie responsabilità e di rispondere sinceramente a Dio. Il gettare la colpa sugli altri, mentendo e sfuggendo alla propria chiamata alla verità, rende l´uomo non-autentico, incapace di vedersi come è veramente, narcisista, malato di un meccanismo di difesa maligno, il cui unico scopo è la de-responsabilizzazione. “ Il serpente mi ha ingannata!”. Anche la donna perde la sua capacità di verità e assunzione di autorità. Cerca una via di uscita, incolpando qualcun altro. La scelta volontaria non viene riconosciuta come atto di libero arbitrio, ma come colpa di qualcos´altro. “ Io porrò inimicizia tra te e la donna”. Dio annuncia all´antico avversario che verrà un giorno in cui “La donna ti schiaccerà la testa”. Nella tradizione devozionale cristiana la Madonna Immacolata viene rappresentata così come Bernardette l´aveva vista a Lourdes: con le mani aperte, una tunica bianca, un cingolo e velo azzurro, dodici stelle attorno al capo, la luna sotto i piedi e sotto il calcagno un serpente. Ripensando alla prima lettura possiamo vedere come i dinamismi del peccato originale, in Maria siano capovolti. Alla chiamata di Dio (“Dove sei?”) ha risposto immediatamente “Eccomi”, senza nascondersi o scappare, come i nostri antenati. Maria non dice “Ho avuto paura”, ma “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Non ha paura di Dio, ma conosce il suo amore e si dona totalmente. Nella sua mente e nel suo cuore, l´immagine di Dio è quella giusta: un Padre che ci vuole bene. Maria si assume completamente la responsabilità della sua vocazione e della sua scelta. All´annuncio dell´angelo, che le descrive la maternità di Elisabetta, parte “in fretta”, senza indugio. Si mette in gioco in prima persona. Non incarica altri, non accusa altri per sfuggire alle conseguenze delle sue azioni. Rimarrà responsabile, autentica, libera, fino ai piedi della croce. Diventerà perfino nostra avvocata, capace di intercedere per noi, per ottenere a noi non la condanna (come Adamo ed Eva, che si condannavano, accusandosi a vicenda) ma la grazia e il perdono. Il serpente ha ingannato Adamo ed Eva, ma non Maria. Esso è stato da lei stritolato, sotto i suoi piedi Immacolati. In questo tempo di Avvento ci viene ribadita, dalla Parola di Dio, la certezza che Dio trionferà e il suo Regno non avrà fine. L´antico avversario sa che il tempo rimasto per lui è poco, e si muove come leone ruggente, cercando di colpire coloro che possiedono la testimonianza di Gesù. Con questi sentimenti di speranza, possiamo salutare la Vergine Maria: “Vita, dolcezza e speranza nostra, salve!”. Siamo esuli figli di Eva, discendenza di Adamo in una valle di peccato, ma abbiamo una Avvocata presso il Padre. Dio ha mantenuto la promessa fatta ai nostri Padri, ha mandato la nuova Eva, la donna della Genesi e dell´Apocalisse, colei che ha schiacciato la testa al serpente e ci aiuta nel cammino della vita. Così noi possiamo oggi, con il Salmo responsoriale, ringraziare Dio: “Cantate al Signore un canto nuovo perché ha compiuto meraviglie”. Il Signore ha ottenuto la vittoria, si è ricordato del suo amore e della sua promessa. Tutti i confini della terra hanno visto la sua salvezza, realizzata in modo mirabile innanzitutto in Maria Immacolata, mistica aurora della Redenzione e speranza della gloria futura. San Paolo, nel meraviglioso inno della lettera agli Efesini dice alcune cose importanti. “ Dio ci ha benedetti”. Nell´Ave Maria ripetiamo decine di volte: “Benedetta tu fra le donne!”. Queste benedizione, con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo, è visibile in Maria più che in qualsiasi altra creatura. È una benedizione capace di annullare le maledizioni. “ Ci ha scelti prima della creazione del mondo”. Sappiamo che Maria è stata scelta dall´eternità, anche prima della morte redentrice di Cristo, ma in previsione della morte di lui. Questo mistero viene espresso con le parole latine: “Ante praevisa merita”. “ Per essere santi e immacolati”. Le parole del Prefazio della Messa di oggi ci chiariscono ulteriormente questo mistero: “Tu hai preservato la Vergine Maria da ogni macchia di peccato originale, perché, piena di grazia, diventasse degna Madre del tuo Figlio”. Maria ha realizzato veramente ciò che San Paolo scrive nel suo inno. Maria è davvero: “gràtiæ tuæ plenitúdine ditàta”, Immacolata e santa. “ Ci ha predestinati ad essere suoi figli adottivi”. Ancora la liturgia prosegue: “E tu, Padre, sopra ogni altra creatura la predestinavi per il tuo popolo avvocata di grazia e modello di santità”. La posizione eminente della Vergine nel Corpo di Cristo che è la Chiesa è stata cantata e contemplata da generazioni di Santi e Dottori. I titoli “avvocata di grazia” e “modello di santità” sono giustamente attribuiti alla Madre di Dio. In questo tempo di Avvento la Chiesa ci invita a vigilare. Se, da un lato, i tre impegni della Quaresima sono preghiera, digiuno ed elemosina, dall´altro, nell´attesa della venuta di Cristo nella carne, dobbiamo essere vigilanti. La Vergine Maria sta al nostro fianco, come esempio e stimolo a vivere con generosità la nostra vocazione battesimale, con i fianchi cinti e attorniati da opere di giustizia e carità. Il vangelo dell´Annunciazione presenta alcuni spunti che vogliamo sottolineare. “ Nel sesto mese...Galilea...Nazareth...Casa di Davide... Giuseppe... Maria”. Sembra l´indirizzo di una lettera, in cui appare il mittente, il destinatario, l´indirizzo esatto, il timbro postale con la data, giorno, mese... anno... Luca ci ricorda che per ciascuno di noi, cristiani, esiste una vocazione, in un tempo, in un luogo, in circostanze precise. La nostra libertà ha la possibilità di dire “sì” oppure “no”. Ma Dio invia il suo angelo e attende una risposta. “ Piena di Grazia!”. Ma come? Gabriele, fino a cinque minuti prima contemplava Dio faccia a faccia... e adesso, davanti a una ragazzina, rimane a bocca aperta, pieno di meraviglia. Mentre osserva Maria gli sfugge un´espressione estasiata: come sei bella! L´impronta del Padre, in Maria, è fedelissima e splendida. Ella è icona della Trinità, immagine di Dio. Maria è come il roveto ardente di Mosé, che brucia e non si consuma. Il fuoco dell´amore divino la rende bellissima. “ Maria fu molto turbata”. Nella Bibbia ci sono molte annunciazioni, a vari personaggi, uomini e donne. Nelle annunciazioni bibliche c´è uno schema preciso: dopo la rivelazione di Dio, le persone hanno paura. Maria è umana, vergine d´Israele, donna della nuova alleanza. Non è una extraterrestre o diversa da noi. Condivide con noi la natura umana, che davanti all´onnipotenza di Dio si sente annichilita e investita dal sacro timore. Possiamo rivolgerci a lei, perché lei sa cosa significa combattere in questa vita. “ Non temere!”. Questa espressione ricorre 365 volte nella Bibbia. È come se Dio ce la ripetesse ogni singolo giorno dell´anno. Maria viene rassicurata. Dio è vicino, Dio agirà. Dio non chiede mai a una persona di fare qualcosa, senza prima dotarla di tutte le grazie necessarie per adempiere la sua missione. «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza del Padre ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”. Si vede qui la dinamica trinitaria: Maria è Figlia prediletta del Padre, Madre gloriosa del Figlio e Sposa dello Spirito Santo. Dante direbbe: “Vergine madre, figlia del tuo figlio”. E questo vale anche per ciascuno di noi: siamo figli amati del Padre, segnati dal sigillo dello Spirito, redenti dalla croce del Figlio. “ Eccomi!”. Questa è l´espressione più importante della liturgia odierna. Vi propongo le parole di un canto, che è, a mio avviso, il miglior commento. “ Eccomi Signor, vengo a Te mio Re, che si compia in me la Tua volontà. Eccomi Signore, vengo a Te mio Dio, plasma il cuore mio e di Te vivrò. Se Tu lo vuoi Signore manda me e il Tuo nome annuncerò. Come Tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò. Questa vita io voglio donarla a Te per dar gloria al Tuo nome mio re. Come Tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò, se mi guida il Tuo amore paura non ho per sempre io sarò, come Tu mi vuoi”. Maria è qui con noi oggi, mentre celebriamo l´Eucaristia del suo Figlio, e ci sussurra queste parole. Cerchiamo di accoglierle senza paura. Il tempo di Avvento ci chiama a una scelta di generosità, a dire “sì” a Dio, con tutto il cuore, tutta l´anima e tutte le forze. Chiediamo a Maria di toccare i nostri cuori e di aiutarci ad essere autentici.

DOMENICA 2 DICEMBRE 2018      notizia del 30/11/2018

I Domenica di Avvento (Anno C) Lc 21,25-28.34-36 : Diventare come le sentinelle che nell´oscurità imparano a intravedere i segnali dell´alba. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 -19.00 Sono trascorse un paio di settimane dall´aver sentito Gesù pronunciare parole apocalittiche nel vangelo domenicale. Con il sopraggiungere della 1a Domenica di Avvento, le riascoltiamo annunciare sconvolgimenti cosmici ed eventi terrificanti. Ciò che oggi risalta è soprattutto l´atmosfera generale di angoscia mortale che avvolge l´umanità intera per l´attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra (Lc 21,25-26). Ma tale angoscia è propria di tutta l´umanità, oppure c´è chi vi sfugge? Ce lo spiega il Signore stesso. Nel crescendo progressivo di tali cose, i credenti sono invitati ad essere ancora più fermi nella propria fede, con gli occhi fissi verso di Lui, perché - ci dice - la vostra liberazione è vicina (Lc 21,28). Come dire: davanti all´avveramento delle sue predizioni, c´è una attesa di chi non si cura delle sue parole (o addirittura le sbeffeggia) che sarà piena di paura, mentre l´attesa di chi lo sta seguendo con cuore sincero sarà piena di fiducia. Chi infatti attende l´incontro definitivo con il Signore vedrà il Figlio dell´uomo venire su una nube con grande potenza e gloria (Lc 21,27), e se ne rallegrerà. Ma chi, incredulo, non l´attende? Cosa succederà a chi pensa che non ci sarà alcun incontro? Rischia di non vedere un bel niente, cioè non si accorgerà di niente, continuerà a vivere come se l´orizzonte della vita sia tutto al di qua, non penetrerà con il suo sguardo dentro le cose che stanno accadendo. Alla fine rischia di dire: “non c´è niente, Dio non esiste, ecc.ecc.”. In realtà, riceverà quello che vorrà. La seconda parte del vangelo è una raccomandazione per coloro che lo attendono. Con il Signore non si campa di rendita. Il credente può perdere la capacità di attendere con fede. Tre verbi riassumono la raccomandazione per non perderla: state attenti, vegliate, pregate. Cominciamo con il primo. State attenti a voi stessi (Lc 21,34a). Ci è richiesta un´attenzione che solo apparentemente contraddice il comandamento dell´amore, il quale richiede grande attenzione agli altri. Il senso infatti è precisato dalle parole successive: che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita (Lc 21,34b). Quando la fede è viva, così come porta ad aumentare l´attenzione verso gli altri, così porta un aumento dell´attenzione a se stessi. Ci si accorge che il peccato, le fragilità, i difetti che si incontrano nei fratelli sono gli stessi che si incontrano in sé. Quando davvero si cerca di amare gli altri non si può non amare se stessi. E si diventa più “svegli” verso ciò che può compromettere il proprio stare in piedi. Perché oggi si percepisce una riduzione di umanità a tutti i livelli della vita relazionale? Perché abbiamo messo su un mondo che ci intrattiene con continue distrazioni. Un mondo che ammaliandoci con dissipazioni camuffate da “mentalità positiva”, ne vuole addolcire le conseguenze. Un mondo che stordisce e sottrae lucidità alla coscienza con le sue esigenze di successo, velocità ed efficienza, aumentando sempre più il tasso di preoccupazione. Un mondo insomma che ti fa perdere l´orientamento fondamentale della vita: si diventa ubriachi non solo per eccesso di alcool! Ci si ritrova sempre più abbarbicati a polemizzare e a scaricare colpe sugli altri, a non prendersi responsabilità; ci si ritrova sempre più a lamentarsi, a fermarsi sempre più su quello che non va (generalmente nella vita degli altri) oppure ci si vuol sentir dire solo quello che si desidera udire, non ciò che corrisponde alla propria realtà, e guai a chi dice il contrario! E´ solo un pessimista! In altre parole, si vuole un cristianesimo edulcorato. Ma tutto questo, alla lunga, appesantisce l´anima; difatti, chi vive così, è normalmente percepito come una persona “pesante”. Gesù dice che, se ci si lascia inghiottire da un tal modo di vivere, si avvertirà il tempo che viviamo come un laccio che ci piomba addosso all´improvviso (Lc 21,35). E ci offre subito la terapia, non solo per la cura immediata, ma anche per il mantenimento di un modo di vivere permeato dalla fede: vegliate in ogni momento (Lc 21,36a). Cioè, diventate gente vigile e capace di discernere ciò che avviene, il che non significa ridurre le ore di sonno, tutt´altro. Significa diventare come le civette che sanno intravedere ciò che si muove nella notte. Significa diventare come le sentinelle che nell´oscurità imparano a intravedere i segnali dell´alba. Come poter custodire/aumentare tale capacità? Pregando (Lc 21,36a). La preghiera è rimanere in contatto con la luce che proviene da Dio, luce che conduce a vivere e gustare quella sobrietà che si genera imparando a conoscerlo. Chi sta conoscendo il Signore cerca la sobrietà, e non solo. Riceve anche la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell´uomo (Lc 21,36b). Ecco la risposta alla domanda iniziale. Il cristiano è un uomo fragile come tutti; tuttavia, rimarrà misteriosamente in piedi di fronte a ogni avversità, compresa la sua morte, perché non getta le sue radici su ciò che passa, ma su ciò che rimane in eterno: i cieli e la terra passeranno, le mie parole non passeranno mai (Lc 21,33).

