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 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

Domenica 23 settembre 2018      notizia del 22/09/2018

commento alla XXV Domenica del T. O. Mc 9,30-37..scoprire "i piccoli" del vangelo per imparare a servirli e amarli come Gesù L´abbiamo sentito domenica scorsa: Gesù ha chiamato addirittura “satana” l´apostolo Pietro che invece di “pensare secondo Dio” inseguiva suoi calcoli umani Ma non è bastato: nel vangelo odierno (Marco 9,30-37) ritroviamo Gesù intento a istruire gli apostoli, in particolare preparandoli agli eventi prossimi, così diversi da quelli che essi si attendevano dal Messia. Eccolo allora ribadire che lui, “il Figlio dell´uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”. Questa predizione della sua Pasqua si scontra con la greve umanità di coloro che pure lui stesso ha scelto come primi collaboratori. Essi insistono nell´aggrapparsi all´opinione corrente di un Messia politico, il quale, cacciati i Romani occupanti, restaurerà l´antico regno d´Israele, indipendente e glorioso come quello di Davide e di Salomone. Sono così radicati in questa prospettiva, che invece di badare alle parole del Messia discutono tra loro su chi sia il più grande, e dunque, nel regno tutto terreno che il Messia ritengono stia per fondare, a chi di loro toccherà il posto più importante. A tanta grettezza noi forse risponderemmo con qualche mala parola. Invece Gesù torna pazientemente a spiegare e, come usavano fare gli antichi profeti, accompagna le sue parole con un gesto esemplificativo: abbraccia un bambino e li invita a fare altrettanto, per amor suo. I bambini allora erano privi di rilevanza giuridica e sociale; perciò un bambino si prestava ad essere il simbolo degli emarginati, dei tanti che “non contano”. In quel bambino, Gesù li abbraccia tutti, e invita tutti i suoi seguaci a fare altrettanto. Quale cambio di prospettiva! Il più grande è chi accoglie nella propria mente e nel proprio cuore quanti non godono di privilegi, quanti nella società stanno un passo (o due, o tre, e spesso di più) dietro agli altri. Nel mondo nuovo che Gesù instaura, l´importanza di una persona non si misura dal suo potere, dal suo danaro, dal suo successo, ma dalla disponibilità, dall´impegno a fare giustizia, ad alleviare le condizioni dei meno fortunati. Così ha fatto lui, e dopo di lui una schiera di uomini e donne che hanno cercato di imitarlo. In virtù del loro impegno, questo rivoluzionario principio in duemila anni ha cambiato il mondo; oggi formalmente tutti, e non solo i cristiani, condannano certi atteggiamenti e criteri di vita che un tempo erano ritenuti normali (la discriminazione delle donne, gli abusi sui minori, la schiavitù, il dispotismo eccetera); almeno a parole, oggi tutti riconoscono che la fame nel mondo è frutto di un´ingiustizia da sanare, ed è pacifico che chi è investito di autorità non dovrebbe operare per l´utile proprio ma per il bene comune. Insomma, sull´antico criterio dello sfruttare gli altri a proprio vantaggio (o, quando andava bene, dell´indifferenza per le condizioni altrui) oggi trionfa il criterio prettamente cristiano del servire. Trionfa negli enunciati delle leggi e nelle dichiarazioni pubbliche; se però si guarda ai fatti, si rischia di deprimersi costatando la loro difformità rispetto ai principi. Ne deriva l´impegno, per ogni uomo che voglia essere tale, ad adeguare il proprio comportamento ai principi che un´onesta intelligenza riconosce giusti. E ciò vale in prima linea per la Chiesa, che da sempre proclama l´autorità come servizio (la sua massima autorità, il papa, porta ufficialmente il titolo di “servo dei servi di Dio”) e prevede figure a ciò specificamente deputate (sono ancora poco conosciuti, ma ci sono anche tra noi i diaconi permanenti: e compito specifico del diacono è proprio il servire). L´impegno vale però anche per gli altri cristiani, per tutti i battezzati, se vogliono ritenersi seguaci del Figlio di Dio, il quale è venuto tra noi, come ha dichiarato lui stesso (Vangelo secondo Marco 10,45), non per essere servito ma per servire. Sino a dare la vita.

iban parrocchia      notizia del 21/09/2018

PER CHI VOLESSE e POTESSE AIUTARE LA PARROCCHIA c/o Banco BPM di via Tor Fiorenza 567/c - 00199 Roma IBAN: IT 97 Z 05034 03242 000000031015 Intestato a: Parrocchia SS. Trinità a Villa C

CORSO IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO      notizia del 19/09/2018

Buongiorno a tutti . VENERDI´ 19 OTTOBRE ALLE H. 21.15 INIZIA IL NUOVO CORSO IN PREPARAZIONE AL MATRIMONIO. Qui è possibile scaricare , vi sono i moduli d´iscrizione o è possibile trovarli nella segreteria parrocchiale.Iscrizioni entro il 14 ottobre

