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 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

Domenica 18 novembre 2018      notizia del 17/11/2018

Commento alla XXXIII Domenica del T. O. (Mc 13,24-32 ) Gesù non ci esorta alla paura , ma alla fiducia SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 L´evangelista Marco racconta nel capitolo 11, 15-19 l´episodio in cui Gesù, con forza, scacciò fuori dal tempio di Gerusalemme tutti i venditori di animali con uccelli e i cambiavalute. Prima di fare quell´azione radicale di “pulizia”, Gesù aveva pronunciato parole di maledizione contro un fico, pieno di foglie ma senza frutti. Aveva fame e quel fico non lo aveva saziato (Mc 11, 12-14). Dopo l´episodio della scacciata dei mercanti dal tempio, Gesù e i discepoli passarono di nuovo vicino a quel fico e lo trovarono già disseccato (Mc 11, 20-21). Quel fico disseccato rappresenta la struttura del tempio di Gerusalemme, destinata alla insignificanza e alla distruzione. La distruzione materiale del tempio avvenne di fatto con la guerra giudaica, nell´anno 70 d.C., circa trent´anni dopo la morte e risurrezione di Gesù, corrispondente al periodo in cui Marco (scrive questa pagina che vuole essere una buona notizia per i cristiani scoraggiati del suo tempo. Il Tempio è stato distrutto, Gerusalemme rasa al suolo, Pietro e Paolo uccisi, guerre civili e pestilenze) da Roma, scrisse il Vangelo. L´insignificanza di ciò che si celebrava in quel tempio ce la sta spiegando lettura continua della lettera agli Ebrei in queste domeniche: la morte di Gesù in croce e la sua risurrezione sono stati un evento rivoluzionario per la storia dell´umanità. L´offerta del corpo e del sangue di Gesù crocifisso e la risurrezione di quel corpo, sacrificato per noi uomini e per la nostra salvezza, annullò la necessità e il senso di tutti i sacrifici di animali che i sacerdoti facevano ogni giorno in quel grandioso tempio di Gerusalemme. Nel vangelo di oggi la parabola del fico si può interpretare come un insegnamento di Gesù sulla sua stessa persona. Egli si paragona a un fico apparentemente secco e ci dice: «quando già il suo ramo si fa tenero e spuntano le foglie, sapete che l´estate è vicina» ( Mc 13, 28-29) Il fico fiorito rappresenta l´evento della morte e risurrezione di Gesù avvenuto una volta per tutte. L´estate rappresenta la pienezza del tempo, ricco dei doni e dei frutti dello Spirito Santo donati dal Cristo risorto a tutti noi. Nel fico ancora senza foglie, reduce dal freddo dell´inverno contempliamo il passaggio duro della morte di croce. Nei germogli delle nuove foglie vediamo il corpo crocifisso di Gesù ora vivente per sempre. La parabola del fico è l´evento già avvenuto una volta per tutte nella storia dell´umanità, descritto così nella lettera agli Ebrei: «Cristo, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai che i suoi nemici siano posti sotto i suoi piedi» (Eb 10, 12-13). Per questo Gesù disse: «Non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute» (Mc 13, 30): di fatto avvenne l´evento della sua morte e risurrezione e avvenne la distruzione del tempio di Gerusalemme. C´è un «già» da scoprire e un «non ancora» da sperare. Il «già» da scoprire è la nostra santificazione e la nostra consacrazione sacerdotale. Custodiamo nel cuore e nella mente la Parola di Dio che ci dice oggi: «Gesù, con un´unica oblazione, ha reso perfetti per sempre coloro che ha santificati» (Eb 10,18). Noi siamo tra coloro che Gesù ha «già» santificato con il dono del suo Spirito: la gratuità dell´amore di Dio è «già» stata donata e riversata nei nostri cuori (Rm 5,5). È «già» a disposizione come forza vitale che può trasformare tutte le nostre relazioni. Riconoscendo il dono dello Spirito Santo, mediante la nostra adesione di fede a Gesù morto e risuscitato, noi siamo «resi perfetti»: è l´espressione usata dalla lettera agli Ebrei per indicare la nostra consacrazione sacerdotale. Siamo tutti «già» sacerdoti come Gesù, chiamati a fare della nostra vita (con il nostro corpo, tempio vivo dello Spirito Santo), una testimonianza di dono gratuito per gli altri, perché tutte le nostre relazioni con le persone che incontriamo e con le cose che abbiamo siano segnate con il marchio della gratuità dell´amore di Dio. Il «già» da accettare è il limite radicale della nostra condizione umana, è il «tutto passa» della nostra vita, è il «tutto passa» del cielo e della terra: siamo creature finite, insieme a tutta la creazione: «cielo e terra passeranno»; non siamo onnipotenti, niente di tutta la terra e niente di tutto ciò che ci circonda rimarrà in eterno. Il «già» da accettare è la grande tribolazione provocata dalla radice del male che è dentro di noi, cioè la nostra illusione di autonomia incondizionata, di voler cavarcela da soli, soffocando in noi il dono dello Spirito Santo. Il «già» da accettare è la grande tribolazione provocata dalle forze dell´egoismo dell´umanità, che ci condizionano e perseguitano ogni nostro impegno per l´unità, per la giustizia, per la pace, per il rispetto del creato. Il «già» da accettare è la potenza delle parole di Gesù: «le mie parole non passeranno»: la resistenza nelle nostre tribolazioni, contro la radice del peccato che è nel nostro egoismo e contro le forze del male che ci perseguitano e vogliono screditare la nostra comunità cristiana, viene dalla scoperta della ricchezza inesauribile e della forza invincibile della Parola del Signore. Su questa roccia sicura della Parola del Signore Gesù Cristo vogliamo costruire, «già» da adesso, la casa della nostra vita (cf. Mt 7,24-27). Il «non ancora» da sperare è l´ora della nostra morte fisica, da non temere se siamo stati saggi nel «già» della nostra quotidianità, guidati dallo Spirito Santo per «indurre molti alla giustizia» dell´amore gratuito di Dio. Se il corpo di Gesù crocifisso è stato risuscitato, anche noi avremo una corporeità vivente e risplenderemo come le stelle del cielo, perché anche «molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno» (Dn 12, 2a). Il «non ancora» da sperare è «la venuta del Figlio dell´uomo sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall´estremità della terra fino all´estremità del cielo» (Mc 13, 26-27). Nessuno sa il giorno e l´ora di questa definitiva venuta, «ma solo il Padre» (Mc 13, 32). La pazienza del Padre nel ritardare questo giorno consideriamola come un appello alla nostra libertà individuale, perché facciamo ancora fatica a riconoscere che Gesù è il Signore del cielo e della terra e tutto è già impregnato della presenza del suo Santo Spirito. Ci sono ancora tanti cuori chiusi all´amore del Padre! Il «non ancora» da sperare è il giudizio finale, tenendo presente che il Padre vuole la salvezza di tutti, ma rimane aperta la duplice possibilità: «gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l´infamia eterna» (Dn 12, 2b). Se ci fa paura un giudizio di condanna è perché, in nome della nostra autonomia, perdiamo troppe opportunità di consegnarci pienamente alla presenza dello Spirito Santo, in attesa alla porta del nostro cuore.

DOMENICA 11 NOVEMBRE 2018      notizia del 10/11/2018

Commento della XXXII Domenica del T. O. ( Mc 12,38-44): La santità è fatta di piccoli gesti SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Venuta una vedova Il racconto della vedova di Sarepta (1R

DOMENICA 4 Novembre 2018      notizia del 03/11/2018

Commento alla XXXI Domenica del T. O. Mc 12,28-34: Amare il prossimo come se stessi è amare Dio SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 -19.00 La parola di Dio della XXXI domenica del tempo ordinario, soprattutto nella prima lettura e nel Vangelo, ci invita ad ascoltare la voce di Dio che ci parla di amore verso di Lui e verso chi è immagine sua sulla terra, ovvero ogni essere umano. Noi siamo stati fatti ad immagine e somiglianza di Dio e come tali dobbiamo vivere nell´amore, in quanto è amore, relazione trinitaria e comunione tra per persone. Da qui il richiamo nella prima lettura ai precetti fondamentali della legge mosaica e successivamente quella cristiana, portata a perfezionamento della venuta di Cristo sulla terra, nostro redentore e salvatore. Come l´antico popolo di Israele, così, noi oggi, nuovo popolo di Dio in cammino verso la patria celeste, dobbiamo mettere in pratica quello che Dio ci ha comunicato, prima mediante la rivelazione sinaitica e poi nel mistero dell´incarnazione, passione, morte e risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo, parola di Dio, fatta carne e venuta a parlare di amore e libertà del cuore. Il nostro atteggiamento è quello di ascoltare Dio che ci parla e ci dice: Io sono il Signore Dio tuo. Sono l´ unico Signore e non ve ne sono altri al di fuori di me. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l´anima e con tutte le forze. Ti sforzerai, perciò nella vita di tutti i giorni di partire sempre dal vertice, cioè da Dio e dal cielo per agire rettamente e con buone intenzioni, sapendo che ogni cosa va fatta per la gloria di Dio e per la santificazione di se stessi. In questo amore totalizzante verso Dio, trova la ragion d´essere l´amore verso i fratelli. Ed è Gesù, nel testo del Vangelo di questa domenica, a riportare ad un discorso unitario e di inscindibilità i due fondamentali precetti della religione cristiana, cercando di far capire allo scriba che lo interrogava che cosa voglia significare l´amore di Dio e l´amore dei fratelli. Il primo comandamento ben noto, si lega al secondo che è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Si ama Dio senza misura, illimitatamente e si ama il fratello con la stessa intensità e trasporto con i quali si ama la propria persona. Uscire fuori dall´egoismo e dall´egocentrismo per aprire alla carità e alla fraternità. “Non c´è altro comandamento più grande di questi, cioè quello dell´amore, che si esprime nella direzione verticale, verso Dio ed orizzontale verso i fratelli Chi vive nell´amore è già immerso nel cammino del Regno di Dio. Infatti, Gesù, nota la disponibilità dello scriba di lasciare interpellare dall´amore e a lui dice con grande sensibilità intellettuale ed umana: «Non sei lontano dal regno di Dio». Di fronte ad una spiegazione così esaustiva dell´unico precetto dell´amore, nessuno delle persone ed intellettuali presenti che avevano ascoltato Gesù aveva più il coraggio di interrogarlo. Il Maestro aveva fatta la lezione, era stato convincente, soprattutto perché aveva citato lo Shema Israel ascolta Israele. Gesù tuttavia va oltre la mera citazione dei passi della Bibbia ben noti a tutti i buoni israeliti, impegna la persona a confrontarsi con l´amore si fa concretezza di azione e di modi di vivere. In questo discorso sull´amore concretamente vissuto, Gesù si propone come modello di riferimento, come ci ricorda la seconda lettura di oggi, tratta dalla Lettera agli Ebrei. Egli è il Sommo Sacerdote, perché possiede un sacerdozio che non tramonta mai. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore”. Superata la visione umanistica del sacerdozio dell´Antico Testamento si entra nella figura di un vero ed eterno sacerdote, che è Cristo Signore. Infatti, ci ricorda il testo della lettera agli Ebre che “questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli”. Un sacerdote venuto dal cielo e ritornato in cielo, dopo aver completato la sua missione di redentore. Egli non ha avuto bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso, mediante il sacrificio redentivo della sua morte in croce e risurrezione. La diversità tra Cristo-sacerdote e il sacerdozio di coloro che assumono questo ministero è sostanziale, come ci ricorda la Lettera agli Ebrei, per farci capire dove sta la differenza e come va letta la vita di chi è sacerdote, soggetto ad umana debolezza, come ogni sacerdote terreno, ma Cristo è sacerdote senza peccato e senza macchia, in quanto Figlio Unigenito del Padre, disceso sulla terra per salvare l´umanità dalla condizione di peccato. Al Figlio di Dio, Gesù Cristo, Sommo ed eterno sacerdote, eleviamo la nostra umile preghiera: “O Dio, tu se l´unico Signore e non c´è altro Dio all´infuori di te; donaci la grazia dell´ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote”.

RICORDO DEI DEFUNTI      notizia del 01/11/2018

COMMEMORAZIONE DEFUNTI 2 NOVEMBRE 2018 QUESTI I NOMINATIVI DEI FRATELLI e DELLE SORELLE CHE CI HANNO LASCIATO IN QUESTI 12 MESI E RICORDEREMO , IN MODO PARTICOLARE, NELLA SS. MESSA DELLE H.18.00 CON UNA PREGHIERA e UN FIORE 1. SOFFI LORENZO 2. DELLI ZOTTI ANNIBALE 3. BARIONOVI MARIA 4. VAGNOLI MARIA 5. GAJAS FRANCESCO 6. ROMAGNOLI EMANUELA 7. DONNINI DARIA 8. CIOFANELLI LUCIA 9. MEZZASALMA LILIANA 10. BATTISTA MARIA CARMELA 11. BONGI ROBERTO 12. LOSS IOLANDA 13. RUGGIERO ANTONIO 14. PAPAROZZO ANNAMARIA 15. DELLA CORTE MARIO 16. PODESTA’ MARIA 17. BOCCI STEFANIA 18. MARCHINI FAUSTO 19. COLELLA MARIA 20. MASSONI EMO ANGELO 21. MARINELLI GIUSEPPE 22. MASTELLONI ALDO 23. ROVEGNO ROSA 24. ZUCCONI GABRIELLA 25. FALCONE GIUSEPPE 26. CHINES OLGA 27. CONTE FORTUNATA 28. QUIAMBANO GARCON 29. CANALI FRANCESCO 30. PERFIDO ANGELA ROSARIA 31. FERRACCI LEA 32. MACERONI BRUNO 33. CARLETTI ELGA 34. CARABELLESE MARIA 35. FRANZELLITI STEFANO 36. BAZZANI LUCIANA 37. VILLA MARIA GRAZIA 38. CIMINO MARIALUISA 39. BALSANO ANTONINA 40. TOMMASI FRANCESCO 41. BUCEFALO MARIA 42. BELARDI PIETRO e GRASSO MARIA ELENA 43. CRISCIOTTI PAOLA 44. MORELLO MARIA 45. PALLADINI ELENA 46. BALDASSARI MARIA 47. COMAIANI ENRICHETTA 48. ROSATI GUGLIELMO 49. PERRI GIORGIO 50. Il piccolo ANGELOSANTO PASQUALE 51. PINCI GUIDO 52. CAPRIOLI LUCIANA 53. BENINI MARISA e FRANCO 54. DI CAPRIO SCIALDONE ANNA ROSA 55. BARCA MARIO 56. SUBRISI ANNA 57. SPIRITO ORNELLA

COMMEMORAZIONE DI TUTTI DEFUNTI      notizia del 01/11/2018

Commento per la Commemorazione di Tutti i Fedeli Defunti (Messa I) Gv 6,37-40: Fiducia e certezza che i nostri defunti non ci hanno abbandonati: essi sono sempre con noi, ci accompagnano indirizzandoci nel percorso della nostra vita SS. MESSE h. 8.00- 9.00 e 18.00 Coloro che noi veneriamo per i loro meriti di perfezione assoluta e che definiamo i Santi, ci ispirano i criteri di vita evangelica affinché anche noi possiamo raggiungere lo stesso traguardo di perfezione ed entrare nella loro stessa dimensione di gloria. Ci impegnano quindi concretamente nella vita presente, invitandoci allo stesso tempo a cercare le cose di lassù (Col 3, 1 -2) e ricordandoci il nostro traguardo nei cieli. I Santi, che adesso vivono l´eternità del premio della gloria, ci aiutano di conseguenza a dare il giusto valore alla morte e al trapasso, ed è anche per questo che alla solennità a loro dedicata segue immediatamente una giornata dedicata a tutti i defunti. Dedicata cioè sia a coloro che hanno raggiunto il premio, sia a quanti si trovano impegnati a purificarsi da residui di colpe per potervi accedere in un secondo momento, ossia le anime purganti. Non possiamo trascurare che, purtroppo, vi sono fra i defunti coloro che avevano categoricamente respinto la misericordia di Dio concedendosi ostinatamente al peccato, che avevano persistito nel male nonostante il destino universale di salvezza al quale Dio vuol destinare tutti gli uomini e che di conseguenza, per loro scelta, sono precipitati nel baratro della retribuzione dell´empio, cioè all´inferno. Una dimensione purtroppo esistente, la quale tuttavia non pregiudica l´immenso amore amore di Dio per ciascun uomo. Come affermava un saggio sacerdote nel quale ebbi modo di imbattermi, “Dio ti ama immensamente qualunque sarà la tua fine, e se dovessi finire all´inferno, ti amerà anche lì.” Proprio questo è il significato della celebrazione odierna della commemorazione dei defunti: vivere la memoria e la comunione con tutti coloro che ci hanno preceduti nel trapasso terreno, instaurare una relazione intima con ciascuno dei nostri cari con cui abbiamo condiviso gioie e dolori, speranze e vittorie, delusioni e traguardi raggiunti e di cui adesso non avvertiamo più la presenza fisica. Celebriamo insomma nella forma globale ciò che ogni celebrazione esequiale ci consente di vivere singolarmente per ogni defunto ed è bello poter considerare che oggi possano essere commemorati proprio tutti i nostri amici, parenti e conoscenti, anche quelli che (e sono tanti) che nessuno va mai a visitare nella loro tomba e altri dei quali ci siamo dimenticati. Commemoriamo tutti i nostri cari trapassati, confidando che nella sua misericordia Dio ha concesso loro la possibilità di salvarsi anche oltre al loro corpo mortale. Come abbiamo detto all´inizio, coloro che veneriamo come i Santi ci offrono l´ispirazione di una vita irreprensibile, conforme al Santo e Giusto per eccellenza Gesù Cristo nostro Signore, affinché anche noi possiamo rivestire (come del resto è nostra vocazione) la stessa dimensione di santità per poter guadagnare un giorno la gioia indefinita del Paradiso e per l´appunto il morire cristiano è la speranza dell´incontro gioioso a tu per tu con il Signore della gloria, la visione beatifica del suo volto, la contemplazione dell´Amore eterno che tutto vince. Siamo tutti destinati a godere della visione beatifica di Dio al termine del nostro corpo mortale non in una semplice trasmigrazione dell´anima dal corpo, ma nel transito dell´anima da questo mondo per l´incontro immediato con il Risorto glorioso e per la comunione definitiva con lui e con tutti coloro che ci hanno preceduto nella gloria. Nella pace definitiva del Signore non vi saranno più le distinzioni sociali che caratterizzano la nostra vita quotidiana, le differenziazioni ora esistenti fra conoscenti, sconosciuti e gradi di parentela, ma nel Signore saremo tutti Uno con lui e ci riconosceremo immediatamente come fratelli, in quella dimensione che sfugge ai nostri sensi, indescrivibile, che la rivelazione ci fa conoscere come il Paradiso. In essa possiamo credere e sperare, come pure possiamo rivolgere preghiera a Dio di non esserne esclusi, convinti che il traguardo di Dio in noi è per l´appunto la nostra salvezza, la vita eterna. Se tuttavia le nostre imperfezioni temporali non ci consentono di raggiungere immediatamente codesto obiettivo di gloria paradisiaca, siamo consolati dalla certezza che la misericordia di Dio non ci abbandona neppure dopo il trapasso terreno: esiste una dimensione nella quale si ha la possibilità di purificarci dai residuati di colpa terrena, di mondarci dalle nostre imperfezioni e di espiare le comuni mancanze che ci caratterizzano. Stiamo parlando del Purgatorio, dottrina consolidatasi intorno al terzo secolo, ma che ha sempre avuto riscontro sin dai tempi antichi della Chiesa, e che non può essere messa in discussione, essendo essa la prova certa ed effettiva dell´amore di Dio verso l´uomo. Se infatti non vi fosse una dimensione intermedia nella quale poterci purificare dalle nostre colpe terrene, saremmo costretti a un deprimente out out fra salvezza e dannazione, fra paradiso e infermo con molta probabilità che questo abbia la prevalenza. L´amore di Dio che va oltre la morte e che è misto di onnipotenza ha fatto in modo invece che avessimo questa ulteriore possibilità di perfezionarci anche al termine della nostra vita, attraverso un itinerario di purificazione forse anche sofferto, ma per nulla lesivo alla certezza che Dio ci ama. Pregare per i nostri defunti, far applicare intenzioni di SS. Messe in loro suffragio nelle quali Cristo stesso presente agisce a loro beneficio, realizzare opere di carità, soffermarci davanti alle loro lapidi al cimitero per pregare e meditare con loro il senso della morte e della vita eterna, aiuta tantissimo i nostri cari ad estinguere gran parte delle pene purgatoriali e questo è quanto ci proponiamo durante la giornata di oggi: non soltanto gremire il cimitero cittadino come mai durante l´anno (cosa senz´altro molto lodevole e degna) ma vivere la comunione con i nostri defunti attraverso l´orazione e la partecipazione alla S. Messa, convinti peraltro che nella preghiera vi è sempre la possibilità di incontrare i nostri cari sentendoli a noi vicini. Apporre i fiori negli appositi spazi degli epitaffi è consuetudine bellissima, esaltante, qualificante che tuttavia non può non essere accompagnata dall´orazione rivolta a Dio per loro. Giuda Maccabeo (2Mc 12, 42 - 46) nell´organizzare una colletta di suffragio afferma che è necessario pregare per i nostri defunti, affinché anche dopo la morte possano trovare modo di essere salvati. Sarebbe ridicolo e controproducente pregare per i nostri cari che non sono più in vita se non vi fosse la certezza che anche dopo la morte ci è riservata una possibilità di salvezza e di gloria. Dio accoglie inequivocabilmente i suffragi e i devoti omaggi che noi gli rivolgiamo a favore dei nostri defunti ed è sempre sollecito a considerare che ogni singolo atto di amore e di spiritualità estingue loro parecchie delle pene temporali. Allo stesso tempo la preghiera ci infonde fiducia e certezza che i nostri defunti non ci hanno abbandonati: essi sono sempre con noi, ci accompagnano indirizzandoci nel percorso della nostra vita, ci inculcano fiducia, speranza sollecitandoci sempre verso il bene.