DOMENICA 25 Dicembre 2018: SOLENNITA´ di CRISTO RE      notizia del 24/11/2018

Commento a liturgia della XXXIV Domenica : Cristo Re ...Noi abbiamo capito che cos´è , o meglio chi è la Verità ? Gv 18,33-37 SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 ...E con questa settimana, finisce l´anno liturgico. Domenica prossima saremo già in Avvento! In verità, l´Avvento è cominciato da un po´... Nelle strade del centro c´è già aria di Natale, il Natale dei consumi, il Natale dei regali, il Natale dei pranzi e delle cene da sentirsi male... Beh, una volta tanto, possiamo allentare la tensione, mettere da parte per qualche ora le preoccupazioni... quelle ci sono sempre... Almeno a Natale, lasciamole nell´angolo! Ma veniamo alla solennità odierna: l´immagine di riferimento è l´Ecce Homo. Difficile tenere insieme i misteri della vita di Cristo, in una sorta di contemporaneità, di immediatezza, per la quale contempliamo l´unico mistero di Cristo, che li contiene tutti, dalla nascita, alla glorificazione... È il senso dell´anno liturgico, il quale ripercorre, passo dopo passo, la vita del Signore e ci aiuta a com-prendere, ma soprattutto a vivere gli stessi sentimenti, le stesse idee, le medesime scelte di colui che viene nel nome del Signore... Immaginiamo l´anno liturgico come un cerchio: il cerchio non ha un punto di partenza, ogni punto può essere di partenza e di arrivo... Questo, per dire che è vero, l´inizio della vita di Cristo è come l´inizio di tutte le vite... coincide con la nascita; ma il senso profondo di questa nascita è racchiuso nella Sua Passione e morte. La croce di Cristo proietta (all´indietro) una luce di verità sull´intera vicenda raccontata nei Vangeli. Ecco il motivo, per il quale il Cristo di Giovanni invoca la Verità, davanti a Pilato: “Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. La Verità di Cristo e della salvezza, è tutta lì: in quel corpo flagellato, vestito di un mantello di porpora, il capo coronato di spine... Peccato, il Governatore romano non stava dalla Sua parte, e non volle riconoscere la Verità fatta carne in Gesù di Nazareth, detto il Nazareno. Per lui, per Pilato, quell´uomo era solo un povero mentecatto, un idiota - oggi si direbbe uno sfigato - un burattino nelle mani dei Sommi Sacerdoti, il capro espiatorio dell´ennesima vicenda di cronaca nera, un tumulto di piazza sedato nel sangue, con punizione esemplare. La sentenza di morte fu un compromesso bell´e buono tra il potere di Roma e quello di Gerusalemme: per Roma, Gesù incarnava lo spettro della rivolta del popolo, che mal tollerava lo strapotere imperiale; al tempo stesso, quel “dottore senza la laurea” rappresentava un pericolo altrettanto grave per le autorità ebraiche. Uccidendo Lui, si mettevano d´accordo Stato e Chiesa, pardon, Tempio: ci si liberava di un soggetto scomodo, che blandiva le folle e toglieva il sonno agli inquilini dei piani alti.... Nessuno aveva intuito la Verità di Cristo! neanche gli Apostoli! Capita anche a noi, quando l´ideologia politica ha la meglio sul senso critico, con il quale è sempre possibile valutare la realtà dei fatti per riconoscerne il valore intrinseco, senza dover distinguere tra destra e sinistra, tra governo e opposizione,... Ma si sa, quando un problema viene interpretato in chiave politica, scattano i meccanismi automatici dell´analisi di partito: il fatto in sé perde la sua rilevanza oggettiva e diventa un´occasione, un pretesto per rivendicare i propri diritti, ribadire le proprie convinzioni, far valere la propria linea di pensiero... In altri termini, si riconduce il fatto nuovo al ‘conosciuto´: una strategia psicologica che conosciamo bene, la quale, per un verso, ci protegge, appunto, dall´imbarazzo della novità, e nel contempo, ci conferma nelle nostre rispettive posizioni, anziché metterle in crisi. La pagina del quarto Evangelo cha abbiamo appena ascoltato afferma un principio fondamentale per la nostra fede, ma parecchio pesante da pronunciare, specie nell´attuale clima di relativismo imperante, effetto secondario, o danno collaterale di questa tanto amata/odiata globalizzazione: (il Signore afferma che) la Verità è una sola! la Verità è Cristo! Credere in Lui significa essere dentro la Verità; rifiutare di credere significa essere fuori dalla Verità. E dal momento che il Signore è Salvatore, chi rifiuta scientemente di credere in Lui, e agisce di conseguenza, si estromette dalla Salvezza. Al di là dell´apparente arroganza dell´espressione, se dovessimo motivarla, che cosa diremmo? Proviamo a rivolgere a noi la domanda che Gesù rivolse a Pilato: “quello che dici di me, lo dici da te stesso, oppure te lo ha suggerito qualcuno?” Chi è Cristo per noi? E perché crediamo in Lui? perché ce l´ha insegnato qualcuno? per tradizione? per senso del dovere? per paura? per una convinzione confortata dall´esperienza? Quale esperienza ci ha condotti a decidere per il Dio di Gesù Cristo? quanto ci costa credere? che cosa fa di noi dei cristiani autentici? Quante domande! Beh, finisce un anno, è tempo di bilanci, no? E, a proposito di bilanci, il bilancio consuntivo è necessario per delineare quello preventivo... Perdonate il linguaggio un po´ freddo da ragioniere - con tutto il rispetto per i ragionieri! -. Ci sono aspetti che forse, in questi mesi, non hanno funzionato, o non come avremmo voluto; ebbene, sono proprio questi i punti sui quali concentrare la nostra attenzione e il nostro impegno, alla vigilia di un nuovo anno liturgico. Coraggio, proviamoci ancora!

Domenica 18 novembre 2018      notizia del 17/11/2018

Commento alla XXXIII Domenica del T. O. (Mc 13,24-32 ) Gesù non ci esorta alla paura , ma alla fiducia SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 L´evangelista Marco racconta nel capitolo 11, 15-19 l´episodio in cui Gesù, con forza, scacciò fuori dal tempio di Gerusalemme tutti i venditori di animali con uccelli e i cambiavalute. Prima di fare quell´azione radicale di “pulizia”, Gesù aveva pronunciato parole di maledizione contro un fico, pieno di foglie ma senza frutti. Aveva fame e quel fico non lo aveva saziato (Mc 11, 12-14). Dopo l´episodio della scacciata dei mercanti dal tempio, Gesù e i discepoli passarono di nuovo vicino a quel fico e lo trovarono già disseccato (Mc 11, 20-21). Quel fico disseccato rappresenta la struttura del tempio di Gerusalemme, destinata alla insignificanza e alla distruzione. La distruzione materiale del tempio avvenne di fatto con la guerra giudaica, nell´anno 70 d.C., circa trent´anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, corrispondente al periodo in cui Marco (scrive questa pagina che vuole essere una buona notizia per i cristiani scoraggiati del suo tempo. Il Tempio è stato distrutto, Gerusalemme rasa al suolo, Pietro e Paolo uccisi, guerre civili e pestilenze) da Roma, scrisse il Vangelo. L´insignificanza di ciò che si celebrava in quel tempio ce la sta spiegando lettura continua della lettera agli Ebrei in queste domeniche: la morte di Gesù in croce e la sua risurrezione sono stati un evento rivoluzionario per la storia dell´umanità. L´offerta del corpo e del sangue di Gesù crocifisso e la risurrezione di quel corpo, sacrificato per noi uomini e per la nostra salvezza, annullò la necessità e il senso di tutti i sacrifici di animali che i sacerdoti facevano ogni giorno in quel grandioso tempio di Gerusalemme. Nel vangelo di oggi la parabola del fico si può interpretare come un insegnamento di Gesù sulla sua stessa persona. Egli si paragona a un fico apparentemente secco e ci dice: «quando già il suo ramo si fa tenero e spuntano le foglie, sapete che l´estate è vicina» ( Mc 13, 28-29) Il fico fiorito rappresenta l´evento della morte e risurrezione di Gesù avvenuto una volta per tutte. L´estate rappresenta la pienezza del tempo, ricco dei doni e dei frutti dello Spirito Santo donati dal Cristo risorto a tutti noi. Nel fico ancora senza foglie, reduce dal freddo dell´inverno contempliamo il passaggio duro della morte di croce. Nei germogli delle nuove foglie vediamo il corpo crocifisso di Gesù ora vivente per sempre. La parabola del fico è l´evento già avvenuto una volta per tutte nella storia dell´umanità, descritto così nella lettera agli Ebrei: «Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici siano posti sotto i suoi piedi» (Eb 10, 12-13). Per questo Gesù disse: «Non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute» (Mc 13, 30): di fatto avvenne l´evento della sua morte e risurrezione e avvenne la distruzione del tempio di Gerusalemme. C´è un «già» da scoprire e un «non ancora» da sperare. Il «già» da scoprire è la nostra santificazione e la nostra consacrazione sacerdotale. Custodiamo nel cuore e nella mente la Parola di Dio che ci dice oggi: «Gesù, con un´unica oblazione, ha reso perfetti per sempre coloro che ha santificati» (Eb 10,18). Noi siamo tra coloro che Gesù ha «già» santificato con il dono del suo Spirito: la gratuità dell´amore di Dio è «già» stata donata e riversata nei nostri cuori (Rm 5,5). È «già» a disposizione come forza vitale che può trasformare tutte le nostre relazioni. Riconoscendo il dono dello Spirito Santo, mediante la nostra adesione di fede a Gesù morto e risuscitato, noi siamo «resi perfetti»: è l´espressione usata dalla lettera agli Ebrei per indicare la nostra consacrazione sacerdotale. Siamo tutti «già» sacerdoti come Gesù, chiamati a fare della nostra vita (con il nostro corpo, tempio vivo dello Spirito Santo), una testimonianza di dono gratuito per gli altri, perché tutte le nostre relazioni con le persone che incontriamo e con le cose che abbiamo siano segnate con il marchio della gratuità dell´amore di Dio. Il «già» da accettare è il limite radicale della nostra condizione umana, è il «tutto passa» della nostra vita, è il «tutto passa» del cielo e della terra: siamo creature finite, insieme a tutta la creazione: «cielo e terra passeranno»; non siamo onnipotenti, niente di tutta la terra e niente di tutto ciò che ci circonda rimarrà in eterno. Il «già» da accettare è la grande tribolazione provocata dalla radice del male che è dentro di noi, cioè la nostra illusione di autonomia incondizionata, di voler cavarcela da soli, soffocando in noi il dono dello Spirito Santo. Il «già» da accettare è la grande tribolazione provocata dalle forze dell´egoismo dell´umanità, che ci condizionano e perseguitano ogni nostro impegno per l´unità, per la giustizia, per la pace, per il rispetto del creato. Il «già» da accettare è la potenza delle parole di Gesù: «le mie parole non passeranno»: la resistenza nelle nostre tribolazioni, contro la radice del peccato che è nel nostro egoismo e contro le forze del male che ci perseguitano e vogliono screditare la nostra comunità cristiana, viene dalla scoperta della ricchezza inesauribile e della forza invincibile della Parola del Signore. Su questa roccia sicura della Parola del Signore Gesù Cristo vogliamo costruire, «già» da adesso, la casa della nostra vita (cf. Mt 7,24-27). Il «non ancora» da sperare è l´ora della nostra morte fisica, da non temere se siamo stati saggi nel «già» della nostra quotidianità, guidati dallo Spirito Santo per «indurre molti alla giustizia» dell´amore gratuito di Dio. Se il corpo di Gesù crocifisso è stato risuscitato, anche noi avremo una corporeità vivente e risplenderemo come le stelle del cielo, perché anche «molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno» (Dn 12, 2a). Il «non ancora» da sperare è «la venuta del Figlio dell´uomo sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall´estremità della terra fino all´estremità del cielo» (Mc 13, 26-27). Nessuno sa il giorno e l´ora di questa definitiva venuta, «ma solo il Padre» (Mc 13, 32). La pazienza del Padre nel ritardare questo giorno consideriamola come un appello alla nostra libertà individuale, perché facciamo ancora fatica a riconoscere che Gesù è il Signore del cielo e della terra e tutto è già impregnato della presenza del suo Santo Spirito. Ci sono ancora tanti cuori chiusi all´amore del Padre! Il «non ancora» da sperare è il giudizio finale, tenendo presente che il Padre vuole la salvezza di tutti, ma rimane aperta la duplice possibilità: «gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l´infamia eterna» (Dn 12, 2b). Se ci fa paura un giudizio di condanna è perché, in nome della nostra autonomia, perdiamo troppe opportunità di consegnarci pienamente alla presenza dello Spirito Santo, in attesa alla porta del nostro cuore.

DOMENICA 11 NOVEMBRE 2018      notizia del 10/11/2018

Commento della XXXII Domenica del T. O. ( Mc 12,38-44): La santità è fatta di piccoli gesti SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Venuta una vedova Il racconto della vedova di Sarepta (1R

DOMENICA 4 Novembre 2018      notizia del 03/11/2018

Commento alla XXXI Domenica del T. O. Mc 12,28-34: Amare il prossimo come se stessi è amare Dio SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 -19.00 La parola di Dio della XXXI domenica del tempo ordinario, soprattutto nella prima lettura e nel Vangelo, ci invita ad ascoltare la voce di Dio che ci parla di amore verso di Lui e verso chi è immagine sua sulla terra, ovvero ogni essere umano. Noi siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio e come tali dobbiamo vivere nell´amore, in quanto è amore, relazione trinitaria e comunione tra per persone. Da qui il richiamo nella prima lettura ai precetti fondamentali della legge mosaica e successivamente quella cristiana, portata a perfezionamento della venuta di Cristo sulla terra, nostro redentore e salvatore. Come l´antico popolo di Israele, così, noi oggi, nuovo popolo di Dio in cammino verso la patria celeste, dobbiamo mettere in pratica quello che Dio ci ha comunicato, prima mediante la rivelazione sinaitica e poi nel mistero dell´incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola di Dio, fatta carne e venuta a parlare di amore e libertà del cuore. Il nostro atteggiamento è quello di ascoltare Dio che ci parla e ci dice: Io sono il Signore Dio tuo. Sono l´ unico Signore e non ve ne sono altri al di fuori di me. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l´anima e con tutte le forze. Ti sforzerai, perciò nella vita di tutti i giorni di partire sempre dal vertice, cioè da Dio e dal cielo per agire rettamente e con buone intenzioni, sapendo che ogni cosa va fatta per la gloria di Dio e per la santificazione di se stessi. In questo amore totalizzante verso Dio, trova la ragion d´essere l´amore verso i fratelli. Ed è Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica, a riportare ad un discorso unitario e di inscindibilità i due fondamentali precetti della religione cristiana, cercando di far capire allo scriba che lo interrogava che cosa voglia significare l´amore di Dio e l´amore dei fratelli. Il primo comandamento ben noto, si lega al secondo che è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Si ama Dio senza misura, illimitatamente e si ama il fratello con la stessa intensità e trasporto con i quali si ama la propria persona. Uscire fuori dall´egoismo e dall´egocentrismo per aprire alla carità e alla fraternità. “Non c´è altro comandamento più grande di questi, cioè quello dell´amore, che si esprime nella direzione verticale, verso Dio ed orizzontale verso i fratelli Chi vive nell´amore è già immerso nel cammino del Regno di Dio. Infatti, Gesù, nota la disponibilità dello scriba di lasciare interpellare dall´amore e a lui dice con grande sensibilità intellettuale ed umana: «Non sei lontano dal regno di Dio». Di fronte ad una spiegazione così esaustiva dell´unico precetto dell´amore, nessuno delle persone ed intellettuali presenti che avevano ascoltato Gesù aveva più il coraggio di interrogarlo. Il Maestro aveva fatta la lezione, era stato convincente, soprattutto perché aveva citato lo Shema Israel ascolta Israele. Gesù tuttavia va oltre la mera citazione dei passi della Bibbia ben noti a tutti i buoni israeliti, impegna la persona a confrontarsi con l´amore si fa concretezza di azione e di modi di vivere. In questo discorso sull´amore concretamente vissuto, Gesù si propone come modello di riferimento, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera agli Ebrei. Egli è il Sommo Sacerdote, perché possiede un sacerdozio che non tramonta mai. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”. Superata la visione umanistica del sacerdozio dell´Antico Testamento si entra nella figura di un vero ed eterno sacerdote, che è Cristo Signore. Infatti, ci ricorda il testo della lettera agli Ebre che “questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. Un sacerdote venuto dal cielo e ritornato in cielo, dopo aver completato la sua missione di redentore. Egli non ha avuto bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso, mediante il sacrificio redentivo della sua morte in croce e risurrezione. La diversità tra Cristo-sacerdote e il sacerdozio di coloro che assumono questo ministero è sostanziale, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei, per farci capire dove sta la differenza e come va letta la vita di chi è sacerdote, soggetto ad umana debolezza, come ogni sacerdote terreno, ma Cristo è sacerdote senza peccato e senza macchia, in quanto Figlio Unigenito del Padre, disceso sulla terra per salvare l´umanità dalla condizione di peccato. Al Figlio di Dio, Gesù Cristo, Sommo ed eterno sacerdote, eleviamo la nostra umile preghiera: “O Dio, tu se l´unico Signore e non c´è altro Dio all´infuori di te; donaci la grazia dell´ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote”.