DOMENICA 23 SETTEMBRE 2018      notizia del 15/09/2018

SS. MESSE h. 9.00- 10.30 - 12.00 e 19.00

DOMENICA 16 SETTEMBRE 2018      notizia del 15/09/2018

Commento alla XXIV Domenica del T. O.( Mc 8,27-35 ) : Chi è per me, per te, ...per la gente, per i battezzati Gesù? E´ veramente il Cristo? SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La liturgia della parola di Dio di questa XXIV domenica del tempo ordinario viene dopo la celebrazione di due importanti feste della devozione popolare, quella dell´Esaltazione della Croce e quella della Madonna Addolorata. Proprio il Vangelo di questa domenica ci porta a riflettere sulla sequela di Cristo, mediante l´accettazione consapevole ed umile del mistero della Croce. Tutto il testo del Vangelo è incentrato sull´imminente passione e morte in croce del Signore, che lo stesso Gesù presenta ai discepoli come prospettiva non lontana, ma prossima della sua vita. Leggiamo, infatti, nel brano del Vangelo odierno che “Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Gesù intervista gli apostoli, coloro che stavano vicino a Lui dall´inizio del suo ministero pubblico per capire quali idea si erano fatti di Lui sia la gente che incontravano e con le quali parlavano e sia l´idea che essi stessi avevano elaborato nella loro mente e nel loro inconscio circa la sua missione. La risposta di questo sondaggio è molteplice, in quanto alcuni considerano Gesù Giovanni Battista, altri Elia o qualcuno degli antichi profeti. Sapevano che non era esattamente così, in quanto i soggetti richiamati erano dei tempi passati o dei tempi presenti, ma non erano certamente Gesù. La risposta quindi attiene non tanto all´identità anagrafica e storica, ma alla missione e al ruolo che Gesù stava svolgendo in quel contesto di itineranza evangelica. Ovvio, quindi che Gesù interpelli i diretti interessati alla sua missione, nella quale erano stati coinvolti, cioè i Dodici. E la risposta collegiale e collettiva, unanime nei contenuti è espressa da Pietro, a nome di tutti: “Tu sei il Cristo, il consacrato, l´inviato dal Padre, il Messia”. Accolta questo atto di fede degli apostoli, Gesù può adesso liberamente parlare e alla luce del sole, senza mezze misure o metafore di ciò che lo attende, e cioè della sua passione e morte in croce. Infatti “cominciò a insegnare loro che il Figlio dell´uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”. Di fronte a questa sconvolgente rivelazione “Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo”. Un discepolo che rimprovera il Maestro nel momento in cui dice tutta la verità, dice ciò che accadrà tra poco. Una cosa assurda allora e sempre. Gesù non può considerare valilo questo loro modo di pensare ed intendere la sua missione, per cui “voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va´ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Era evidente che tra i discepoli e Gesù c´era un distacco, perché non avevano compreso appieno la sua missione e la croce che affiorava all´orizzonte per Gesù, secondo loro era una sconfitta e non una salvezza. E´ l´occasione per Gesù per fare catechesi e per far capire meglio cosa significhi per un suo discepolo seguirlo davvero e senza condizionamenti o mezze misure. Per cui, convoca la folla e i suoi discepoli e usa questo linguaggio esplicito per chiedere loro una vera ed sentita adesione alla sua persona e alla sua missione: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà». Seguire Gesù è prendere la croce, è donare la vita per gli altri, è uscire fuori dal una visione di chiusura con se stessi e con gli altri per aprirsi all´amore, alla gioia del dono. San Giacomo apostolo ci aiuta a comprendere questa vocazione di servire e di donarsi, di passare dal dire al fare, dalla fede teorica alla quella pratica che si fa carità e disponibilità verso gli altri. L´apostolo, infatti, ci rammenta “a che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo?. Assolutamente no. Per cui, “se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta”. Di conseguenza, se siamo persone di fede, devono pure agire in conformità a quanto credono. Non si può solo proclamare, annunciare ed insegnare, è necessario agire ed operare per il bene degli altri. In fondo è quello che ci viene suggerito anche nel brano della prima lettura di questa domenica, nel quale è presentato uno dei testi più espressivi riguardanti il Servo sofferente di Javhé che Isaia ci descrive in termini drammatici, pensando a Gesù, al Crocifisso, al Redentore che salva mediante la croce e la valorizzazione del dolore umano: Il Signore Dio mi ha aperto l´orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi”. E´ la fa fotografia dell´Ecce homo, è l´anteprima di molti secoli prima di Gesù condannato a morte e che si avvia umiliato nella sua dignità verso la croce e il Calvario. Ma è anche segno di speranza e di incoraggiamento, in quanto nella prova c´è la consapevolezza che “Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso”. Nel dolore Dio è sempre con noi, in quanto il dolore di Dio si è trasformato in amore e la croce di ogni uomo, alla luce della redenzione di Cristo, si trasforma in salvezza e amore. Rendiamo grazie a Dio e affidiamoci a Lui con queste semplici ed umili parole di preghiera e di impetrazione: “O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore, e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla”. Amen.