SOLLENNITA´ DI TUTTI I SANTI      notizia del 31/10/2018

Commento alla solennità di Tutti i Santi Mt 5,1-12 : Beati di essere amati e curati per quello che siamo SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 - 19.00 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro. In questo versetto sono presenti tanti atteggiamenti e tante azioni compiute da Gesù. Vedendo le folle: si rende conto degli altri, non è ripiegato su se stesso, il centro del mondo non è il suo ombelico. Questo vedere dice tutta l´attenzione e la cura che Gesù ha di chi gli è vicino, che lo conosca o meno, dice tutta la sua delicatezza per non pestare i piedi a nessuno. Gesù salì sul monte: significa avvicinarsi al cielo, quasi come volare, sfidare la forza di gravità, le rocce impervie e innalzarsi. Salire è avvicinarsi a Dio, parlare con Lui, in una relazione intima con Lui. Si pose a sedere: sicuramente si siede chi intende riposarsi, dopo aver tanto camminato. Ma da seduti si possono fare tante cose: rilassarsi, leggere, imparare, studiare, pregare, pensare... Gesù si siede, si ferma in un punto, e questo genera un´azione: Si avvicinarono a lui i suoi discepoli: nel mondo ebraico il maestro insegna seduto e tutte le volte che il vangelo descrive Gesù seduto è perché vuole evidenziare la sua missione di Maestro. Prima di iniziare la lezione ci sono diverse cose da fare, diversi atteggiamenti da assumere. Infatti proprio questo versetto conclude la serie di azioni dicendo: Si mise a parlare e insegnava loro. Dopo aver visto, dopo essere salito ed essersi seduto, dopo aver fatto gruppo coi discepoli, solo dopo Gesù inizia a parlare ed insegnare. Il suo insegnamento non è teoria distaccata dalla realtà: è un insegnamento concreto, reale, incarnato prima di tutto dall´insegnante stesso, un insegnamento preceduto da un vissuto di ascolto, di accoglienza, di ricerca. «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Gesù proclama “beati” nove gruppi di persone, e se leggiamo con attenzione, è tutta gente che ha passato qualche disavventura, cose poco piacevoli. Cosa intendiamo per ‘beato´? Una persona fortunata, a cui va tutto bene, che vince al gioco e in amore, che sta bene in salute e non ha problemi. “Beato te” la dice lunga su come usiamo questo termine. Ecco, allora diciamo subito che Gesù non dà al termine beato questo significato. Dall´ebraico prima e poi dal greco, beato è colui che è felice perché curato con le cure di Dio. Si cura colui o colei che è mancante, che ha bisogno, a qualsiasi livello. Il beato del vangelo non è Gastone, il cugino fortunato di Paperino, ma Paperino, che nei suoi guai, nei problemi di ogni giorno, può alzare gli occhi verso il volto di Dio, può trovare l´amore di Dio che si incarna profondamente in quei problemi, li fa suoi, lo prende in braccio, lo stringe al Suo cuore, e pure nella sofferenza di entrambi (anche Dio soffre), pure nella fatica di un cammino aspro e faticoso, scorge in quegli occhi un barlume di speranza, trae da quello sguardo il senso di continuare a vivere. Ognuno di questi nove “beati” vive nella sua vita una situazione dolorosa, di fatica, e se ci facciamo caso sono tutte fatiche relazionali, di confronto con l´altro. E´ beato chi sa andare oltre se stesso per incontrare l´altro, in un terreno spesse volte dissestato, scomodo, ma è quello il luogo della beatitudine: quando lascio la mia zona comfort per incontrare l´altro, Dio si piega su di me per proteggermi, accudirmi, amarmi, e rendermi beato, felice. Dio abita i tuoi giorni, quelli in cui combini poco o niente, abita i momenti di panico, di buio, di paura. Se non si è soli, tutto è più affrontabile, più vivibile. E tu non sei solo, mai, anche in una notte buia e fredda ci sarà sempre un cuore che pulsa per te, ci saranno sempre delle braccia protese verso di te. Lui è uno di noi. Per questo siamo beati. Sì, beati! Felici di essere amati e curati.

torna l´ora solare      notizia del 27/10/2018

RICORDO CHE DA QUESTA NOTTE TORNA L´ORA SOLARE: LE LANCETTE ALLE H.3.00 VANNO SPOSTATE INDIETRO DI UN´ORA ALLE H.2.00 DA LUNEDI´ 29 LE SS. MESSE VESPERTINE SARANNO ALLE H.18.00, MENTRE QUELLE NEI GIORNI FESTIVI E DOMENICALI RIMARRANNO ALALE H.19.00

GIORNATA MONDIALE MISSIONARIA      notizia del 20/10/2018

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2018 DOMENICA 21 OTTOBRE tutte le offerte raccolte durante le SS. Messe saranno devolute per le necessità missionarie nel Mondo Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti Cari giovani, insieme a voi desidero riflettere sulla missione che Gesù ci ha affidato. Rivolgendomi a voi intendo includere tutti i cristiani, che vivono nella Chiesa l’avventura della loro esistenza come figli di Dio. Ciò che mi spinge a parlare a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. «La missione rinvigorisce la fede» (Lett. enc. Redemptoris missio, 2), scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato. L’occasione del Sinodo che celebreremo a Roma nel prossimo mese di ottobre, mese missionario, ci offre l’opportunità di comprendere meglio, alla luce della fede, ciò che il Signore Gesù vuole dire a voi giovani e, attraverso di voi, alle comunità cristiane. La vita è una missione Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 273). Vi annunciamo Gesù Cristo La Chiesa, annunciando ciò che ha gratuitamente ricevuto (cfr Mt 10,8; At 3,6), può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra. Gesù Cristo, morto e risorto per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno. Cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita. Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Alla scuola dei santi, che ci aprono agli orizzonti vasti di Dio, vi invito a domandarvi in ogni circostanza: «Che cosa farebbe Cristo al mio posto?». Trasmettere la fede fino agli estremi confini della terra Anche voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti. Voi state sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino. Nella convivenza delle diverse età della vita, la missione della Chiesa costruisce ponti inter-generazionali, nei quali la fede in Dio e l’amore per il prossimo costituiscono fattori di unione profonda. Questa trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari. Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At 1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita. Ogni povertà materiale e spirituale, ogni discriminazione di fratelli e sorelle è sempre conseguenza del rifiuto di Dio e del suo amore. Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra (cfr Lc 9,23-25). Oserei dire che, per un giovane che vuole seguire Cristo, l’essenziale è la ricerca e l’adesione alla propria vocazione. Testimoniare l’amore Ringrazio tutte le realtà ecclesiali che vi permettono di incontrare personalmente Cristo vivo nella sua Chiesa: le parrocchie, le associazioni, i movimenti, le comunità religiose, le svariate espressioni di servizio missionario. Tanti giovani trovano, nel volontariato missionario, una forma per servire i “più piccoli” (cfr Mt 25,40), promuovendo la dignità umana e testimoniando la gioia di amare e di essere cristiani. Queste esperienze ecclesiali fanno sì che la formazione di ognuno non sia soltanto preparazione per il proprio successo professionale, ma sviluppi e curi un dono del Signore per meglio servire gli altri. Queste forme lodevoli di servizio missionario temporaneo sono un inizio fecondo e, nel discernimento vocazionale, possono aiutarvi a decidere per il dono totale di voi stessi come missionari. Da cuori giovani sono nate le Pontificie Opere Missionarie, per sostenere l’annuncio del Vangelo a tutte le genti, contribuendo alla crescita umana e culturale di tante popolazioni assetate di Verità. Le preghiere e gli aiuti materiali, che generosamente sono donati e distribuiti attraverso le POM, aiutano la Santa Sede a far sì che quanti ricevono per il proprio bisogno possano, a loro volta, essere capaci di dare testimonianza nel proprio ambiente. Nessuno è così povero da non poter dare ciò che ha, ma prima ancora ciò che è. Mi piace ripetere l’esortazione che ho rivolto ai giovani cileni: «Non pensare mai che non hai niente da dare o che non hai bisogno di nessuno. Molta gente ha bisogno di te, pensaci. Ognuno di voi pensi nel suo cuore: molta gente ha bisogno di me» (Incontro con i giovani, Santuario di Maipu, 17 gennaio 2018). Cari giovani, il prossimo Ottobre missionario, in cui si svolgerà il Sinodo a voi dedicato, sarà un’ulteriore occasione per renderci discepoli missionari sempre più appassionati per Gesù e la sua missione, fino agli estremi confini della terra. A Maria Regina degli Apostoli, ai santi Francesco Saverio e Teresa di Gesù Bambino, al beato Paolo Manna, chiedo di intercedere per tutti noi e di accompagnarci sempre. Dal Vaticano, 20 maggio 2018, Solennità di Pentecoste FRANCESCO

DOMENICA 21 OTTOBRE 2018      notizia del 20/10/2018

Commento della XXIX Domenica del T. O. ( Mc 10,35-45): Vuoi essere il più grande? Sii il servo di tutti! ...quanto è diversa la visione della grandezza di un uomo, di una donna nel Vangelo ! SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Che cos´è la gloria? E´ essere visti, riconosciuti, identificati, amati, accolti. Giacomo e Giovanni chiedono una cosa bella, magari lo chiedono in modo non consono, ma chiedono di stare col Maestro, di vivere sempre con Lui, vicini a Lui. Questa richiesta è un atto di amore e di tenerezza, che però nasconde un tranello: in un contesto di affetto e di accoglienza vogliono essere i più grandi, onorati e stimati da tutti, non curandosi degli altri dieci, che giustamente si fanno sentire. Può succedere anche a te, a me, che per eccessivo desiderio di essere riconosciuti e amati, scivoliamo travolgendo e calpestando gli altri, magari dicendo: "Scusa, non ti avevo visto", appunto, accecati come siamo dal nostro desiderio non domato, usiamo gli altri come sgabello per raggiungere il nostro fine. Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gesù dice, in altre parole: non sapete, non avete imparato e mi fate una domanda senza senso, ma state sicuri che io, il Maestro, disseterò e sazierò ogni vostro desiderio. Il calice è tutto l´immenso dolore che il Figlio di Dio vivrà da lì a poco, tutte le incomprensioni, i tradimenti, i flagelli, gli sputi, tutte le lacerazioni più che profonde di un amore ridotto a brandelli. Questo calice lo berranno anche i suoi, chi prima, chi dopo, anche chi è scappato, tutti, nessuno escluso. Il battesimo potrebbe apparire come un sinonimo del calice, ma sappiamo bene che il vangelo non usa due parole se può usarne una: il calice contiene il dolore del Signore; il battesimo è l´oceano di dolore nel quale il Signore è immerso. Sempre di dolore si tratta, un dolore assunto in prima persona, pur non voluto (Padre, se vuoi, allontana da me questo calice) ma accolto, in cui Gesù non solo beve, ma si immerge (Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà) Lc 22,42. Il calice è la firma di Gesù sul progetto, il battesimo è la realizzazione nella sua carne di questo progetto d´amore e di dolore. E sulla croce le ultime parole saranno: "Tutto è compiuto" (Gv 19, 30). Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Gesù ci mette davanti ciò che vediamo ogni giorno in TV e nei giornali, come a dire: se i governanti si comportano così con chi è stato loro affidato, dominano, opprimono, schiacciano e usano, anche voi, ci dice il Maestro, correte questo rischio, fate attenzione. A te è stato affidato il tuo prossimo, l´altro, ogni altro, non andare a cercare chissà dove: il primo che incontri quello è il tuo "altro" da accogliere, amare, tutelare, aiutare. Schiacciare l´altro significa ridurlo a una cosa, svuotarlo di ogni dignità e adoperarlo per il proprio tornaconto, esattamente come hanno fatto con Gesù. Vuoi comprendere come si rende oggetto una persona? Guarda Gesù crocifisso, e comprenderai quanto male si può compiere in nome di un egoistico "bene". Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Pronti a rivoltare il calzino? Hai presente come funziona nel mondo? Ecco, con Gesù è tutto il contrario. Vuoi essere riconosciuto, amato stimato? Vuoi essere il più grande? -Sii servo di tutti. No ma ecco, io veramente, cioè... Gesù spiazza sempre, e va al nocciolo del problema: è grande chi si sa fare piccolo, è primo chi sa essere l´ultimo; in caso contrario è solo una vuota e inutile competizione, dove si continua a schiacciare gli altri. Se invece ti fai servo, gli altri li accogli, li proteggi, gli altri diventano incarnazione del tuo amore, gli altri diventano il tuo paradiso in terra, non perché sia facile, non lo è affatto, ma perché il tuo servizio ti farà pregustare la gioia del dono, che gusteremo in pienezza in Paradiso. Anche il Figlio dell´uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti». Gesù è il modello perfetto, e incarna perfettamente ciò che dice. Lui, il servo del Signore, servo della gioia dell´uomo. Ogni istante della sua vita è stato servizio, umiltà, Lui si è chinato sulle bassezze dell´essere umano, per trarre da lui quel tesoro dimenticato, sepolto tra i cadaveri dell´egoismo e del ripiegamento. Gesù è servo fino all´ultimo respiro, è servo in croce, è servo nel sepolcro, quando lascia il sudario piegato, a parte, è servo il mattino di Pasqua quando appare alle donne, a Maria Maddalena. E´ servo oggi, in ogni tabernacolo del mondo, dove passa giorni, mesi e anni nel silenzio e nel buio, spesso dimenticato, ma sempre pronto a riaccendere speranza e donare pace. E´ servo nei momenti dolorosi, quando ti senti perso, e una sua mano ti salva dall´abisso. Gesù servo non si intende di primi posti, di reggie e troni. Lui sa solo cingersi dell´asciugatoio e chinarsi per lavare i piedi di chi ama. Anche i tuoi.

DOMENICA 14 OTTOBRE 2108      notizia del 13/10/2018

commento alla XXVIII Domenica del T. O. : Mc 10,17-30 : Incrociare lo sguardo di Gesù senza abbassare gli occhi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Certamente, ognuno di noi avrà provato, qualche volta, a essere fissato a lungo da un´altra persona. Il più delle volte, la situazione crea imbarazzo, se non fastidio, soprattutto se si tratta di uno sconosciuto: in questo caso, può subentrare addirittura un senso di paura, se l´altra persona ci trasmette intenzioni cattive nei nostri confronti. L´imbarazzo, il fastidio, la paura creano quasi un senso di vergogna, e allora si fa di tutto per cercare di evitare quello sguardo, di non incrociare gli occhi dell´altra persona; e contemporaneamente, anche solo con la coda dell´occhio o in maniera furtiva, si cerca di controllarla, di capire se e quando smetterà di fissarci in quel modo. Chi tra di noi è più coraggioso di altri non si fa scrupoli, dopo uno sguardo prolungato su di sé, ad affrontare “l´ammiratore”, generalmente apostrofandolo con la richiesta perentoria di giustificare il perché di quello sguardo e soprattutto di rivolgerlo da un´altra parte; nel migliore dei casi, lo fa con la forma gentile di un´innocente richiesta, ad esempio chiedendo alla persona se abbia bisogno di qualcosa, oppure se per caso stia cercando qualcuno e, nella ricerca, ci avesse talvolta confuso per un altro. Ci sono anche gli sguardi di sconosciuti che non creano né imbarazzo né fastidio, bensì piacere e complicità, soprattutto se si tratta di sguardi ammiccanti, preludio a un tentativo di entrare in contatto verbalmente con una persona che (si capisce) ci fa piacere conoscere perché mostra il medesimo desiderio. Se poi la persona si rivela interessante perché ricca di fascino, allora il gioco degli sguardi diventa sempre meno fortuito e casuale, e inizia a farsi intenso; e se poi si percepisce di essere corrisposti, allora si perde ogni freno inibitore, e gli sguardi diventano sempre più intensi, profondi, diretti. Gli occhi di entrambi assumono una luce tutta particolare, che li rende belli anche quando non lo sono, perché - si sa - l´occhio è lo specchio dell´anima, e attraverso quello scambio di sguardi si entra nell´anima dell´altra persona e si lascia che le due possano trasmettersi ogni tipo di sentimento. Non c´è storia d´amore, infatti, ma anche una semplice e profonda amicizia, che non inizi con uno scambio intenso di sguardi. Poi, col passare del tempo, questi sguardi pieni di amore diventano consuetudine, e si affrontano senza la paura dell´altro anche quando ci si deve guardare negli occhi per dirsi cose non proprio piene d´amore. Ci si guarda negli occhi anche per discutere, per dirsi in faccia le cose che non vanno, per prendere decisioni importanti e a volte drammatiche; e quando uno dei due cerca di sfuggire allo sguardo dell´altro significa o che non sente più lo stesso feeling che c´era prima o che sa di sentirsi dalla parte del torto, per cui preferisce non affrontare lo sguardo di chi, nel frattempo, fa di tutto per essere guardato in faccia perché si sente forte delle sue ragioni (ne sanno qualcosa, ad esempio, le mamme e i papà costretti a rimproverare i loro figli dicendo loro più volte: “E guardami in faccia, quando ti parlo!”). Certo, alla fine, se ci si vuole bene, ci si continua a guardare negli occhi, sebbene a volte non brillino di gioia, ma di lacrime e di rabbia: l´importante è che ci sia corrispondenza, ovvero che i nostri occhi trovino negli occhi dell´altro il medesimo sentimento, la medesima intensità, il medesimo coraggio, perché ciò significa che all´uno è permesso ancora di entrare nell´anima dell´altro. Se questo non avviene, lo sguardo di uno dei due alla fine non regge più, neppure allo sguardo più amorevole possibile da parte dell´altro, e quella luce che brillava nei suoi occhi alla fine lo rende scuro in volto, e forse è meglio che le due strade si separino. Ci aveva provato, Gesù, a rendere magico quel gioco di sguardi tra lui e un tale (presumibilmente un giovane) che, talmente affascinato da lui, gli si gettò davanti in ginocchio chiedendogli: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”. Per nulla intimorito o imbarazzato da quello sguardo e da quella richiesta - e ci mancherebbe che Dio si faccia intimorire da noi! - Gesù vuole capire per quale motivo questo tale lo chiami “buono”, visto che “buono” è solo Dio. Forse Gesù aveva visto sincerità, nella richiesta e nello sguardo di quel giovane; forse Gesù aveva capito che davvero questo giovane cercava ciò che è buono, ciò che è davvero buono, il “bonum” dei latini, il Bene supremo, la cosa più importante della vita. E l´ha capito ancor di più dopo aver verificato di persona che non era uno che si accontentava delle due o tre cosette scritte nei comandamenti, perché quelle non gli bastavano più, voleva altro, voleva “ereditare la vita eterna”. Gesù ha capito di avere di fronte a sé qualcuno che faceva sul serio, che voleva andare in profondità, e allora il suo sguardo su di lui si riempie di amore, perché l´unico modo che Dio conosce per entrare nel cuore dell´uomo è quello di amarlo. E se l´uomo corrisponde a questo sguardo, inizia una profonda amicizia con lui; come fu per Zaccheo, su cui Gesù fissò lo sguardo ottenendone la conversione, o per Pietro, che fissato una prima volta da Gesù, lo seguì sulle rive del mare di Galilea, e guardato una seconda volta dopo averlo rinnegato, sentì l´amarezza del tradimento e contemporaneamente la grazia del suo perdono. Ma quel giorno, quel giovane, non corrispose allo sguardo di Gesù: il suo volto si fece scuro, e deluso e rattristato se ne andò, decidendo di fare a meno del fascino di quel Maestro buono. Aveva già capito tutto, aveva già scoperto tutto di Dio, e non si poteva non amarlo, anche solo per quello. Ma aveva commesso uno sbaglio: aveva pensato che tutto quanto - addirittura la vita eterna - si potesse avere “in eredità” così come aveva ereditato tutte le ricchezze di cui era in possesso. Aveva acquistato o ereditato tutto, nella vita: vuoi che non potesse fare lo stesso con la ricchezza più grande, Dio e il suo Regno? No, perché con Dio non funziona così: Dio non si compra, Dio si ama. Dio non si baratta, Dio si segue. Dio non si mercanteggia, di Dio ci si fida. Dio non gioca al risparmio, Dio spende, spende tutto, addirittura la propria vita per noi. Ma se noi abbiamo in testa di poter possedere Dio come possediamo i beni di questa terra, abbiamo sbagliato di grosso; se pensiamo che Dio è il bene più prezioso perché vogliamo possederlo come nostra eredità, è meglio girare lo sguardo da un´altra parte. Sì, Dio è la nostra eredità, il nostro tesoro più prezioso: ma è un tesoro che si accumula in cielo avendo come unico tesoro, qui in terra, i poveri. E per farlo, occorre guardarlo negli occhi, amarlo come lui ci ama, e fare l´unica cosa che ci chiede, senza “se” e senza “ma”: “Vieni! Seguimi!”.

DOMENICA 7 ottobre 2018      notizia del 06/10/2018

Commento alla XXVII Domenica del T. O. (Mt 10, 2-16): Gesù risale al disegno di Dio per indicare che un amore vero è per sempre SS. Messe h. 9.00 - 10,30 Inizio anno pastorale 2018/19) - 12.00 - 19.00 La parte più lunga del vangelo di questa domenica ci testimonia un confronto di Gesù con alcuni farisei, i quali lo mettono alla prova, lo tentano, cercando di sorprenderlo in errore riguardo alla tradizione dei padri, sul tema della possibilità del divorzio. Questo annuncio evangelico è esigente, chiaro: da una parte ci scandalizza, soprattutto se conosciamo la faticosa realtà della vicenda nuziale; dall’altra, lo stesso brano può essere utilizzato come un bastone, per giudicare e condannare chi è in contraddizione con le parole chiare e piene di parrhesía pronunciate da Gesù. Per questo, ogni volta che devo predicare su questo testo mi metto in ginocchio non solo davanti al Signore, ma anche davanti ai cristiani e alle cristiane che vivono il matrimonio, per dire loro che, certo, rileggo le parole di Gesù e le proclamo, ma senza giudicare, senza minacciare, senza l’arroganza di chi si sente immune da colpe al riguardo, memore di ciò che Gesù afferma altrove: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore” (Mt 5,28). Chi legge queste parole di Gesù non sta dall’altra parte, in uno spazio esente dal peccato, ma innanzitutto si deve sentire solidale con quanti, nel duro mestiere del vivere e nell’ancor più duro mestiere del vivere nella coppia la vicenda matrimoniale, sono caduti nella contraddizione alla volontà del Signore. Non posso dunque fare altro che offrire qui alcuni semplici spunti di meditazione, eco della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture. Nel millennio dell’Antico Testamento la pratica del divorzio era comune in tutto il medio oriente e il mondo mediterraneo. Il divorzio era una realtà normata dal diritto privato, che lo prevedeva solo su iniziativa del marito. Il matrimonio era un contratto, neppure scritto, e dobbiamo riconoscere che nell’Antico Testamento non vi è nessuna legge sul matrimonio. Il brano del Deuteronomio a cui certamente si riferiscono i farisei (Dt 24,1-4) in verità appartiene alla casistica e non alla dottrina, perché mette a fuoco un caso particolare, e di conseguenza deve essere recepito con dei limiti ben precisi. Si legge in quel testo: Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso (‘erwat davar, lett.: “nudità di qualcosa”), scriva per lei un certificato di ripudio, glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa (Dt 24,1). Viene dunque contemplato il caso in cui l’uomo trovi nella moglie “qualcosa di vergognoso”, espressione assai vaga che i rabbini interpretano in modi molto diversi; in tal caso, il marito ha la possibilità di divorziare. A certe condizioni, pertanto, il divorzio è permesso e ne è prevista la procedura, ma da questo non si può concludere che nella Torah, nella Legge di Mosè vi sia una dottrina sul matrimonio e una sua precisa concordi disciplina. D’altra parte, i profeti, i sapienti e gli stessi testi essenici non offrono posizioni certe e chiare che escludano il divorzio e proclamino che la Legge di Dio lo vieta. Solo Malachia testimonia una parola del Signore semplice ma radicale: “Io odio il ripudio” (Ml 2,16). Ma ecco che Gesù è chiamato dai farisei a esprimersi proprio su questa possibilità: “È lecito a un marito ripudiare la propria moglie?”. Egli risponde con una domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. Ed essi a lui: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. È come se gli dicessero: “Questa è la Torah!”. Gesù allora interviene in modo sorprendente: non entra nella casistica religiosa a proposito della Legge; non si mette a precisare le condizioni necessarie al ripudio, come facevano i due grandi rabbi del suo tempo, Hillel e Shammai; non si schiera dalla parte dei rigoristi né da quella dei lassisti. Nulla di tutto questo: Gesù vuole risalire alla volontà del Legislatore, di Dio. In tal modo egli ci fornisce un principio decisivo di discernimento nel leggere e interpretare la Scrittura: fare riferimento all’intenzione di Dio (e non a tradizioni umane: cf. Mc 7,8.13!), che attraverso le sua parola messa per iscritto vuole rivelarci la sua volontà. Questa dunque la replica di Gesù ai suoi interlocutori: “Per la durezza del vostro cuore (sklerokardía) Mosè scrisse per voi questa norma. Ma nell’in-principio (be-reshit, en archê: Gen 1,1) della creazione Dio ‘li fece maschio e femmina’ (Gen 1,27); ‘per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due saranno una carne sola’ (Gen 2,24). Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Gesù risale al disegno del Creatore, alla creazione dell’adam, il terrestre tratto dall’adamah, la terra (cf. Gen 2,7; 3,19), fatto maschio e femmina perché insieme i due vivano nella storia, la storia dell’amore, la storia della vita, l’uno di fronte all’altra, volto contro volto, in una reciproca responsabilità, chiamati nel loro incontro a diventare una sola realtà, una sola carne. In questo incontro di amore c’è la chiamata a essere amanti come Dio ama, essendo lui amore (cf. 1Gv 4,8.16), di un amore durevole, fedele, per sempre; in questo incontro c’è l’arte e la grazia del dono gratuito l’uno all’altra, a cominciare dal proprio corpo; c’è l’alleanza che fa sì che l’incontro sia storia nel tempo e tenda dunque al “per sempre”, fino alla morte, per andare anche oltre la morte. Questa la volontà di Dio nel creare il terrestre e nel porlo nel mondo quale sua unica immagine e somiglianza (cf. Gen 1,26-27). È un mistero grande, ma tanto grande che è difficile per gli umani fragili, deboli e peccatori viverlo in pienezza. In verità, sappiamo quanta miseria si sperimenti in questo faticoso incontro, come sia facile la contraddizione, come questo capolavoro dell’arte del vivere insieme nell’amore sia perseguibile, ma mai pienamente e solo con l’aiuto della grazia, con l’efficacia del Soffio santo del Signore. Eppure l’annuncio di Gesù permane, in tutta la sua chiarezza: “L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”. Subito dopo, questa parola dura ed esigente viene spiegata da Gesù ai suoi discepoli, nella casa in cui la comunità si ritrovava. E viene spiegata con un’aggiunta straordinaria per la cultura del tempo, visto che Gesù mette sullo stesso piano la responsabilità dell’uomo e quella della donna: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”. Certo, Mosè ha cercato di umanizzare la pratica del divorzio, imponendo al marito di percorrere una via giuridica di rispetto per la donna. Ma Gesù, proprio guardando alla durezza di cuore dei destinatari della Torah, osa andare ben oltre, mettendo in evidenza la volontà, l’intenzione del Creatore. Del resto, lo aveva già fatto altre volte, svelando, per esempio, la volontà di Dio sul sabato e sulla sua osservanza (cf. Mc 2,23-28): sempre Gesù si fa interprete autentico della Legge non attraverso vie legalistiche, non attraverso interpretazioni fondamentaliste, ma annunciando profeticamente la volontà di Dio a tutti, in particolare ai peccatori pubblici e agli esclusi, da lui sempre accolti, perdonati, mai condannati. Dall’annuncio dell’indissolubilità del matrimonio Marco, cambiando scena, passa poi al tema dell’accoglienza dei piccoli. Vengono portati e presentati a Gesù dei “bambini” (paidía), affinché li tocchi, e dunque attraverso il contatto fisico comunichi loro forze benefiche di guarigione di benedizione. Nella cultura giudaica del tempo i bambini non contavano nulla, erano di fatto trattati da esclusi, come le donne e gli schiavi. Il rapporto con un rabbi è una relazione importante che riguarda gli adulti, quelli che sono in grado di conoscere e osservare la Torah. Per questo i discepoli intervengono a sgridare i bambini, ma Gesù va in collera, si indigna e li rimprovera perché i bambini, come gli altri “esclusi” e “marginali”, hanno un loro posto nel regno di Dio. Proprio i bambini e quelli che sono simili a loro per la piccolezza e l’essere scartati e ai margini, sono i primi beneficiari e destinatari del Regno. Non vi è qui nessun ipotetico riferimento a un’innocenza dei bambini, ma viene messa in evidenza la loro condizione di povertà, di esclusione, di piccolezza, che attira l’attenzione di Gesù. Semmai egli sa individuare in questi bambini una esemplarità nella loro accoglienza del dono del Regno: stupore, meraviglia, nessun merito vantato, ma la semplicità di chi accoglie il dono dei doni. E così Gesù ammonisce quanti nella sua comunità vorrebbero impedire agli esclusi, ai poveri, agli ultimi l’accesso a lui. Proprio a questi ultimi va invece la sua tenerezza, la sua benedizione, il suo abbraccio, affinché non si sentano più abbandonati o messi ai margini.