RICORDO DEI DEFUNTI      notizia del 01/11/2018

COMMEMORAZIONE DEFUNTI 2 NOVEMBRE 2018 QUESTI I NOMINATIVI DEI FRATELLI e DELLE SORELLE CHE CI HANNO LASCIATO IN QUESTI 12 MESI E RICORDEREMO , IN MODO PARTICOLARE, NELLA SS. MESSA DELLE H.18.00 CON UNA PREGHIERA e UN FIORE 1. SOFFI LORENZO 2. DELLI ZOTTI ANNIBALE 3. BARIONOVI MARIA 4. VAGNOLI MARIA 5. GAJAS FRANCESCO 6. ROMAGNOLI EMANUELA 7. DONNINI DARIA 8. CIOFANELLI LUCIA 9. MEZZASALMA LILIANA 10. BATTISTA MARIA CARMELA 11. BONGI ROBERTO 12. LOSS IOLANDA 13. RUGGIERO ANTONIO 14. PAPAROZZO ANNAMARIA 15. DELLA CORTE MARIO 16. PODESTA’ MARIA 17. BOCCI STEFANIA 18. MARCHINI FAUSTO 19. COLELLA MARIA 20. MASSONI EMO ANGELO 21. MARINELLI GIUSEPPE 22. MASTELLONI ALDO 23. ROVEGNO ROSA 24. ZUCCONI GABRIELLA 25. FALCONE GIUSEPPE 26. CHINES OLGA 27. CONTE FORTUNATA 28. QUIAMBANO GARCON 29. CANALI FRANCESCO 30. PERFIDO ANGELA ROSARIA 31. FERRACCI LEA 32. MACERONI BRUNO 33. CARLETTI ELGA 34. CARABELLESE MARIA 35. FRANZELLITI STEFANO 36. BAZZANI LUCIANA 37. VILLA MARIA GRAZIA 38. CIMINO MARIALUISA 39. BALSANO ANTONINA 40. TOMMASI FRANCESCO 41. BUCEFALO MARIA 42. BELARDI PIETRO e GRASSO MARIA ELENA 43. CRISCIOTTI PAOLA 44. MORELLO MARIA 45. PALLADINI ELENA 46. BALDASSARI MARIA 47. COMAIANI ENRICHETTA 48. ROSATI GUGLIELMO 49. PERRI GIORGIO 50. Il piccolo ANGELOSANTO PASQUALE 51. PINCI GUIDO 52. CAPRIOLI LUCIANA 53. BENINI MARISA e FRANCO 54. DI CAPRIO SCIALDONE ANNA ROSA 55. BARCA MARIO 56. SUBRISI ANNA 57. SPIRITO ORNELLA

COMMEMORAZIONE DI TUTTI DEFUNTI      notizia del 01/11/2018

Commento per la Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti (Messa I) Gv 6,37-40: Fiducia e certezza che i nostri defunti non ci hanno abbandonati: essi sono sempre con noi, ci accompagnano indirizzandoci nel percorso della nostra vita SS. MESSE h. 8.00- 9.00 e 18.00 Coloro che noi veneriamo per i loro meriti di perfezione assoluta e che definiamo i Santi, ci ispirano i criteri di vita evangelica affinché anche noi possiamo raggiungere lo stesso traguardo di perfezione ed entrare nella loro stessa dimensione di gloria. Ci impegnano quindi concretamente nella vita presente, invitandoci allo stesso tempo a cercare le cose di lassù (Col 3, 1 -2) e ricordandoci il nostro traguardo nei cieli. I Santi, che adesso vivono l´eternità del premio della gloria, ci aiutano di conseguenza a dare il giusto valore alla morte e al trapasso, ed è anche per questo che alla solennità a loro dedicata segue immediatamente una giornata dedicata a tutti i defunti. Dedicata cioè sia a coloro che hanno raggiunto il premio, sia a quanti si trovano impegnati a purificarsi da residui di colpe per potervi accedere in un secondo momento, ossia le anime purganti. Non possiamo trascurare che, purtroppo, vi sono fra i defunti coloro che avevano categoricamente respinto la misericordia di Dio concedendosi ostinatamente al peccato, che avevano persistito nel male nonostante il destino universale di salvezza al quale Dio vuol destinare tutti gli uomini e che di conseguenza, per loro scelta, sono precipitati nel baratro della retribuzione dell´empio, cioè all´inferno. Una dimensione purtroppo esistente, la quale tuttavia non pregiudica l´immenso amore amore di Dio per ciascun uomo. Come affermava un saggio sacerdote nel quale ebbi modo di imbattermi, “Dio ti ama immensamente qualunque sarà la tua fine, e se dovessi finire all´inferno, ti amerà anche lì.” Proprio questo è il significato della celebrazione odierna della commemorazione dei defunti: vivere la memoria e la comunione con tutti coloro che ci hanno preceduti nel trapasso terreno, instaurare una relazione intima con ciascuno dei nostri cari con cui abbiamo condiviso gioie e dolori, speranze e vittorie, delusioni e traguardi raggiunti e di cui adesso non avvertiamo più la presenza fisica. Celebriamo insomma nella forma globale ciò che ogni celebrazione esequiale ci consente di vivere singolarmente per ogni defunto ed è bello poter considerare che oggi possano essere commemorati proprio tutti i nostri amici, parenti e conoscenti, anche quelli che (e sono tanti) che nessuno va mai a visitare nella loro tomba e altri dei quali ci siamo dimenticati. Commemoriamo tutti i nostri cari trapassati, confidando che nella sua misericordia Dio ha concesso loro la possibilità di salvarsi anche oltre al loro corpo mortale. Come abbiamo detto all´inizio, coloro che veneriamo come i Santi ci offrono l´ispirazione di una vita irreprensibile, conforme al Santo e Giusto per eccellenza Gesù Cristo nostro Signore, affinché anche noi possiamo rivestire (come del resto è nostra vocazione) la stessa dimensione di santità per poter guadagnare un giorno la gioia indefinita del Paradiso e per l´appunto il morire cristiano è la speranza dell´incontro gioioso a tu per tu con il Signore della gloria, la visione beatifica del suo volto, la contemplazione dell´Amore eterno che tutto vince. Siamo tutti destinati a godere della visione beatifica di Dio al termine del nostro corpo mortale non in una semplice trasmigrazione dell´anima dal corpo, ma nel transito dell´anima da questo mondo per l´incontro immediato con il Risorto glorioso e per la comunione definitiva con lui e con tutti coloro che ci hanno preceduto nella gloria. Nella pace definitiva del Signore non vi saranno più le distinzioni sociali che caratterizzano la nostra vita quotidiana, le differenziazioni ora esistenti fra conoscenti, sconosciuti e gradi di parentela, ma nel Signore saremo tutti Uno con lui e ci riconosceremo immediatamente come fratelli, in quella dimensione che sfugge ai nostri sensi, indescrivibile, che la rivelazione ci fa conoscere come il Paradiso. In essa possiamo credere e sperare, come pure possiamo rivolgere preghiera a Dio di non esserne esclusi, convinti che il traguardo di Dio in noi è per l´appunto la nostra salvezza, la vita eterna. Se tuttavia le nostre imperfezioni temporali non ci consentono di raggiungere immediatamente codesto obiettivo di gloria paradisiaca, siamo consolati dalla certezza che la misericordia di Dio non ci abbandona neppure dopo il trapasso terreno: esiste una dimensione nella quale si ha la possibilità di purificarci dai residuati di colpa terrena, di mondarci dalle nostre imperfezioni e di espiare le comuni mancanze che ci caratterizzano. Stiamo parlando del Purgatorio, dottrina consolidatasi intorno al terzo secolo, ma che ha sempre avuto riscontro sin dai tempi antichi della Chiesa, e che non può essere messa in discussione, essendo essa la prova certa ed effettiva dell´amore di Dio verso l´uomo. Se infatti non vi fosse una dimensione intermedia nella quale poterci purificare dalle nostre colpe terrene, saremmo costretti a un deprimente out out fra salvezza e dannazione, fra paradiso e infermo con molta probabilità che questo abbia la prevalenza. L´amore di Dio che va oltre la morte e che è misto di onnipotenza ha fatto in modo invece che avessimo questa ulteriore possibilità di perfezionarci anche al termine della nostra vita, attraverso un itinerario di purificazione forse anche sofferto, ma per nulla lesivo alla certezza che Dio ci ama. Pregare per i nostri defunti, far applicare intenzioni di SS. Messe in loro suffragio nelle quali Cristo stesso presente agisce a loro beneficio, realizzare opere di carità, soffermarci davanti alle loro lapidi al cimitero per pregare e meditare con loro il senso della morte e della vita eterna, aiuta tantissimo i nostri cari ad estinguere gran parte delle pene purgatoriali e questo è quanto ci proponiamo durante la giornata di oggi: non soltanto gremire il cimitero cittadino come mai durante l´anno (cosa senz´altro molto lodevole e degna) ma vivere la comunione con i nostri defunti attraverso l´orazione e la partecipazione alla S. Messa, convinti peraltro che nella preghiera vi è sempre la possibilità di incontrare i nostri cari sentendoli a noi vicini. Apporre i fiori negli appositi spazi degli epitaffi è consuetudine bellissima, esaltante, qualificante che tuttavia non può non essere accompagnata dall´orazione rivolta a Dio per loro. Giuda Maccabeo (2Mc 12, 42 - 46) nell´organizzare una colletta di suffragio afferma che è necessario pregare per i nostri defunti, affinché anche dopo la morte possano trovare modo di essere salvati. Sarebbe ridicolo e controproducente pregare per i nostri cari che non sono più in vita se non vi fosse la certezza che anche dopo la morte ci è riservata una possibilità di salvezza e di gloria. Dio accoglie inequivocabilmente i suffragi e i devoti omaggi che noi gli rivolgiamo a favore dei nostri defunti ed è sempre sollecito a considerare che ogni singolo atto di amore e di spiritualità estingue loro parecchie delle pene temporali. Allo stesso tempo la preghiera ci infonde fiducia e certezza che i nostri defunti non ci hanno abbandonati: essi sono sempre con noi, ci accompagnano indirizzandoci nel percorso della nostra vita, ci inculcano fiducia, speranza sollecitandoci sempre verso il bene.

SOLLENNITA´ DI TUTTI I SANTI      notizia del 31/10/2018

Commento alla solennità di Tutti i Santi Mt 5,1-12 : Beati di essere amati e curati per quello che siamo SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 - 19.00 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro. In questo versetto sono presenti tanti atteggiamenti e tante azioni compiute da Gesù. Vedendo le folle: si rende conto degli altri, non è ripiegato su se stesso, il centro del mondo non è il suo ombelico. Questo vedere dice tutta l´attenzione e la cura che Gesù ha di chi gli è vicino, che lo conosca o meno, dice tutta la sua delicatezza per non pestare i piedi a nessuno. Gesù salì sul monte: significa avvicinarsi al cielo, quasi come volare, sfidare la forza di gravità, le rocce impervie e innalzarsi. Salire è avvicinarsi a Dio, parlare con Lui, in una relazione intima con Lui. Si pose a sedere: sicuramente si siede chi intende riposarsi, dopo aver tanto camminato. Ma da seduti si possono fare tante cose: rilassarsi, leggere, imparare, studiare, pregare, pensare... Gesù si siede, si ferma in un punto, e questo genera un´azione: Si avvicinarono a lui i suoi discepoli: nel mondo ebraico il maestro insegna seduto e tutte le volte che il vangelo descrive Gesù seduto è perché vuole evidenziare la sua missione di Maestro. Prima di iniziare la lezione ci sono diverse cose da fare, diversi atteggiamenti da assumere. Infatti proprio questo versetto conclude la serie di azioni dicendo: Si mise a parlare e insegnava loro. Dopo aver visto, dopo essere salito ed essersi seduto, dopo aver fatto gruppo coi discepoli, solo dopo Gesù inizia a parlare ed insegnare. Il suo insegnamento non è teoria distaccata dalla realtà: è un insegnamento concreto, reale, incarnato prima di tutto dall´insegnante stesso, un insegnamento preceduto da un vissuto di ascolto, di accoglienza, di ricerca. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Gesù proclama “beati” nove gruppi di persone, e se leggiamo con attenzione, è tutta gente che ha passato qualche disavventura, cose poco piacevoli. Cosa intendiamo per ‘beato´? Una persona fortunata, a cui va tutto bene, che vince al gioco e in amore, che sta bene in salute e non ha problemi. “Beato te” la dice lunga su come usiamo questo termine. Ecco, allora diciamo subito che Gesù non dà al termine beato questo significato. Dall´ebraico prima e poi dal greco, beato è colui che è felice perché curato con le cure di Dio. Si cura colui o colei che è mancante, che ha bisogno, a qualsiasi livello. Il beato del vangelo non è Gastone, il cugino fortunato di Paperino, ma Paperino, che nei suoi guai, nei problemi di ogni giorno, può alzare gli occhi verso il volto di Dio, può trovare l´amore di Dio che si incarna profondamente in quei problemi, li fa suoi, lo prende in braccio, lo stringe al Suo cuore, e pure nella sofferenza di entrambi (anche Dio soffre), pure nella fatica di un cammino aspro e faticoso, scorge in quegli occhi un barlume di speranza, trae da quello sguardo il senso di continuare a vivere. Ognuno di questi nove “beati” vive nella sua vita una situazione dolorosa, di fatica, e se ci facciamo caso sono tutte fatiche relazionali, di confronto con l´altro. E´ beato chi sa andare oltre se stesso per incontrare l´altro, in un terreno spesse volte dissestato, scomodo, ma è quello il luogo della beatitudine: quando lascio la mia zona comfort per incontrare l´altro, Dio si piega su di me per proteggermi, accudirmi, amarmi, e rendermi beato, felice. Dio abita i tuoi giorni, quelli in cui combini poco o niente, abita i momenti di panico, di buio, di paura. Se non si è soli, tutto è più affrontabile, più vivibile. E tu non sei solo, mai, anche in una notte buia e fredda ci sarà sempre un cuore che pulsa per te, ci saranno sempre delle braccia protese verso di te. Lui è uno di noi. Per questo siamo beati. Sì, beati! Felici di essere amati e curati.