DOMENICA 9 settembre 2018      notizia del 08/09/2018

Commento alla XXIII Domenica del T. O. (Mc 7,31-37) L´amore immenso e tenero di Dio SS. Messe h. 9.00 - 11.00 -19.00 La liturgia della parola di Dio della XXIII domenica del tempo ordinario ci immerge nel mistero dell´amore di Dio che è in grado di cambiare le sorti delle singole persone e dell´umanità intera. Nel testo della prima lettura, tratta dal profeta Isaia, c´è questo forte appello a non temere rispetto alle sorti negative che possono affiorare dal mondo, perché c´è vicino a noi il Signore che non abbandona l´essere umano al suo destino, ma lo risolleva e lo porta sempre più in alto nel grado della sua dignità di persona e di popolo. Una forte parola di incoraggiamento per tutti, nelle prove della vita e della sofferenza della quotidianità che riguarda ogni persona umana: “Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete!”. Il Signore viene a salvarci, viene a dare il sollievo e il conforto, al punto tale che “si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi... lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Anche la natura cambia volto e fisionomia davanti al Dio che viene a salvarci, al punto tale che scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa, la terra bruciata diventerà una palude e il suolo riarso sorgenti d´acqua”. Questa modificazione sostanziale delle persone e delle cose ci conferma la bontà di un Dio che ama le creature e la creazione, che non è distante da esse, ma gli è sempre vicino con la benedizione e la protezione, con la salvaguardia di quello che è il creato. Anche l´apostolo Giacomo, nel brano della seconda lettura di oggi, ci chiede un profondo cambiamento di mentalità e di atteggiamento, rispetto ai ricchi e ai poveri, ai potenti e ai deboli. Il cristiano non deve favorire e parteggiare per nessuno, per lui tutti sono uguali e tutti sono fratelli, senza distinzioni di tasca, vestiti, anelli e segni esteriori di potenza economica, militare e politica. Tutti siamo uguali davanti a Dio. E per farci comprendere esattamente questo discorso, l´Apostolo porta un esempio di vita sociale ed ipotizza una situazione reale e abbastanza ricorrente al suo tempo, come ai nostri giorni: “Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali. Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d´oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi?”. Quante volte si verificano queste cose, anche nelle nostre assemblee liturgiche, con i posti riservati, con il cerimoniale da osservare, permessi e autorizzazioni da ottenere, anche per un breve saluto o un incontro con un´autorità religiosa. Ci si trincerà dietro a motivi di sicurezza e poi alla fine chi ha protezioni e raccomandazioni ottiene ciò che agli altri non è concesso. Di queste cose se ne vedono molte in tutti gli ambienti sociali, compresi quelli ecclesiastici. Perciò l´apostolo ammonisce alla fine di questo brano: “Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?”. La scelta dei poveri è la scelta preferenziale dell´amore di Dio verso l´uomo. Questo amore immenso e tenero di Dio, che Gesù, Figlio di Dio, manifesta in tutte quelle circostanze in cui la vita è stata severa con la persona, rendendola invalida o inabile. Gesù non chiude gli occhi davanti alla sofferenza dei fratelli e sana le ferita del cuore e del corpo, ridando alla persona la dignità che merita e il posto che le spetta nel consesso sociale. Sappiamo benissimo come i limiti umani, le inabilità fisiche erano emarginanti al tempo di Gesù e come escludevano dalla vita chi era affetto da una limitazione. Solo negli ultimi decenni si è fatta strada, nel nostro tempo, la cultura dell´accoglienza, della valorizzazione e integrazione del diversamente abile, che oltre ad avere una sua dignità ha anche doni e pregi da mettere a servizio della comunità. Nel Vangelo di oggi è riportato, infatti, uno dei miracoli operati da Gesù, quella della guarigione di un sordomuto. E´ interessante seguire tutto l´iter che porta alla guarigione dell´infermo: Gesù “lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente”. Il rito della guarigione, così come descritto nel vangelo di oggi, è stato inserito nella liturgia del sacramento del battesimo. Al fine della celebrazione, il sacerdote o diacono svolge il significativo rito dell´Effatà. Il celebrante tocca, con il pollice, le orecchie e le labbra dei singoli battezzati, dicendo: “Il Signore Gesù, che fece udire i sordi e parlare i muti, ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre. Amen”. Esattamente quello che fede il malato guarito, dopo aver ottenuto il miracolo da Gesù, il quale “comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. Ecco il miracolo dell´amore di Dio che fa udire i sordi nella mente e i muti nei sentimenti per aprirci tutti alla comunione con lui e con i fratelli. Sia questa la nostra preghiera, oggi, giorno del Signore, giorno in cui cui Cristo in modo particolare ci vuole comunicare il suo amore, mediante il dono dell´eucaristia: “O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Amen