inizio anno pastorale 2018/19      notizia del 03/10/2018

Ricordo che Domenica prossima, 7 ottobre, con la celebrazione delle h.10.30 inizierà il nuovo anno pastorale 2018/19

Domenica 30 settembre 2018      notizia del 29/09/2018

Commento XXVI Domenica del T. O. Mc 9,38-43.45.47-48: Non c´é spazio per l´invidia, la concorrenza, la rivalità, la voglia di emergere. Il bene è bene. Da chiunque sia compiuto. SS. Messe: h. 9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00 Forse ci ricordiamo dai tempi del catechismo i Dieci Comandamenti. Essi delineano un percorso di libertà nel servizio di Dio, in due fasi: i primi tre riguardano la relazione con Dio, gli altri sette la relazione col prossimo, partendo dalla famiglia (l´onore dovuto ai genitori), fino al cerchio più ampio della società (rispettare la proprietà altrui). Queste due direttrici, rapporto con Dio e rapporto col prossimo, sono sintetizzate, nel Catechismo, con l´espressione: “Amerai Dio con tutto il cuore, tutta l´anima e tutte le forze, e il prossimo tuo come te stesso”. Oggi fissiamo la nostra attenzione sul secondo comandamento: “Non nominare il nome di Dio invano”. Probabilmente, al catechismo per la prima comunione, ci è stato spiegato che questo comandamento ci insegna a non bestemmiare, non pronunciare il nome di Dio e dei Santi, non dire parolacce. “Scherza coi fanti e lascia stare i Santi”. Il che è vero, ma non è tutto. Ci sono altri peccati che si possono commettere contro il secondo comandamento. Uno grave consiste nel nominare Dio per dare ragione alle nostre teorie. Succede quando qualcuno si sente interprete della volontà di Dio e condanna gli altri in nome di Dio. Ciò accade a livello macroscopico nel mondo, attraverso tutte le forme di fondamentalismo, quando, per esempio, si uccide in nome di Dio. Ma anche a livello quotidiano può succedere di mancare gravemente, nominando Dio, tirandolo in ballo quando non sarebbe proprio il caso. Tempo fa è stata pubblicata su Avvenire la storia di un cristiano ordinario, un laico che ha lottato contro le proprie cattive tendenze per tutta la vita, sperimentando anche la fatica e la sconfitta. Di quest´uomo, definito cristiano ordinario, è stato aperto il processo Diocesano di canonizzazione. Tra i testimoni alcuni hanno ricordato un episodio: quando era in ospedale, verso la fine dei suoi giorni, è stato visitato da un grosso personaggio di Chiesa che gli ha fatto presente come la sua malattia e la sua sofferenza fosse conseguenza di alcuni sbagli e peccati che aveva commesso nella vita passata. Questa visita sprofondò quest´uomo nella più cupa disperazione. Ecco un caso in cui si nomina il nome di Dio invano. Ci si fa interpreti della volontà di Dio per un´altra persona, tirando per la giacchetta Dio stesso, in modo che il nostro punto di vista sia avvalorato. La liturgia odierna ci offre alcuni esempi di “nome di Dio nominato a vanvera”. Nella prima lettura, tratta dal libro dei Numeri, quando lo Spirito di Dio scende anche su due persone che si trovano fuori della Tenda del Convegno, subito due “fedeli” si lamentano con Mosé: non può essere che lo Spirito sia sceso anche su di loro! Dio non può permettere che il suo Spirito scenda su due che non si sono regolarmente iscritti tra i candidati. Bisogna bloccarli subito, che la smettano di profetizzare, in quanto non sono nella lista. Anche oggi ci sono “fedeli” che vanno dal Papa a chiedergli di intervenire: non è possibile che dei laici profetizzino nella Chiesa, scaccino i demoni, predichino il Vangelo o siano perfino leaders di comunità. Questi incarichi sono riservati solo agli anziani (prete deriva dal Greco presbitero, che significa anziano) della comunità! La stessa cosa si vede nel Vangelo. Giovanni si lamenta con Gesù perché c´é “uno” che scaccia i demoni senza avere il permesso di Gesù. Giovanni fa presente a Gesù che lui e gli altri Apostoli volevano impedirglielo “perché non è uno dei nostri”. La risposta di Gesù è simile a quella di Mosé, nella prima lettura: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore!”. “Non glielo impedite, perché non c´è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”. Si manifesta qui una magnanimità (magnus animus = animo grande) e una larghezza di vedute notevole. Sia Mosé che Gesù si dimostrano molto moderni. Dov´é carità e amore qui c´é Dio. Non c´é più “nostri” e “vostri”... Non c´é spazio per l´invidia, la concorrenza, la rivalità, la voglia di emergere. Il bene è bene. Da chiunque sia compiuto. Come conseguenza possiamo dire che, applicando i criteri della ricerca della loro propria unità, i cristiani rispettano le altre religioni. Essi sanno che la "legge nuova" dello spirito di carità incoraggia all´accoglienza, non esclude la legittima diversità. Essi sanno di avere in comune, con le altre religioni, l´arma della preghiera per implorare la pace. É importante vagliare con prudenza ogni cosa, senza gelosia o parzialità, tenere ciò che è buono, non cedere alla logica della divisione in partiti, incoraggiare chi compie il bene, gioire per tutto il bene che viene fatto nel mondo, senza cedere alla tentazione del settarismo. Per questo ripetiamo con Mosé: “Volesse il Signore effondere su tutti il suo Spirito!”. E sosteniamo Gesù quando dichiara: “Non impedite loro di agire!”. Al grido, rivolto verso Dio, da Eldad e Medad (“Impedisci a quei due di profetizzzare!”) e al grido di Giovanni (“Maestro! Impedisciglielo!), fa eco il grido dei poveri della seconda lettura. Non hanno ricevuto il loro salario, benché abbiano lavorato. Deprivare l´operaio del suo salario è un peccato che grida vendetta al cospetto di Dio. Anche in questo caso, all´origine del peccato c´é lo stesso seme cattivo di cui ci parlavano la prima lettura e il Vangelo: l´egoismo. Si vuole tenere tutto per sé. Anche qui il fatto di essere parte di una èlite, genera un egoistico corporativismo, una divisione in caste, che induce a vedere nel prossimo un nemico da escludere, più che un fratello con cui condividere. Papa Francesco, con il suo linguaggio semplice e ricco di immagini, ha spesso ricordato una cosa che gli ripeteva la nonna, fin da piccolo: “Guarda, Giorgio, che il sudario non ha tasche!”. Quando moriremo non porteremo nulla con noi. In paradiso troveremo solo ciò che abbiamo donato. Preghiamo perché il Signore ci renda aperti di vedute, capaci di riconoscere il bene ovunque esso sia e generosi nel condividere ciò che abbiamo.

Domenica 23 settembre 2018      notizia del 22/09/2018

commento alla XXV Domenica del T. O. Mc 9,30-37..scoprire "i piccoli" del vangelo per imparare a servirli e amarli come Gesù L´abbiamo sentito domenica scorsa: Gesù ha chiamato addirittura “satana” l´apostolo Pietro che invece di “pensare secondo Dio” inseguiva suoi calcoli umani Ma non è bastato: nel vangelo odierno (Marco 9,30-37) ritroviamo Gesù intento a istruire gli apostoli, in particolare preparandoli agli eventi prossimi, così diversi da quelli che essi si attendevano dal Messia. Eccolo allora ribadire che lui, “il Figlio dell´uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Questa predizione della sua Pasqua si scontra con la greve umanità di coloro che pure lui stesso ha scelto come primi collaboratori. Essi insistono nell´aggrapparsi all´opinione corrente di un Messia politico, il quale, cacciati i Romani occupanti, restaurerà l´antico regno d´Israele, indipendente e glorioso come quello di Davide e di Salomone. Sono così radicati in questa prospettiva, che invece di badare alle parole del Messia discutono tra loro su chi sia il più grande, e dunque, nel regno tutto terreno che il Messia ritengono stia per fondare, a chi di loro toccherà il posto più importante. A tanta grettezza noi forse risponderemmo con qualche mala parola. Invece Gesù torna pazientemente a spiegare e, come usavano fare gli antichi profeti, accompagna le sue parole con un gesto esemplificativo: abbraccia un bambino e li invita a fare altrettanto, per amor suo. I bambini allora erano privi di rilevanza giuridica e sociale; perciò un bambino si prestava ad essere il simbolo degli emarginati, dei tanti che “non contano”. In quel bambino, Gesù li abbraccia tutti, e invita tutti i suoi seguaci a fare altrettanto. Quale cambio di prospettiva! Il più grande è chi accoglie nella propria mente e nel proprio cuore quanti non godono di privilegi, quanti nella società stanno un passo (o due, o tre, e spesso di più) dietro agli altri. Nel mondo nuovo che Gesù instaura, l´importanza di una persona non si misura dal suo potere, dal suo danaro, dal suo successo, ma dalla disponibilità, dall´impegno a fare giustizia, ad alleviare le condizioni dei meno fortunati. Così ha fatto lui, e dopo di lui una schiera di uomini e donne che hanno cercato di imitarlo. In virtù del loro impegno, questo rivoluzionario principio in duemila anni ha cambiato il mondo; oggi formalmente tutti, e non solo i cristiani, condannano certi atteggiamenti e criteri di vita che un tempo erano ritenuti normali (la discriminazione delle donne, gli abusi sui minori, la schiavitù, il dispotismo eccetera); almeno a parole, oggi tutti riconoscono che la fame nel mondo è frutto di un´ingiustizia da sanare, ed è pacifico che chi è investito di autorità non dovrebbe operare per l´utile proprio ma per il bene comune. Insomma, sull´antico criterio dello sfruttare gli altri a proprio vantaggio (o, quando andava bene, dell´indifferenza per le condizioni altrui) oggi trionfa il criterio prettamente cristiano del servire. Trionfa negli enunciati delle leggi e nelle dichiarazioni pubbliche; se però si guarda ai fatti, si rischia di deprimersi costatando la loro difformità rispetto ai principi. Ne deriva l´impegno, per ogni uomo che voglia essere tale, ad adeguare il proprio comportamento ai principi che un´onesta intelligenza riconosce giusti. E ciò vale in prima linea per la Chiesa, che da sempre proclama l´autorità come servizio (la sua massima autorità, il papa, porta ufficialmente il titolo di “servo dei servi di Dio”) e prevede figure a ciò specificamente deputate (sono ancora poco conosciuti, ma ci sono anche tra noi i diaconi permanenti: e compito specifico del diacono è proprio il servire). L´impegno vale però anche per gli altri cristiani, per tutti i battezzati, se vogliono ritenersi seguaci del Figlio di Dio, il quale è venuto tra noi, come ha dichiarato lui stesso (Vangelo secondo Marco 10,45), non per essere servito ma per servire. Sino a dare la vita.

iban parrocchia      notizia del 21/09/2018

PER CHI VOLESSE e POTESSE AIUTARE LA PARROCCHIA c/o Banco BPM di via Tor Fiorenza 567/c - 00199 Roma IBAN: IT 97 Z 05034 03242 000000031015 Intestato a: Parrocchia SS. Trinità a Villa C

CORSO IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO      notizia del 19/09/2018

Buongiorno a tutti . VENERDI´ 19 OTTOBRE ALLE H. 21.15 INIZIA IL NUOVO CORSO IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO. Qui è possibile scaricare , vi sono i moduli d´iscrizione o è possibile trovarli nella segreteria parrocchiale.Iscrizioni entro il 14 ottobre

18 NOVEMBRE 2018      notizia del 15/09/2018

SS. MESSE h.9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00

DOMENICA 16 SETTEMBRE 2018      notizia del 15/09/2018

Commento alla XXIV Domenica del T. O.( Mc 8,27-35 ) : Chi è per me, per te, ...per la gente, per i battezzati Gesù? E´ veramente il Cristo? SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La liturgia della parola di Dio di questa XXIV domenica del tempo ordinario viene dopo la celebrazione di due importanti feste della devozione popolare, quella dell´Esaltazione della Croce e quella della Madonna Addolorata. Proprio il Vangelo di questa domenica ci porta a riflettere sulla sequela di Cristo, mediante l´accettazione consapevole ed umile del mistero della Croce. Tutto il testo del Vangelo è incentrato sull´imminente passione e morte in croce del Signore, che lo stesso Gesù presenta ai discepoli come prospettiva non lontana, ma prossima della sua vita. Leggiamo, infatti, nel brano del Vangelo odierno che “Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Gesù intervista gli apostoli, coloro che stavano vicino a Lui dall´inizio del suo ministero pubblico per capire quali idea si erano fatti di Lui sia la gente che incontravano e con le quali parlavano e sia l´idea che essi stessi avevano elaborato nella loro mente e nel loro inconscio circa la sua missione. La risposta di questo sondaggio è molteplice, in quanto alcuni considerano Gesù Giovanni Battista, altri Elia o qualcuno degli antichi profeti. Sapevano che non era esattamente così, in quanto i soggetti richiamati erano dei tempi passati o dei tempi presenti, ma non erano certamente Gesù. La risposta quindi attiene non tanto all´identità anagrafica e storica, ma alla missione e al ruolo che Gesù stava svolgendo in quel contesto di itineranza evangelica. Ovvio, quindi che Gesù interpelli i diretti interessati alla sua missione, nella quale erano stati coinvolti, cioè i Dodici. E la risposta collegiale e collettiva, unanime nei contenuti è espressa da Pietro, a nome di tutti: “Tu sei il Cristo, il consacrato, l´inviato dal Padre, il Messia”. Accolta questo atto di fede degli apostoli, Gesù può adesso liberamente parlare e alla luce del sole, senza mezze misure o metafore di ciò che lo attende, e cioè della sua passione e morte in croce. Infatti “cominciò a insegnare loro che il Figlio dell´uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Di fronte a questa sconvolgente rivelazione “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo”. Un discepolo che rimprovera il Maestro nel momento in cui dice tutta la verità, dice ciò che accadrà tra poco. Una cosa assurda allora e sempre. Gesù non può considerare valilo questo loro modo di pensare ed intendere la sua missione, per cui “voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va´ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Era evidente che tra i discepoli e Gesù c´era un distacco, perché non avevano compreso appieno la sua missione e la croce che affiorava all´orizzonte per Gesù, secondo loro era una sconfitta e non una salvezza. E´ l´occasione per Gesù per fare catechesi e per far capire meglio cosa significhi per un suo discepolo seguirlo davvero e senza condizionamenti o mezze misure. Per cui, convoca la folla e i suoi discepoli e usa questo linguaggio esplicito per chiedere loro una vera ed sentita adesione alla sua persona e alla sua missione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Seguire Gesù è prendere la croce, è donare la vita per gli altri, è uscire fuori dal una visione di chiusura con se stessi e con gli altri per aprirsi all´amore, alla gioia del dono. San Giacomo apostolo ci aiuta a comprendere questa vocazione di servire e di donarsi, di passare dal dire al fare, dalla fede teorica alla quella pratica che si fa carità e disponibilità verso gli altri. L´apostolo, infatti, ci rammenta “a che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?. Assolutamente no. Per cui, “se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta”. Di conseguenza, se siamo persone di fede, devono pure agire in conformità a quanto credono. Non si può solo proclamare, annunciare ed insegnare, è necessario agire ed operare per il bene degli altri. In fondo è quello che ci viene suggerito anche nel brano della prima lettura di questa domenica, nel quale è presentato uno dei testi più espressivi riguardanti il Servo sofferente di Javhé che Isaia ci descrive in termini drammatici, pensando a Gesù, al Crocifisso, al Redentore che salva mediante la croce e la valorizzazione del dolore umano: Il Signore Dio mi ha aperto l´orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. E´ la fa fotografia dell´Ecce homo, è l´anteprima di molti secoli prima di Gesù condannato a morte e che si avvia umiliato nella sua dignità verso la croce e il Calvario. Ma è anche segno di speranza e di incoraggiamento, in quanto nella prova c´è la consapevolezza che “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. Nel dolore Dio è sempre con noi, in quanto il dolore di Dio si è trasformato in amore e la croce di ogni uomo, alla luce della redenzione di Cristo, si trasforma in salvezza e amore. Rendiamo grazie a Dio e affidiamoci a Lui con queste semplici ed umili parole di preghiera e di impetrazione: “O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore, e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla”. Amen.

DOMENICA 9 settembre 2018      notizia del 08/09/2018

Commento alla XXIII Domenica del T. O. (Mc 7,31-37) L´amore immenso e tenero di Dio SS. Messe h. 9.00 - 11.00 -19.00 La liturgia della parola di Dio della XXIII domenica del tempo ordinario ci immerge nel mistero dell´amore di Dio che è in grado di cambiare le sorti delle singole persone e dell´umanità intera. Nel testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, c´è questo forte appello a non temere rispetto alle sorti negative che possono affiorare dal mondo, perché c´è vicino a noi il Signore che non abbandona l´essere umano al suo destino, ma lo risolleva e lo porta sempre più in alto nel grado della sua dignità di persona e di popolo. Una forte parola di incoraggiamento per tutti, nelle prove della vita e della sofferenza della quotidianità che riguarda ogni persona umana: “Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete!”. Il Signore viene a salvarci, viene a dare il sollievo e il conforto, al punto tale che “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi... lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Anche la natura cambia volto e fisionomia davanti al Dio che viene a salvarci, al punto tale che scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa, la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso sorgenti d´acqua”. Questa modificazione sostanziale delle persone e delle cose ci conferma la bontà di un Dio che ama le creature e la creazione, che non è distante da esse, ma gli è sempre vicino con la benedizione e la protezione, con la salvaguardia di quello che è il creato. Anche l´apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura di oggi, ci chiede un profondo cambiamento di mentalità e di atteggiamento, rispetto ai ricchi e ai poveri, ai potenti e ai deboli. Il cristiano non deve favorire e parteggiare per nessuno, per lui tutti sono uguali e tutti sono fratelli, senza distinzioni di tasca, vestiti, anelli e segni esteriori di potenza economica, militare e politica. Tutti siamo uguali davanti a Dio. E per farci comprendere esattamente questo discorso, l´Apostolo porta un esempio di vita sociale ed ipotizza una situazione reale e abbastanza ricorrente al suo tempo, come ai nostri giorni: “Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d´oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?”. Quante volte si verificano queste cose, anche nelle nostre assemblee liturgiche, con i posti riservati, con il cerimoniale da osservare, permessi e autorizzazioni da ottenere, anche per un breve saluto o un incontro con un´autorità religiosa. Ci si trincerà dietro a motivi di sicurezza e poi alla fine chi ha protezioni e raccomandazioni ottiene ciò che agli altri non è concesso. Di queste cose se ne vedono molte in tutti gli ambienti sociali, compresi quelli ecclesiastici. Perciò l´apostolo ammonisce alla fine di questo brano: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”. La scelta dei poveri è la scelta preferenziale dell´amore di Dio verso l´uomo. Questo amore immenso e tenero di Dio, che Gesù, Figlio di Dio, manifesta in tutte quelle circostanze in cui la vita è stata severa con la persona, rendendola invalida o inabile. Gesù non chiude gli occhi davanti alla sofferenza dei fratelli e sana le ferita del cuore e del corpo, ridando alla persona la dignità che merita e il posto che le spetta nel consesso sociale. Sappiamo benissimo come i limiti umani, le inabilità fisiche erano emarginanti al tempo di Gesù e come escludevano dalla vita chi era affetto da una limitazione. Solo negli ultimi decenni si è fatta strada, nel nostro tempo, la cultura dell´accoglienza, della valorizzazione e integrazione del diversamente abile, che oltre ad avere una sua dignità ha anche doni e pregi da mettere a servizio della comunità. Nel Vangelo di oggi è riportato, infatti, uno dei miracoli operati da Gesù, quella della guarigione di un sordomuto. E´ interessante seguire tutto l´iter che porta alla guarigione dell´infermo: Gesù “lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”. Il rito della guarigione, così come descritto nel vangelo di oggi, è stato inserito nella liturgia del sacramento del battesimo. Al fine della celebrazione, il sacerdote o diacono svolge il significativo rito dell´Effatà. Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra dei singoli battezzati, dicendo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre. Amen”. Esattamente quello che fede il malato guarito, dopo aver ottenuto il miracolo da Gesù, il quale “comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. Ecco il miracolo dell´amore di Dio che fa udire i sordi nella mente e i muti nei sentimenti per aprirci tutti alla comunione con lui e con i fratelli. Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore, giorno in cui cui Cristo in modo particolare ci vuole comunicare il suo amore, mediante il dono dell´eucaristia: “O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Amen

DOMENICA 2 settembre 2018      notizia del 30/08/2018

XXII Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 7,1-8.14-15.21-23):Via l´ipocrisia per una testimonianza di luce Siamo alle solite!... La tradizione vince sulla novità! Il passato ha la meglio sul presente! L´Antico Testamento prevale sul Nuovo! E quando i farisei non hanno argomenti da ribattere a proposito dei punti-cardine della (loro) fede, ecco che cominciano a rilevare i dettagli, gli aspetti meno importanti, le sbavature... Pur di poter delegittimare la persona e l´opera di Gesù! Le scorse domeniche ci siamo concentrati sulla questione delle questioni: aderire a Mosè e alla Legge antica, oppure (aderire) a Gesù; comprensibile la resistenza delle autorità religiose e dei capi del popolo. Non dimentichiamo che la polemica scatenatasi nel primo secolo d.C., tra Pietro e Paolo verteva proprio sul rapporto tra la Legge Antica e la Legge nuova: per accogliere il Vangelo di Cristo, era necessario conoscere e sottoscrivere il Credo degli Ebrei? In sostanza, il battesimo era subordinato alla circoncisione? Per il principe degli Apostoli, sì; per l´apostolo dei pagani, no. Nel caso odierno si tratta dell´osservanza di regole e regolucce, appartenenti ad una tradizione ultra centenaria, è vero, ma che non compaiono nel Decalogo... Le cosiddette Dieci Parole ricevute sul Sinai, erano diventate più di seicento. Chissà, forse i teologi di quel tempo avevano dimenticato il comando di Mosè che abbiamo ascoltato nella prima lettura, tratta dal Deuteronomio: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando...”. L´atteggiamento dei farisei era chiaramente ideologico: significa che l´ostilità contro Gesù, contro le sue tesi e contro i suoi discepoli, era apriori! Qualunque cosa il figlio del falegname dicesse, o facesse, non era giusta, anzi, peggio, doveva essere sbagliata! È la strategia che si mette in atto in Parlamento e, più in generale, nel rapporto tra partiti al potere e partiti non al potere. Secondo questa mentalità, riconoscere all´avversario qualcosa di giusto, o di non del tutto sbagliato, significherebbe riconoscere implicitamente che qualcosa di sé non è proprio giusto, o addirittura è del tutto sbagliato... E i farisei non potevano permettersi di fare concessioni al Maestro di Nazareth e alla sua dottrina; come si dice in gergo partitico, tolleranza zero! Ne andava della loro dignità e del peso politico che esercitavano sulla società. Ne andava del prestigio del Tempio. E poi, che figura ci facevano a calare le brache - perdonate l´espressione poco elegante! - davanti a un signor nessuno, sedicente Messia, & co.? Ed ecco l´oggetto del contendere: riconoscere ad ogni gesto, anche minimo, una valenza religiosa. L´attenzione esagerata alla cura dei dettagli aveva fatto smarrire l´essenziale... Un po´ come quando si contempla un´opera d´arte da vicino, da troppo vicino, se ne apprezzano i particolari, certo, ma si perde di vista l´intero... Per cogliere l´opera in tutta la sua complessità e bellezza, soprattutto, per coglierne l´essenza intima, la verità, è necessario fare un passo indietro, magari anche due... Avete mai incontrato qualcuno che soffre di ‘sindrome della maestrina´?...sempre a sottolineare gli errori... e soltanto quelli. Persone così, incapaci di manifestare un apprezzamento positivo, ma pronte a rilevare soltanto le imperfezioni, sono a dir poco antipatiche,...a dir poco. Ma il valore del Vangelo di oggi è ancora maggiore! Ci sono almeno due aspetti da considerare, anzi tre; e per non dimenticarne uno, ve li enuncio subito: l´ipocrisia è il primo; il secondo è la riluttanza a guardarci dentro, che ha come conseguenza la tentazione di trovare le cause del male fuori di noi. Forse che Adamo non scarica la colpa su Eva, e lei sul serpente? Il terzo ed ultimo insegnamento - piuttosto un corollario degli altri due -: l´inclinazione a rilevare i difetti degli altri, nell´illusione che “mal comune mezzo gaudio”, e che, in fondo, c´è qualcuno peggiore di noi... Come vedete, gli spunti per la riflessione settimanale sono davvero tanti, abbiamo solo l´imbarazzo della scelta. A cominciare da quella tendenza tipica di ogni religione a ‘moltiplicare´ i testi normativi, le tradizioni, le pratiche, le istanze morali... Del resto, la storia del cristianesimo è iniziata duemila anni fa, sarebbe sciocco fare confronti tra la situazione odierna e quella primitiva, quando il gruppo dei fedeli riempiva a malapena il cenacolo. Al giorno d´oggi la Chiesa si presenta al mondo con una struttura - sovrastruttura? - ingombrante e non certo facile da correlare alla fede. Sentiamo spesso ripetere. “Gesù sì, Chiesa no,...”, ove, per ‘Chiesa´ si intende il clero, il Vaticano, il potere temporale, la ricchezza, il prestigio politico... Per carità, mentirei se negassi che la Chiesa è anche questo! Ma prima che questo, la Chiesa è la mia, è la nostra comunità riunita a celebrare il mistero di Cristo, la Sua Passione, la Sua morte e la Sua risurrezione! Così pure, lascia il tempo che trova, l´obbiezione: “Ma Cristo, pensava a tutto questo? voleva tutto questo?...la gerarchia, il Diritto Canonico, uno-Stato-nello-Stato, diritti, doveri, vincoli, sanzioni, pratiche, osservanze, etc. etc.?”. Oppure l´altra critica non meno pesante: “Ma, se Dio è Amore, non basterebbe amarci? Se Dio ha predicato il perdono, e soltanto il perdono, non sarebbe sufficiente perdonarci e chiedere perdono?”. Beh, il precetto dell´Amore, la consegna del perdono non sono impediti da una struttura dal peso quasi - senza quasi! - imbarazzante! Chissà, se Gesù di Nazareth tornasse oggi, non risparmierebbe qualche tirata d´orecchi all´organizzazione della Chiesa, così come non risparmiò a Farisei e Sommi Sacerdoti, il biasimo che abbiamo ascoltato pochi minuti fa... Ma poi, (Gesù) si volterebbe verso di noi e, guardandoci negli occhi, immagino che ci direbbe: “Badate all´essenziale, fate la vostra parte, senza risparmiarvi!...a cominciare dalla misericordia verso tutti, anche verso i vostri Capi! Se poi siete senza peccato - cosa di cui peraltro dubito! - scagliate pure la prima pietra contro di loro!...”. Il Vangelo termina con un elenco interessante, che potrebbe diventare modello per un buon esame di coscienza: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. E, naturalmente l´ipocrisia! una versione riveduta e corretta del Decalogo di Mosè... Questi peccati macchiano la nostra vita e pongono una distanza, talvolta enorme, tra noi fedeli e Dio; cosicché le nostre riunioni liturgiche, anche queste odorano di ipocrisia, di finzione... Meglio fermarci qui: “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna!”. Amen, così sia!