torna l´ora solare      notizia del 27/10/2018

RICORDO CHE DA QUESTA NOTTE TORNA L´ORA SOLARE: LE LANCETTE ALLE H.3.00 VANNO SPOSTATE INDIETRO DI UN´ORA ALLE H.2.00 DA LUNEDI´ 29 LE SS. MESSE VESPERTINE SARANNO ALLE H.18.00, MENTRE QUELLE NEI GIORNI FESTIVI E DOMENICALI RIMARRANNO ALALE H.19.00

GIORNATA MONDIALE MISSIONARIA      notizia del 20/10/2018

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2018 DOMENICA 21 OTTOBRE tutte le offerte raccolte durante le SS. Messe saranno devolute per le necessità missionarie nel Mondo Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti Cari giovani, insieme a voi desidero riflettere sulla missione che Gesù ci ha affidato. Rivolgendomi a voi intendo includere tutti i cristiani, che vivono nella Chiesa l’avventura della loro esistenza come figli di Dio. Ciò che mi spinge a parlare a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. «La missione rinvigorisce la fede» (Lett. enc. Redemptoris missio, 2), scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato. L’occasione del Sinodo che celebreremo a Roma nel prossimo mese di ottobre, mese missionario, ci offre l’opportunità di comprendere meglio, alla luce della fede, ciò che il Signore Gesù vuole dire a voi giovani e, attraverso di voi, alle comunità cristiane. La vita è una missione Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 273). Vi annunciamo Gesù Cristo La Chiesa, annunciando ciò che ha gratuitamente ricevuto (cfr Mt 10,8; At 3,6), può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra. Gesù Cristo, morto e risorto per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno. Cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita. Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Alla scuola dei santi, che ci aprono agli orizzonti vasti di Dio, vi invito a domandarvi in ogni circostanza: «Che cosa farebbe Cristo al mio posto?». Trasmettere la fede fino agli estremi confini della terra Anche voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti. Voi state sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino. Nella convivenza delle diverse età della vita, la missione della Chiesa costruisce ponti inter-generazionali, nei quali la fede in Dio e l’amore per il prossimo costituiscono fattori di unione profonda. Questa trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari. Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita. Ogni povertà materiale e spirituale, ogni discriminazione di fratelli e sorelle è sempre conseguenza del rifiuto di Dio e del suo amore. Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra (cfr Lc 9,23-25). Oserei dire che, per un giovane che vuole seguire Cristo, l’essenziale è la ricerca e l’adesione alla propria vocazione. Testimoniare l’amore Ringrazio tutte le realtà ecclesiali che vi permettono di incontrare personalmente Cristo vivo nella sua Chiesa: le parrocchie, le associazioni, i movimenti, le comunità religiose, le svariate espressioni di servizio missionario. Tanti giovani trovano, nel volontariato missionario, una forma per servire i “più piccoli” (cfr Mt 25,40), promuovendo la dignità umana e testimoniando la gioia di amare e di essere cristiani. Queste esperienze ecclesiali fanno sì che la formazione di ognuno non sia soltanto preparazione per il proprio successo professionale, ma sviluppi e curi un dono del Signore per meglio servire gli altri. Queste forme lodevoli di servizio missionario temporaneo sono un inizio fecondo e, nel discernimento vocazionale, possono aiutarvi a decidere per il dono totale di voi stessi come missionari. Da cuori giovani sono nate le Pontificie Opere Missionarie, per sostenere l’annuncio del Vangelo a tutte le genti, contribuendo alla crescita umana e culturale di tante popolazioni assetate di Verità. Le preghiere e gli aiuti materiali, che generosamente sono donati e distribuiti attraverso le POM, aiutano la Santa Sede a far sì che quanti ricevono per il proprio bisogno possano, a loro volta, essere capaci di dare testimonianza nel proprio ambiente. Nessuno è così povero da non poter dare ciò che ha, ma prima ancora ciò che è. Mi piace ripetere l’esortazione che ho rivolto ai giovani cileni: «Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me» (Incontro con i giovani, Santuario di Maipu, 17 gennaio 2018). Cari giovani, il prossimo Ottobre missionario, in cui si svolgerà il Sinodo a voi dedicato, sarà un’ulteriore occasione per renderci discepoli missionari sempre più appassionati per Gesù e la sua missione, fino agli estremi confini della terra. A Maria Regina degli Apostoli, ai santi Francesco Saverio e Teresa di Gesù Bambino, al beato Paolo Manna, chiedo di intercedere per tutti noi e di accompagnarci sempre. Dal Vaticano, 20 maggio 2018, Solennità di Pentecoste FRANCESCO

DOMENICA 21 OTTOBRE 2018      notizia del 20/10/2018

Commento della XXIX Domenica del T. O. ( Mc 10,35-45): Vuoi essere il più grande? Sii il servo di tutti! ...quanto è diversa la visione della grandezza di un uomo, di una donna nel Vangelo ! SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Che cos´è la gloria? E´ essere visti, riconosciuti, identificati, amati, accolti. Giacomo e Giovanni chiedono una cosa bella, magari lo chiedono in modo non consono, ma chiedono di stare col Maestro, di vivere sempre con Lui, vicini a Lui. Questa richiesta è un atto di amore e di tenerezza, che però nasconde un tranello: in un contesto di affetto e di accoglienza vogliono essere i più grandi, onorati e stimati da tutti, non curandosi degli altri dieci, che giustamente si fanno sentire. Può succedere anche a te, a me, che per eccessivo desiderio di essere riconosciuti e amati, scivoliamo travolgendo e calpestando gli altri, magari dicendo: "Scusa, non ti avevo visto", appunto, accecati come siamo dal nostro desiderio non domato, usiamo gli altri come sgabello per raggiungere il nostro fine. Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gesù dice, in altre parole: non sapete, non avete imparato e mi fate una domanda senza senso, ma state sicuri che io, il Maestro, disseterò e sazierò ogni vostro desiderio. Il calice è tutto l´immenso dolore che il Figlio di Dio vivrà da lì a poco, tutte le incomprensioni, i tradimenti, i flagelli, gli sputi, tutte le lacerazioni più che profonde di un amore ridotto a brandelli. Questo calice lo berranno anche i suoi, chi prima, chi dopo, anche chi è scappato, tutti, nessuno escluso. Il battesimo potrebbe apparire come un sinonimo del calice, ma sappiamo bene che il vangelo non usa due parole se può usarne una: il calice contiene il dolore del Signore; il battesimo è l´oceano di dolore nel quale il Signore è immerso. Sempre di dolore si tratta, un dolore assunto in prima persona, pur non voluto (Padre, se vuoi, allontana da me questo calice) ma accolto, in cui Gesù non solo beve, ma si immerge (Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà) Lc 22,42. Il calice è la firma di Gesù sul progetto, il battesimo è la realizzazione nella sua carne di questo progetto d´amore e di dolore. E sulla croce le ultime parole saranno: "Tutto è compiuto" (Gv 19, 30). Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Gesù ci mette davanti ciò che vediamo ogni giorno in TV e nei giornali, come a dire: se i governanti si comportano così con chi è stato loro affidato, dominano, opprimono, schiacciano e usano, anche voi, ci dice il Maestro, correte questo rischio, fate attenzione. A te è stato affidato il tuo prossimo, l´altro, ogni altro, non andare a cercare chissà dove: il primo che incontri quello è il tuo "altro" da accogliere, amare, tutelare, aiutare. Schiacciare l´altro significa ridurlo a una cosa, svuotarlo di ogni dignità e adoperarlo per il proprio tornaconto, esattamente come hanno fatto con Gesù. Vuoi comprendere come si rende oggetto una persona? Guarda Gesù crocifisso, e comprenderai quanto male si può compiere in nome di un egoistico "bene". Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Pronti a rivoltare il calzino? Hai presente come funziona nel mondo? Ecco, con Gesù è tutto il contrario. Vuoi essere riconosciuto, amato stimato? Vuoi essere il più grande? -Sii servo di tutti. No ma ecco, io veramente, cioè... Gesù spiazza sempre, e va al nocciolo del problema: è grande chi si sa fare piccolo, è primo chi sa essere l´ultimo; in caso contrario è solo una vuota e inutile competizione, dove si continua a schiacciare gli altri. Se invece ti fai servo, gli altri li accogli, li proteggi, gli altri diventano incarnazione del tuo amore, gli altri diventano il tuo paradiso in terra, non perché sia facile, non lo è affatto, ma perché il tuo servizio ti farà pregustare la gioia del dono, che gusteremo in pienezza in Paradiso. Anche il Figlio dell´uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Gesù è il modello perfetto, e incarna perfettamente ciò che dice. Lui, il servo del Signore, servo della gioia dell´uomo. Ogni istante della sua vita è stato servizio, umiltà, Lui si è chinato sulle bassezze dell´essere umano, per trarre da lui quel tesoro dimenticato, sepolto tra i cadaveri dell´egoismo e del ripiegamento. Gesù è servo fino all´ultimo respiro, è servo in croce, è servo nel sepolcro, quando lascia il sudario piegato, a parte, è servo il mattino di Pasqua quando appare alle donne, a Maria Maddalena. E´ servo oggi, in ogni tabernacolo del mondo, dove passa giorni, mesi e anni nel silenzio e nel buio, spesso dimenticato, ma sempre pronto a riaccendere speranza e donare pace. E´ servo nei momenti dolorosi, quando ti senti perso, e una sua mano ti salva dall´abisso. Gesù servo non si intende di primi posti, di reggie e troni. Lui sa solo cingersi dell´asciugatoio e chinarsi per lavare i piedi di chi ama. Anche i tuoi.

DOMENICA 14 OTTOBRE 2108      notizia del 13/10/2018

commento alla XXVIII Domenica del T. O. : Mc 10,17-30 : Incrociare lo sguardo di Gesù senza abbassare gli occhi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Certamente, ognuno di noi avrà provato, qualche volta, a essere fissato a lungo da un´altra persona. Il più delle volte, la situazione crea imbarazzo, se non fastidio, soprattutto se si tratta di uno sconosciuto: in questo caso, può subentrare addirittura un senso di paura, se l´altra persona ci trasmette intenzioni cattive nei nostri confronti. L´imbarazzo, il fastidio, la paura creano quasi un senso di vergogna, e allora si fa di tutto per cercare di evitare quello sguardo, di non incrociare gli occhi dell´altra persona; e contemporaneamente, anche solo con la coda dell´occhio o in maniera furtiva, si cerca di controllarla, di capire se e quando smetterà di fissarci in quel modo. Chi tra di noi è più coraggioso di altri non si fa scrupoli, dopo uno sguardo prolungato su di sé, ad affrontare “l´ammiratore”, generalmente apostrofandolo con la richiesta perentoria di giustificare il perché di quello sguardo e soprattutto di rivolgerlo da un´altra parte; nel migliore dei casi, lo fa con la forma gentile di un´innocente richiesta, ad esempio chiedendo alla persona se abbia bisogno di qualcosa, oppure se per caso stia cercando qualcuno e, nella ricerca, ci avesse talvolta confuso per un altro. Ci sono anche gli sguardi di sconosciuti che non creano né imbarazzo né fastidio, bensì piacere e complicità, soprattutto se si tratta di sguardi ammiccanti, preludio a un tentativo di entrare in contatto verbalmente con una persona che (si capisce) ci fa piacere conoscere perché mostra il medesimo desiderio. Se poi la persona si rivela interessante perché ricca di fascino, allora il gioco degli sguardi diventa sempre meno fortuito e casuale, e inizia a farsi intenso; e se poi si percepisce di essere corrisposti, allora si perde ogni freno inibitore, e gli sguardi diventano sempre più intensi, profondi, diretti. Gli occhi di entrambi assumono una luce tutta particolare, che li rende belli anche quando non lo sono, perché - si sa - l´occhio è lo specchio dell´anima, e attraverso quello scambio di sguardi si entra nell´anima dell´altra persona e si lascia che le due possano trasmettersi ogni tipo di sentimento. Non c´è storia d´amore, infatti, ma anche una semplice e profonda amicizia, che non inizi con uno scambio intenso di sguardi. Poi, col passare del tempo, questi sguardi pieni di amore diventano consuetudine, e si affrontano senza la paura dell´altro anche quando ci si deve guardare negli occhi per dirsi cose non proprio piene d´amore. Ci si guarda negli occhi anche per discutere, per dirsi in faccia le cose che non vanno, per prendere decisioni importanti e a volte drammatiche; e quando uno dei due cerca di sfuggire allo sguardo dell´altro significa o che non sente più lo stesso feeling che c´era prima o che sa di sentirsi dalla parte del torto, per cui preferisce non affrontare lo sguardo di chi, nel frattempo, fa di tutto per essere guardato in faccia perché si sente forte delle sue ragioni (ne sanno qualcosa, ad esempio, le mamme e i papà costretti a rimproverare i loro figli dicendo loro più volte: “E guardami in faccia, quando ti parlo!”). Certo, alla fine, se ci si vuole bene, ci si continua a guardare negli occhi, sebbene a volte non brillino di gioia, ma di lacrime e di rabbia: l´importante è che ci sia corrispondenza, ovvero che i nostri occhi trovino negli occhi dell´altro il medesimo sentimento, la medesima intensità, il medesimo coraggio, perché ciò significa che all´uno è permesso ancora di entrare nell´anima dell´altro. Se questo non avviene, lo sguardo di uno dei due alla fine non regge più, neppure allo sguardo più amorevole possibile da parte dell´altro, e quella luce che brillava nei suoi occhi alla fine lo rende scuro in volto, e forse è meglio che le due strade si separino. Ci aveva provato, Gesù, a rendere magico quel gioco di sguardi tra lui e un tale (presumibilmente un giovane) che, talmente affascinato da lui, gli si gettò davanti in ginocchio chiedendogli: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Per nulla intimorito o imbarazzato da quello sguardo e da quella richiesta - e ci mancherebbe che Dio si faccia intimorire da noi! - Gesù vuole capire per quale motivo questo tale lo chiami “buono”, visto che “buono” è solo Dio. Forse Gesù aveva visto sincerità, nella richiesta e nello sguardo di quel giovane; forse Gesù aveva capito che davvero questo giovane cercava ciò che è buono, ciò che è davvero buono, il “bonum” dei latini, il Bene supremo, la cosa più importante della vita. E l´ha capito ancor di più dopo aver verificato di persona che non era uno che si accontentava delle due o tre cosette scritte nei comandamenti, perché quelle non gli bastavano più, voleva altro, voleva “ereditare la vita eterna”. Gesù ha capito di avere di fronte a sé qualcuno che faceva sul serio, che voleva andare in profondità, e allora il suo sguardo su di lui si riempie di amore, perché l´unico modo che Dio conosce per entrare nel cuore dell´uomo è quello di amarlo. E se l´uomo corrisponde a questo sguardo, inizia una profonda amicizia con lui; come fu per Zaccheo, su cui Gesù fissò lo sguardo ottenendone la conversione, o per Pietro, che fissato una prima volta da Gesù, lo seguì sulle rive del mare di Galilea, e guardato una seconda volta dopo averlo rinnegato, sentì l´amarezza del tradimento e contemporaneamente la grazia del suo perdono. Ma quel giorno, quel giovane, non corrispose allo sguardo di Gesù: il suo volto si fece scuro, e deluso e rattristato se ne andò, decidendo di fare a meno del fascino di quel Maestro buono. Aveva già capito tutto, aveva già scoperto tutto di Dio, e non si poteva non amarlo, anche solo per quello. Ma aveva commesso uno sbaglio: aveva pensato che tutto quanto - addirittura la vita eterna - si potesse avere “in eredità” così come aveva ereditato tutte le ricchezze di cui era in possesso. Aveva acquistato o ereditato tutto, nella vita: vuoi che non potesse fare lo stesso con la ricchezza più grande, Dio e il suo Regno? No, perché con Dio non funziona così: Dio non si compra, Dio si ama. Dio non si baratta, Dio si segue. Dio non si mercanteggia, di Dio ci si fida. Dio non gioca al risparmio, Dio spende, spende tutto, addirittura la propria vita per noi. Ma se noi abbiamo in testa di poter possedere Dio come possediamo i beni di questa terra, abbiamo sbagliato di grosso; se pensiamo che Dio è il bene più prezioso perché vogliamo possederlo come nostra eredità, è meglio girare lo sguardo da un´altra parte. Sì, Dio è la nostra eredità, il nostro tesoro più prezioso: ma è un tesoro che si accumula in cielo avendo come unico tesoro, qui in terra, i poveri. E per farlo, occorre guardarlo negli occhi, amarlo come lui ci ama, e fare l´unica cosa che ci chiede, senza “se” e senza “ma”: “Vieni! Seguimi!”.