DOMENICA 2 settembre 2018      notizia del 30/08/2018

XXII Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 7,1-8.14-15.21-23):Via l´ipocrisia per una testimonianza di luce Siamo alle solite!... La tradizione vince sulla novità! Il passato ha la meglio sul presente! L´Antico Testamento prevale sul Nuovo! E quando i farisei non hanno argomenti da ribattere a proposito dei punti-cardine della (loro) fede, ecco che cominciano a rilevare i dettagli, gli aspetti meno importanti, le sbavature... Pur di poter delegittimare la persona e l´opera di Gesù! Le scorse domeniche ci siamo concentrati sulla questione delle questioni: aderire a Mosè e alla Legge antica, oppure (aderire) a Gesù; comprensibile la resistenza delle autorità religiose e dei capi del popolo. Non dimentichiamo che la polemica scatenatasi nel primo secolo d.C., tra Pietro e Paolo verteva proprio sul rapporto tra la Legge Antica e la Legge nuova: per accogliere il Vangelo di Cristo, era necessario conoscere e sottoscrivere il Credo degli Ebrei? In sostanza, il battesimo era subordinato alla circoncisione? Per il principe degli Apostoli, sì; per l´apostolo dei pagani, no. Nel caso odierno si tratta dell´osservanza di regole e regolucce, appartenenti ad una tradizione ultra centenaria, è vero, ma che non compaiono nel Decalogo... Le cosiddette Dieci Parole ricevute sul Sinai, erano diventate più di seicento. Chissà, forse i teologi di quel tempo avevano dimenticato il comando di Mosè che abbiamo ascoltato nella prima lettura, tratta dal Deuteronomio: “Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando...”. L´atteggiamento dei farisei era chiaramente ideologico: significa che l´ostilità contro Gesù, contro le sue tesi e contro i suoi discepoli, era apriori! Qualunque cosa il figlio del falegname dicesse, o facesse, non era giusta, anzi, peggio, doveva essere sbagliata! È la strategia che si mette in atto in Parlamento e, più in generale, nel rapporto tra partiti al potere e partiti non al potere. Secondo questa mentalità, riconoscere all´avversario qualcosa di giusto, o di non del tutto sbagliato, significherebbe riconoscere implicitamente che qualcosa di sé non è proprio giusto, o addirittura è del tutto sbagliato... E i farisei non potevano permettersi di fare concessioni al Maestro di Nazareth e alla sua dottrina; come si dice in gergo partitico, tolleranza zero! Ne andava della loro dignità e del peso politico che esercitavano sulla società. Ne andava del prestigio del Tempio. E poi, che figura ci facevano a calare le brache - perdonate l´espressione poco elegante! - davanti a un signor nessuno, sedicente Messia, & co.? Ed ecco l´oggetto del contendere: riconoscere ad ogni gesto, anche minimo, una valenza religiosa. L´attenzione esagerata alla cura dei dettagli aveva fatto smarrire l´essenziale... Un po´ come quando si contempla un´opera d´arte da vicino, da troppo vicino, se ne apprezzano i particolari, certo, ma si perde di vista l´intero... Per cogliere l´opera in tutta la sua complessità e bellezza, soprattutto, per coglierne l´essenza intima, la verità, è necessario fare un passo indietro, magari anche due... Avete mai incontrato qualcuno che soffre di ‘sindrome della maestrina´?...sempre a sottolineare gli errori... e soltanto quelli. Persone così, incapaci di manifestare un apprezzamento positivo, ma pronte a rilevare soltanto