DOMENICA 26 AGOSTO 2018      notizia del 25/08/2018

Commento alla XXI Domenica del T.O: ( Gv 6,60-69) Volete andarvene anche voi? Concludiamo oggi la riflessione sul capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, il discorso (eucaristico) sul pane di vita. Ma cominciamo dalla prima lettura, tratta dal libro di Giosuè; è una pagina famosa, è una pagina importante: si tratta di una della (tante) dichiarazioni di fedeltà del popolo di Dio; ma questa è particolarmente significativa, perché venne manifestata all´ingresso dei futuri Israeliti nella Terra promessa. Tale impegno ufficiale si pone come spartiacque tra passato e futuro di quelle tribù. Non possiamo trascurare il fatto che tutti costoro erano nati in Egitto; la discendenza dalla famiglia di Giacobbe, era ormai un ricordo sbiadito; per molti di loro neppure questo. Gli Egiziani erano notoriamente politeisti, ed è verosimile che le divinità dell´Empireo egizio ricevessero l´omaggio della fede anche da parte del futuro popolo eletto. Se ne fa allusione - e più di un´allusione! - nel famoso episodio del vitello d´oro, raccontato nel cap.32 dell´Esodo. Non si spiegherebbe diversamente la domanda di Giosuè, successore di Mosè alla guida degli Israeliti; in verità ci sarebbero voluti ancora due secoli almeno perché i clan che avevano attraversato il Giordano, dopo i quarant´anni nel deserto e la schiavitù nel Paese del grande Nilo, diventassero un vero popolo, con tanto di territorio, governo, esercito, e culto organizzato. C´è da aggiungere che l´ingresso in Palestina non fu per così dire del tutto indolore... Questa terra era abitata da popoli diversi, che parlavano lingue diverse e adoravano divinità diverse: è naturale che costoro non vedessero di buon occhio Giosuè e la sua gente... per loro erano degli intrusi, che venivano a usurpare le loro città, a invadere i loro pascoli, a razziare i loro raccolti, e rubare il loro bestiame. Il fatto che i nuovi arrivati obbedissero a un comando di Dio - ma, il Dio di chi? -, e si sentissero in diritto di occupare, in nome della promessa ricevuta da Dio - ma quale Dio? -, beh, per i nativi del luogo, tutto ciò non contava niente! Se questa era la situazione politica, non meno incasinata era la questione religiosa. In questo variegato orizzonte religioso, tra divinità egizie e amorree, il popolo si trovò nella necessità di dover scegliere. Emerge un aspetto delicato e di non poco momento: l´adesione a una fede per dovere di nascita, o per altro motivo... La questione ci riguarda da vicino! Confessiamolo: per quale motivo siamo cristiani? ritengo perché siamo nati in un paese a maggioranza cristiana. Coloro che hanno superato gli anta, sanno che quando siamo venuti al mondo, la confessione cattolica condizionava addirittura la politica del Paese. Dunque, piuttosto che la domanda: “Perché proprio cristiano?”, ci sarebbe stato da chiedersi: “Perché no?”; il problema non era, non è quello di essere cristiani, ma di non esserlo... In ultima analisi, gli Israeliti dovettero decidere se continuare ad aderire alla religione di provenienza, quella Egizia, o ai culti presenti in Palestina, oppure al Dio che li aveva liberati dalla schiavitù e li aveva guidati fino lì... Scelsero la terza opzione; ma, ripeto, ci sarebbero voluti secoli, prima che il culto si organizzasse intorno al tempio di Gerusalemme e diventasse ciò che, a grandi linee, identifichiamo come fede ebraica. Infine arrivò Gesù! E dichiarò che la scelta religiosa fatta dal popolo era ormai superata; il figlio del falegname abolì il culto dei Padri e ne inaugurò uno nuovo, nel suo corpo, in spirito e verità. Paradigmatico è l´incontro del maestro di Nazareth con la samaritana, raccontato sempre da Giovanni, al capitolo 4: nel corso del variopinto dialogo con la donna pagana, l´evangelista inserisce la questione del valore intrinseco della fede cristiana, ben superiore, rispetto a quello della fede ebraica e di qualunque altra fede. Il nuovo culto che esprime la nuova fede, non si realizza più con sacrifici, immolazione di vittime, e neppure frequentando il Tempio; il vero culto in spirito e verità si fonda sull´unico sacrificio di Cristo, l´unico che il Padre gradisce, l´unico che non sia da ripetere ogni anno, perché il Cristo ha dato la sua vita una volta per tutte, salendo sulla croce e risorgendo il terzo giorno. La lettera agli Ebrei è una lunga e complessa riflessione sul tema del sacrificio e presenta la persona del Figlio di Dio come la vittima perfetta, la quale, sola, può salvare tutti e sempre soffrendo una volta per tutte in remissione dei peccati. Il capitolo 6 che abbiamo esaminato, domenica dopo domenica, costituisce un annuncio della passione di Gesù, espresso non solo e non tanto dai rappresentanti del tempio e dai capi del popolo, ma dallo stesso Signore. Ma le parole del Signore sono difficili da ascoltare! Ai nostri orecchi, potrebbe suonare un controsenso: ma come? Gesù annuncia il compimento delle attese del popolo, con l´autorevolezza di chi ha appena sfamato migliaia e migliaia di persone moltiplicando - come, non si sa! - cinque pani d´orzo e pochi pesciolini. Di più, il Figlio di Dio proclama che da oggi gli uomini non dovranno più “sentirsi obbligati a fare qualcosa per Dio”.... ma sarà Dio a fare qualcosa per loro; agli uomini, a noi, solo l´impegno di credere in Lui, in Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo. Ora, per noi tutto ciò può sembrare, cosa da poco - triste doverlo riconoscere: per molti cristiani, l´impegno della fede è davvero un´emozione da poco! -; non così per gli ascoltatori di Gesù. Si trattava di archiviare una tradizione religiosa che resisteva da secoli e, almeno in quella periferia dell´Impero romano, condizionava addirittura le relazioni politiche tra Gerusalemme e Roma. Se appena scorriamo le pagine della storia contemporanea, la questione ebraica è senza dubbio una delle questioni cruciali, se non la più cruciale, che ipotecano le sorti della pace dell´intero pianeta. E pensare che Gerusalemme significa città santa di pace... “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.” Gesù non si fa intimidire neppure da questo esodo lontano da lui - ed uso la parola ‘esodo´ a ragion veduta! -; anzi, chiede ai Dodici se se ne vogliono andare anche loro. Ecco l´ultima lezione di questo lungo capitolo 6: Cristo non obbliga nessuno a seguirlo, e non serba rancore se decidiamo di non credere più in Lui. Gesù sa aspettare. Quello che poteva fare, lo ha fatto. Qualsiasi cosa faremo, o non faremo, che abbiamo fede o che manchiamo di fede, Lui rimarrà fedele - ci insegna san Paolo -, perché non può rinnegare se stesso (cfr. 2Tim 2,8-15).

Domenica 20 agosto 2018      notizia del 18/08/2018

Commento alla XX Domenica del T.O. ( Gv 6,51-58) :L´Eucarestia fa la Chiesa, cioè tutti i battezzati, popolo di Dio SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Nella liturgia della Santa Messa, il gesto di prendere un pezzettino di pane azzimo, oggi ridotto ad una cialda detta particola, che particola non è, e di mangiarlo, credendo di manducare veramente il corpo di Cristo, è un gesto comunissimo e velocissimo. Il gesto di prendere il calice e bere un po´ di vino, credendo di bere veramente il sangue di Cristo, è quasi sempre riservato, per motivi pratici, ai soli ministri ordinati presenti sull´altare. Anche questo bere spesso è vissuto in modo affrettato. Eppure è proprio in quel momento così semplice e immediato che noi «abbiamo la vita eterna e saremo risuscitati nell´ultimo giorno (Gv 6,54); noi dimoriamo in Gesù Cristo e lui dimora in noi (Gv 6,56); noi viviamo per Lui così come Lui è stato inviato dal Padre e vive per il Padre (Gv 6,57)» Umanamente ripetiamo questo gesto da «inesperti» e da «privi di senno», cioè da stolti. Eppure la Parola di Dio ci dice che la «Sapienza ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città» (Pr 9, 3) dicendo a tutti noi, inesperti e stolti: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il mio vino che io ho preparato» (Pr 9,5). Dopo aver mangiato e bevuto siamo invitati ad «abbandonare la stoltezza, e andare diritti per la via dell´intelligenza e vivremo» (Pr 9,6). Al banchetto della Sapienza ci andiamo tutti da inesperti e da stolti. Dopo aver mangiato il suo pane e bevuto il vino che la Sapienza ha preparato, sembra che quel pane e quel vino ci diano la forza di abbandonare la stoltezza e procedere diritti nella via dell´intelligenza. Ma viene rispettata la nostra libertà. Siamo noi a decidere di abbandonare la stoltezza e procedere nella via dell´intelligenza, non confidando nelle nostre forze, ma nella forza che ci viene da questo banchetto. Noi cristiani possiamo dire, alla luce del mistero dell´incarnazione e soprattutto illuminati dalla morte, sepoltura e risurrezione di Gesù, che la figura personificata di donna Sapienza del libro dei Proverbi è prefigurazione del Cristo risorto che ci dona il suo Santo Spirito. La vita eterna che riceviamo mangiando e bevendo il suo corpo e il suo sangue nel pane e nel vino consacrati, è lo Spirito Santo. La via dell´intelligenza di cui parla il libro dei Proverbi è per noi prendere progressivamente consapevolezza che il dono dello Spirito Santo c´è sempre stato in noi, è un dono offerto a tutta l´umanità a partire dal giorno in cui avvenne una volta per tutte la morte di croce, la sepoltura e la risurrezione di Gesù. Tutto è già santificato dalla presenza dello Spirito Santo in noi e in tutte le persone e cose che ci circondano. Noi, da stolti, non ce ne rendevamo conto. Tutta l´umanità è già sotto il segno della salvezza perché lo Spirito Santo è già stato donato a tutti. Noi, da stolti, non ce ne rendevamo conto. “Fare la comunione” è l´atto del cambiamento di sguardo verso la nostra vita, verso tutta la realtà del mondo che ci circonda. Questo cambiamento di sguardo è l´abbandono della stoltezza della nostra autosufficienza e l´entrare nella via dell´intelligenza, cioè nell´essere consapevoli del dono dello Spirito Santo per la nostra esistenza, che diventa una esistenza eterna, se ci crediamo nella sua forza. Nel momento del mangiare il Corpo di Cristo, sentendomi membro vivo del Corpo di Cristo, mi sento inviato a vivere per Cristo, in nome di Cristo per le strade del mondo, «facendo buon uso de tempo» (Ef 5, 16a) che mi è dato da vivere con un «comportamento da saggio e non da stolto» (Ef 5, 15b). La mia vita etica, sobria, non schiava della «sfrenatezza, del non controllo di me stesso» (Ef 5, 18b), di fronte alle mie pulsioni istintive ed egoistiche, è una vita «ricolma dello Spirito Santo» (Ef 5, 18c), perché insieme ai fratelli e sorelle della mia comunità «cerchiamo di comprendere insieme qual è la volontà di Dio» (Ef 5, 17b) in un atteggiamento comunitario e orante della Parola di Dio, scandito dal canto di «salmi, inni, canti ispirati» e con «gratitudine per ogni cosa» che avviene nella nostra vita( Ef 5, 20a), anche se spesso «i giorni sono cattivi» (Ef 5, 16b). La comunione eucaristica ci fa vivere per Cristo. Per la forza dello Spirito la comunione eucaristica ci fa vivere una autentica vita etica nel nome di Cristo, che diventa una vita di carità e ci porta a incontrare chi soffre più di noi come si incontra la stessa carne di Cristo, quella carne di cui ci alimentiamo al banchetto del suo Corpo e del suo Sangue. Nel momento del mangiare il Corpo di Cristo io prendo consapevolezza di essere in comunione con tutti coloro che, in questo momento, nel mondo intero, hanno scelto di fare della morte e risurrezione di Gesù il centro della loro fede. Scompare l´«io», si afferma il «noi». Insieme a tutti loro, in una profonda consapevolezza / intelligenza di comunione, io mi sento di appartenere al Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Il Cristo risorto non può che essere nel suo corpo che è la Chiesa. Il rimanere in Gesù e lui in noi non è un fatto intimistico, che si risolve in un rapporto io-tu. Io mangio e bevo il corpo e sangue di Cristo perché il dono dello Spirito Santo non mi fa essere più solo, ma membro vivo del corpo di Cristo che è la Chiesa. E questa comunione rimane in eterno, perché oltrepassa i legami di fraternità della mia comunità cristiana, mi fa sentire in comunione con tutti i cristiani del mondo. Oltrepassa i confini di questo mondo perché l´essere corpo di Cristo include anche la comunione con tutti i santi, con tutti coloro che ci hanno preceduto e sono nella piena ed eterna comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L´essere Corpo di Cristo è già vivere la vita eterna qui in questo mondo ed è promessa di risurrezione per ciascuno di noi nell´ora della nostra morte, quando passeremo a far parte della comunità dei santi. La comunione eucaristica fa la Chiesa Corpo di Cristo. Possiamo allora celebrare davvero con profonda gratitudine la festa della trasformazione della nostra vita in vita eterna, in vita di comunione, perché «per Cristo, con Cristo, in Cristo» già diamo gloria al Padre misericordioso, nell´unità dello Spirito Santo, per i secoli dei secoli.

ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO      notizia del 14/08/2018

Commento alla Liturgia dell´Assunzione della Beata Vergine Maria ( Lc 1,39-56):Maria si incoraggia verso la speranza che diventa certezza già adesso nel costante impegno di fedeltà al Signore. La pagina dell´Apocalisse di cui alla Prima Lettura in realtà non si riferisce a Maria. La “donna vestita di sole “rappresenta infatti il popolo che è prediletto e sostenuto da Dio con il massimo dei suoi doni (il sole). Per volere dello stesso Dio Padre, dal popolo nascerà un Figlio destinato a regnare per sempre: il Cristo Messia. La “donna” è quindi la chiesa. Una certa lettura devozionale la identificava con Maria. Non possiamo comunque negare che la figura della chiesa è pur sempre collegata alla Madre del Signore, poiché nel popolo di Dio e nella comunità ecclesiale Maria riveste pur sempre un ruolo importantissimo. La madre del Dio Incarnato Gesù Cristo è infatti innanzitutto membro della chiesa, si configura con essa e di essa partecipa sotto tutti i punti di vista. Come prima discepola e prima redenta, Maria è anche modello della Chiesa e poiché la Chies stessa si realizza nella comunione di noi tutti con Cristo Capo di cui siamo membra, Maria è anche Madre nostra. Madre nostra perché in quanto battezzati noi siamo membra di Cristo, inopinatamente innestati in lui. Tutto questo non fa di Maria una divinità o una donna esaltata all´eccesso, al contrario come si è già accennato prima ancora della Vergine vi è lo stesso Cristo e la sua Chiesa e Maria nulla toglie all´unica onnipotenza di Dio Padre che opera attraverso il Figlio nello Spirito Santo. In quanto Madre del Signore e collaboratrice all´opera della nostra salvezza, Maria assume tuttavia una posizione particolare, un culto da ravvisarsi al di sotto di Dio ma al di sopra di tutti i Santi (iperdoulia) per un ruolo particolare di intercessione a nostro vantaggio presso Gesù suo Figlio. La Madre di Gesù inoltre non collabora all´opera di redenzione e di salvezza con la sola gestazione verginale, ma è sempre associata a Cristo suo Figlio nella continua lotta contro il maligno, partecipe sia pure implicitamente di ogni opera realizzata da Questi a vantaggio degli uomini, attenta alle vicende e alle ansie patite dal Cristo medesimo per la nostra salvezza. Come pure la si vede stremata e sofferente davanti alla croce sulla quale il suo Figlio sfioriva, secondo una ben nota espressione di Jacopone da Todi “Stabat Mater Dolorosa”. Nella continua opera di redenzione e di salvezza, seppure questa venisse operata esclusivamente da Gesù Cristo Verbo Incarnato, Maria non è mai stata spettatrice passiva, ma costantemente attenta, pronta e partecipe, soprattutto nella sua speciale opera di intercessione con la quale ci orienta verso il suo Figlio: “Fate quello che vi dirà”(Gv 2). Dalla Chiesa di cui è stata membro Maria ha appreso; nella Chiesa si è distinta e alla Chiesa ha sempre dato. Anche per questo è necessario che Maria abbia ottenuto uno spessore di gloria e di innalzamento simile se non identico a quello del suo Figlio Gesù Cristo. Appunto perché sempre unita al Cristo in tutte le vicende che lo hanno interessato, Maria non poteva che essere Assunta al Cielo. Prestiamo attenzione ad un particolare: non è “ascesa” al cielo quasi come si trattasse di una divinità dotata di autonomia decisionale. Questo possiamo dirlo del solo Signore Gesù Cristo che essendo Dio unitamente al Padre e al Figlio è asceso, ossia ha recuperato la pienezza della sua dimensione divina. Maria è pur sempre una creatura umana, ma ciò non le ha impedito che Dio la “assumesse” al cielo. E´ stata quindi assunta, cioè innalzata e recata alla gloria indescrivibile dell´eternità non soltanto nella sua anima immortale, ma anche nel suo corpo immacolato. Eccoci allora alla solennità odierna dell´Assunzione: essa ci descrive come Maria è stata assunta in anima e corpo nella dimensione della gloria in modo tale che le sue membra non si dissolvessero fra la putredine della terra. La sua continua vicinanza al Figlio redentore e la sua perenne compartecipazione alla sua opera le hanno meritato la necessaria conseguenza che anche il suo corpo venisse preservato dalla corruzione e dalla senescienza terrena. Nel VI secolo la Chiesa ortodossa e in più parti anche il mondo cattolico orientale celebrava il 15 Agosto la festa della Dormitio Mariae, che esaltava la Vergine dormiente accerchiata dalla schiera degli apostoli che veniva poi sollevata e recata al cielo secondo differenti testimonianze tradizionali avallati anche da alcuni discorsi omiletici, non ultimo quello di Germano di Costantinopoli. La festa orientale della Dormitio divenne un po alla volta in Occidente Festa dell´Assunzione. Nel 1950 Pio XII definiva Dogma di fede la presente Solennità, estinguendo ogni dubbio in ambito cattolico che Maria fosse davvero stata assunta al Cielo in anima e corpo, ma l´intervento autorevole del Magistero del pontefice nulla pregiudica alla fondatezza storica e teologica dell´evento. Dio non sarebbe oltretutto davvero munifico e latore di doni e non avesse corrisposto alla Vergine il premio proporzionato alle sue fatiche e alla sua fedeltà e di conseguenza non poteva non concedere a Maria lo speciale privilegio di venire assunta. La figura dell´Assunta ci incoraggia a perseverare camminando sulla terra con gli occhi volti verso al cielo, considerando che se il nostro impegno di testimonianza ci è richiesto in questo mondo, siamo pur sempre invitati a cercare le cose di lassù poiché la realtà di questo mondo è pur sempre destinata a pasare(Col 3, 1 - 2). Ci attende il compimento della speranza intermedia che è quella del Paradiso, dove vedremo Dio come egli è, configurandoci a lui in tutto e immedesimandoci in una dimensione ben differente da quella farraginosa e distorta quale quella del secolo presente. Maria si incoraggia quindi verso questa speranza che diventa certezza già adesso nel costante impegno di fedeltà al Signore.