DOMENICA 7 ottobre 2018      notizia del 06/10/2018

Commento alla XXVII Domenica del T. O. (Mt 10, 2-16): Gesù risale al disegno di Dio per indicare che un amore vero è per sempre SS. Messe h. 9.00 - 10,30 Inizio anno pastorale 2018/19) - 12.00 - 19.00 La parte più lunga del vangelo di questa domenica ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, lo tentano, cercando di sorprenderlo in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. Questo annuncio evangelico è esigente, chiaro: da una parte ci scandalizza, soprattutto se conosciamo la faticosa realtà della vicenda nuziale; dall’altra, lo stesso brano può essere utilizzato come un bastone, per giudicare e condannare chi è in contraddizione con le parole chiare e piene di parrhesía pronunciate da Gesù. Per questo, ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere nella coppia la vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore. Non posso dunque fare altro che offrire qui alcuni semplici spunti di meditazione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. Nel millennio dell’Antico Testamento la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il matrimonio era un contratto, neppure scritto, e dobbiamo riconoscere che nell’Antico Testamento non vi è nessuna legge sul matrimonio. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24,1-4) in verità appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Si legge in quel testo: Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso (‘erwat davar, lett.: “nudità di qualcosa”), scriva per lei un certificato di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa (Dt 24,1). Viene dunque contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso”, espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi molto diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella Legge di Mosè vi sia una dottrina sul matrimonio e una sua precisa concordi disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la Legge di Dio lo vieta. Solo Malachia testimonia una parola del Signore semplice ma radicale: “Io odio il ripudio” (Ml 2,16). Ma ecco che Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi proprio su questa possibilità: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Egli risponde con una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Ed essi a lui: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. È come se gli dicessero: “Questa è la Torah!”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In tal modo egli ci fornisce un principio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: cf. Mc 7,8.13!), che attraverso le sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà. Questa dunque la replica di Gesù ai suoi interlocutori: “Per la durezza del vostro cuore (sklerokardía) Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in-principio (be-reshit, en archê: Gen 1,1) della creazione Dio ‘li fece maschio e femmina’ (Gen 1,27); ‘per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gesù risale al disegno del Creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cf. Gen 2,7; 3,19), fatto maschio e femmina perché insieme i due vivano nella storia, la storia dell’amore, la storia della vita, l’uno di fronte all’altra, volto contro volto, in una reciproca responsabilità, chiamati nel loro incontro a diventare una sola realtà, una sola carne. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16), di un amore durevole, fedele, per sempre; in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque al “per sempre”, fino alla morte, per andare anche oltre la morte. Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per gli umani fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza. In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, ma mai pienamente e solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Subito dopo, questa parola dura ed esigente viene spiegata da Gesù ai suoi discepoli, nella casa in cui la comunità si ritrovava. E viene spiegata con un’aggiunta straordinaria per la cultura del tempo, visto che Gesù mette sullo stesso piano la responsabilità dell’uomo e quella della donna: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. Certo, Mosè ha cercato di umanizzare la pratica del divorzio, imponendo al marito di percorrere una via giuridica di rispetto per la donna. Ma Gesù, proprio guardando alla durezza di cuore dei destinatari della Torah, osa andare ben oltre, mettendo in evidenza la volontà, l’intenzione del Creatore. Del resto, lo aveva già fatto altre volte, svelando, per esempio, la volontà di Dio sul sabato e sulla sua osservanza (cf. Mc 2,23-28): sempre Gesù si fa interprete autentico della Legge non attraverso vie legalistiche, non attraverso interpretazioni fondamentaliste, ma annunciando profeticamente la volontà di Dio a tutti, in particolare ai peccatori pubblici e agli esclusi, da lui sempre accolti, perdonati, mai condannati. Dall’annuncio dell’indissolubilità del matrimonio Marco, cambiando scena, passa poi al tema dell’accoglienza dei piccoli. Vengono portati e presentati a Gesù dei “bambini” (paidía), affinché li tocchi, e dunque attraverso il contatto fisico comunichi loro forze benefiche di guarigione di benedizione. Nella cultura giudaica del tempo i bambini non contavano nulla, erano di fatto trattati da esclusi, come le donne e gli schiavi. Il rapporto con un rabbi è una relazione importante che riguarda gli adulti, quelli che sono in grado di conoscere e osservare la Torah. Per questo i discepoli intervengono a sgridare i bambini, ma Gesù va in collera, si indigna e li rimprovera perché i bambini, come gli altri “esclusi” e “marginali”, hanno un loro posto nel regno di Dio. Proprio i bambini e quelli che sono simili a loro per la piccolezza e l’essere scartati e ai margini, sono i primi beneficiari e destinatari del Regno. Non vi è qui nessun ipotetico riferimento a un’innocenza dei bambini, ma viene messa in evidenza la loro condizione di povertà, di esclusione, di piccolezza, che attira l’attenzione di Gesù. Semmai egli sa individuare in questi bambini una esemplarità nella loro accoglienza del dono del Regno: stupore, meraviglia, nessun merito vantato, ma la semplicità di chi accoglie il dono dei doni. E così Gesù ammonisce quanti nella sua comunità vorrebbero impedire agli esclusi, ai poveri, agli ultimi l’accesso a lui. Proprio a questi ultimi va invece la sua tenerezza, la sua benedizione, il suo abbraccio, affinché non si sentano più abbandonati o messi ai margini.

inizio anno pastorale 2018/19      notizia del 03/10/2018

Ricordo che Domenica prossima, 7 ottobre, con la celebrazione delle h.10.30 inizierà il nuovo anno pastorale 2018/19

Domenica 30 settembre 2018      notizia del 29/09/2018

Commento XXVI Domenica del T. O. Mc 9,38-43.45.47-48: Non c´é spazio per l´invidia, la concorrenza, la rivalità, la voglia di emergere. Il bene è bene. Da chiunque sia compiuto. SS. Messe: h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Forse ci ricordiamo dai tempi del catechismo i Dieci Comandamenti. Essi delineano un percorso di libertà nel servizio di Dio, in due fasi: i primi tre riguardano la relazione con Dio, gli altri sette la relazione col prossimo, partendo dalla famiglia (l´onore dovuto ai genitori), fino al cerchio più ampio della società (rispettare la proprietà altrui). Queste due direttrici, rapporto con Dio e rapporto col prossimo, sono sintetizzate, nel Catechismo, con l´espressione: “Amerai Dio con tutto il cuore, tutta l´anima e tutte le forze, e il prossimo tuo come te stesso”. Oggi fissiamo la nostra attenzione sul secondo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano”. Probabilmente, al catechismo per la prima comunione, ci è stato spiegato che questo comandamento ci insegna a non bestemmiare, non pronunciare il nome di Dio e dei Santi, non dire parolacce. “Scherza coi fanti e lascia stare i Santi”. Il che è vero, ma non è tutto. Ci sono altri peccati che si possono commettere contro il secondo comandamento. Uno grave consiste nel nominare Dio per dare ragione alle nostre teorie. Succede quando qualcuno si sente interprete della volontà di Dio e condanna gli altri in nome di Dio. Ciò accade a livello macroscopico nel mondo, attraverso tutte le forme di fondamentalismo, quando, per esempio, si uccide in nome di Dio. Ma anche a livello quotidiano può succedere di mancare gravemente, nominando Dio, tirandolo in ballo quando non sarebbe proprio il caso. Tempo fa è stata pubblicata su Avvenire la storia di un cristiano ordinario, un laico che ha lottato contro le proprie cattive tendenze per tutta la vita, sperimentando anche la fatica e la sconfitta. Di quest´uomo, definito cristiano ordinario, è stato aperto il processo Diocesano di canonizzazione. Tra i testimoni alcuni hanno ricordato un episodio: quando era in ospedale, verso la fine dei suoi giorni, è stato visitato da un grosso personaggio di Chiesa che gli ha fatto presente come la sua malattia e la sua sofferenza fosse conseguenza di alcuni sbagli e peccati che aveva commesso nella vita passata. Questa visita sprofondò quest´uomo nella più cupa disperazione. Ecco un caso in cui si nomina il nome di Dio invano. Ci si fa interpreti della volontà di Dio per un´altra persona, tirando per la giacchetta Dio stesso, in modo che il nostro punto di vista sia avvalorato. La liturgia odierna ci offre alcuni esempi di “nome di Dio nominato a vanvera”. Nella prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, quando lo Spirito di Dio scende anche su due persone che si trovano fuori della Tenda del Convegno, subito due “fedeli” si lamentano con Mosé: non può essere che lo Spirito sia sceso anche su di loro! Dio non può permettere che il suo Spirito scenda su due che non si sono regolarmente iscritti tra i candidati. Bisogna bloccarli subito, che la smettano di profetizzare, in quanto non sono nella lista. Anche oggi ci sono “fedeli” che vanno dal Papa a chiedergli di intervenire: non è possibile che dei laici profetizzino nella Chiesa, scaccino i demoni, predichino il Vangelo o siano perfino leaders di comunità. Questi incarichi sono riservati solo agli anziani (prete deriva dal Greco presbitero, che significa anziano) della comunità! La stessa cosa si vede nel Vangelo. Giovanni si lamenta con Gesù perché c´é “uno” che scaccia i demoni senza avere il permesso di Gesù. Giovanni fa presente a Gesù che lui e gli altri Apostoli volevano impedirglielo “perché non è uno dei nostri”. La risposta di Gesù è simile a quella di Mosé, nella prima lettura: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!”. “Non glielo impedite, perché non c´è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Si manifesta qui una magnanimità (magnus animus = animo grande) e una larghezza di vedute notevole. Sia Mosé che Gesù si dimostrano molto moderni. Dov´é carità e amore qui c´é Dio. Non c´é più “nostri” e “vostri”... Non c´é spazio per l´invidia, la concorrenza, la rivalità, la voglia di emergere. Il bene è bene. Da chiunque sia compiuto. Come conseguenza possiamo dire che, applicando i criteri della ricerca della loro propria unità, i cristiani rispettano le altre religioni. Essi sanno che la "legge nuova" dello spirito di carità incoraggia all´accoglienza, non esclude la legittima diversità. Essi sanno di avere in comune, con le altre religioni, l´arma della preghiera per implorare la pace. É importante vagliare con prudenza ogni cosa, senza gelosia o parzialità, tenere ciò che è buono, non cedere alla logica della divisione in partiti, incoraggiare chi compie il bene, gioire per tutto il bene che viene fatto nel mondo, senza cedere alla tentazione del settarismo. Per questo ripetiamo con Mosé: “Volesse il Signore effondere su tutti il suo Spirito!”. E sosteniamo Gesù quando dichiara: “Non impedite loro di agire!”. Al grido, rivolto verso Dio, da Eldad e Medad (“Impedisci a quei due di profetizzzare!”) e al grido di Giovanni (“Maestro! Impedisciglielo!), fa eco il grido dei poveri della seconda lettura. Non hanno ricevuto il loro salario, benché abbiano lavorato. Deprivare l´operaio del suo salario è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Anche in questo caso, all´origine del peccato c´é lo stesso seme cattivo di cui ci parlavano la prima lettura e il Vangelo: l´egoismo. Si vuole tenere tutto per sé. Anche qui il fatto di essere parte di una èlite, genera un egoistico corporativismo, una divisione in caste, che induce a vedere nel prossimo un nemico da escludere, più che un fratello con cui condividere. Papa Francesco, con il suo linguaggio semplice e ricco di immagini, ha spesso ricordato una cosa che gli ripeteva la nonna, fin da piccolo: “Guarda, Giorgio, che il sudario non ha tasche!”. Quando moriremo non porteremo nulla con noi. In paradiso troveremo solo ciò che abbiamo donato. Preghiamo perché il Signore ci renda aperti di vedute, capaci di riconoscere il bene ovunque esso sia e generosi nel condividere ciò che abbiamo.