le imperfezioni, sono a dir poco antipatiche,...a dir poco. Ma il valore del Vangelo di oggi è ancora maggiore! Ci sono almeno due aspetti da considerare, anzi tre; e per non dimenticarne uno, ve li enuncio subito: l´ipocrisia è il primo; il secondo è la riluttanza a guardarci dentro, che ha come conseguenza la tentazione di trovare le cause del male fuori di noi. Forse che Adamo non scarica la colpa su Eva, e lei sul serpente? Il terzo ed ultimo insegnamento - piuttosto un corollario degli altri due -: l´inclinazione a rilevare i difetti degli altri, nell´illusione che “mal comune mezzo gaudio”, e che, in fondo, c´è qualcuno peggiore di noi... Come vedete, gli spunti per la riflessione settimanale sono davvero tanti, abbiamo solo l´imbarazzo della scelta. A cominciare da quella tendenza tipica di ogni religione a ‘moltiplicare´ i testi normativi, le tradizioni, le pratiche, le istanze morali... Del resto, la storia del cristianesimo è iniziata duemila anni fa, sarebbe sciocco fare confronti tra la situazione odierna e quella primitiva, quando il gruppo dei fedeli riempiva a malapena il cenacolo. Al giorno d´oggi la Chiesa si presenta al mondo con una struttura - sovrastruttura? - ingombrante e non certo facile da correlare alla fede. Sentiamo spesso ripetere. “Gesù sì, Chiesa no,...”, ove, per ‘Chiesa´ si intende il clero, il Vaticano, il potere temporale, la ricchezza, il prestigio politico... Per carità, mentirei se negassi che la Chiesa è anche questo! Ma prima che questo, la Chiesa è la mia, è la nostra comunità riunita a celebrare il mistero di Cristo, la Sua Passione, la Sua morte e la Sua risurrezione! Così pure, lascia il tempo che trova, l´obbiezione: “Ma Cristo, pensava a tutto questo? voleva tutto questo?...la gerarchia, il Diritto Canonico, uno-Stato-nello-Stato, diritti, doveri, vincoli, sanzioni, pratiche, osservanze, etc. etc.?”. Oppure l´altra critica non meno pesante: “Ma, se Dio è Amore, non basterebbe amarci? Se Dio ha predicato il perdono, e soltanto il perdono, non sarebbe sufficiente perdonarci e chiedere perdono?”. Beh, il precetto dell´Amore, la consegna del perdono non sono impediti da una struttura dal peso quasi - senza quasi! - imbarazzante! Chissà, se Gesù di Nazareth tornasse oggi, non risparmierebbe qualche tirata d´orecchi all´organizzazione della Chiesa, così come non risparmiò a Farisei e Sommi Sacerdoti, il biasimo che abbiamo ascoltato pochi minuti fa... Ma poi, (Gesù) si volterebbe verso di noi e, guardandoci negli occhi, immagino che ci direbbe: “Badate all´essenziale, fate la vostra parte, senza risparmiarvi!...a cominciare dalla misericordia verso tutti, anche verso i vostri Capi! Se poi siete senza peccato - cosa di cui peraltro dubito! - scagliate pure la prima pietra contro di loro!...”. Il Vangelo termina con un elenco interessante, che potrebbe diventare modello per un buon esame di coscienza: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. E, naturalmente l´ipocrisia! una versione riveduta e corretta del Decalogo di Mosè... Questi peccati macchiano la nostra vita e pongono una distanza, talvolta enorme, tra noi fedeli e Dio; cosicché le nostre riunioni liturgiche, anche queste odorano di ipocrisia, di finzione... Meglio fermarci qui: “Dio onnipotente abbia misericordia di noi, perdoni i nostri peccati e ci conduca alla vita eterna!”. Amen, così sia!