DOMENICA 5 AGOSTO 2018      notizia del 04/08/2018

Commento alla XVIII Domenica del T. O. (Gv 6,24-35) : dall´essere folla al diventare Chiesa SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Tutto sommato, l´impressione finale che deriva dalla lettura del Vangelo di oggi è un po´ triste: quella “folla”, che all´inizio del brano cercava Gesù con tanta ansia da salire sulle barche e andare “alla ricerca di Gesù”, non diventa “Chiesa”, ma rimane “folla”, una marea di gente senza coscienza e senza unità. Ed è significativo che questo avvenga in un contesto in cui si parla del “pane di vita”: questo pane, prima di essere l´Eucaristia, è innanzi tutto la sapienza che Dio ha inviato, cioè la sua Parola da ascoltare, una Persona, Gesù stesso, alla quale aderire con tutto se stessi (cioè: “credere”), poiché su di lui “Dio, il Padre, ha posto il suo sigillo”, la sua garanzia. La folla rimane folla innanzi tutto perché è rimasta ancora “prima” della fede, del riconoscimento di Colui che il Padre ha mandato; e quindi è ancora “prima” dell´Eucaristia, del condividere il Pane vivente della sua Parola e della sua reale Persona. Ecco perché la folla è ancora priva di unità in sé, perché non crede, e quindi è priva anche di quell´unità che viene da Lui, che è il duplice pane della Parola e dell´Eucaristia. Infatti è l´Eucaristia che costruisce, o fa, la Chiesa; ma l´Eucaristia è possibile solo per mezzo della fede. E dunque questa pagine ci interroga sulle nostre Eucaristie, o, per meglio dire, sulla nostra partecipazione ad esse. Si può ben essere presenti ad una celebrazione, ma rimanendone esterni: quanta gente partecipa a Messe che si celebrano per vari motivi, ma senza fede, ed è paragonabile a questa folla che ha visto la moltiplicazione dei pani, ma è come se non l´avesse vista, perché non la ha capita, e la ha confusa con altro. Questa pagina pone però una domanda anche a noi, che confessiamo la fede retta nella presenza reale del Signore e cerchiamo di ascoltarne la Parola: che cosa cerchiamo, in verità, cioè nella vita nostra reale? Cerchiamo “il pane che perisce o quello che dura per la vita eterna”? Certo, il Signore stesso ci ha espressamente comandato di cercare il pane quotidiano, il sostentamento di ogni giorno. Eppure è vero che più cerchiamo le cose che passano, più il nostro desiderio si incarna in esse: avrete notato anche voi che se uno cerca, giustamente peraltro, di avere qualche soldo in più, quando lo ha ne cercherà ancora, e così si immette in una ricerca sempre più assoluta di quel cibo che perisce, che non ha fine: la conclusione è che non solo ne rimani sempre affamato, ma ne hai sempre più fame. L´appetito cresce, e il pane diminuisce. Insomma, più sei ricco, e più aumenta il tuo bisogno di mantenere e aumentare uno stile di vita da ricco; più aumenta la paura di perdere quello che hai, e più aumenta la necessità di aumentare il tuo bene. E´ un po´ come correre dietro all´arcobaleno: ti si sposta sempre avanti, e la vita diventa una ricerca senza gioia della gioia, un correre sempre più veloce per non arrivare da nessuna parte. Questo è vero per i soldi, ma vale per ogni altro bene, o pane, che cerchiamo per appagare i nostri bisogni. Insomma, non puoi mai dire: adesso sono sazio. Al contrario, Gesù ci dice che “chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà sete, mai”. In queste sue parole, il “venire” è anche il “credere”: non si crede “di testa”, come si crederebbe ad una dottrina, a una cosa che si legge su di un libro, ma si tratta di un´adesione “di cuore”, dell´intelletto, ma anche degli affetti, ad una Persona, a Gesù: cioè volgiamo i desideri dalla parte giusta, e questi vengono così piegati e diretti dalla fede in Colui che solo li sazia, perché è Lui Colui che il Padre ha garantito, mettendo su di Lui il suo sigillo. Dunque, pur essendo fisicamente in chiesa, possiamo ben domandarci se siamo “Chiesa”, oppure se siamo ancora rimasti “folla”, gente ancora al di qua della fede, ma anche al di qua del pensiero, della sapienza su di sé e sulla propria vita. Infatti il pane della vita nell´Antico Testamento è appunto la sapienza: qui non si tratta di fare gli intellettuali o gli accademici, ma piuttosto di elevarci al senso più profondo delle nostre scelte, del perché vivere, del per chi vivere. Si tratta di entrare nella verità di se stessi, atteso che è tristemente facile rimanere appunto come folle, cioè gregge non pensante, che è quello a cui ci conducono, e ci vogliono condurre, i cattivi pastori. Solo Gesù è il buon Pastore, quello appunto che dà la vita alle sue pecorelle: gli altri, mantenendole nell´ottusità, le usano, le mungono, le tosano e le mangiano. Al contrario, Gesù dà il cibo, che è Lui stesso alle sue pecore. In questo senso, siamo invitati a vivere non più “come i pagani con i loro vani pensieri”: parole d´altri tempi, ma sempre vere, visto che “vano” vuol dire qualcosa di fluttuante nel nulla, senza alcuna consistenza, come il fumo delle sigarette. La folla appunto è ondivaga, va ora qua ora là, cercando qualcosa per saziarsi: ma lo cerca nella direzione sbagliata, perché cerca il cibo che perisce e non quello che dura per la vita eterna, cioè la vita dello spirito, che è l´integrità della persona, e non solo il suo stomaco. Così nel Vangelo di Giovanni l´espressione “vita eterna” non significa la vita dell´al di là, ma quel tipo di vita radicalmente diverso dalla vita “che perisce”, cioè che passa, quella di coloro che non hanno riconosciuto e creduto l´amore che Dio ha per noi e vivono senza speranza e senza amore, perché senza fede. Vita eterna è vivere come Gesù, entrare con Lui nella sua stessa relazione con il Padre, conoscerlo a tu per tu, vivere “a petto con l´infinito”, nello Spirito di Dio; cioè vivere nell´autenticità di quel per cui siamo stati creati, nella verità di noi stessi. In altri termini, non come animali, al livello dei quali possiamo abbrutirci, e non solo come creature ragionevoli, quali siamo già per natura, per poter “seguir virtute e conoscenza”, ma, di più, come figli di Dio, cioè rivestire “l´uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. Alla doppia mensa della parola e del Pane vivente si offre a noi questa possibilità, si dischiude questo orizzonte: beati quelli che ne sapranno approfittare.

DOMENICA 29 LUGLIO 2018      notizia del 28/07/2018

Commento alla XVII Domenica del T. O. ( Gv 6,1-15 ) : Gesù ci vuole compagni nel riconoscere la “fame” dell´altro che ci sta davanti. A partire da questa domenica ascolteremo, suddiviso in brani, il capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, dedicato al tema del Pane di vita. Oggi i primi 15 versetti, che presentano la narrazione del segno fatto da Gesù, la moltiplicazione dei pani. La scorsa domenica il Vangelo di Marco ci ha lasciati con lo sguardo di Gesù sulle folle, uno sguardo commosso perché erano come pecore senza pastore (Mc 6, 34). La liturgia inserisce a questo punto il Vangelo di Giovanni, ma senza interrompere la trama poiché anche seguendo quello di Marco avremmo trovato il racconto della moltiplicazione dei pani. Nel racconto di oggi, le coordinate del contesto sono fornite dalla narrazione: il luogo è il lago di Galilea e Gesù passò all´altra riva. Il tempo è che era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Queste due notazioni fanno trasparire subito uno sfondo pasquale, con l´esperienza dell´esodo dall´Egitto, la celebrazione della prima pasqua di Israele ed il passaggio all´altra riva del mar Rosso, la riva della libertà raggiunta grazie all´intervento potente di Dio. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli: la scena richiama anche nel linguaggio l´inizio delle Beatitudini (cf Mt 5). Gesù siede nell´atto di insegnare ai discepoli. E´ importante notare, infatti, che il dialogo avviene fra Gesù e i suoi discepoli, i quali saranno profondamente coinvolti in quello che farà poco dopo. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo... Ci sono due azioni nel guardare di Gesù. La prima è che lo sguardo di Gesù è un alzarsi verso, esprime il suo essere in relazione ed anche la sua pronta disponibilità. Solo nell´episodio dell´adultera, di fronte agli accusatori ipocriti, Gesù chinatosi giù scriveva per terra (Gv 8,6). La seconda azione è un guardare nel profondo, è uno sguardo intelligente (intus-legere) che comprende bisogni e situazioni, non una semplice percezione visiva. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova. Giovanni ci mostra un Gesù che si preoccupa di come sfamare tanta gente e che coinvolge nella sua compassione i discepoli. E´ interessante confrontare questo con i racconti dei Vangeli sinottici nei quali leggiamo che sono i discepoli ad avvicinarsi a Gesù per dirgli di licenziare la folla affinché vada a comprarsi da mangiare nei luoghi vicini (cf Mt 14,15 e par). Incuriosisce la questione della prova: in che senso Gesù mette alla prova il discepolo? In cosa consiste questa prova? Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Filippo fa un rapido calcolo e conclude che anche se avessero una grande somma, non basterebbe per sfamare tutta quella gente. Filippo guarda al tanto che non posseggono. La sua risposta si condensa in due parole: non possiamo! «C´è qui un ragazzo che ha cinque pani d´orzo e due pesci; ma che cos´è questo per tanta gente?» Si fa sentire la voce di un altro discepolo dal carattere diverso, Andrea fratello di Pietro il quale interviene con entusiasmo e generosità. Andrea constata che qualcosa ce l´hanno, ma è troppo poco e quindi sono al punto di prima. Entrambi arrivano alla stessa conclusione. Gesù li ha voluti condurre proprio a questo punto, attraverso la sua prova. Però poi valorizza quel poco che hanno e compie su quei cinque pani le azioni dell´Eucaristia: Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Questa è una scena di abbondanza e di cura ad “oltranza”. L´evangelista sottolinea la sazietà che sperimentano le folle, quindi non un boccone a testa ma ce n´è addirittura d´avanzo. Però, nonostante possa offrire pane a volontà, Gesù fa quella raccomandazione così particolare a che nulla vada perduto. Questo significa che il pane da Lui moltiplicato è prezioso di per sé, ma vuol dire anche altro. Infatti, quel pane va conservato per qualcuno, per altri da sfamare e saziare. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d´orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Il numero dodici rimanda agli apostoli, i quali diventano i responsabili di questi canestri colmi del Pane di Gesù. Giovanni, a differenza dei sinottici, mette anche l´accento sul tipo di pane, pane d´orzo (vv. 9 e 13). * * * * * Filippo, Andrea, il ragazzo dei pani... noi Per cogliere uno dei messaggi del Vangelo odierno, dobbiamo sostituire alla parola “discepoli” un bel “noi” e al nome “Filippo” il nostro nome e così via. In altre parole oggi Gesù invita noi al dialogo con Lui su questa questione fondamentale: la fame dell´essere umano, il suo bisogno di essere sfamato. Nel contesto di un segno che prefigura l´Eucaristia e quindi il fatto che Gesù sfama noi, Egli ci coinvolge ad occuparci della fame altrui. Gesù ci insegna ad usare gli occhi. Il suo sguardo è attento a cogliere i bisogni, non è distratto né indifferente, ma è intenzionalmente rivolto verso ogni persona. Se al tempo dei nonni, ci insegnavano a salutare la persona che si incrociava sulla strada, ora - nel tempo della spersonalizzazione del web - quando incontriamo un altro lo ignoriamo, spesso abbassiamo lo sguardo, restiamo indifferenti e chiusi in noi stessi. Gesù, invece, alza gli occhi e guarda nel profondo e ci vuole rendere partecipi del suo sguardo, ci vuole dare i suoi occhi per vedere bene. Gesù ci insegna oggi a guardare i volti, le rughe, le espressioni, le mani, i corpi, le assenze di sorriso, gli sguardi che chiedono aiuto laddove le parole non osano uscire e i cuori non riescono a sperare. Ci vuole compagni nel riconoscere la “fame” dell´altro che ci sta davanti. La seconda cosa che il Signore ci insegna è che dobbiamo renderci responsabili nei confronti della “fame” degli altri. Questa “fame” tra virgolette è sinonimo di molti bisogni e non solo di quello fisico del mettere qualcosa sotto i denti. Quello c´è, è evidente e va soddisfatto, ma ci sono anche le fami più nascoste, quella di affetto e amicizia, di stima, di relazioni buone, di comprensione, di sostegno, di consolazione, di rassicurazione. Gesù, con la sua domanda che mette alla prova, ci invita a guardarci dentro e a renderci disponibili in quello che siamo e abbiamo, ci scuote per farci uscire dall´egoismo e farci entrare nella solidarietà e, ancor di più, nel suo modo d´amare che si chiama carità. Gesù ci invita a vivere quello che mirabilmente dice san Paolo: Caritas Christi urget nos, la carità di Cristo ci spinge (2Cor 5,14). Il Vangelo ci mostra, poi, le misure del tanto (duecento denari cioè la paga di molti mesi per un operario) e del poco (cinque pani d´orzo) ma la conclusione a cui ci fa arrivare è che quello che abbiamo non basterebbe e che non dobbiamo preoccuparci del quanto. Gesù vuol portarci a questa consapevolezza: da soli non siamo in grado di sfamare proprio nessuno, non siamo in grado di colmare e soddisfare nessuna fame, neanche quella dei più vicini a noi. Questa nostra povertà può essere colmata solo da Lui. Per questo è bello e importante notare che Gesù chiede: dove potremo comprare il pane... Non dove puoi ma dove potremo. Gesù usa il plurale, perché sa che questo pane necessario agli altri lo possiamo provvedere solo insieme con Lui e Lui lo vuole provvedere con noi. Cinque pani d´orzo: un pane da poveri Il ragazzo che non ha nome ha cinque pani d´orzo. In questo c´è tutto il senso di una povertà. Il pane d´orzo, infatti, era il pane dei poveri e degli schiavi. Il numero ha il significato di “alcuni” (cf Lc 12,6; 1 Cor 14,19) e però fa riferimento anche alle dita della mano e quindi alla sua possibilità di essere aperta o chiusa, in atto di donare o trattenere. Affidiamo a Gesù la nostra povertà ed avremo in custodia un canestro sempre pieno. i frammenti custoditi Che bella la cura di Gesù per i frammenti! Ma cosa significa? Non è certo un semplice risparmio degli avanzi. Ci viene subito da pensare all´attenzione che prestiamo ai frammenti eucaristici, ma c´è anche altro nella linea di lettura che stiamo seguendo. Intanto dobbiamo notare che questo invito di Gesù a non perdere nulla si trova solo nel IV Vangelo. Proprio nello stesso capitolo 6 di Giovanni leggiamo: Ora, questa è la volontà di Colui che mi ha mandato: che nulla vada perduto di ciò che mi ha dato, ma io lo risusciti nell´ultimo giorno (Gv 6,39), ma anche in altri testi è espressa l´attenzione del Signore a non perdere nessuno (cf Gv 17,12; 18,9) o a cercare ciò che era perduto (cf Lc 19,10). Ecco allora che in questi frammenti che non devono andare perduti dobbiamo ancora vedere la cura di Gesù per l´umanità, per i frammenti di umanità e per l´umanità che va in frammenti, in pezzi sotto il peso di tante difficoltà e tentazioni. Per ogni frammento di umanità è pronto e custodito un pezzo del Pane di Gesù. Le altre letture Nella prima lettura, l´episodio del profeta Eliseo - oltre ad offrire una prefigurazione antico testamentaria dell´Eucaristia - mette in luce l´abbondanza straordinaria che sprigiona dall´azione di Gesù: là 20 pani per cento persone, nel Vangelo 5 pani per cinquemila. La seconda lettura invita a conservare l´unità dello spirito, e insiste sull´essere uniti in un solo corpo, nella fede, nella speranza e nell´opere. Le parole di Paolo ci aiutano a comprendere che Eucaristia e comunione tra fratelli sono una cosa sola: non si realizza davvero la Comunione eucaristica se allo stesso tempo non si realizza quella fraterna.

DOMENICA 22 LUGLIO 2018      notizia del 21/07/2018

Commento alla XVI Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 6,30-34) :a Do non non interessa ciò che fa, ma ciò che sei .Prenditi tempo SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Gli apostoli, nel loro primo invio missionario, ebbero subito l´onore di subire il disonore del disprezzo, così come era stato loro predetto (ma perché ci si lamenta della crescente ostilità nei confronti della chiesa con continue e noiose esternazioni sui social e altrove? Cosa c´è di nuovo in ciò?...); ma poterono anche godere subito dell´accoglienza di chi li riconosceva quali inviati di Dio. Consapevoli di aver molto ricevuto in fiducia e potere dal Maestro, si affrettano, ritornando dalla loro prima missione, a riferire al Signore quanto avevano insegnato e operato (Mc 6,30). Questo movimento centripeto, dopo quello centrifugo, è di fondamentale importanza. Infatti, la comunità dei discepoli è costituita dal suo riunirsi davanti a Gesù; esiste in quanto si relaziona con questo unico referente, centro di tutti e di ciascuno. Diversamente, ecco la tanto segnalata autoreferenzialità comunitaria o individuale in cui cadono aggregazioni ecclesiali e leaders cristiani. La missione del discepolo dunque parte da Lui e, senza distogliere lo sguardo da Lui, porta a Lui, conducendo gli altri a Lui per un dinamismo di attrazione che, se non fa innamorare, almeno fa incuriosire sulla sua persona. Si comprende meglio perché, ad esempio, nella prima lettura di oggi il profeta Geremia annuncia guai per i pastori del popolo di Dio che hanno dimenticato il centro della propria vocazione/missione. Chi se ne dimentica, finisce inevitabilmente per farsi il centro di essa e nello stesso tempo per sfruttare e poi far perire e disperdere il gregge del mio pascolo (Ger 23,1). Altri verbi che la Parola di Dio attribuisce alla condotta di questi pastori sono scacciare e non preoccuparsi (Ger 23,2). Chi si dimentica del Signore, finisce per maltrattare le pecore e non prendersi più cura di esse. Ma Dio, per la sua incommensurabile misericordia, promette di venire Egli stesso a cercare e radunare le pecore abbandonate al loro destino (Ger 23,3); promette di generare nuovi pastori che le riporteranno a Lui perché abbiano una vita felice. Da notare il verbo che viene attribuito all´azione di questi e le conseguenze sulla vita delle pecore: faranno pascolare, così che (le pecore) non dovranno più temere né sgomentarsi (Ger 23,4). Contrariamente agli altri, i pastori che si conformano al cuore di Dio sono coloro che lasciano le pecore respirare e gustare la loro libertà, collaborando con la parola e l´azione perché Dio possa liberarle dalla paura e da ogni angosciosa preoccupazione. Gesù è l´unico Pastore delle pecore; i suoi discepoli, i veri pastori messi a guardia del gregge. Nel vangelo è indicato con chiarezza il segreto del discepolo. Malgrado sia rivestito come tutti di debolezza, è un uomo che non si incammina sulla strada dei guai annunciata da Geremia: è uno che cerca di rispondere all´invito di Gesù ad andare in disparte, da soli, in un luogo deserto e riposarsi un po´ (Mc 6,31a). Dal testo si capisce subito quella che sarà sempre la tentazione del discepolo (Mc 6,31b-33). Essere talmente immersi nella propria missione verso gli altri da dimenticare sé stessi e soprattutto Chi è la fonte della stessa. E´ un equivoco in cui ci imbattiamo più che facilmente: si è talmente “presi” in quello che facciamo da dimenticare che non siamo noi né la sorgente né il fine della missione. E quindi giungiamo a far confusione di identità. A volte inconsciamente e a volte no, facciamo la parte di Dio e chiediamo a Lui di farci da discepolo! La cosa è sottile e quindi non sempre percettibile, ma ben reale. Certo anche il Signore, quando è sbarcato, sembra sia disposto a cambiare programma (Mc 6,34a). La visione di quella gente accorsa nel luogo deserto scelto per il riposo lo commuove al punto da fargli optare per un surplus di assistenza spirituale verso di essa (Mc 6,34b). Che significa? Che bisogna mandare all´aria i propositi di una riposante sosta per restare da soli con Dio? Sarebbe contraddittorio con l´invito del Signore e con quanto detto finora. Il vangelo vuole solo dirci che se siamo discepoli e pastori guidati dall´amore compassionevole di Gesù, sapremo opportunamente essere capaci di sacrificare, per le sue pecore, la nostra rigenerante sosta con Dio. Ma questo non vuol dire affatto che ce ne priveremo ogni volta che una o più pecore ci cercano. Lo stesso comportamento di Gesù è normativo in tal senso (cfr. Mc 1,35-37). E poi c´è un´altra icona evangelica, ancora più esplicita, che ci ricorda come il sapersi ritirare con il Signore sia la parte più fruttuosa della propria attività apostolica. Invitato a casa dei suoi amici Marta, Maria e Lazzaro, Gesù si imbatte nelle proteste di Marta che mal sopporta la visione di sua sorella ai suoi piedi concentrata nell´ascoltarlo, mentre lei è affaccendata. Sappiamo come è andata (Lc 10,40-42). Andare in disparte con il Signore è la miglior parte della vita, anche se i temperamenti più dinamici fanno e faranno sempre fatica ad accettarlo. Più di ciò che fai, a Dio interessa ciò che sei: non chiede ai dodici di pregare, di preparare nuove missioni o affinarne il metodo, solo li conduce a prendersi un po´ di tempo tutto per loro, del tempo per vivere. È il gesto d´amore di uno che vuole loro bene e li vuole felici. Come suggerisce questo testo molto noto: Prenditi tempo per pensare / perché questa è la vera forza dell´uomo Prenditi tempo per leggere / perché questa è la base della saggezza Prenditi tempo per pregare / perché questo è il maggior potere sulla terra Prenditi tempo per ridere / perché il riso è la musica dell´anima Prenditi tempo per donare / perché il giorno è troppo corto per essere egoista Prenditi tempo per amare ed essere amato / perché questo è il privilegio dato da Dio Prenditi tempo per essere amabile / perché questo è il cammino della felicità. Prenditi tempo per vivere! (Pablo Neruda)

DOMENICA 15 Luglio 2018      notizia del 14/07/2018

Commento alla XV Domenica del T. O. ( Mc 6,7-13 ) liberi per annunciare Cristo ovunque e a tutti SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 La storia del profeta Amos è interessante e originale. Forse la possiamo sentire vicina alla nostra. Riceve una chiamata improvvisa, pur non essendo particolarmente idoneo, sul piano umano, a fare il profeta; è un uomo semplice, rude e schietto. Un contadino e mandriano. Da contadino-allevatore impreparato si trasforma in un batter d´occhio nel più virulento profeta del Vecchio Testamento. Amos rimase colpito dalla corruzione dilagante che egli individuò in due settori soprattutto: l´ingiustizia sociale e la degenerazione del culto. Egli interviene contro tale stato di cose con la forza della parola profetica che da lui erompe implacabile e terribile; il suo ministero non dovette durare più di un anno. Ma in un anno la sua voce fu sentita sia dal Regno del Nord che da quello del Sud. Non era tra i suoi progetti o tra le sue ambizioni esercitare questo ministero: si trova costretto. Osserviamo il tratto determinante della personalità di Amos: la libertà. Libertà verso il prossimo: non essendo un profeta di corte, si può permettere di dire senza peli sulla lingua quello che pensa e non ha paura che il re lo mandi via dal suo palazzo, dove i falsi profeti di Geroboamo possono mangiare, bere e divertirsi a scrocco. Libertà verso le cose e il possesso: ha lasciato greggi e piantagioni e vive con il cuore leggero, senza necessità di accumulare. Non gli si può portare via nulla! Libertà verso Dio: dimostra una capacità di lettura della propria vocazione molto originale. Ha accolto il dono profetico e le persecuzioni che esso comporta. Ma non ha nulla da recriminare contro Dio. Pace! Invece il profeta di corte Amasìa e il re Geroboamo non hanno questa triplice libertà: vivono nel continuo timore del linguaggio politically correct, della diplomazia, delle alleanze di convenienza, del calcolo, del tornaconto personale. Sono attaccati ai loro possedimenti e non hanno un rapporto libero con Dio: lo temono e non sanno bene cosa prepari loro nel futuro. Nelle istituzioni del Vecchio Testamento ci sono tre pilastri fondamentali: il sacerdozio, la monarchia e il profetismo. Va detto che il profetismo nel senso stretto della parola non è mai, in Israele, una vera istituzione, come la regalità e il sacerdozio: Israele può darsi un re, ma non può darsi un profeta; questo è un dono di Dio, oggetto di una promessa, ma accordato liberamente. Profeta si diventa per una speciale chiamata e iniziativa divina, non per designazione o consacrazione degli uomini. Ciascuno dei tre pilastri ha il suo luogo particolare: il sacerdote sta nel tempio, il re nel palazzo e il profeta nel mercato. Il mercato è il luogo in cui si raduna la gente povera, gli anali di Yahwé, coloro che sono stati scelti come popolo santo. Nessuno conosce gli umori del popolo di Israele come il profeta. Il re, dal lusso del suo palazzo e il sacerdoti, dall´alto del tempio, ricevono solo voci di seconda mano. Il loro mondo è ovattato dalla barriera del prestigio, che crea separazione, dell´essere una classe eletta (che crea snobbismo) e del lusso (che anestetizza la coscienza). Delle tre istituzioni di Israele solamente la profezia non dipende da legami familiari. È dono gratuito di Dio. Dio sceglie in modo umanamente pazzesco, senza badare al blasone, alla cultura, alla classe sociale. È per questo che i profeti sono la linfa vitale di Israele. La maggioranza di loro, dopo essere stati isolati, criticati e perseguitati, hanno subito il martirio. Ma hanno custodito sempre il loro elemento caratteristico: la libertà esteriore di dire ciò che pensano, quella interiore di essere in pace con Dio, e quella “ecologica” di essere in pace con le cose del mondo. Il ritratto del profeta del Vecchio Testamento, lo ritroviamo, aggiornato e riveduto dallo Spirito Santo, nel Vangelo di Marco. I discepoli sono i nuovi profeti, gli annunciatori del Regno che viene. Anch´essi godono della stessa libertà di Amos. Non hanno bisogno di due bastoni o due tuniche, non cercano di essere approvati dagli ascoltatori, ma annunciano con libertà e letizia che il Regno è vicino, hanno un rapporto di profonda amicizia con Gesù, che considerano Amico, Messia e Signore. Potremmo dire che in più hanno la dimensione carismatica: guariscono gli infermi e scacciano i demoni. Soprattutto hanno potere sugli spiriti impuri: è un dettaglio importante ed è l´unica motivazione del loro invio. È vero, anche Eliseo e qualche altro profeta hanno compiuto qualche segno, ma il nuovo potere di scacciare i demoni è il sigillo evidente che la potenza di Dio è entrata nel mondo in modo nuovo. Nella persona di Gesù, il Cristo di Dio, e attraverso il potere della liberazione, comunicato ai discepoli, si rende presente il regno di Dio. Questi prodigi sono il segno che siamo entrati negli ultimi tempi. Gesù è la manifestazione ultima di Dio: attraverso di lui si compie la nuova ed eterna alleanza (non occorre aspettarne altre). Anche la seconda lettura, in un certo modo, segue lo stesso filo delle altre due. Dio ci ha scelto per la vocazione profetica, in virtù del nostro Battesimo, non a causa della nostra appartenenza a qualche casato o perché abbiamo qualcosa in più degli altri. La sua chiamata è totalmente libera e gratuita, come quella di Amos. Ci ha predestinati ad essere più che profeti: figli adottivi. Scrive Paolo: “Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità”. La differenza tra pegno e caparra sta nel fatto che il primo può essere qualsiasi oggetto dato per avere in cambio del denaro, mentre la seconda è una parte del dono finale. La caparra è della stessa natura del full payment. Il pegno no. La gioia che i cristiani possono sperimentare in questa terra è della stessa qualità di quella che avranno in cielo. L´unica differenza è la quantità: in questa vita ne riceviamo solo qualche briciola, in Paradiso la vivremo al 100%. In conclusione, anche noi, come Amos, Paolo e i discepoli del Vangelo odierno, siamo stati chiamati da Dio a testimoniare la sua Parola. Anche a noi viene conferita la triplice dignità: sacerdotale, profetica e regale. Primo: si tratta di un sacerdozio diverso, rispetto al Vecchio Testamento. Possiamo rivolgerci al Padre direttamente. Non c´é più il velo del tempio che ci separa da Dio. Nel Corpo di Cristo abbiamo accesso al cuore del Padre. Direttamente. Secondo: si tratta di una regalità diversa rispetto a quella di Geroboamo: possiamo servire Dio e i fratelli. “Servire Dio è regnare”. Terzo: si tratta di una profezia diversa e nuova. Possiamo testimoniare con la vita. Qualche volta (ma solo qualche volta) anche con le parole. Mentre la profezia di Amos era tutta imperniata sul parlare, noi siamo chiamati a manifestare con la condotta il nostro essere scelti, figli, eredi, predestinati.