Domenica 23 settembre 2018      notizia del 22/09/2018

commento alla XXV Domenica del T. O. Mc 9,30-37..scoprire "i piccoli" del vangelo per imparare a servirli e amarli come Gesù L´abbiamo sentito domenica scorsa: Gesù ha chiamato addirittura “satana” l´apostolo Pietro che invece di “pensare secondo Dio” inseguiva suoi calcoli umani Ma non è bastato: nel vangelo odierno (Marco 9,30-37) ritroviamo Gesù intento a istruire gli apostoli, in particolare preparandoli agli eventi prossimi, così diversi da quelli che essi si attendevano dal Messia. Eccolo allora ribadire che lui, “il Figlio dell´uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Questa predizione della sua Pasqua si scontra con la greve umanità di coloro che pure lui stesso ha scelto come primi collaboratori. Essi insistono nell´aggrapparsi all´opinione corrente di un Messia politico, il quale, cacciati i Romani occupanti, restaurerà l´antico regno d´Israele, indipendente e glorioso come quello di Davide e di Salomone. Sono così radicati in questa prospettiva, che invece di badare alle parole del Messia discutono tra loro su chi sia il più grande, e dunque, nel regno tutto terreno che il Messia ritengono stia per fondare, a chi di loro toccherà il posto più importante. A tanta grettezza noi forse risponderemmo con qualche mala parola. Invece Gesù torna pazientemente a spiegare e, come usavano fare gli antichi profeti, accompagna le sue parole con un gesto esemplificativo: abbraccia un bambino e li invita a fare altrettanto, per amor suo. I bambini allora erano privi di rilevanza giuridica e sociale; perciò un bambino si prestava ad essere il simbolo degli emarginati, dei tanti che “non contano”. In quel bambino, Gesù li abbraccia tutti, e invita tutti i suoi seguaci a fare altrettanto. Quale cambio di prospettiva! Il più grande è chi accoglie nella propria mente e nel proprio cuore quanti non godono di privilegi, quanti nella società stanno un passo (o due, o tre, e spesso di più) dietro agli altri. Nel mondo nuovo che Gesù instaura, l´importanza di una persona non si misura dal suo potere, dal suo danaro, dal suo successo, ma dalla disponibilità, dall´impegno a fare giustizia, ad alleviare le condizioni dei meno fortunati. Così ha fatto lui, e dopo di lui una schiera di uomini e donne che hanno cercato di imitarlo. In virtù del loro impegno, questo rivoluzionario principio in duemila anni ha cambiato il mondo; oggi formalmente tutti, e non solo i cristiani, condannano certi atteggiamenti e criteri di vita che un tempo erano ritenuti normali (la discriminazione delle donne, gli abusi sui minori, la schiavitù, il dispotismo eccetera); almeno a parole, oggi tutti riconoscono che la fame nel mondo è frutto di un´ingiustizia da sanare, ed è pacifico che chi è investito di autorità non dovrebbe operare per l´utile proprio ma per il bene comune. Insomma, sull´antico criterio dello sfruttare gli altri a proprio vantaggio (o, quando andava bene, dell´indifferenza per le condizioni altrui) oggi trionfa il criterio prettamente cristiano del servire. Trionfa negli enunciati delle leggi e nelle dichiarazioni pubbliche; se però si guarda ai fatti, si rischia di deprimersi costatando la loro difformità rispetto ai principi. Ne deriva l´impegno, per ogni uomo che voglia essere tale, ad adeguare il proprio comportamento ai principi che un´onesta intelligenza riconosce giusti. E ciò vale in prima linea per la Chiesa, che da sempre proclama l´autorità come servizio (la sua massima autorità, il papa, porta ufficialmente il titolo di “servo dei servi di Dio”) e prevede figure a ciò specificamente deputate (sono ancora poco conosciuti, ma ci sono anche tra noi i diaconi permanenti: e compito specifico del diacono è proprio il servire). L´impegno vale però anche per gli altri cristiani, per tutti i battezzati, se vogliono ritenersi seguaci del Figlio di Dio, il quale è venuto tra noi, come ha dichiarato lui stesso (Vangelo secondo Marco 10,45), non per essere servito ma per servire. Sino a dare la vita.

iban parrocchia      notizia del 21/09/2018

PER CHI VOLESSE e POTESSE AIUTARE LA PARROCCHIA c/o Banco BPM di via Tor Fiorenza 567/c - 00199 Roma IBAN: IT 97 Z 05034 03242 000000031015 Intestato a: Parrocchia SS. Trinità a Villa C

CORSO IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO      notizia del 19/09/2018

Buongiorno a tutti . VENERDI´ 19 OTTOBRE ALLE H. 21.15 INIZIA IL NUOVO CORSO IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO. Qui è possibile scaricare , vi sono i moduli d´iscrizione o è possibile trovarli nella segreteria parrocchiale.Iscrizioni entro il 14 ottobre

DOMENICA 20 GENNAIO 2019      notizia del 15/09/2018

SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00

DOMENICA 16 SETTEMBRE 2018      notizia del 15/09/2018

Commento alla XXIV Domenica del T. O.( Mc 8,27-35 ) : Chi è per me, per te, ...per la gente, per i battezzati Gesù? E´ veramente il Cristo? SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La liturgia della parola di Dio di questa XXIV domenica del tempo ordinario viene dopo la celebrazione di due importanti feste della devozione popolare, quella dell´Esaltazione della Croce e quella della Madonna Addolorata. Proprio il Vangelo di questa domenica ci porta a riflettere sulla sequela di Cristo, mediante l´accettazione consapevole ed umile del mistero della Croce. Tutto il testo del Vangelo è incentrato sull´imminente passione e morte in croce del Signore, che lo stesso Gesù presenta ai discepoli come prospettiva non lontana, ma prossima della sua vita. Leggiamo, infatti, nel brano del Vangelo odierno che “Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Gesù intervista gli apostoli, coloro che stavano vicino a Lui dall´inizio del suo ministero pubblico per capire quali idea si erano fatti di Lui sia la gente che incontravano e con le quali parlavano e sia l´idea che essi stessi avevano elaborato nella loro mente e nel loro inconscio circa la sua missione. La risposta di questo sondaggio è molteplice, in quanto alcuni considerano Gesù Giovanni Battista, altri Elia o qualcuno degli antichi profeti. Sapevano che non era esattamente così, in quanto i soggetti richiamati erano dei tempi passati o dei tempi presenti, ma non erano certamente Gesù. La risposta quindi attiene non tanto all´identità anagrafica e storica, ma alla missione e al ruolo che Gesù stava svolgendo in quel contesto di itineranza evangelica. Ovvio, quindi che Gesù interpelli i diretti interessati alla sua missione, nella quale erano stati coinvolti, cioè i Dodici. E la risposta collegiale e collettiva, unanime nei contenuti è espressa da Pietro, a nome di tutti: “Tu sei il Cristo, il consacrato, l´inviato dal Padre, il Messia”. Accolta questo atto di fede degli apostoli, Gesù può adesso liberamente parlare e alla luce del sole, senza mezze misure o metafore di ciò che lo attende, e cioè della sua passione e morte in croce. Infatti “cominciò a insegnare loro che il Figlio dell´uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Di fronte a questa sconvolgente rivelazione “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo”. Un discepolo che rimprovera il Maestro nel momento in cui dice tutta la verità, dice ciò che accadrà tra poco. Una cosa assurda allora e sempre. Gesù non può considerare valilo questo loro modo di pensare ed intendere la sua missione, per cui “voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va´ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Era evidente che tra i discepoli e Gesù c´era un distacco, perché non avevano compreso appieno la sua missione e la croce che affiorava all´orizzonte per Gesù, secondo loro era una sconfitta e non una salvezza. E´ l´occasione per Gesù per fare catechesi e per far capire meglio cosa significhi per un suo discepolo seguirlo davvero e senza condizionamenti o mezze misure. Per cui, convoca la folla e i suoi discepoli e usa questo linguaggio esplicito per chiedere loro una vera ed sentita adesione alla sua persona e alla sua missione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Seguire Gesù è prendere la croce, è donare la vita per gli altri, è uscire fuori dal una visione di chiusura con se stessi e con gli altri per aprirsi all´amore, alla gioia del dono. San Giacomo apostolo ci aiuta a comprendere questa vocazione di servire e di donarsi, di passare dal dire al fare, dalla fede teorica alla quella pratica che si fa carità e disponibilità verso gli altri. L´apostolo, infatti, ci rammenta “a che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?. Assolutamente no. Per cui, “se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta”. Di conseguenza, se siamo persone di fede, devono pure agire in conformità a quanto credono. Non si può solo proclamare, annunciare ed insegnare, è necessario agire ed operare per il bene degli altri. In fondo è quello che ci viene suggerito anche nel brano della prima lettura di questa domenica, nel quale è presentato uno dei testi più espressivi riguardanti il Servo sofferente di Javhé che Isaia ci descrive in termini drammatici, pensando a Gesù, al Crocifisso, al Redentore che salva mediante la croce e la valorizzazione del dolore umano: Il Signore Dio mi ha aperto l´orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. E´ la fa fotografia dell´Ecce homo, è l´anteprima di molti secoli prima di Gesù condannato a morte e che si avvia umiliato nella sua dignità verso la croce e il Calvario. Ma è anche segno di speranza e di incoraggiamento, in quanto nella prova c´è la consapevolezza che “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. Nel dolore Dio è sempre con noi, in quanto il dolore di Dio si è trasformato in amore e la croce di ogni uomo, alla luce della redenzione di Cristo, si trasforma in salvezza e amore. Rendiamo grazie a Dio e affidiamoci a Lui con queste semplici ed umili parole di preghiera e di impetrazione: “O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore, e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla”. Amen.

DOMENICA 9 settembre 2018      notizia del 08/09/2018

Commento alla XXIII Domenica del T. O. (Mc 7,31-37) L´amore immenso e tenero di Dio SS. Messe h. 9.00 - 11.00 -19.00 La liturgia della parola di Dio della XXIII domenica del tempo ordinario ci immerge nel mistero dell´amore di Dio che è in grado di cambiare le sorti delle singole persone e dell´umanità intera. Nel testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, c´è questo forte appello a non temere rispetto alle sorti negative che possono affiorare dal mondo, perché c´è vicino a noi il Signore che non abbandona l´essere umano al suo destino, ma lo risolleva e lo porta sempre più in alto nel grado della sua dignità di persona e di popolo. Una forte parola di incoraggiamento per tutti, nelle prove della vita e della sofferenza della quotidianità che riguarda ogni persona umana: “Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete!”. Il Signore viene a salvarci, viene a dare il sollievo e il conforto, al punto tale che “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi... lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Anche la natura cambia volto e fisionomia davanti al Dio che viene a salvarci, al punto tale che scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa, la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso sorgenti d´acqua”. Questa modificazione sostanziale delle persone e delle cose ci conferma la bontà di un Dio che ama le creature e la creazione, che non è distante da esse, ma gli è sempre vicino con la benedizione e la protezione, con la salvaguardia di quello che è il creato. Anche l´apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura di oggi, ci chiede un profondo cambiamento di mentalità e di atteggiamento, rispetto ai ricchi e ai poveri, ai potenti e ai deboli. Il cristiano non deve favorire e parteggiare per nessuno, per lui tutti sono uguali e tutti sono fratelli, senza distinzioni di tasca, vestiti, anelli e segni esteriori di potenza economica, militare e politica. Tutti siamo uguali davanti a Dio. E per farci comprendere esattamente questo discorso, l´Apostolo porta un esempio di vita sociale ed ipotizza una situazione reale e abbastanza ricorrente al suo tempo, come ai nostri giorni: “Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d´oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?”. Quante volte si verificano queste cose, anche nelle nostre assemblee liturgiche, con i posti riservati, con il cerimoniale da osservare, permessi e autorizzazioni da ottenere, anche per un breve saluto o un incontro con un´autorità religiosa. Ci si trincerà dietro a motivi di sicurezza e poi alla fine chi ha protezioni e raccomandazioni ottiene ciò che agli altri non è concesso. Di queste cose se ne vedono molte in tutti gli ambienti sociali, compresi quelli ecclesiastici. Perciò l´apostolo ammonisce alla fine di questo brano: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”. La scelta dei poveri è la scelta preferenziale dell´amore di Dio verso l´uomo. Questo amore immenso e tenero di Dio, che Gesù, Figlio di Dio, manifesta in tutte quelle circostanze in cui la vita è stata severa con la persona, rendendola invalida o inabile. Gesù non chiude gli occhi davanti alla sofferenza dei fratelli e sana le ferita del cuore e del corpo, ridando alla persona la dignità che merita e il posto che le spetta nel consesso sociale. Sappiamo benissimo come i limiti umani, le inabilità fisiche erano emarginanti al tempo di Gesù e come escludevano dalla vita chi era affetto da una limitazione. Solo negli ultimi decenni si è fatta strada, nel nostro tempo, la cultura dell´accoglienza, della valorizzazione e integrazione del diversamente abile, che oltre ad avere una sua dignità ha anche doni e pregi da mettere a servizio della comunità. Nel Vangelo di oggi è riportato, infatti, uno dei miracoli operati da Gesù, quella della guarigione di un sordomuto. E´ interessante seguire tutto l´iter che porta alla guarigione dell´infermo: Gesù “lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”. Il rito della guarigione, così come descritto nel vangelo di oggi, è stato inserito nella liturgia del sacramento del battesimo. Al fine della celebrazione, il sacerdote o diacono svolge il significativo rito dell´Effatà. Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra dei singoli battezzati, dicendo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre. Amen”. Esattamente quello che fede il malato guarito, dopo aver ottenuto il miracolo da Gesù, il quale “comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. Ecco il miracolo dell´amore di Dio che fa udire i sordi nella mente e i muti nei sentimenti per aprirci tutti alla comunione con lui e con i fratelli. Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore, giorno in cui cui Cristo in modo particolare ci vuole comunicare il suo amore, mediante il dono dell´eucaristia: “O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Amen