DOMENICA 26 AGOSTO 2018      notizia del 25/08/2018

Commento alla XXI Domenica del T.O: ( Gv 6,60-69) Volete andarvene anche voi? Concludiamo oggi la riflessione sul capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, il discorso (eucaristico) sul pane di vita. Ma cominciamo dalla prima lettura, tratta dal libro di Giosuè; è una pagina famosa, è una pagina importante: si tratta di una della (tante) dichiarazioni di fedeltà del popolo di Dio; ma questa è particolarmente significativa, perché venne manifestata all´ingresso dei futuri Israeliti nella Terra promessa. Tale impegno ufficiale si pone come spartiacque tra passato e futuro di quelle tribù. Non possiamo trascurare il fatto che tutti costoro erano nati in Egitto; la discendenza dalla famiglia di Giacobbe, era ormai un ricordo sbiadito; per molti di loro neppure questo. Gli Egiziani erano notoriamente politeisti, ed è verosimile che le divinità dell´Empireo egizio ricevessero l´omaggio della fede anche da parte del futuro popolo eletto. Se ne fa allusione - e più di un´allusione! - nel famoso episodio del vitello d´oro, raccontato nel cap.32 dell´Esodo. Non si spiegherebbe diversamente la domanda di Giosuè, successore di Mosè alla guida degli Israeliti; in verità ci sarebbero voluti ancora due secoli almeno perché i clan che avevano attraversato il Giordano, dopo i quarant´anni nel deserto e la schiavitù nel Paese del grande Nilo, diventassero un vero popolo, con tanto di territorio, governo, esercito, e culto organizzato. C´è da aggiungere che l´ingresso in Palestina non fu per così dire del tutto indolore... Questa terra era abitata da popoli diversi, che parlavano lingue diverse e adoravano divinità diverse: è naturale che costoro non vedessero di buon occhio Giosuè e la sua gente... per loro erano degli intrusi, che venivano a usurpare le loro città, a invadere i loro pascoli, a razziare i loro raccolti, e rubare il loro bestiame. Il fatto che i nuovi arrivati obbedissero a un comando di Dio - ma, il Dio di chi? -, e si sentissero in diritto di occupare, in nome della promessa ricevuta da Dio - ma quale Dio? -, beh, per i nativi del luogo, tutto ciò non contava niente! Se questa era la situazione politica, non meno incasinata era la questione religiosa. In questo variegato orizzonte religioso, tra divinità egizie e amorree, il popolo si trovò nella necessità di dover scegliere. Emerge un aspetto delicato e di non poco momento: l´adesione a una fede per dovere di nascita, o per altro motivo... La questione ci riguarda da vicino! Confessiamolo: per quale motivo siamo cristiani? ritengo perché siamo nati in un paese a maggioranza cristiana. Coloro che hanno superato gli anta, sanno che quando siamo venuti al mondo, la confessione cattolica condizionava addirittura la politica del Paese. Dunque, piuttosto che la domanda: “Perché proprio cristiano?”, ci sarebbe stato da chiedersi: “Perché no?”; il problema non era, non è quello di essere cristiani, ma di non esserlo... In ultima analisi, gli Israeliti dovettero decidere se continuare ad aderire alla religione di provenienza, quella Egizia, o ai culti presenti in Palestina, oppure al Dio che li aveva liberati dalla schiavitù e li aveva guidati fino lì... Scelsero la terza opzione; ma, ripeto, ci sarebbero voluti secoli, prima che il culto si organizzasse intorno al tempio di Gerusalemme e diventasse ciò che, a grandi linee, identifichiamo come fede ebraica. Infine arrivò Gesù! E dichiarò che la scelta religiosa fatta dal popolo era ormai superata; il figlio del falegname abolì il culto dei Padri e ne inaugurò uno nuovo, nel suo corpo, in spirito e verità. Paradigmatico è l´incontro del maestro di Nazareth con la samaritana, raccontato sempre da Giovanni, al capitolo 4: nel corso del variopinto dialogo con la donna pagana, l´evangelista inserisce la questione del valore intrinseco della fede cristiana, ben superiore, rispetto a quello della fede ebraica e di qualunque altra fede. Il nuovo culto che esprime la nuova fede, non si realizza più con sacrifici, immolazione di vittime, e neppure frequentando il Tempio; il vero culto in spirito e verità si fonda sull´unico sacrificio di Cristo, l´unico che il Padre gradisce, l´unico che non sia da ripetere ogni anno, perché il Cristo ha dato la sua vita una volta per tutte, salendo sulla croce e risorgendo il terzo giorno. La lettera agli Ebrei è una lunga e complessa riflessione sul tema del sacrificio e presenta la persona del Figlio di Dio come la vittima perfetta, la quale, sola, può salvare tutti e sempre soffrendo una volta per tutte in remissione dei peccati. Il capitolo 6 che abbiamo esaminato, domenica dopo domenica, costituisce un annuncio della passione di Gesù, espresso non solo e non tanto dai rappresentanti del tempio e dai capi del popolo, ma dallo stesso Signore. Ma le parole del Signore sono difficili da ascoltare! Ai nostri orecchi, potrebbe suonare un controsenso: ma come? Gesù annuncia il compimento delle attese del popolo, con l´autorevolezza di chi ha appena sfamato migliaia e migliaia di persone moltiplicando - come, non si sa! - cinque pani d´orzo e pochi pesciolini. Di più, il Figlio di Dio proclama che da oggi gli uomini non dovranno più “sentirsi obbligati a fare qualcosa per Dio”.... ma sarà Dio a fare qualcosa per loro; agli uomini, a noi, solo l´impegno di credere in Lui, in Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo. Ora, per noi tutto ciò può sembrare, cosa da poco - triste doverlo riconoscere: per molti cristiani, l´impegno della fede è davvero un´emozione da poco! -; non così per gli ascoltatori di Gesù. Si trattava di archiviare una tradizione religiosa che resisteva da secoli e, almeno in quella periferia dell´Impero romano, condizionava addirittura le relazioni politiche tra Gerusalemme e Roma. Se appena scorriamo le pagine della storia contemporanea, la questione ebraica è senza dubbio una delle questioni cruciali, se non la più cruciale, che ipotecano le sorti della pace dell´intero pianeta. E pensare che Gerusalemme significa città santa di pace... “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.” Gesù non si fa intimidire neppure da questo esodo lontano da lui - ed uso la parola ‘esodo´ a ragion veduta! -; anzi, chiede ai Dodici se se ne vogliono andare anche loro. Ecco l´ultima lezione di questo lungo capitolo 6: Cristo non obbliga nessuno a seguirlo, e non serba rancore se decidiamo di non credere più in Lui. Gesù sa aspettare. Quello che poteva fare, lo ha fatto. Qualsiasi cosa faremo, o non faremo, che abbiamo fede o che manchiamo di fede, Lui rimarrà fedele - ci insegna san Paolo -, perché non può rinnegare se stesso (cfr. 2Tim 2,8-15).