domenica 8 LUGLIO 2018      notizia del 07/07/2018

Commento alla XIV Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 6,1-6) : Chiamati da Dio a realizzare la propria vocazione SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Il racconto della vocazione di Ezechiele è, in sostanza, la storia di ogni vocazione a diventare profeta. Il profeta è per definizione una persona scomoda, che pronuncia parole scomode, e vive coerentemente alle parole che pronuncia. E dunque compie gesti che quantomeno fanno pensare...O, meglio, facevano pensare, in passato. Oggi neanche un profeta lo ascolta più nessuno... Con questo clima di generale indifferenza, non c´è da stupirsi che neanche i profeti trovino seguito tra il popolo; men che meno tra coloro che abitano i palazzi del potere, politico, o religioso che sia. Perché la categoria del profeta è valutata in senso negativo: profezia e sventura vanno a braccetto. Sarà questo stereotipo, sarà perché c´è inflazione anche di profeti e, si sa, l´inflazione ne diminuisce il valore. A proposito di stereotipo del profeta, è necessario precisare che, secondo la Bibbia, un profeta che non annunci l´avvento di una qualsivoglia salvezza, non è un vero profeta, comunque non lo è secondo Dio. La volontà di Dio è sempre una volontà di bene, di liberazione. Fatto sta che il mestiere del profeta non garantisce il pane quotidiano: i profeti dell´AT conducevano quasi sempre una vita poverissima; letteralmente mendicavano il pane. Ma anche dal NT sappiamo che il profeta non se la passava bene, non per necessità, ma per scelta: un esempio per tutti, Giovanni il precursore, il quale viveva nel deserto, vestiva pelli di cammello, mangiava locuste e miele selvatico... E inveiva contro tutti: “Razza di vipere!” La vocazione del profeta e, in generale, il mestiere del predicatore non paga mai. Non lasciatevi ingannare dagli odierni telepredicatori americani! Intendo i predicatori del Vangelo, i quali, in tanto annunciano il Vangelo, in quanto lo vivono radicalmente. Dirò di più: il primo annuncio avviene attraverso il comportamento, il modo di vivere, che colpisce, incuriosisce, attira e suscita il desiderio di ascoltare, e magari, anche, di imitare colui che predica. Tornando alla prima lettura, tanto per ripassarvi la lezione, Ezechiele è quello che a nome di Dio annunciò al popolo di Israele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.” (cfr. 36,26-27): la famosissima profezia che si legge la notte di Pasqua. Venendo alla Rivelazione cristiana, uno degli esempi più autorevoli di cosa e di come si predica resta ancora e sempre san Paolo; il brano che la liturgia di oggi propone alla nostra riflessione, tratto dalla seconda lettera ai cristiani di Corinto, è una confessione intima dell´apostolo; questa spina che un messo di satana gli ha conficcato nella carne non si sa di che natura sia: una malattia? un handicap fisico? una tendenza sessuale? certo, era qualcosa di serio e di ineliminabile, contro il quale dovette sempre combattere. Sappiamo che Paolo aveva un temperamento acceso, non era propriamente un diplomatico; da questo punto di vista risponde bene all´identikit del profeta, il quale non usa mezzi termini, non è politically correct; e non esita a indicare i rimedi estremi, a quelli che secondo lui sono mali estremi. L´apostolo dei lontani è ossessionato dalla superbia - in appena tre righe la cita due volte -, contro la quale lotterà tutta la vita, mantenendo sempre una bassa, molto bassa autostima. Evidentemente (san Paolo) non fu mai in grado di archiviare del tutto il passato di persecutore e nemico acerrimo dei cristiani; chiamava se stesso l´infimo degli Apostoli, addirittura un aborto... Ma forse c´era dell´altro, che rendeva così negativa la sua percezione di sé. In questa convinzione di essere l´ultimo in classifica tra i testimoni di Cristo, Paolo approdò ad una rivelazione che accese una luce non solo nella sua vita e nel suo ministero, ma che può riscattare la vita di tutti, a cominciare dalla nostra: “Ti basta la mia grazia - gli disse il Signore -; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.”. Ecco la grande rivelazione per Paolo, e per noi! San Giovanni sottolinea lo stesso principio teologico nella sua prima lettera, al cap. 3: “Qualunque cosa il vostro cuore vi rimproveri, Dio è più grande del vostro cuore.” La sfida è quella di imparare ad integrare le nostre debolezze, le nostre fragilità, nella vita fisica, nei nostri affetti, a scuola, nel lavoro... Fragilità e debolezze non vanno demonizzate, non vanno vissute come un corpo estraneo, come un virus, come una malattia, come una disgrazia, qualcosa che ci rende meno uomini e meno donne... Ma questo non significa arrenderci e lasciare che i nostri lati peggiori si manifestino, senza provare almeno a lavorarci su. Vedete, una fragilità può suscitare in noi due reazioni opposte; la prima è quella di fissarvi lo sguardo in modo ossessivo, malato, vivendola come una sorta di marchio di fabbrica; l´esito è fatale: ci si annega dentro! nessuno potrà aiutarci. Per noi non c´è redenzione! Ne siamo convinti, lo abbiamo già deciso! E se non c´è possibilità di redenzione, allora non la cercheremo neanche! E a chi ce la offre, fosse anche Dio, non gli crederemo. La seconda reazione alle fragilità è quella di chi, divenutone consapevole, alza lo sguardo e lo rivolge a Dio, come ha fatto san Paolo. E da Dio attende e riceve l´aiuto necessario per portare a compimento la missione ricevuta, o, più in generale, per realizzare la propria vocazione. Punto di partenza per affrontare il cammino della redenzione è diventare consapevoli dei nostri punti deboli; così come è necessario conoscere le nostre doti. Conoscete la regola del funambolo? Immaginate una corda tesa, e noi che ci camminiamo sopra: il segreto è l´equilibrio; e per mantenere questo equilibrio precario, è necessario tenere saldamente tra le mani un bilanciere munito di pesi: da una parte collochiamo i pregi, dall´altra i difetti: se perdiamo di vista i difetti, saremo vittime della superbia; se invece trascuriamo i pregi, cadremmo nel vizio opposto, l´avvilimento e il disimpegno. Benvenuti al circo della vita! Signore e signori, andiamo a incominciare! o, come dice una famosa canzone dei Queen: “The show must go on!”.

DOMENICA 1 LUGLIO 2018      notizia del 30/06/2018

Commento alla Domenica: Una fede che da vita ( Mc 5,21-43) SS. Messe h.9.00 - 11.00 e 19.00 La Prima Lettura di oggi ci assicura che Dio ha creato ogni cosa per la vita e non gode della morte e della disfatta soprattutto dell´uomo. E del resto le pagine della storia della salvezza delineate nella Scrittura ci ragguagliano sull´intervento di Dio a favore del suo popolo e dell´uomo singolo: ogni cosa è preziosa e non è interesse del Signore che vada perduta. Questo legittima allora che Dio possa intervenire a vantaggio del cosmo e dell´uomo per il tramite di parecchie vie, quelle ordinarie come anche quelle straordinarie. Quindi che Dio possa anche operare nella forma sovrannaturale. Che cos´è il miracolo? I teologi lo definiscono pressappoco come un evento di natura trascendente che provoca una momentanea interruzione dell´ordine della natura. Un intervento divino sovrannaturale che irrompe improvviso nell´ordinario della vita umana per turbarla lo spazio di un evento. Che il miracolo sia possibile lo dimostra il fatto stesso che è radicato nella cultura dell´uomo di tutti i tempi e che in ogni civiltà ed etnia si è parlato almeno una volta di un fatto sovrannaturale. Il miracolo è dunque possibile abbandonando la prospettiva propriamente umana e assumendo la posizione di Dio: lo si può accettare se si accetta che Dio esiste e provvede al meglio, come provvidenza e misericordia, al beneficio dell´uomo. E di conseguenza il miracolo non può essere concepito al di fuori di un discorso di fede. E´ infatti in conseguenza della disponibilità umile dell´apertura del cuore, del suo credere e affidarsi, del suo donarsi incondizionato a Dio, che è possibile essere destinatari di un evento straordinario. In altre parole, non avviene miracolo alcuno se non in conseguenza della fede e della buona disposizione, e del resto questa certezza ci proviene oltre che dalle pagine evangeliche anche dall´agiografia di tanti santi e uomini illustri di spiritualità. In relazione all´atteggiamento e alle opere di Gesù, ogni miracolo però non è tale se non contiene un messaggio o un´indicazione pedagogica: ogni volta che ne viene realizzato uno, esso è accompagnato da un significato preciso che riguarda la persona stessa di Gesù, il suo messaggio, la sua opera di salvezza. Anzi, sempre i teologi del miracolo hanno affermato che, prima ancora delle sue stesse opere prodigiose, Gesù è stato egli stesso un miracolo. Un evento cioè sconvolgente e turbativo dell´ordinario in quanto Verbo fatto carne da una vergine, morto, risorto e asceso al Cielo, che contrassegna la grande opera prodigiosa di cui è capace Dio Padre. Cristo è il primo Miracolo e ci parla di sé attraverso i miracoli. Nella pagina del Vangelo di Marco che ci viene proposta adesso, Gesù ha davanti a sè prima un uomo disperato e sconvolto che teme per la vita della sua figlioletta, poi una donna gravemente malata da dodici anni, quindi una bambina (la stessa figlia di Giairo) giacente senza vita su un letto. E fatta eccezione per la folla di increduli che si trova al capezzale della piccola, si trova un filo che lega tutti i personaggi: la fede. Al pover´uomo che chiede l´intervento di Gesù sulla figlia, questi raccomanda le condizioni fondamentali per essere graditi a Dio soprattutto a proposito dei benefici soprannaturali: “Non temere, soltanto abbi fede”. Lo convince cioè a non aver paura della morte, a non lasciarsi sorprendere dal timore dell´irrimediabile, ma ad aprire il cuore limitando la razionalità per non darla vinta al dubbio e all´arrendevolezza gratuita. Deve avere fede, cioè credere e affidarsi senza riserve a Colui che non è vincolato dai limiti circoscritti delle potenzialità dell´uomo, ma che le trascende e le prevarica. Insomma deve credere in Colui che può tutto. Alla donna emorroissa che sgomita fra la folla per lambire anche solo il lembo del suo mantello, Gesù elogia la fede con la quale non ha esitato a toccare la sua veste senza neppure la necessità di conferire con lui e appunto questo eroismo di apertura di cuore le guadagna la guarigione che la scienza non era mai stata in grado di assicurarle. La fede del padre della bambina, anche se vista in modo un po´ più blando e indiretto, ottiene che la piccola si ridesti e cammini, prendendo regolarmente cibo. I due miracoli di cui si parla oggi, come tutti gli altri compiuti da Gesù, contengono un messaggio ben definito al quale accennavamo poco prima: il Figlio di Dio fatto uomo è la via, la verità e la vita (Gv 14,6), nonché vita eterna origine e fine ultimo della cose. Egli quindi è la risurrezione e la vita, che toglie spazio al dolore e all´imprevisto pauroso della morte, essendo egli stesso risuscitato e avendoci chiamati a nuova vita e ha ragione sul dolore e sulla malattia, poiché egli ha preso su sé le nostre infermità (Is 53, 4). Quanto alla morte, Cristo risusciterà per toglierle potere e per definire anche per noi la vita per sempre, a dispetto delle apparenze della disfatta del corpo. In Gesù, che stramazzerà di dolore sulla croce, la sofferenza e la malattia acquistano il loro senso, perché diventano opportunità di condivisione del nostro dolore con il suo e ci immettono nello stesso mistero di redenzione che lui stesso opera sul legno per il riscatto dell´umanità. In più, il dolore e la malattia, seppure compagni scomodi e lancinanti, diventano pesi sempre meno gravosi quando vengono sopportati nella fiducia e nella speranza; quando nella prova ci si sente sostenuti dallo stesso Signore Crocifisso e Risorto. Cristo patisce con noi, ci dona forza, fiducia, conforto e allevia sempre le nostre pene nel patire, anche quando il dolore non si estingue. Nella sofferenza si accresce la speranza e il coraggio e la fortezza ci aiuta a superare prove e smarrimenti. La fede ci permette di vederlo presente di un´attualità reale e consolidata, ci permette di scorgere la sua presenza e tutte le garanzie ad essa correlate. Nei miracoli descritti dal brano evangelico odierno, Gesù si configura come il Crocifisso Risorto e il suo messaggio è per l´appunto quello della fede da ravvivare in lui, nella quale prende corpo e si sviluppa la speranza. Chissà poi che la nostra fede non sia talmente forte e categorica da meritare anche ai nostri giorni una guarigione del tipo di quella descritta o anche una resurrezione da morte? Anche se va non vanno omesse prudenza e circospezione nell´interpretazione dei presunti episodi soprannaturali, d´altra parte non è assolutamente da mettere in discussione la possibilità che un evento straordinario possa verificarsi anche ai nostri giorni e sarebbe per noi un monito, oltre che un suggello di fede. Nulla vieta che noi possiamo sperare anche in un evento prodigioso, fatta salva la libertà decisionale di Dio. Ci sovviene un´altra riflessione osservando le protagoniste di questi eventi miracolosi. L´emorroissa soffriva da dodici anni di un´infermità grave che peraltro comportava anche una certa sorta di impurità. La bambina dormiente che si risveglia ha dodici anni. Come affermano non pochi commentatori, “dodici anni” nell´antichità giudaica è il tempo della maturità umana, l´età propizia per interagire socialmente e per dischiudersi alla prospettiva futura del fidanzamento e del matrimonio. Potremmo affermare che in dodici anni la donna affetta dal male ha potuto maturare nella conoscenza della misericordia di Dio e adesso la sua fede la rende pronta a rendere testimonianza di tale amore e di tale misericordia. La malattia l´ha visibilmente fatta crescere nella fede per l´esperienza liberatoria di donna emancipata e protagonista secondo il Signore. La bambina ricuperata alla vita da Gesù... è pronta per la vita e per le relazioni, ciò però non senza l´apporto della compagnia del suo guaritore. Anche la dodicenne si prodigherà per la testimonianza e per l´annuncio della misericordia e si farà forte di una fede radicata e indiscussa. Come avevo detto in precedenza, il vero miracolo è Gesù stesso. Ravvivare in noi una fede attenta per lo sviluppo di una vera speranza è l´ulteriore miracolo che lui vorrebbe compiere ogni giorno e al quale non dovremmo recalcitrare.

VENERDI´ 29 GIUGNO 2018      notizia del 28/06/2018

Ricordo che domani, con la prefestiva di questa sera h.19.00, si celebra la solennità dei patroni di Roma: SS. Pietro e Paolo e, rispondendo alla varie telefonate è , per i romani che lavorano e vivono a Roma, giorno di precetto. SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Il 29 giugno a Roma si festeggia ogni anno i Santi Pietro e Paolo, patroni della Città eterna. Le Origini della Festività Questi due giudei, molto diversi tra loro per origine e formazione, non sono i primi seguaci di Gesù ad essere arrivati nella capitale, ma piuttosto i due apostoli (termine, derivato dal greco, che significa inviati) che proprio a Roma furono uccisi per essersi fatti annunciatori del nuovo messaggio, divenendo così martirivittimi dalle persecuzioni anticristiana di Nerone. Si dice che Pietro fu crocifisso la testa in basso nel´64 d.C. e che Paolo venne decapitato nel´67. Più precisamente, Pietro fu crocifisso a testa in giù in Vaticano, Paolo fu decapitato nell´attuale zona delle Tre Fontane. Dai tre rimbalzi che fece il suo capo mozzato sgorgarono tre fonti e successivamente vennero edificate tre chiese. Storicamente, Le date di morte dei due apostoli e delle persecuzioni di Nerone non potevano essere il 29 giugno del 67, i due Santi non furono in effetti contemporaneamente martirizzati in tale data. In realtà, questa data del 29 giugno è legata all´antica festività romana del Quirino (divinazione e festa romana che celebrava i due gemelli Remo e Romolo). Col tempo i due apostoli furono considerati anche loro i fondatori della nuova Roma. Infatti papa Leone Magno, verso la metà del secolo V, si rivolse in un sermone pronunciato in occasione di questa festa, a Roma personificata ricordandole che gli apostoli le avevano portato il Vangelo di Cristo, trasformandola da maestra di errore in discepola di verità. Quelli sono i santi padri tuoi e i veri pastori che ti fondarono, molto meglio e molto più felicemente di coloro per opera dei quali fu stabilita la prima fondazione delle tue mura, rammentando che Romolo aveva macchiato la nascita della città col sangue fraterno. I due martiri vengono così a costituire le due colonne portanti della Chiesa: Pietro per aver ricevuto le chiavi del regno dei cieli da Cristo risorto, Paolo per essere l´apostolo dei Gentili. Riti e tradizioni La festività sarebbe celebrata dal 258. Fino ai primi decenni del ‘900 il 29 giugno si faceva festa grande, a Roma, con le classiche scampagnate fuori porta: presso le osterie e le fraschette si poteva mangiare pagando solo lo scommido all´oste e portandosi da casa il fagotto. San Pietro e San Paolo sono citati nei giochi dei ragazzini romani dell´800. Alcuni di loro, prendendosi per mano, cantavano: San Pietro e San Paolo, opritece le porte!. E un´altra coppia di ragazzini, i due capi-gioco sorteggiati, dopo aver deciso, in segreto tra di loro, due parole d´ordine, ed abbinatele sempre in segreto all´Inferno una ed al Paradiso l´altra, presisi anch´essi per le mani ed alzate le braccia ad arco, rispondevano: Le porte stanno aperte pe´ cchi ce vòle entra´! (un gioco che ricorda l´eterna contraddizione tra il Paradiso e il fatto di essere imprigionato in inferno). Al giorno d´oggi, ufficialmente, La celebrazione della festa patronale di Roma comincia la sera del 28 giugno, nella Basilica Vaticana, quando la statua di San Pietro viene vestita da pontefice. Un´altra tradizione ci viene del 1868 quando papa Pio IX affidò l´Abbazia ad una compagnia di frati Trappisti, i quali, dopo aver bonificato la zona dalla malaria, vi piantarono una gran quantità di eucalipti, allora ritenuti una barriera al diffondersi della malaria, costituendo così un celebre e salubre bosco, mèta delle scampagnate dei romani che qui venivano a godere sia della pace e della bellezza del luogo, sia delle rinomate specialità dei frati come il cioccolato ed il liquore ricavato dalle foglie di eucalipto. Un´antica tradizione dei romani era quella di recarsi di buon mattino presso i frati Trappisti per gustarsi una rosetta (pane tipico di Roma) riempita di una buona dose di cioccolato caldo. Da quel giorno, andare all´Abbazia delle Tre Fontane il 29 giugno è una tradizione da non perdere. Ai secondi vespri, chiamati dai romani familiarmente vesperoni, infatti la statua di San Pietro, di Arnolfo di Cambioera vestita con gli abiti solenni del pontefice: l´amitto (un liturgico panno di lino rettangolare da indossare sulla testa), la stola, il piviale (mantello) rosso, la tiara sul capo e l´anello al dito. In sua presenza si benedivano i pallii, che il giorno dopo sarebbero stati donati dal Papa a patriarchi, vescovi e metropoliti nominati in occasione della ricorrenza. Il Palio rappresenta l´unione tra la Chiesa Universale e quelle locali. Il Papa bacia poi il piede della statua di bronzo di San Pietro, adornata con il "piviale" rosso. Ogni 29 giugno, al tramonto si svolge anche una processione, che ha come particolarità quella di portare una reliquia di San Paolo: la sua catena composta da 14 anelli di ferro, attualmente custodita nella basilica di San Paolo Fuori le Mura (così come la catena di San Pietro è custodita in San Pietro in Vincoli, dove si possono anche ammirare la meravigliosa tomba di Giulio II° ed il Mosè, entrambe opere di Michelangelo). Dopo il tramonto la cupola della basilica di San Pietro è illuminata a giorno da decine di fiaccole, mentre sopra Castel Sant´Angelo vengono fatti esplodere i fuochi d´artificio. Visto che il 29 era però prevalentemente dedicato a San Pietro ed alle funzioni religiose, si decise di onorare San Paolo il 30 Giugno ed era, questa, una giornata esclusivamente dedicata alle scampagnate ed ai festeggiamenti.