DOMENICA 2 settembre 2018      notizia del 30/08/2018

XXII Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 7,1-8.14-15.21-23):Via l´ipocrisia per una testimonianza di luce Siamo alle solite!... La tradizione vince sulla novità! Il passato ha la meglio sul presente! L´Antico Testamento prevale sul Nuovo! E quando i farisei non hanno argomenti da ribattere a proposito dei punti-cardine della (loro) fede, ecco che cominciano a rilevare i dettagli, gli aspetti meno importanti, le sbavature... Pur di poter delegittimare la persona e l´opera di Gesù! Le scorse domeniche ci siamo concentrati sulla questione delle questioni: aderire a Mosè e alla Legge antica, oppure (aderire) a Gesù; comprensibile la resistenza delle autorità religiose e dei capi del popolo. Non dimentichiamo che la polemica scatenatasi nel primo secolo d.C., tra Pietro e Paolo verteva proprio sul rapporto tra la Legge Antica e la Legge nuova: per accogliere il Vangelo di Cristo, era necessario conoscere e sottoscrivere il Credo degli Ebrei? In sostanza, il battesimo era subordinato alla circoncisione? Per il principe degli Apostoli, sì; per l´apostolo dei pagani, no. Nel caso odierno si tratta dell´osservanza di regole e regolucce, appartenenti ad una tradizione ultra centenaria, è vero, ma che non compaiono nel Decalogo... Le cosiddette Dieci Parole ricevute sul Sinai, erano diventate più di seicento. Chissà, forse i teologi di quel tempo avevano dimenticato il comando di Mosè che abbiamo ascoltato nella prima lettura, tratta dal Deuteronomio: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando...”. L´atteggiamento dei farisei era chiaramente ideologico: significa che l´ostilità contro Gesù, contro le sue tesi e contro i suoi discepoli, era apriori! Qualunque cosa il figlio del falegname dicesse, o facesse, non era giusta, anzi, peggio, doveva essere sbagliata! È la strategia che si mette in atto in Parlamento e, più in generale, nel rapporto tra partiti al potere e partiti non al potere. Secondo questa mentalità, riconoscere all´avversario qualcosa di giusto, o di non del tutto sbagliato, significherebbe riconoscere implicitamente che qualcosa di sé non è proprio giusto, o addirittura è del tutto sbagliato... E i farisei non potevano permettersi di fare concessioni al Maestro di Nazareth e alla sua dottrina; come si dice in gergo partitico, tolleranza zero! Ne andava della loro dignità e del peso politico che esercitavano sulla società. Ne andava del prestigio del Tempio. E poi, che figura ci facevano a calare le brache - perdonate l´espressione poco elegante! - davanti a un signor nessuno, sedicente Messia, & co.? Ed ecco l´oggetto del contendere: riconoscere ad ogni gesto, anche minimo, una valenza religiosa. L´attenzione esagerata alla cura dei dettagli aveva fatto smarrire l´essenziale... Un po´ come quando si contempla un´opera d´arte da vicino, da troppo vicino, se ne apprezzano i particolari, certo, ma si perde di vista l´intero... Per cogliere l´opera in tutta la sua complessità e bellezza, soprattutto, per coglierne l´essenza intima, la verità, è necessario fare un passo indietro, magari anche due... Avete mai incontrato qualcuno che soffre di ‘sindrome della maestrina´?...sempre a sottolineare gli errori... e soltanto quelli. Persone così, incapaci di manifestare un apprezzamento positivo, ma pronte a rilevare soltanto le imperfezioni, sono a dir poco antipatiche,...a dir poco. Ma il valore del Vangelo di oggi è ancora maggiore! Ci sono almeno due aspetti da considerare, anzi tre; e per non dimenticarne uno, ve li enuncio subito: l´ipocrisia è il primo; il secondo è la riluttanza a guardarci dentro, che ha come conseguenza la tentazione di trovare le cause del male fuori di noi. Forse che Adamo non scarica la colpa su Eva, e lei sul serpente? Il terzo ed ultimo insegnamento - piuttosto un corollario degli altri due -: l´inclinazione a rilevare i difetti degli altri, nell´illusione che “mal comune mezzo gaudio”, e che, in fondo, c´è qualcuno peggiore di noi... Come vedete, gli spunti per la riflessione settimanale sono davvero tanti, abbiamo solo l´imbarazzo della scelta. A cominciare da quella tendenza tipica di ogni religione a ‘moltiplicare´ i testi normativi, le tradizioni, le pratiche, le istanze morali... Del resto, la storia del cristianesimo è iniziata duemila anni fa, sarebbe sciocco fare confronti tra la situazione odierna e quella primitiva, quando il gruppo dei fedeli riempiva a malapena il cenacolo. Al giorno d´oggi la Chiesa si presenta al mondo con una struttura - sovrastruttura? - ingombrante e non certo facile da correlare alla fede. Sentiamo spesso ripetere. “Gesù sì, Chiesa no,...”, ove, per ‘Chiesa´ si intende il clero, il Vaticano, il potere temporale, la ricchezza, il prestigio politico... Per carità, mentirei se negassi che la Chiesa è anche questo! Ma prima che questo, la Chiesa è la mia, è la nostra comunità riunita a celebrare il mistero di Cristo, la Sua Passione, la Sua morte e la Sua risurrezione! Così pure, lascia il tempo che trova, l´obbiezione: “Ma Cristo, pensava a tutto questo? voleva tutto questo?...la gerarchia, il Diritto Canonico, uno-Stato-nello-Stato, diritti, doveri, vincoli, sanzioni, pratiche, osservanze, etc. etc.?”. Oppure l´altra critica non meno pesante: “Ma, se Dio è Amore, non basterebbe amarci? Se Dio ha predicato il perdono, e soltanto il perdono, non sarebbe sufficiente perdonarci e chiedere perdono?”. Beh, il precetto dell´Amore, la consegna del perdono non sono impediti da una struttura dal peso quasi - senza quasi! - imbarazzante! Chissà, se Gesù di Nazareth tornasse oggi, non risparmierebbe qualche tirata d´orecchi all´organizzazione della Chiesa, così come non risparmiò a Farisei e Sommi Sacerdoti, il biasimo che abbiamo ascoltato pochi minuti fa... Ma poi, (Gesù) si volterebbe verso di noi e, guardandoci negli occhi, immagino che ci direbbe: “Badate all´essenziale, fate la vostra parte, senza risparmiarvi!...a cominciare dalla misericordia verso tutti, anche verso i vostri Capi! Se poi siete senza peccato - cosa di cui peraltro dubito! - scagliate pure la prima pietra contro di loro!...”. Il Vangelo termina con un elenco interessante, che potrebbe diventare modello per un buon esame di coscienza: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. E, naturalmente l´ipocrisia! una versione riveduta e corretta del Decalogo di Mosè... Questi peccati macchiano la nostra vita e pongono una distanza, talvolta enorme, tra noi fedeli e Dio; cosicché le nostre riunioni liturgiche, anche queste odorano di ipocrisia, di finzione... Meglio fermarci qui: “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna!”. Amen, così sia!

DOMENICA 26 AGOSTO 2018      notizia del 25/08/2018

Commento alla XXI Domenica del T.O: ( Gv 6,60-69) Volete andarvene anche voi? Concludiamo oggi la riflessione sul capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, il discorso (eucaristico) sul pane di vita. Ma cominciamo dalla prima lettura, tratta dal libro di Giosuè; è una pagina famosa, è una pagina importante: si tratta di una della (tante) dichiarazioni di fedeltà del popolo di Dio; ma questa è particolarmente significativa, perché venne manifestata all´ingresso dei futuri Israeliti nella Terra promessa. Tale impegno ufficiale si pone come spartiacque tra passato e futuro di quelle tribù. Non possiamo trascurare il fatto che tutti costoro erano nati in Egitto; la discendenza dalla famiglia di Giacobbe, era ormai un ricordo sbiadito; per molti di loro neppure questo. Gli Egiziani erano notoriamente politeisti, ed è verosimile che le divinità dell´Empireo egizio ricevessero l´omaggio della fede anche da parte del futuro popolo eletto. Se ne fa allusione - e più di un´allusione! - nel famoso episodio del vitello d´oro, raccontato nel cap.32 dell´Esodo. Non si spiegherebbe diversamente la domanda di Giosuè, successore di Mosè alla guida degli Israeliti; in verità ci sarebbero voluti ancora due secoli almeno perché i clan che avevano attraversato il Giordano, dopo i quarant´anni nel deserto e la schiavitù nel Paese del grande Nilo, diventassero un vero popolo, con tanto di territorio, governo, esercito, e culto organizzato. C´è da aggiungere che l´ingresso in Palestina non fu per così dire del tutto indolore... Questa terra era abitata da popoli diversi, che parlavano lingue diverse e adoravano divinità diverse: è naturale che costoro non vedessero di buon occhio Giosuè e la sua gente... per loro erano degli intrusi, che venivano a usurpare le loro città, a invadere i loro pascoli, a razziare i loro raccolti, e rubare il loro bestiame. Il fatto che i nuovi arrivati obbedissero a un comando di Dio - ma, il Dio di chi? -, e si sentissero in diritto di occupare, in nome della promessa ricevuta da Dio - ma quale Dio? -, beh, per i nativi del luogo, tutto ciò non contava niente! Se questa era la situazione politica, non meno incasinata era la questione religiosa. In questo variegato orizzonte religioso, tra divinità egizie e amorree, il popolo si trovò nella necessità di dover scegliere. Emerge un aspetto delicato e di non poco momento: l´adesione a una fede per dovere di nascita, o per altro motivo... La questione ci riguarda da vicino! Confessiamolo: per quale motivo siamo cristiani? ritengo perché siamo nati in un paese a maggioranza cristiana. Coloro che hanno superato gli anta, sanno che quando siamo venuti al mondo, la confessione cattolica condizionava addirittura la politica del Paese. Dunque, piuttosto che la domanda: “Perché proprio cristiano?”, ci sarebbe stato da chiedersi: “Perché no?”; il problema non era, non è quello di essere cristiani, ma di non esserlo... In ultima analisi, gli Israeliti dovettero decidere se continuare ad aderire alla religione di provenienza, quella Egizia, o ai culti presenti in Palestina, oppure al Dio che li aveva liberati dalla schiavitù e li aveva guidati fino lì... Scelsero la terza opzione; ma, ripeto, ci sarebbero voluti secoli, prima che il culto si organizzasse intorno al tempio di Gerusalemme e diventasse ciò che, a grandi linee, identifichiamo come fede ebraica. Infine arrivò Gesù! E dichiarò che la scelta religiosa fatta dal popolo era ormai superata; il figlio del falegname abolì il culto dei Padri e ne inaugurò uno nuovo, nel suo corpo, in spirito e verità. Paradigmatico è l´incontro del maestro di Nazareth con la samaritana, raccontato sempre da Giovanni, al capitolo 4: nel corso del variopinto dialogo con la donna pagana, l´evangelista inserisce la questione del valore intrinseco della fede cristiana, ben superiore, rispetto a quello della fede ebraica e di qualunque altra fede. Il nuovo culto che esprime la nuova fede, non si realizza più con sacrifici, immolazione di vittime, e neppure frequentando il Tempio; il vero culto in spirito e verità si fonda sull´unico sacrificio di Cristo, l´unico che il Padre gradisce, l´unico che non sia da ripetere ogni anno, perché il Cristo ha dato la sua vita una volta per tutte, salendo sulla croce e risorgendo il terzo giorno. La lettera agli Ebrei è una lunga e complessa riflessione sul tema del sacrificio e presenta la persona del Figlio di Dio come la vittima perfetta, la quale, sola, può salvare tutti e sempre soffrendo una volta per tutte in remissione dei peccati. Il capitolo 6 che abbiamo esaminato, domenica dopo domenica, costituisce un annuncio della passione di Gesù, espresso non solo e non tanto dai rappresentanti del tempio e dai capi del popolo, ma dallo stesso Signore. Ma le parole del Signore sono difficili da ascoltare! Ai nostri orecchi, potrebbe suonare un controsenso: ma come? Gesù annuncia il compimento delle attese del popolo, con l´autorevolezza di chi ha appena sfamato migliaia e migliaia di persone moltiplicando - come, non si sa! - cinque pani d´orzo e pochi pesciolini. Di più, il Figlio di Dio proclama che da oggi gli uomini non dovranno più “sentirsi obbligati a fare qualcosa per Dio”.... ma sarà Dio a fare qualcosa per loro; agli uomini, a noi, solo l´impegno di credere in Lui, in Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo. Ora, per noi tutto ciò può sembrare, cosa da poco - triste doverlo riconoscere: per molti cristiani, l´impegno della fede è davvero un´emozione da poco! -; non così per gli ascoltatori di Gesù. Si trattava di archiviare una tradizione religiosa che resisteva da secoli e, almeno in quella periferia dell´Impero romano, condizionava addirittura le relazioni politiche tra Gerusalemme e Roma. Se appena scorriamo le pagine della storia contemporanea, la questione ebraica è senza dubbio una delle questioni cruciali, se non la più cruciale, che ipotecano le sorti della pace dell´intero pianeta. E pensare che Gerusalemme significa città santa di pace... “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.” Gesù non si fa intimidire neppure da questo esodo lontano da lui - ed uso la parola ‘esodo´ a ragion veduta! -; anzi, chiede ai Dodici se se ne vogliono andare anche loro. Ecco l´ultima lezione di questo lungo capitolo 6: Cristo non obbliga nessuno a seguirlo, e non serba rancore se decidiamo di non credere più in Lui. Gesù sa aspettare. Quello che poteva fare, lo ha fatto. Qualsiasi cosa faremo, o non faremo, che abbiamo fede o che manchiamo di fede, Lui rimarrà fedele - ci insegna san Paolo -, perché non può rinnegare se stesso (cfr. 2Tim 2,8-15).

Domenica 20 agosto 2018      notizia del 18/08/2018

Commento alla XX Domenica del T.O. ( Gv 6,51-58) :L´Eucarestia fa la Chiesa, cioè tutti i battezzati, popolo di Dio SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Nella liturgia della Santa Messa, il gesto di prendere un pezzettino di pane azzimo, oggi ridotto ad una cialda detta particola, che particola non è, e di mangiarlo, credendo di manducare veramente il corpo di Cristo, è un gesto comunissimo e velocissimo. Il gesto di prendere il calice e bere un po´ di vino, credendo di bere veramente il sangue di Cristo, è quasi sempre riservato, per motivi pratici, ai soli ministri ordinati presenti sull´altare. Anche questo bere spesso è vissuto in modo affrettato. Eppure è proprio in quel momento così semplice e immediato che noi «abbiamo la vita eterna e saremo risuscitati nell´ultimo giorno (Gv 6,54); noi dimoriamo in Gesù Cristo e lui dimora in noi (Gv 6,56); noi viviamo per Lui così come Lui è stato inviato dal Padre e vive per il Padre (Gv 6,57)» Umanamente ripetiamo questo gesto da «inesperti» e da «privi di senno», cioè da stolti. Eppure la Parola di Dio ci dice che la «Sapienza ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città» (Pr 9, 3) dicendo a tutti noi, inesperti e stolti: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il mio vino che io ho preparato» (Pr 9,5). Dopo aver mangiato e bevuto siamo invitati ad «abbandonare la stoltezza, e andare diritti per la via dell´intelligenza e vivremo» (Pr 9,6). Al banchetto della Sapienza ci andiamo tutti da inesperti e da stolti. Dopo aver mangiato il suo pane e bevuto il vino che la Sapienza ha preparato, sembra che quel pane e quel vino ci diano la forza di abbandonare la stoltezza e procedere diritti nella via dell´intelligenza. Ma viene rispettata la nostra libertà. Siamo noi a decidere di abbandonare la stoltezza e procedere nella via dell´intelligenza, non confidando nelle nostre forze, ma nella forza che ci viene da questo banchetto. Noi cristiani possiamo dire, alla luce del mistero dell´incarnazione e soprattutto illuminati dalla morte, sepoltura e risurrezione di Gesù, che la figura personificata di donna Sapienza del libro dei Proverbi è prefigurazione del Cristo risorto che ci dona il suo Santo Spirito. La vita eterna che riceviamo mangiando e bevendo il suo corpo e il suo sangue nel pane e nel vino consacrati, è lo Spirito Santo. La via dell´intelligenza di cui parla il libro dei Proverbi è per noi prendere progressivamente consapevolezza che il dono dello Spirito Santo c´è sempre stato in noi, è un dono offerto a tutta l´umanità a partire dal giorno in cui avvenne una volta per tutte la morte di croce, la sepoltura e la risurrezione di Gesù. Tutto è già santificato dalla presenza dello Spirito Santo in noi e in tutte le persone e cose che ci circondano. Noi, da stolti, non ce ne rendevamo conto. Tutta l´umanità è già sotto il segno della salvezza perché lo Spirito Santo è già stato donato a tutti. Noi, da stolti, non ce ne rendevamo conto. “Fare la comunione” è l´atto del cambiamento di sguardo verso la nostra vita, verso tutta la realtà del mondo che ci circonda. Questo cambiamento di sguardo è l´abbandono della stoltezza della nostra autosufficienza e l´entrare nella via dell´intelligenza, cioè nell´essere consapevoli del dono dello Spirito Santo per la nostra esistenza, che diventa una esistenza eterna, se ci crediamo nella sua forza. Nel momento del mangiare il Corpo di Cristo, sentendomi membro vivo del Corpo di Cristo, mi sento inviato a vivere per Cristo, in nome di Cristo per le strade del mondo, «facendo buon uso de tempo» (Ef 5, 16a) che mi è dato da vivere con un «comportamento da saggio e non da stolto» (Ef 5, 15b). La mia vita etica, sobria, non schiava della «sfrenatezza, del non controllo di me stesso» (Ef 5, 18b), di fronte alle mie pulsioni istintive ed egoistiche, è una vita «ricolma dello Spirito Santo» (Ef 5, 18c), perché insieme ai fratelli e sorelle della mia comunità «cerchiamo di comprendere insieme qual è la volontà di Dio» (Ef 5, 17b) in un atteggiamento comunitario e orante della Parola di Dio, scandito dal canto di «salmi, inni, canti ispirati» e con «gratitudine per ogni cosa» che avviene nella nostra vita( Ef 5, 20a), anche se spesso «i giorni sono cattivi» (Ef 5, 16b). La comunione eucaristica ci fa vivere per Cristo. Per la forza dello Spirito la comunione eucaristica ci fa vivere una autentica vita etica nel nome di Cristo, che diventa una vita di carità e ci porta a incontrare chi soffre più di noi come si incontra la stessa carne di Cristo, quella carne di cui ci alimentiamo al banchetto del suo Corpo e del suo Sangue. Nel momento del mangiare il Corpo di Cristo io prendo consapevolezza di essere in comunione con tutti coloro che, in questo momento, nel mondo intero, hanno scelto di fare della morte e risurrezione di Gesù il centro della loro fede. Scompare l´«io», si afferma il «noi». Insieme a tutti loro, in una profonda consapevolezza / intelligenza di comunione, io mi sento di appartenere al Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Il Cristo risorto non può che essere nel suo corpo che è la Chiesa. Il rimanere in Gesù e lui in noi non è un fatto intimistico, che si risolve in un rapporto io-tu. Io mangio e bevo il corpo e sangue di Cristo perché il dono dello Spirito Santo non mi fa essere più solo, ma membro vivo del corpo di Cristo che è la Chiesa. E questa comunione rimane in eterno, perché oltrepassa i legami di fraternità della mia comunità cristiana, mi fa sentire in comunione con tutti i cristiani del mondo. Oltrepassa i confini di questo mondo perché l´essere corpo di Cristo include anche la comunione con tutti i santi, con tutti coloro che ci hanno preceduto e sono nella piena ed eterna comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L´essere Corpo di Cristo è già vivere la vita eterna qui in questo mondo ed è promessa di risurrezione per ciascuno di noi nell´ora della nostra morte, quando passeremo a far parte della comunità dei santi. La comunione eucaristica fa la Chiesa Corpo di Cristo. Possiamo allora celebrare davvero con profonda gratitudine la festa della trasformazione della nostra vita in vita eterna, in vita di comunione, perché «per Cristo, con Cristo, in Cristo» già diamo gloria al Padre misericordioso, nell´unità dello Spirito Santo, per i secoli dei secoli.

ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO      notizia del 14/08/2018

Commento alla Liturgia dell´Assunzione della Beata Vergine Maria ( Lc 1,39-56):Maria si incoraggia verso la speranza che diventa certezza già adesso nel costante impegno di fedeltà al Signore. La pagina dell´Apocalisse di cui alla Prima Lettura in realtà non si riferisce a Maria. La “donna vestita di sole “rappresenta infatti il popolo che è prediletto e sostenuto da Dio con il massimo dei suoi doni (il sole). Per volere dello stesso Dio Padre, dal popolo nascerà un Figlio destinato a regnare per sempre: il Cristo Messia. La “donna” è quindi la chiesa. Una certa lettura devozionale la identificava con Maria. Non possiamo comunque negare che la figura della chiesa è pur sempre collegata alla Madre del Signore, poiché nel popolo di Dio e nella comunità ecclesiale Maria riveste pur sempre un ruolo importantissimo. La madre del Dio Incarnato Gesù Cristo è infatti innanzitutto membro della chiesa, si configura con essa e di essa partecipa sotto tutti i punti di vista. Come prima discepola e prima redenta, Maria è anche modello della Chiesa e poiché la Chies stessa si realizza nella comunione di noi tutti con Cristo Capo di cui siamo membra, Maria è anche Madre nostra. Madre nostra perché in quanto battezzati noi siamo membra di Cristo, inopinatamente innestati in lui. Tutto questo non fa di Maria una divinità o una donna esaltata all´eccesso, al contrario come si è già accennato prima ancora della Vergine vi è lo stesso Cristo e la sua Chiesa e Maria nulla toglie all´unica onnipotenza di Dio Padre che opera attraverso il Figlio nello Spirito Santo. In quanto Madre del Signore e collaboratrice all´opera della nostra salvezza, Maria assume tuttavia una posizione particolare, un culto da ravvisarsi al di sotto di Dio ma al di sopra di tutti i Santi (iperdoulia) per un ruolo particolare di intercessione a nostro vantaggio presso Gesù suo Figlio. La Madre di Gesù inoltre non collabora all´opera di redenzione e di salvezza con la sola gestazione verginale, ma è sempre associata a Cristo suo Figlio nella continua lotta contro il maligno, partecipe sia pure implicitamente di ogni opera realizzata da Questi a vantaggio degli uomini, attenta alle vicende e alle ansie patite dal Cristo medesimo per la nostra salvezza. Come pure la si vede stremata e sofferente davanti alla croce sulla quale il suo Figlio sfioriva, secondo una ben nota espressione di Jacopone da Todi “Stabat Mater Dolorosa”. Nella continua opera di redenzione e di salvezza, seppure questa venisse operata esclusivamente da Gesù Cristo Verbo Incarnato, Maria non è mai stata spettatrice passiva, ma costantemente attenta, pronta e partecipe, soprattutto nella sua speciale opera di intercessione con la quale ci orienta verso il suo Figlio: “Fate quello che vi dirà”(Gv 2). Dalla Chiesa di cui è stata membro Maria ha appreso; nella Chiesa si è distinta e alla Chiesa ha sempre dato. Anche per questo è necessario che Maria abbia ottenuto uno spessore di gloria e di innalzamento simile se non identico a quello del suo Figlio Gesù Cristo. Appunto perché sempre unita al Cristo in tutte le vicende che lo hanno interessato, Maria non poteva che essere Assunta al Cielo. Prestiamo attenzione ad un particolare: non è “ascesa” al cielo quasi come si trattasse di una divinità dotata di autonomia decisionale. Questo possiamo dirlo del solo Signore Gesù Cristo che essendo Dio unitamente al Padre e al Figlio è asceso, ossia ha recuperato la pienezza della sua dimensione divina. Maria è pur sempre una creatura umana, ma ciò non le ha impedito che Dio la “assumesse” al cielo. E´ stata quindi assunta, cioè innalzata e recata alla gloria indescrivibile dell´eternità non soltanto nella sua anima immortale, ma anche nel suo corpo immacolato. Eccoci allora alla solennità odierna dell´Assunzione: essa ci descrive come Maria è stata assunta in anima e corpo nella dimensione della gloria in modo tale che le sue membra non si dissolvessero fra la putredine della terra. La sua continua vicinanza al Figlio redentore e la sua perenne compartecipazione alla sua opera le hanno meritato la necessaria conseguenza che anche il suo corpo venisse preservato dalla corruzione e dalla senescienza terrena. Nel VI secolo la Chiesa ortodossa e in più parti anche il mondo cattolico orientale celebrava il 15 Agosto la festa della Dormitio Mariae, che esaltava la Vergine dormiente accerchiata dalla schiera degli apostoli che veniva poi sollevata e recata al cielo secondo differenti testimonianze tradizionali avallati anche da alcuni discorsi omiletici, non ultimo quello di Germano di Costantinopoli. La festa orientale della Dormitio divenne un po alla volta in Occidente Festa dell´Assunzione. Nel 1950 Pio XII definiva Dogma di fede la presente Solennità, estinguendo ogni dubbio in ambito cattolico che Maria fosse davvero stata assunta al Cielo in anima e corpo, ma l´intervento autorevole del Magistero del pontefice nulla pregiudica alla fondatezza storica e teologica dell´evento. Dio non sarebbe oltretutto davvero munifico e latore di doni e non avesse corrisposto alla Vergine il premio proporzionato alle sue fatiche e alla sua fedeltà e di conseguenza non poteva non concedere a Maria lo speciale privilegio di venire assunta. La figura dell´Assunta ci incoraggia a perseverare camminando sulla terra con gli occhi volti verso al cielo, considerando che se il nostro impegno di testimonianza ci è richiesto in questo mondo, siamo pur sempre invitati a cercare le cose di lassù poiché la realtà di questo mondo è pur sempre destinata a pasare(Col 3, 1 - 2). Ci attende il compimento della speranza intermedia che è quella del Paradiso, dove vedremo Dio come egli è, configurandoci a lui in tutto e immedesimandoci in una dimensione ben differente da quella farraginosa e distorta quale quella del secolo presente. Maria si incoraggia quindi verso questa speranza che diventa certezza già adesso nel costante impegno di fedeltà al Signore.

DOMENICA 5 AGOSTO 2018      notizia del 04/08/2018

Commento alla XVIII Domenica del T. O. (Gv 6,24-35) : dall´essere folla al diventare Chiesa SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Tutto sommato, l´impressione finale che deriva dalla lettura del Vangelo di oggi è un po´ triste: quella “folla”, che all´inizio del brano cercava Gesù con tanta ansia da salire sulle barche e andare “alla ricerca di Gesù”, non diventa “Chiesa”, ma rimane “folla”, una marea di gente senza coscienza e senza unità. Ed è significativo che questo avvenga in un contesto in cui si parla del “pane di vita”: questo pane, prima di essere l´Eucaristia, è innanzi tutto la sapienza che Dio ha inviato, cioè la sua Parola da ascoltare, una Persona, Gesù stesso, alla quale aderire con tutto se stessi (cioè: “credere”), poiché su di lui “Dio, il Padre, ha posto il suo sigillo”, la sua garanzia. La folla rimane folla innanzi tutto perché è rimasta ancora “prima” della fede, del riconoscimento di Colui che il Padre ha mandato; e quindi è ancora “prima” dell´Eucaristia, del condividere il Pane vivente della sua Parola e della sua reale Persona. Ecco perché la folla è ancora priva di unità in sé, perché non crede, e quindi è priva anche di quell´unità che viene da Lui, che è il duplice pane della Parola e dell´Eucaristia. Infatti è l´Eucaristia che costruisce, o fa, la Chiesa; ma l´Eucaristia è possibile solo per mezzo della fede. E dunque questa pagine ci interroga sulle nostre Eucaristie, o, per meglio dire, sulla nostra partecipazione ad esse. Si può ben essere presenti ad una celebrazione, ma rimanendone esterni: quanta gente partecipa a Messe che si celebrano per vari motivi, ma senza fede, ed è paragonabile a questa folla che ha visto la moltiplicazione dei pani, ma è come se non l´avesse vista, perché non la ha capita, e la ha confusa con altro. Questa pagina pone però una domanda anche a noi, che confessiamo la fede retta nella presenza reale del Signore e cerchiamo di ascoltarne la Parola: che cosa cerchiamo, in verità, cioè nella vita nostra reale? Cerchiamo “il pane che perisce o quello che dura per la vita eterna”? Certo, il Signore stesso ci ha espressamente comandato di cercare il pane quotidiano, il sostentamento di ogni giorno. Eppure è vero che più cerchiamo le cose che passano, più il nostro desiderio si incarna in esse: avrete notato anche voi che se uno cerca, giustamente peraltro, di avere qualche soldo in più, quando lo ha ne cercherà ancora, e così si immette in una ricerca sempre più assoluta di quel cibo che perisce, che non ha fine: la conclusione è che non solo ne rimani sempre affamato, ma ne hai sempre più fame. L´appetito cresce, e il pane diminuisce. Insomma, più sei ricco, e più aumenta il tuo bisogno di mantenere e aumentare uno stile di vita da ricco; più aumenta la paura di perdere quello che hai, e più aumenta la necessità di aumentare il tuo bene. E´ un po´ come correre dietro all´arcobaleno: ti si sposta sempre avanti, e la vita diventa una ricerca senza gioia della gioia, un correre sempre più veloce per non arrivare da nessuna parte. Questo è vero per i soldi, ma vale per ogni altro bene, o pane, che cerchiamo per appagare i nostri bisogni. Insomma, non puoi mai dire: adesso sono sazio. Al contrario, Gesù ci dice che “chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà sete, mai”. In queste sue parole, il “venire” è anche il “credere”: non si crede “di testa”, come si crederebbe ad una dottrina, a una cosa che si legge su di un libro, ma si tratta di un´adesione “di cuore”, dell´intelletto, ma anche degli affetti, ad una Persona, a Gesù: cioè volgiamo i desideri dalla parte giusta, e questi vengono così piegati e diretti dalla fede in Colui che solo li sazia, perché è Lui Colui che il Padre ha garantito, mettendo su di Lui il suo sigillo. Dunque, pur essendo fisicamente in chiesa, possiamo ben domandarci se siamo “Chiesa”, oppure se siamo ancora rimasti “folla”, gente ancora al di qua della fede, ma anche al di qua del pensiero, della sapienza su di sé e sulla propria vita. Infatti il pane della vita nell´Antico Testamento è appunto la sapienza: qui non si tratta di fare gli intellettuali o gli accademici, ma piuttosto di elevarci al senso più profondo delle nostre scelte, del perché vivere, del per chi vivere. Si tratta di entrare nella verità di se stessi, atteso che è tristemente facile rimanere appunto come folle, cioè gregge non pensante, che è quello a cui ci conducono, e ci vogliono condurre, i cattivi pastori. Solo Gesù è il buon Pastore, quello appunto che dà la vita alle sue pecorelle: gli altri, mantenendole nell´ottusità, le usano, le mungono, le tosano e le mangiano. Al contrario, Gesù dà il cibo, che è Lui stesso alle sue pecore. In questo senso, siamo invitati a vivere non più “come i pagani con i loro vani pensieri”: parole d´altri tempi, ma sempre vere, visto che “vano” vuol dire qualcosa di fluttuante nel nulla, senza alcuna consistenza, come il fumo delle sigarette. La folla appunto è ondivaga, va ora qua ora là, cercando qualcosa per saziarsi: ma lo cerca nella direzione sbagliata, perché cerca il cibo che perisce e non quello che dura per la vita eterna, cioè la vita dello spirito, che è l´integrità della persona, e non solo il suo stomaco. Così nel Vangelo di Giovanni l´espressione “vita eterna” non significa la vita dell´al di là, ma quel tipo di vita radicalmente diverso dalla vita “che perisce”, cioè che passa, quella di coloro che non hanno riconosciuto e creduto l´amore che Dio ha per noi e vivono senza speranza e senza amore, perché senza fede. Vita eterna è vivere come Gesù, entrare con Lui nella sua stessa relazione con il Padre, conoscerlo a tu per tu, vivere “a petto con l´infinito”, nello Spirito di Dio; cioè vivere nell´autenticità di quel per cui siamo stati creati, nella verità di noi stessi. In altri termini, non come animali, al livello dei quali possiamo abbrutirci, e non solo come creature ragionevoli, quali siamo già per natura, per poter “seguir virtute e conoscenza”, ma, di più, come figli di Dio, cioè rivestire “l´uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. Alla doppia mensa della parola e del Pane vivente si offre a noi questa possibilità, si dischiude questo orizzonte: beati quelli che ne sapranno approfittare.

 
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