Domenica 20 agosto 2018      notizia del 18/08/2018

Commento alla XX Domenica del T.O. ( Gv 6,51-58) :L´Eucarestia fa la Chiesa, cioè tutti i battezzati, popolo di Dio SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Nella liturgia della Santa Messa, il gesto di prendere un pezzettino di pane azzimo, oggi ridotto ad una cialda detta particola, che particola non è, e di mangiarlo, credendo di manducare veramente il corpo di Cristo, è un gesto comunissimo e velocissimo. Il gesto di prendere il calice e bere un po´ di vino, credendo di bere veramente il sangue di Cristo, è quasi sempre riservato, per motivi pratici, ai soli ministri ordinati presenti sull´altare. Anche questo bere spesso è vissuto in modo affrettato. Eppure è proprio in quel momento così semplice e immediato che noi «abbiamo la vita eterna e saremo risuscitati nell´ultimo giorno (Gv 6,54); noi dimoriamo in Gesù Cristo e lui dimora in noi (Gv 6,56); noi viviamo per Lui così come Lui è stato inviato dal Padre e vive per il Padre (Gv 6,57)» Umanamente ripetiamo questo gesto da «inesperti» e da «privi di senno», cioè da stolti. Eppure la Parola di Dio ci dice che la «Sapienza ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città» (Pr 9, 3) dicendo a tutti noi, inesperti e stolti: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il mio vino che io ho preparato» (Pr 9,5). Dopo aver mangiato e bevuto siamo invitati ad «abbandonare la stoltezza, e andare diritti per la via dell´intelligenza e vivremo» (Pr 9,6). Al banchetto della Sapienza ci andiamo tutti da inesperti e da stolti. Dopo aver mangiato il suo pane e bevuto il vino che la Sapienza ha preparato, sembra che quel pane e quel vino ci diano la forza di abbandonare la stoltezza e procedere diritti nella via dell´intelligenza. Ma viene rispettata la nostra libertà. Siamo noi a decidere di abbandonare la stoltezza e procedere nella via dell´intelligenza, non confidando nelle nostre forze, ma nella forza che ci viene da questo banchetto. Noi cristiani possiamo dire, alla luce del mistero dell´incarnazione e soprattutto illuminati dalla morte, sepoltura e risurrezione di Gesù, che la figura personificata di donna Sapienza del libro dei Proverbi è prefigurazione del Cristo risorto che ci dona il suo Santo Spirito. La vita eterna che riceviamo mangiando e bevendo il suo corpo e il suo sangue nel pane e nel vino consacrati, è lo Spirito Santo. La via dell´intelligenza di cui parla il libro dei Proverbi è per noi prendere progressivamente consapevolezza che il dono dello Spirito Santo c´è sempre stato in noi, è un dono offerto a tutta l´umanità a partire dal giorno in cui avvenne una volta per tutte la morte di croce, la sepoltura e la risurrezione di Gesù. Tutto è già santificato dalla presenza dello Spirito Santo in noi e in tutte le persone e cose che ci circondano. Noi, da stolti, non ce ne rendevamo conto. Tutta l´umanità è già sotto il segno della salvezza perché lo Spirito Santo è già stato donato a tutti. Noi, da stolti, non ce ne rendevamo conto. “Fare la comunione” è l´atto del cambiamento di sguardo verso la nostra vita, verso tutta la realtà del mondo che ci circonda. Questo cambiamento di sguardo è l´abbandono della stoltezza della nostra autosufficienza e l´entrare nella via dell´intelligenza, cioè nell´essere consapevoli del dono dello Spirito Santo per la nostra esistenza, che diventa una esistenza eterna, se ci crediamo nella sua forza. Nel momento del mangiare il Corpo di Cristo, sentendomi membro vivo del Corpo di Cristo, mi sento inviato a vivere per Cristo, in nome di Cristo per le strade del mondo, «facendo buon uso de tempo» (Ef 5, 16a) che mi è dato da vivere con un «comportamento da saggio e non da stolto» (Ef 5, 15b). La mia vita etica, sobria, non schiava della «sfrenatezza, del non controllo di me stesso» (Ef 5, 18b), di fronte alle mie pulsioni istintive ed egoistiche, è una vita «ricolma dello Spirito Santo» (Ef 5, 18c), perché insieme ai fratelli e sorelle della mia comunità «cerchiamo di comprendere insieme qual è la volontà di Dio» (Ef 5, 17b) in un atteggiamento comunitario e orante della Parola di Dio, scandito dal canto di «salmi, inni, canti ispirati» e con «gratitudine per ogni cosa» che avviene nella nostra vita( Ef 5, 20a), anche se spesso «i giorni sono cattivi» (Ef 5, 16b). La comunione eucaristica ci fa vivere per Cristo. Per la forza dello Spirito la comunione eucaristica ci fa vivere una autentica vita etica nel nome di Cristo, che diventa una vita di carità e ci porta a incontrare chi soffre più di noi come si incontra la stessa carne di Cristo, quella carne di cui ci alimentiamo al banchetto del suo Corpo e del suo Sangue. Nel momento del mangiare il Corpo di Cristo io prendo consapevolezza di essere in comunione con tutti coloro che, in questo momento, nel mondo intero, hanno scelto di fare della morte e risurrezione di Gesù il centro della loro fede. Scompare l´«io», si afferma il «noi». Insieme a tutti loro, in una profonda consapevolezza / intelligenza di comunione, io mi sento di appartenere al Corpo di Cristo, che è la Chiesa. Il Cristo risorto non può che essere nel suo corpo che è la Chiesa. Il rimanere in Gesù e lui in noi non è un fatto intimistico, che si risolve in un rapporto io-tu. Io mangio e bevo il corpo e sangue di Cristo perché il dono dello Spirito Santo non mi fa essere più solo, ma membro vivo del corpo di Cristo che è la Chiesa. E questa comunione rimane in eterno, perché oltrepassa i legami di fraternità della mia comunità cristiana, mi fa sentire in comunione con tutti i cristiani del mondo. Oltrepassa i confini di questo mondo perché l´essere corpo di Cristo include anche la comunione con tutti i santi, con tutti coloro che ci hanno preceduto e sono nella piena ed eterna comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L´essere Corpo di Cristo è già vivere la vita eterna qui in questo mondo ed è promessa di risurrezione per ciascuno di noi nell´ora della nostra morte, quando passeremo a far parte della comunità dei santi. La comunione eucaristica fa la Chiesa Corpo di Cristo. Possiamo allora celebrare davvero con profonda gratitudine la festa della trasformazione della nostra vita in vita eterna, in vita di comunione, perché «per Cristo, con Cristo, in Cristo» già diamo gloria al Padre misericordioso, nell´unità dello Spirito Santo, per i secoli dei secoli.