DOMENICA 24 GIUGNO 2018      notizia del 23/06/2018

Commento alla liturgia della Domenica: solennità della Natività di S. Giovanni Battista ( Lc 1,57-66.80) SS: MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Diede alla luce un figlio Il racconto che Luca ci trasmette dell´annuncio e della nascita del Battista andrebbero letti in parallelo con gli stessi racconti che riguardano Gesù, non è il susseguirsi cronologico quanto il loro significato teologico che dovremmo considerare. All´annuncio a Zaccaria (Lc 1,5-25) fa eco quello a Maria (Lc 1,26-38), alla nascita di Giovanni (Lc 1,57-66) corrisponde la nascita e la circoncisione di Gesù (Lc 2,1-21), col cantico di Zaccaria (Lc 1,67-80) risuona quello di Simeone (Lc 2,29-32): il sole sorge dall´alto è luce per rivelarti alle genti; di Giovanni si dice che cresceva e si fortificava nello spirito (Lc 1,80) mentre di Gesù: cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui (Lc 2,40); meraviglia, stupore, timore sono suscitati nella gente in entrambi gli avvenimenti (Lc 1,65-66 e 2,18-19). Giovanni è Precursore dapprima della sua nascita; quanto è avvenuto nel tempio a Zaccaria è già annuncio della venuta del Signore, Dio ha posto fine alla nostra sterilità ci ha reso fecondi, ci conduce al battesimo al Giordano (Lc 3, 21-22) in cui è manifestato lo Spirito e ricevuto la conferma del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l´amato: in te ho posto il mio compiacimento». Il nostro itinerario di fede ha bisogno di confrontarsi con il Battista, passare attraverso il deserto in un impegno di conversione per il perdono dei peccati (Lc 3,3), per scoprire il senso di appartenenza alla famiglia umana e la necessità della comunione: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11). Otto giorni dopo Il racconto della imposizione del nome è molto singolare, e per alcuni aspetti buffo, tanto da suscitare riflessioni anche al nostro tempo: la dinamica tra tradizione e novità, la condizione femminile, la relazione con i portatori di disabilità. Volevano chiamarlo con il nome di suo padre per seguire la logica del tradizionalismo, del “si è fatto sempre così”, per mantenere le cose come sono, come se la storia non camminasse, come se la Promessa e ogni Benedizione rimanessero cristallizzate nel passato, come se nella storia Dio non avesse offerto prospettive e speranze. Il tradizionalismo è la negazione dell´azione di Dio nel tempo, mentre il fare memoria chiede di ritornare sempre alle radici con grande rispetto per trovarvi stimoli e indicazioni per camminare avanti, crescere e rinnovarci. Rinnovarci è accogliere ogni giorno il dono di Dio che ogni giorno ci accompagna. Volevano portare Elisabetta e Zaccaria a trattare quella nascita come un evento qualsiasi senza riconoscere in esso la presenza decisiva del Signore. Con lo stile deciso e delicato che ci sta trasmettendo Papa Francesco bisogna resistere a tutto ciò che vuole fare della Chiesa, e del clero in particolare, una combriccola di gente che, tradendo Cristo ed il Vangelo, sostituisce l´uno e l´altro con le proprie fisime, ammantandole di sacralità falsa. (Nunzio Galantino 23.12.14) Ma sua madre intervenne per dare il nome al bambino che non viene presa in considerazione, anzi contestata. La tradizione prevedeva che il padre del bambino desse il nome al figlio seguendo la consuetudine della «discendenza». Il figlio è proprietà del padre, suo è il seme, la donna ha solo una funzione strumentale. Anche se la storia e la scienza ci hanno portato a capire altro ancora c´è molto da fare nel mondo perché il genio femminile sia rispettato e valorizzato. Allora domandavano con cenni a suo padre, cosa strana visto che è scritto che divenne muto e non sordo. Purtroppo, è assai difficile comportarsi normalmente con chi ha delle disabilità, come se un deficit rendesse tutto il suo essere incapace, fino a negare la possibilità di intendere e di volere. «Giovanni è il suo nome». Il nome indica la persona, il suo unico ed irripetibile valore. Noi non “ci chiamiamo”, “siamo chiamati” dagli altri, siamo il frutto di una relazione, di cui il nome è espressione. Il figlio di Elisabetta e Zaccaria non porta il nome del padre nella carne, ma di chi lo ha generato in forza della Promessa: «Giovanni», che significa «Dio fa grazia» o «Dio fa misericordia». Ogni nome deriva da Dio: solo in Lui l´uomo comprende il valore della esistenza che ha ricevuto. Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia.... E implica una risposta personale, non presa a prestito, con un “copia e incolla”. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. (Francesco, 18 aprile 2018)

DOMENICA 17 giugno 2018      notizia del 16/06/2018

Commento al vangelo della domenica( Mc 4,26-34):Eliminare il sentimento della nostalgia: perché con la nostalgia, nella vita di fede, non si va affatto lontano. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La nostalgia è un sentimento molto particolare. Formalmente, da un punto di vista puramente etimologico, è un dolore: è il dolore “da ritorno”, il dolore che l´animo prova quando rivive con la mente situazioni passate piacevoli che ora non ci sono più, oppure si manifestano in modo diverso, talmente diverso che non le riconosciamo più, non le sentiamo più “nostre”, per cui nasce dentro di noi un disagio profondo, perché le cose di prima ci piacevano tanto e adesso che non ci sono più, facciamo fatica a trovare un senso a ciò che facciamo. Ancora peggio, quando la nostalgia ci colpisce non tanto per via delle cose, quanto delle persone che non ci sono più. Se la nostalgia è fondamentalmente un dolore in ambito psicologico o antropologico, in ambito evangelico - o meglio in ambito ecclesiastico - è una vera e propria rovina... Ed è un sentimento molto diffuso, più di quanto si creda, anche perché spesso neppure ci accorgiamo di esserne pervasi, perché s´insinua in noi in maniera tutto sommato anche “innocente”, innocua, priva di malizia. E si manifesta in molte forme, alcune eclatanti, come quelle di un ritorno al passato attraverso la riscoperta (o meglio la riesumazione) di liturgie veterotestamentarie, di paramenti preconciliari, di formule eucologiche (preghiere) che emanano più fumo che sostanza, di concetti catechetici rassicuranti perché basati su risposte certe e precise a domande che toccano il nostro vivere quotidiano - soprattutto quando accadono fatti drammatici - e via discorrendo. Tutto quanto, riconducibile ad alcune semplici affermazioni, spesso sulla bocca di ognuno di noi, chi più chi meno: “Dove siamo andati a finire! Si è perso tutto quello che c´era una volta! Non c´è più religione, e nemmeno la fede!”. Senza tener conto, poi, di tutte quelle conseguenze che ne derivano, ovvero la ricerca delle cause di questo crollo, imputabili quasi sempre a fattori esterni a noi, a colpe che vengono da fuori: a buon intenditore, poche parole... Mentre se sapessimo guardare dentro di noi, non solo non daremmo la colpa del crollo della fede o della perdita delle “cose di una volta” a situazioni, fatti o persone che vengono da fuori (il problema è quello che viene da dentro di noi, dalla nostra indifferenza verso le cose di Dio), ma anche scopriremmo che, in fondo, non si è perso proprio nulla. Forse le cose non si manifestano in maniera così eclatante, pomposa, gloriosa e quantitativamente numerosa come prima: ma dentro di noi, dentro la vita della Chiesa, dentro le nostre case, dentro le quotidiane storie di vita familiare, di vita lavorativa, di vita sociale, di amicizie e legami che si fanno e si disfanno, c´è un segno di vita e di speranza che non si perde mai, c´è qualcosa di piccolo e insignificante che è visibile solo agli occhi della fede e del cuore, che ha il potere di impedire alla fede, alla religione e comunque più in generale ai valori della vita, di andare perduti. E questo piccolo segno di vita ha le fattezze di un seme. Piccolo o grande che sia, un seme ha dentro di sé una potenzialità enorme: da qualcosa di microscopico, gettato in terra, squarciato dal suo involucro, emerge la capacità di germogliare, di crescere, di produrre spontaneamente (spontaneamente, cioè senza che facciamo qualsiasi cosa per diventare matti ad avere gente, soldi e strutture) prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco, per poi farci sperimentare la gioia del raccolto. Purché sia un seme, non ha alcuna importanza che sia piccolo o grande. Anzi, secondo la logica del Vangelo, più è piccolo e più ha la possibilità di diventare grande, il più grande di tutti gli ortaggi di quell´orto, di quel giardino che domenica scorsa avevamo perduto per colpa della disobbedienza e dell´incoerenza del primo uomo e della prima donna. Anche loro avevano cercato di incolpare qualcun altro del loro peccato e della perdita della fede in Dio: in realtà, non si sono accorti che il seme di vita che avevano dentro era ancora vivo, era opera e proprietà di Dio, e non andava mercanteggiato con nessuno, neppure col demonio. Anche loro hanno perduto l´Eden, eppure (felice colpa!) per via del loro peccato l´umanità ha sperimentato la storia della salvezza. E noi abbiamo nostalgia dei tempi passati? E noi abbiamo paura di perdere la fede? E noi abbiamo paura che qualcuno ci porti via la nostra religione? E noi temiamo che i cattivi prevalgano sui buoni? Beh, se la pensiamo così, vuole dire che abbiamo ancora tanta strada da fare, prima di scoprire la potenza di ciò che Dio ha seminato nel nostro cuore! Facciamola, questa strada: chi mai ha fretta di arrivare a comprendere subito i misteri del Regno? Non ci erano arrivati nemmeno i nostri padri, quelli che vivevano in quei “bei tempi” che oggi sono andati perduti, perché dovremmo riuscirci noi, subito, senza fatica, in maniera gloriosa ed eclatante? L´importante è eliminare il sentimento della nostalgia: perché

DOMENICA 10 GIUGNO 2018      notizia del 09/06/2018

Commento della domenica : Appartenere alla famiglia di Dio seguendo gli esempi di Gesù (Marco 3,20-35) SS. Messe h. 9.00 - 11.00 - 19.00 In questi testi notiamo due opposizioni; quella di Gesù con i suoi parenti (all´inizio e alla fine) e l´aspro contrasto con gli scribi (al centro). Vediamo brevemente quello con gli scribi; essi accusano Gesù di operare prodigi per mezzo del capo dei demoni. È assurdo: danno a Dio dell´indemoniato, lo trattano ostilmente, calunniandolo e maltrattandolo. E Gesù, con grande pazienza, cerca di farli riflettere: come potrebbe andare avanti un regno diviso in se stesso? Questo è un principio universale; come si può reggere se si è “separati” in casa? Come può sussistere una comunità, un gruppo di amici, un presbiterio (=insieme dei sacerdoti) se si è divisi? Persino il diavolo non potrebbe fare niente se, tra diavoli, non fossero uniti nel desiderio del nostro male. Perciò Gesù dice che la liberazione dal male che compie è segno che è arrivato Colui che è più forte del male. E poi parla della bestemmia contro lo Spirito Santo che non sarà mai perdonata; egli intende quell´indurimento estremo di cuore che ti porta a negare l´evidenza e a chiuderti ostinatamente e orgogliosamente alla verità. E se uno si chiude così, neanche Dio può farci nulla, un po´ come diceva S. Agostino: il sole brilla su tutte le case, ma entra se uno apre dall´interno le finestre. Andiamo ora all´incomprensione dei parenti. Anzitutto, per comprendere meglio, dobbiamo tener conto che all´epoca di Gesù la famiglia era il riferimento-base dell´individuo per l´inserimento nella vita sociale: tu ti presentavi al mondo come parte della tua famiglia e avevi la considerazione sociale a seconda della famiglia di appartenenza (ad esempio, ti riconoscevano come figlio di Tizio, che fa questo mestiere, dunque tu “vali” a seconda del livello sociale della tua famiglia); non solo, ma spesso la famiglia era anche luogo di lavoro (proseguivi l´attività del padre) e di sostentamento (abbandonarla significava rischiare il futuro), ed eri tenuto a proseguire l´attività della famiglia, dando il tuo contributo e provvedendo ai tuo genitori nell´anzianità. Gesù “rompe” con queste norme sociali; rinuncia a tutto per l´annunzio del regno di Dio, vive in maniera itinerante, povero, chiama a sé dei discepoli (uomini e donne) che condividono il suo stile e “infrange” alcuni codici culturali e religiosi dell´epoca. Ora, Gesù si trova in una casa, non quella dei suoi genitori, dove sta insegnando; la casa appare qui come un luogo di insegnamento e di condivisione. Gesù secondo i “canoni” del buon senso comune, si comporta in modo strano, disonorevole; insegna in un luogo non adibito a ciò (era la sinagoga), a contatto con tante persone (magari c´era qualche impuro) e non si ferma neanche un attimo per mangiare. Per i parenti questo è troppo, è “fuori di sé”, e vanno a prenderlo. Non comprendono la sua missione e vorreb-bero fermarlo; questo nasce da una preoccupazione per lui (è l´atteggiamento tipico del difendere il “loro”), ma anche dal voler difendere se stessi: arrecare disonore a se stessi significava arrecare onore alla famiglia. I familiari non sono in aperta opposizione a Gesù, ma sono preoccupati che delle sue azioni o parole fuori posto (= contrarie alla Legge o alle regole di vita correnti) possano compromettere l´onore familiare (la gente che pensa?). La folla intanto gli stava seduta intorno. Gli dicono: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli, fuori, ti cercano». Madre e fratelli restano fuori: perché? La casa (in greco oikos) è immagine della casa dei discepoli, il luogo della comunità; è come se avessero difficoltà ad entrare nei discepoli. Non entrano: dovrebbero cambiare la relazione familiare, accettando di fare come Gesù, che “disonora” la famiglia secondo lo schema del tempo. Colpisce che tra essi Marco sottolinei che c´era anche “sua madre”. Ma come, la Madonnina? Eh sì, anche lei; anche la Madonnina ha fatto il suo percorso di fede, e ha faticato a comprendere Gesù; lei ovviamente non le era ostile, era solo umanamente preoccupata per lui e non capiva fino in fondo il suo stile, ma la sua grandezza è stata proprio nel suo essersi fatta sua discepola, nell´averlo seguito, ascoltando e praticando la sua Parola. E per chi è madre o padre, sa bene che ascoltare e seguire il figlio, rinunciando alla sua autorità su di lui, non è semplice. Quante volte anche oggi il seguire Gesù comporta incomprensioni a livello familiare; quanti giovani chiamati faticano anzitutto con i genitori che non ne capiscono la grandezza, quante persone che iniziano una conversione sono incomprese e sbeffeggiate: che il Signore dia loro la grazia di perseverare. E infine, nella sua risposta Gesù dice: Ecco mia madre e i miei fratelli: sono coloro che fanno volontà del Padre. Gesù qui ci mostra una nuova famiglia: quella della Chiesa, dei discepoli, che hanno un solo Padre, Dio, e uno stile di vita: fare la sua volontà. I legami familiari non sono esclusi, ma risignificati: Gesù sposta e allarga la famiglia da un piano naturale a un piano soprannaturale. Che bello sarebbe riscoprire l´appartenenza a questa grande famiglia; lavorare per formare comunità cristiane nelle chiese, che troppo spesso somigliano a dei grandi “distributori del sacro”, dove ognuno, dopo aver attinto, se ne va, solo come quando è arrivato! Chiediamo al Signore che ci aiuti ad essere e vivere come suoi veri familiari, portando nel mondo “lo stile alternativo” dei figli di Dio, la cui legge è l´amore.

3 Giugno 2018: CORPUS DOMINI      notizia del 02/06/2018

Commento alle letture della Domenica : Corpus Domini )Mc 14,12-16.22-26) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 -12.00 e 19.00 “Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue” Quest´anno la festa del Corpo del Signore mi coglie un po´ impreparato. È una festa a cui ci tengo moltissimo perché questa solennità mi ricorda il giorno che ho ricevuto la mia rima Comunione ...e non avevo ancora compiuto 6 anni!, eppure quest´anno viene in un periodo di tanti impegni che non mi permettono, purtroppo, di darle quello spazio di tempo che normalmente voglio dargli. Ho riflettuto su due cose, e qualcuno potrà dire: cosa si mette a fare le belle testimonianze oggi? Ebbene, sì. Magari non sarà bella, ma di sicuro proverò a condividere alcune cose che possono, credo, essere testimonianza. Sapete perché? Perché, sono convinto che parlare dell´Eucaristia è sempre un parlare di se stessi, è sempre un parlare di come vivo io, personalmente, l´incontro con il Signore nell´Eucaristia. Eh, si, nell´Eucaristia riceviamo né più né meno che Dio, ecco allora i due pensieri: Mi tormenta sempre un´osservazione che, quasi giustamente, sento dire da parte di alcune persone: “Padre, io faccio da tanti anni la comunione (o più precisamente, il termine adoperato è: “prendo”), eppure non è cambiato nulla. La mia perplessità sta proprio qui: perché l´Eucaristia non fa effetto, per lo meno effetto in certe persone e come si possono riconoscere questi effetti quando ci sono? O se volete, più da vicino, quali cambiamenti ha provocato/sta provocando in me il ricevere Gesù nell´Eucaristia? Ebbene, sono tanti anni che faccio la comunione, questa domanda me la devo/ce la dobbiamo fare. Vedete, l´Eucaristia, questa grandissima “invenzione” di Dio per rimanere con noi, non può non cambiarci, non può non iniziare in noi un cammino verso il meglio. Certo siamo deboli e magari le debolezze aumentano con il passare degli anni, ma qualcosa deve cambiare in noi, e se l´Eucaristia, cioè Dio, non riesce a cambiarci, quando riusciremo noi con i propri sforzi?... Mai! Allora, la domanda che dobbiamo farci è: ma io ricevo bene l´Eucaristia? Mi preparo per l´incontro reale con il Signore? Guardate, l´Eucaristia non fa il suo effetto in noi così automaticamente, senza che noi ci mettiamo la nostra parte. Come partecipo alla messa? Sapete, la migliore preparazione è quella del raccoglimento (il silenzio: rendersi consapevoli di ciò che facciamo: prima, durante e un po´ dopo la messa: che impatto dovrebbe avere quel libro del Card. Sarah: “La forza del silenzio”!) e soprattutto nell´ascolto della parola di Dio durante la messa. Guardate che l´ascolto della parola di Dio è ugualmente importante come il fare la comunione. Origene diceva: “così come ci preoccupiamo che non cada nessuna briciola del Corpo di Cristo, così dobbiamo preoccuparci che non cada nessuna briciola della parola di Dio che ascoltiamo durante la Messa”. Ma se noi siamo distratti, ma se noi chiacchieriamo durante la messa, come farà il suo effetto l´Eucaristia o la parola di Dio? Per la curiosità di qualcuno, la messa domenicale è valida se si partecipa (attenzione: se si partecipa attivamente, non solo se si “prende la messa”) dall´inizio alla fine; letture comprese: perché l´Eucaristia, la Messa è fatta di Parola di Dio e del suo corpo. Verificate Lc 24 o gli scritti di S. Giustino. È una frase di S. Paolo: “chi mangia o beve il corpo e il sangue di Cristo con peccato, mangia e beve la propria condanna”. Guardate che non ho intenzione di rimproverare nessuno, ma di richiamare tutti, me compreso, all´importanza dell´accostarsi all´Eucaristia con cuore adatto, anzi purificato dalla confessione. Cari miei, non si può fare la comunione con peccati! Esempi di peccati? Mah, tutti sappiamo che di peccati ne facciamo. Accenno solo: come fa a fare la comunione una persona che non viene a messa la domenica oppure che non prega regolarmente? Ricordo anche in questa occasione che non ci si confessa da soli, nemmeno noi preti!!! O tanti altri che fanno la comunione “di passaggio”, sia nel senso che “ah, già che ci sono”, sia nel senso di “quando capito in chiesa”. Oppure quando tutta la messa si sta a “chattare sul telefonino” o a chiacchierare con il vicino (magari criticando oppure sparlando) e poi, ad un certo punto si va a “prendere l´ostia”. Allora, se l´Eucaristia non fa il suo effetto, ci sarà un motivo: e questo riguarda tutti noi, preti compresi. Potrebbe essere utile ricordarci che la messa non la si fa, ma la si celebra. Così come nell´amicizia non si sta insieme perché si deve, bensì perché ci si vuole bene. Provate a preparare bene la messa domenicale, a preparavi bene per ricevere l´Eucarestia (non solo a prenderla come si prende un pesce, per esempio) e vedrete come cambierete... da dentro! Ed è la cosa più bella che ci può capitare: perché diventiamo nuovi, con un cuore nuovo, di carne, abbandonando il cuore di pietra dell´ipocrisia e dell´egoismo. L´Eucaristia ci cambia se lo riceviamo nell´ambito dell´amicizia con Dio, non per dovere! Chiediamo al Signore in questa eucaristia la grazia di saper sempre meglio accostarci all´Eucaristia. Non che poi sarà un premio per il nostro sforzo “autopurificativo”, ma perché sappiamo corrispondere all´amore immenso di Dio nascosto nell´Eucaristia con il nostro piccolo, ma pur concreto amore.

3 Giugno 2018: CORPUS DOMINI      notizia del 02/06/2018

Commento alle letture della Domenica : Corpus Domini )Mc 14,12-16.22-26) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 -12.00 e 19.00 “Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue” Quest´anno la festa del Corpo del Signore mi coglie un po´ impreparato. È una festa a cui ci tengo moltissimo perché questa solennità mi ricorda il giorno che ho ricevuto la mia rima Comunione ...e non avevo ancora compiuto 6 anni!, eppure quest´anno viene in un periodo di tanti impegni che non mi permettono, purtroppo, di darle quello spazio di tempo che normalmente voglio dargli. Ho riflettuto su due cose, e qualcuno potrà dire: cosa si mette a fare le belle testimonianze oggi? Ebbene, sì. Magari non sarà bella, ma di sicuro proverò a condividere alcune cose che possono, credo, essere testimonianza. Sapete perché? Perché, sono convinto che parlare dell´Eucaristia è sempre un parlare di se stessi, è sempre un parlare di come vivo io, personalmente, l´incontro con il Signore nell´Eucaristia. Eh, si, nell´Eucaristia riceviamo né più né meno che Dio, ecco allora i due pensieri: Mi tormenta sempre un´osservazione che, quasi giustamente, sento dire da parte di alcune persone: “Padre, io faccio da tanti anni la comunione (o più precisamente, il termine adoperato è: “prendo”), eppure non è cambiato nulla. La mia perplessità sta proprio qui: perché l´Eucaristia non fa effetto, per lo meno effetto in certe persone e come si possono riconoscere questi effetti quando ci sono? O se volete, più da vicino, quali cambiamenti ha provocato/sta provocando in me il ricevere Gesù nell´Eucaristia? Ebbene, sono tanti anni che faccio la comunione, questa domanda me la devo/ce la dobbiamo fare. Vedete, l´Eucaristia, questa grandissima “invenzione” di Dio per rimanere con noi, non può non cambiarci, non può non iniziare in noi un cammino verso il meglio. Certo siamo deboli e magari le debolezze aumentano con il passare degli anni, ma qualcosa deve cambiare in noi, e se l´Eucaristia, cioè Dio, non riesce a cambiarci, quando riusciremo noi con i propri sforzi?... Mai! Allora, la domanda che dobbiamo farci è: ma io ricevo bene l´Eucaristia? Mi preparo per l´incontro reale con il Signore? Guardate, l´Eucaristia non fa il suo effetto in noi così automaticamente, senza che noi ci mettiamo la nostra parte. Come partecipo alla messa? Sapete, la migliore preparazione è quella del raccoglimento (il silenzio: rendersi consapevoli di ciò che facciamo: prima, durante e un po´ dopo la messa: che impatto dovrebbe avere quel libro del Card. Sarah: “La forza del silenzio”!) e soprattutto nell´ascolto della parola di Dio durante la messa. Guardate che l´ascolto della parola di Dio è ugualmente importante come il fare la comunione. Origene diceva: “così come ci preoccupiamo che non cada nessuna briciola del Corpo di Cristo, così dobbiamo preoccuparci che non cada nessuna briciola della parola di Dio che ascoltiamo durante la Messa”. Ma se noi siamo distratti, ma se noi chiacchieriamo durante la messa, come farà il suo effetto l´Eucaristia o la parola di Dio? Per la curiosità di qualcuno, la messa domenicale è valida se si partecipa (attenzione: se si partecipa attivamente, non solo se si “prende la messa”) dall´inizio alla fine; letture comprese: perché l´Eucaristia, la Messa è fatta di Parola di Dio e del suo corpo. Verificate Lc 24 o gli scritti di S. Giustino. È una frase di S. Paolo: “chi mangia o beve il corpo e il sangue di Cristo con peccato, mangia e beve la propria condanna”. Guardate che non ho intenzione di rimproverare nessuno, ma di richiamare tutti, me compreso, all´importanza dell´accostarsi all´Eucaristia con cuore adatto, anzi purificato dalla confessione. Cari miei, non si può fare la comunione con peccati! Esempi di peccati? Mah, tutti sappiamo che di peccati ne facciamo. Accenno solo: come fa a fare la comunione una persona che non viene a messa la domenica oppure che non prega regolarmente? Ricordo anche in questa occasione che non ci si confessa da soli, nemmeno noi preti!!! O tanti altri che fanno la comunione “di passaggio”, sia nel senso che “ah, già che ci sono”, sia nel senso di “quando capito in chiesa”. Oppure quando tutta la messa si sta a “chattare sul telefonino” o a chiacchierare con il vicino (magari criticando oppure sparlando) e poi, ad un certo punto si va a “prendere l´ostia”. Allora, se l´Eucaristia non fa il suo effetto, ci sarà un motivo: e questo riguarda tutti noi, preti compresi. Potrebbe essere utile ricordarci che la messa non la si fa, ma la si celebra. Così come nell´amicizia non si sta insieme perché si deve, bensì perché ci si vuole bene. Provate a preparare bene la messa domenicale, a preparavi bene per ricevere l´Eucarestia (non solo a prenderla come si prende un pesce, per esempio) e vedrete come cambierete... da dentro! Ed è la cosa più bella che ci può capitare: perché diventiamo nuovi, con un cuore nuovo, di carne, abbandonando il cuore di pietra dell´ipocrisia e dell´egoismo. L´Eucaristia ci cambia se lo riceviamo nell´ambito dell´amicizia con Dio, non per dovere! Chiediamo al Signore in questa eucaristia la grazia di saper sempre meglio accostarci all´Eucaristia. Non che poi sarà un premio per il nostro sforzo “autopurificativo”, ma perché sappiamo corrispondere all´amore immenso di Dio nascosto nell´Eucaristia con il nostro piccolo, ma pur concreto amore.

DOMENICA 27 maggio: SS: TRINITA´      notizia del 26/05/2018

Commento della domenica :Santissima Trinità (Mt 28,16-20) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Nella lingua corrente non esisteva una parola che indicasse contemporaneamente ‘uno´ e ‘tre´... Quando la teologia cristiana cominciò a raccogliere le idee sull´identità di Dio, non poté far altro che inventare un nuovo termine, per esprimere che il nostro Dio è uno solo, ma in tre persone; e questo neologismo è proprio TRINITÁ. Sulle tre persone della Trinità è stato detto e scritto tanto, eresie comprese. Nei primi quattro secoli, i due nodi più difficili da sciogliere erano tre.... Il primo consistette nel definire la Trinità - un solo Dio in tre Persone - senza cadere nell´errore di presentarla come relazione fra tre Dei. La seconda difficoltà riguarda la divinità del Cristo e la sua generazione dal Padre; il rischio - e anche più di un rischio! - era di farne una creatura, sublime finché si vuole, eccelsa, perfetta, celeste... ma sempre una creatura; e non lo si può accettare! Non vi sembri un problema superato... Ancora oggi, molti (sedicenti) cristiani, interrogati se Gesù di Nazareth fosse Dio, dichiarano senza alcuna esitazione che “Gesù non era Dio: Gesù era Gesù; ma Dio è un´altra cosa”... Della serie: poche idee, ma confuse! La terza difficoltà - indovinate un po´! - non poteva che riguardare la terza Persona della SS.Trinità; a ciascuno il suo nodo... “Da dove viene lo Spirito Santo?”, si chiesero i Padri che definirono in Concilio il dogma della Trinità: dal Padre, o dal Figlio?...o da tutti e due? La soluzione finale fu quella che ripetiamo ogni domenica recitando il Credo: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato. Ora, tutte queste verità - per molti fedeli, si tratta di concetti astratti, mandati a memoria al catechismo e recitati a macchinetta, senza troppa attenzione, perché, se appena si pensa a quel che si dice, ci si scorda le parole... - (queste verità) ricevono l´ossequio della ragione; in quanto cristiani, siamo stati educati da santa madre Chiesa a credere tutto ciò che afferma in materia di fede... Ma lo sapete che nel IV secolo, quando i Padri che parteciparono ai Concili di Nicea e Costantinopoli, uscirono dall´aula conciliare con il testo del Credo, la popolazione li portò in trionfo per le strade della città, perché avevano finalmente trovato le parole per poter dire la fede? Sarà capitato anche a voi di voler dire qualcosa, ma di non trovare le parole adatte... si è colti da un senso di frustrazione, di inadeguatezza... quasi che quello che sentiamo non fosse del tutto reale, del tutto vero... del tutto chiaro a noi, prima che agli altri. Alcuni filosofi moderni, da Schleiermacher in poi, scrivono che non ci sono parole adeguate per comunicare il proprio sentimento religioso. In pratica siamo condannati al silenzio... o, peggio ancora, dubitiamo che si possa addirittura vivere un´esperienza religiosa. Tantovale arrendersi, abbandonare il cammino dello spirito e percorrere altre strade, ad esempio il cimento intellettuale... Tornando alla odierna solennità, vi confesso che non mi è facile pregare la Trinità in quanto tale: preferisco indirizzare la preghiera a Gesù, più precisamente al Cristo del Venerdì Santo. Non solo perché il Crocifisso è il simbolo per eccellenza della nostra fede; non solo perché l´azione liturgica del Venerdì Santo è particolarmente ricca di pathos, pervasa dal silenzio, e favorisce il raccoglimento e l´adorazione del Figlio di Dio deposto dal legno... L´ultimo soffio vitale di Cristo è lo Spirito Santo, lo stesso che (cfr. Gen1,1) aleggiava sulle acque, agli albori della creazione, quando Dio chiamava all´esistenza tutto ciò che è, semplicemente pronunciandone il nome. Ebbene, sul Calvario la storia degli uomini vive un nuovo inizio, una nuova creazione. In mezzo a quel caos, straordinariamente simile al caos primigenio, tra le tenebre di un pomeriggio particolare, le voci concitate della folla che rientrava in città, le manovre dei soldati pronti a lasciare la scena dell´esecuzione - chiamiamola pure scena del crimine... il peggiore della storia! -, (in mezzo a quel caos) il Signore si abbandonò tra le braccia del Padre suo, esalando l´ultimo respiro. Quel respiro fu il protagonista della creazione nuova, chiamata Chiesa, scaturita dal costato aperto del Signore, vitalizzata dal Suo ultimo respiro, e rappresentata dalla madre e dall´amico del cuore. Come vedete, sul monte della crocifissione, le tre Persone della Trinità sono presenti, a diverso titolo: il Padre contempla l´azione, restando per così dire all´esterno della scena. Il Figlio, la sua missione l´ha compiuta. Ora è l´ora dello Spirito Santo: dopo avere scortato il Verbo ad incarnarsi nel grembo della Vergine; dopo aver assistito Gesù nel suo ministero pubblico, ripresentandogli la volontà del Padre affinché la realizzasse in parole e gesti; sul Calvario lo Spirito Santo diede dunque inizio alla Chiesa; ora la assiste e la assisterà fino alla consumazione dei giorni. Come ci insegna san Paolo, lo Spirito è Colui che ci educa a chiamare Dio papà; ci suggerisce che cosa chiedere, e come chiederlo; ci trasforma con la sua Grazia infusa nei sacramenti; feconda la nostra opera di promozione umana, trasformandola in autentica carità. L´apostolo dei pagani è il primo ad avviare una riflessione teologica seria e coraggiosa sulle tre Persone divine, prima ancora che il magistero ufficiale ne dichiarasse la natura e le reciproche relazioni; prima ancora che si cominciasse a parlare della Trinità: scrivendo ai cristiani di Roma, Paolo dichiara che siamo figli di Dio e coeredi di Cristo, a condizione, però, che prendiamo parte alle sue sofferenze. Che significa? Un aiutino? OK: Vangelo di Matteo, capitoli 5, 6 e 7. Rileggeteli con attenzione e capirete. Non bisogna aver paura di leggere il Vangelo. È una buona notizia, per tutti! Anche per noi.

DOMENICA 20 maggio: PENTECOSTE      notizia del 19/05/2018

Commento alla domenica di Pentecoste ( Gv 15,26-27; 16,12-15) : un vento di libertà che ci rende unici per creare unità SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E così sono i racconti della Pentecoste, pieni di strade che partono da Gerusalemme e di vento, leggero come un respiro e impetuoso come un uragano. Un vento che scuote la casa, la riempie e passa oltre; che porta pollini di primavera e disperde la polvere; che porta fecondità e dinamismo dentro le cose immobili, «quel vento che fa nascere i cercatori d´oro» (G. Vannucci). Riempì la casa dove i discepoli erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in certi luoghi che noi diciamo sacri. Ora sacra diventa la casa. La mia, la tua, e tutte le case sono il cielo di Dio. Venne d´improvviso, e sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite. Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Lo Spirito tocca ogni vita, le diversifica tutte, fa nascere creatori. Le lingue di fuoco si dividono e ognuna illumina una persona diversa, una interiorità irriducibile. Ognuna sposa una libertà, afferma una vocazione, rinnova una esistenza unica. Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro piccolo mondo stagnante, senza slanci. Per una Chiesa che sia custode di libertà e di speranza. Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali. Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità e che metta a servizio della vita la propria creatività e il proprio coraggio. La Chiesa come Pentecoste continua vuole il rischio, l´invenzione, la poesia creatrice, la battaglia della coscienza. Dopo aver creato ogni uomo, Dio ne spezza la forma e la butta via. Lo Spirito ti fa unico nel tuo modo di amare, nel tuo modo di dare speranza. Unico, nel modo di consolare e di incontrare; unico, nel modo di gustare la dolcezza delle cose e la bellezza delle persone. Nessuno sa voler bene come lo sai fare tu; nessuno ha quella gioia di vivere che hai tu; e nessuno ha il dono di capire i fatti come li comprendi tu. Questa è proprio l´opera dello Spirito: quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità. Gesù che non ha la pretesa di dire tutto, come invece troppe volte l´abbiamo noi, che ha l´umiltà di affermare: la verità è avanti, è un percorso da fare, un divenire. Ecco allora la gioia di sentire che i discepoli dello Spirito appartengono a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, dove tutto è già prestabilito e definito. Che in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. E che non mancherà mai il vento al mio veliero.

DOMENICA 13 MAGGIO . ASCENSIONE di GESU´      notizia del 12/05/2018

commento della domenica: Ascensione del Signore ( Mc 16,15-20) Cristo torna la Padre, per rimanere sempre con noi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 «Partenza», «Presenza», «Prodigio»: con tre parole che iniziano con la “p” possiamo custodire nel nostro cuore e nella nostra mente un messaggio per la nostra vita, nella festa del Cristo risorto, asceso al cielo.. «Partenza»: ci ricorda l´ultimo atto del racconto dell´evangelista Marco, in cui contempliamo il partire dei discepoli di Gesù per le strade del mondo a predicare la buona notizia: «Allora partirono e predicarono dappertutto». A questa «partenza» della missione di evangelizzare, corrisponde la «partenza» del Cristo risorto: ascende al cielo, sono finite le sue apparizioni nel mondo. Strana «partenza»: se ci immedesimiamo nei discepoli, è un partire umanamente impreparati perché Gesù, li aveva appena «rimproverati della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a coloro che lo avevano visto risuscitato» (Mc 16,14). E poi partivano con un lutto da elaborare dentro di loro: Gesù risorto non sarebbe più apparso a loro. «Partenza» ricolma di stupore: nonostante l´incredulità, la durezza di cuore e un lutto da elaborare, quel comando di Gesù, «Andate», risuona come una iniezione di grande fiducia. Sembra che Gesù risorto ci dica: «Io confido in voi! Non temete! Non tiratevi indietro! Non fermatevi! Mettetevi in cammino, con la durezza del vostro cuore e con i dubbi che vi accompagnano. Partite! Partite perché il vostro camminare come miei discepoli è un andare abitato». Partenza abitata di «presenza»: la festa dell´ascensione al cielo di Gesù segna l´inizio del tempo dello Spirito Santo, l´inizio della responsabilità di evangelizzare tutte le genti, di diventare testimoni del Risorto nel mondo. Il nostro «andare a predicare la buona notizia ad ogni creatura» parte dal luogo della nostra quotidianità, dal luogo della situazione in cui ci troviamo, dal luogo interiore del nostro cuore sempre fragile e impreparato, ma con la consapevolezza che tutto ciò che ci circonda, che ogni situazione di vita, tutto è già “abitato dalla Presenza divina, dal Padre, per mezzo del Cristo, nello Spirito Santo”, ed è questa la speranza, che fa della nostra partenza una partenza abitata di «presenza». Partiamo, siamo in cammino con la certezza che «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose» (Ef 4,10) Tutto è riempito della «presenza» del Risorto, con l´azione dello Spirito Santo, perché tutti si riconoscano figli dell´unico Padre. Tutto è già “Cristificato”: non siamo solitari testimoni del Risorto, lo siamo portando nel nostro corpo, irradiante l´amore di Cristo, l´ appartenenza alla nostra “Gerusalemme”, la nostra comunità. Contempliamo allora la «presenza» del Risorto che riempie la nostra comunità con il dono della Parola di Dio, parola del Cristo vivente per noi; con il dono del pane e del vino, suo corpo e sangue offerti per la remissione dei nostri peccati, perché risplenda nel mondo la pienezza di Cristo con la testimonianza dell´unità nella carità. Il mio corpo è membro vivo del Corpo di Cristo, la Chiesa. Partiamo dunque coltivando in noi questa essenziale appartenenza ecclesiale «cercando di conservare l´unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati, quella della nostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.» (Ef 4,3-6) «Presenza» significa anche «posto» da occupare nella Chiesa, il nostro posto specifico, chi come sacerdote, chi come diacono, chi come catechista, chi come animatore, chi come educatore, «affinché arriviamo tutti all´unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all´uomo perfetto, a quello sviluppo che realizza la pienezza del Cristo» (Ef 4, 13). L´uomo perfetto ci richiama la responsabilità al pieno rispetto della dignità umana di ogni persona, soprattutto dei sofferenti, spesso lontani dalla comunità, ma già abitati dalla «presenza» del Risorto. Si, perché Lui è già «presenza» in chi ha fame, è assetato, è senza tetto, è malato, è in carcere, è emarginato, e attende il nostro incontro, la nostra condivisione di vita. Partiti, in cammino, con il nostro corpo in comunione al Corpo di Cristo ecclesiale, diventiamo così «Presenza» viva dello Spirito Santo per essere «prodigio» della sua azione di liberazione, nelle sfide drammatiche del nostro stare in un mondo, con l´arma efficace della Parola di Dio. Il vero e unico prodigio, che lo Spirito Santo compie per mezzo della nostra disponibilità, è quello di confermare la potenza della Parola del Signore Risorto, contro tutti gli ostacoli che si oppongono alla manifestazione del Regno di Dio nel mondo. Il Signore risorto «opera insieme con noi», per mezzo «della forza dello Spirito Santo sceso su di noi», e «conferma la sua parola con i prodigi che l´accompagnano». Il «prodigio» di «scacciare demoni nel suo nome», può significare liberazione da tutte quelle forze di male che ci disumanizzano e disumanizzano gli altri: l´attaccamento ai beni materiali e al denaro, l´essere condizionati dalla paura dell´altro, dalla ricerca sfrenata del piacere che appaga i desideri egoistici del cuore, dal potere che vuole dominare e manipolare cose e persone. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che scaccia queste forze di morte e divisione. Il «prodigio» di «parlare lingue nuove», può significare la novità assoluta del nuovo linguaggio della gratuità dell´amore di Dio, che si offre di fronte ai linguaggi molteplici del mondo fatti di giudizi discriminanti tra buoni e cattivi, maldicenze, mormorazioni, critiche, menzogne camuffate di verità. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che propone il linguaggio del farsi dono gratuito. Il «prodigio» di «prendere in mano i serpenti», può significare coraggio di affrontare tutte quelle situazioni di ingiustizia che minacciano la vita e la dignità dell´uomo. Cammineremo su aspidi e vipere (Sal 91,13). In nome della Parola liberante del Vangelo, avremo il coraggio di non diventare complici di situazioni che uccidono la dignità degli impoveriti del mondo, degli ultimi, calpestati della malvagità che esce dal cuore di quelle persone, che confidano troppo in se stesse, annullando il timore di Dio. Il «prodigio» di «bere qualche veleno senza ricevere danno», può significare la capacità di resistere a quei veleni che beviamo ogni giorno attraverso i mezzi di comunicazione, che ci trasmettono prevalentemente fatti di morte, conflitti e tensione. Può significare oggi la capacità di resistere ai veleni che circolano in rete, quando navighiamo in internet e possiamo accogliere tutto e il contrario di tutto. Oppure la capacità di resistere alla mentalità dominante che ci avvelena con i principi del “tutto è necessario”, “tutto è lecito”, “tutto è possibile” in nome della nostra libertà individuale. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che ci fa resistere a tutti questi veleni, che cercano di stordirci ogni giorno. Il «prodigio» di «imporre le mani ai malati e bene avranno», può significare la capacità di dare o e trovare un senso nel momento in cui siamo costretti a condividere il nostro vivere con chi soffre la perdita dolorosa della salute fisica e mentale. Il Vangelo è un annuncio che dà un senso alla fase dolorosa della malattia e l´imporre le mani diventa segno che lo Spirito Santo abita ancora nel tempio martoriato di un corpo malato e può operare il prodigio della serenità del cuore. Ed è già un grande segno di sollievo e può anche significare speranza di guarigione.

8 maggio 2018      notizia del 08/05/2018

Oggi a livello devozionale si celebra Madonna del Rosario di Pompei h.12.00. recita della supplica alla Madonna di Pompei Il culto della Beata Vergine del Rosario di Pompei, o, più semplicemente, della Madonna di Pompei, nasce alla fine del 1800 ad opera di Bartolo Longo, oggi Beato Bartolo Longo, il quale, si narra che, mentre si trovava nei campi, udì la Madonna dirgli: "Se propagherai il Rosario sarai salvo" . Il giovane Bartolo Longo, rimase scosso da questo messaggio che la Madonna gli affidava, tanto da abbandonare gli ambienti satanici che frequentava, e iniziare la propria opera di diffusione della preghiera del Rosario. Tuttavia i primi tentativi di diffusione del Rosario non ottennero grandi risultati, e per questo si recò a Napoli, per acquistare un dipinto affinché il popolo di Pompei potesse più facilmente convertirsi a questa preghiera. La sorte volle che, una volta giunto a Napoli, Bartolo Longo incontri il proprio confessore, che gli suggerisce di rivolgersi a Suor Maria Concetta del convento di Porta Medina, la quale custodiva un dipinto della Madonna del Rosario, che lo stesso confessore gli aveva affidato anni prima. La tela era in pessime condizioni, danneggiata dalle tarme e con intere parti di colore mancante, tanto che Bartolo Longo non voleva accettarlo. Ma, di fronte alle insistenze della suora, non potè rifiutare il dono e con questo si diresse verso Pompei, su di un carretto utilizzato solitamente per il trasporto del letame. Il quadro, così come era, non poteva essere esposto alla cittadinanza, sia per lo stato di degrado, che per un errore nel dipinto, che ritraeva Santa Rosa, al posto di Santa Caterina da Siena, come colei che riceveva il rosario, e dunque ponendo l´immagine a rischio di interdetto. Fu così che Bartolo Longo decise di affidare alle mani di un restauratore il quadro e, contemporaneamente, diede inizio alla costruzione di una nuova chiesa nella quale esporre il dipinto: la edificazione di questa chiesa sarà resa possibile dalla contessa Marianna De Fusco, futura sposa dello stesso Bartolo Longo, che fece cospicue donazioni, e, le successive elargizioni dei fedeli fecero in modo che ben preso la chiesa si trasformasse nella attuale Basilica Pontificia della Beata Vergine del Rosario di Pompei. Il dipinto della Madonna di Pompei, o della Beata Vergine del Rosario di Pompei, che dir si voglia, infatti, venne venerato fin dalla prima esposizione pubblica: infatti, già il 13 Febbraio 1876, quando appunto venne mostrato per la prima volta il dipinto, si verificò il primo miracolo, ovvero la guarigione a Napoli di una ragazzina che malata di epilessia inguaribile. In ben poco tempo iniziarono a giungere a Pompei migliaia di fedeli, ciascuno chiedendo una grazia alla Madonna, tanto che ai giorni nostri si stima che più di 4 milioni di persone ogni anno si rechino in pellegrinaggio, facendo così, di quello di Pompei, uno dei santuari mariani più visitato al mondo. La importanza della Basilica di Pompei, per il mondo cattolico, è testimoniata anche dal fatto che per ben 4 volte è stata visitata da un papa: in particolare sia papa Giovanni Paolo II, sia papa Benedetto XVI che papa Francesco si sono recati in visita al Santuario e, in occasione della visita di San Giovanni Paolo II venne recitata la Supplica. SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI si recita l´8 maggio e la prima domenica di ottobre Nel mentre i fedeli giungevano al Santuario, Bartolo Longo cominciò a diffondere preghiere e pie devozioni, componendo, poi, nel 1883, anche la Supplica. Questa è una preghiera, inizialmente intitolata "Atto d´amore alla Vergine" ma poi ribatezzata "Supplica alla potente Regina del SS.mo Rosario di Pompei". Il testo ha avuto nel tempo vari ritocchi, prima della formula attuale La Supplica viene recitata solennemente due volte l´anno, l´8 maggio e la prima domenica di ottobre. L´otto maggio del 1915, la preghiera fa il suo ingresso in Vaticano: alle 12.00 di quel giorno, Benedetto XV e i dignitari vaticani la recitarono nella cappella Paolina. Da allora la tradizione è continuata con i Pontefici successivi.

DOMENICA 6 MAGGIO 2018      notizia del 05/05/2018

Commento VI Domenica di Pasqua Gv 15,9-17: essere amici di Gesù, cristiani: amandoci, perdonandoci, accogliendoci, aiutandoci SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 In questo breve passo tratto dal capitolo 15 del quarto Evangelo la Rivelazione raggiunge il culmine: Gesù svela il senso profondo della vocazione dei discepoli: diventare suoi amici. Si delinea così un nuovo legame tra Dio e gli uomini: fino ad allora percepito e vissuto come rapporto servile tra un padrone e i suoi schiavi, è sovvertito; al suo posto, Cristo ne inaugura un altro nel suo sangue: coloro che accolgono il Verbo Eterno di Dio, che in Gesù di Nazareth ha assunto un volto di uomo, sono chiamati a diventare coeredi di Cristo. La passione di Gesù rappresenta l´atto costitutivo di questa nuova famiglia dei figli di Dio, fratelli tra loro e amici del Signore. È vero, Gesù sceglie personalmente coloro che chiama a vivere con lui: l´iniziativa di Gesù è conforme alla volontà del Padre, ma, attenti bene, tale iniziativa non si impone a nessuno! Il Vangelo di Giovanni, l´amico del Signore, non nasconde che i primi discepoli seguirono Gesù sulla base della testimonianza del Battista, del quale erano stati seguaci, senza che ci fosse stata una chiamata diretta ed esplicita del Cristo (1,37): un modo per sottolineare quanto il Figlio di Dio rispetti la libertà degli Apostoli, all´origine, ma anche strada facendo; e la rispetti fino alla fine. Vedendo che molti discepoli se ne andavano a motivo della durezza dei suoi insegnamenti, Cristo indirizza ai Dodici una domanda inquietante: “Forse volete andarvene anche voi?” (6,67); un modo fin troppo diretto per dar loro l´aut aut? in realtà, (Gesù) vuole ricordare loro, e ricordare a noi che la fede è esigente, sì, molto esigente, ma non obbliga nessuno contro voglia! Care mamme, care nonne, vostro malgrado, una volta raggiunta la maggiore età, figli e nipoti sono liberi di dire ‘sì´ al Signore, ma anche di dire ‘no´! La fede va scoperta di persona! e ciascuno ha i suoi tempi... La comunità di Gesù è l´esatto contrario di una setta. Recentemente, una famosa showgirl ha raccontato in un libro l´esperienza personale vissuta dopo essere entrata in una setta, e come ne sia uscita, a caro prezzo: ne emerge una vicenda dai risvolti psicologici e affettivi a dir poco tragici. E di questi racconti - veri e propri casi di plagio, ricatti, istigazioni al suicidio... - se ne sono sentiti in passato e se ne sentono tanti ai giorni nostri. Essere discepoli di Cristo, invece, non è vivere da schiavi, in una soggezione che annienta la personalità. Divenire discepoli di Cristo significa accogliere la Sua parola, dimorare in essa per accedere alla verità che rende liberi (8,31-32). Gesù di Nazareth ci offre di entrare in uno spazio di libertà vasto quanto il mistero di Dio: “Io sono la porta - dice il Signore -: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà... Sono venuto perché abbiano la vita e l´abbiano in abbondanza.” (10,9-10). Nel corso della sua vita pubblica, il Messia ha agito così con i suoi discepoli. Quando giunse l´ora di passare da questo mondo al Padre (cfr. 13,1), annunciò loro la nuova condizione del discepolo: non più servi, ma amici (15,15). Giovanni inserisce questo insegnamento nel contesto della cena di addio. Alla luce dei fatti immediatamente successivi, non possiamo fare a meno di pensare che in questa dichiarazione così nuova e, suppongo, inaspettata, Gesù abbia insinuato una supplica, affinché, da buoni amici, da veri amici, gli Apostoli non lo abbandonassero, nell´imminenza della passione. Ma, già... ho appena ricordato che l´amicizia non pretende nulla, l´amicizia libera e lascia liberi. Anche nel momento di maggiore paura, quando la sua fragile umanità era più esposta e vulnerabile, il Figlio di Dio rispettò questa libertà sovrana degli amici e se ne fece una ragione! E non gliene volle!!! La sera della sua risurrezione fece Lui, ancora e sempre Lui, il primo passo per riannodare il rapporto con ciascuno. Lo fece con Pietro, lo fece con Giovanni, lo fece con Tommaso, con Maria Maddalena, con i due di Emmaus... Quale lezione!! Questa è l´amicizia secondo Cristo! Ma la vocazione di ogni discepolo che sia tale in base alla scelta di fede, non consiste solo in una relazione nuova con Dio. O meglio, questa nuova relazione produce conseguenze, che il Signore esprime così: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.” (15,8). Il discepolato cristiano è una lunga, avvincente avventura! Portare frutto e diventare grandi realizza il comando che il Creatore diede al primo uomo e alla prima donna, fin dagli albori della creazione! (cfr. Gen 1,28). Portare frutto, nel tempo della Chiesa, significa essere testimoni del Vangelo. La testimonianza evangelica non è monopolio dei sacerdoti, dei religiosi, dei missionari. In forza del battesimo, tutti siamo stati chiamati a dare testimonianza. Questa testimonianza, lo sappiamo, può essere difficile da rendere; del resto, chi ha mai detto che la scelta cristiana sia una scelta facile? Come Lazzaro, amico di Gesù, la radicalità cristiana può condurci al martirio (12,10-11). Ma, non temete, fare un semplice segno di croce in pizzeria, o al ristorante, anche questo è una piccola testimonianza di fede cristiana, e non ci condurrà al martirio! Tuttavia, chi testimonieremo, se non avremo gustato personalmente l´amore, con il quale Cristo ci ha amati, consegnandosi corpo e anima a ognuno di noi? (cfr. Gal 2,20). Vivere da amici dello sposo, come il Battista, da discepoli amati come Giovanni, da risorti come Lazzaro... è la proposta di Dio, che suo Figlio ha rivelato e ha reso possibile: parlare di Gesù, scrivere di Lui, ma soprattutto condurre un´esistenza impregnata di Vangelo che sia testimonianza personale ed unica del Risorto; rendergli ragione con tutti i pori della nostra pelle, con tutte le sinapsi del nostro cervello, con ogni umore della nostra anima,... affinché anche altri possano a loro volta accedere all´incontro personale con Gesù e diventare suoi amici. Come la sapienza della Scrittura, il Cristo, mostrerà loro, Cristo mostrerà a noi il Regno dei Cieli e ce lo donerà nell´ora che il Padre ha stabilito.

 
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