ASSUNZIONE DI MARIA AL CIELO      notizia del 14/08/2018

Commento alla Liturgia dell´Assunzione della Beata Vergine Maria ( Lc 1,39-56):Maria si incoraggia verso la speranza che diventa certezza già adesso nel costante impegno di fedeltà al Signore. La pagina dell´Apocalisse di cui alla Prima Lettura in realtà non si riferisce a Maria. La “donna vestita di sole “rappresenta infatti il popolo che è prediletto e sostenuto da Dio con il massimo dei suoi doni (il sole). Per volere dello stesso Dio Padre, dal popolo nascerà un Figlio destinato a regnare per sempre: il Cristo Messia. La “donna” è quindi la chiesa. Una certa lettura devozionale la identificava con Maria. Non possiamo comunque negare che la figura della chiesa è pur sempre collegata alla Madre del Signore, poiché nel popolo di Dio e nella comunità ecclesiale Maria riveste pur sempre un ruolo importantissimo. La madre del Dio Incarnato Gesù Cristo è infatti innanzitutto membro della chiesa, si configura con essa e di essa partecipa sotto tutti i punti di vista. Come prima discepola e prima redenta, Maria è anche modello della Chiesa e poiché la Chies stessa si realizza nella comunione di noi tutti con Cristo Capo di cui siamo membra, Maria è anche Madre nostra. Madre nostra perché in quanto battezzati noi siamo membra di Cristo, inopinatamente innestati in lui. Tutto questo non fa di Maria una divinità o una donna esaltata all´eccesso, al contrario come si è già accennato prima ancora della Vergine vi è lo stesso Cristo e la sua Chiesa e Maria nulla toglie all´unica onnipotenza di Dio Padre che opera attraverso il Figlio nello Spirito Santo. In quanto Madre del Signore e collaboratrice all´opera della nostra salvezza, Maria assume tuttavia una posizione particolare, un culto da ravvisarsi al di sotto di Dio ma al di sopra di tutti i Santi (iperdoulia) per un ruolo particolare di intercessione a nostro vantaggio presso Gesù suo Figlio. La Madre di Gesù inoltre non collabora all´opera di redenzione e di salvezza con la sola gestazione verginale, ma è sempre associata a Cristo suo Figlio nella continua lotta contro il maligno, partecipe sia pure implicitamente di ogni opera realizzata da Questi a vantaggio degli uomini, attenta alle vicende e alle ansie patite dal Cristo medesimo per la nostra salvezza. Come pure la si vede stremata e sofferente davanti alla croce sulla quale il suo Figlio sfioriva, secondo una ben nota espressione di Jacopone da Todi “Stabat Mater Dolorosa”. Nella continua opera di redenzione e di salvezza, seppure questa venisse operata esclusivamente da Gesù Cristo Verbo Incarnato, Maria non è mai stata spettatrice passiva, ma costantemente attenta, pronta e partecipe, soprattutto nella sua speciale opera di intercessione con la quale ci orienta verso il suo Figlio: “Fate quello che vi dirà”(Gv 2). Dalla Chiesa di cui è stata membro Maria ha appreso; nella Chiesa si è distinta e alla Chiesa ha sempre dato. Anche per questo è necessario che Maria abbia ottenuto uno spessore di gloria e di innalzamento simile se non identico a quello del suo Figlio Gesù Cristo. Appunto perché sempre unita al Cristo in tutte le vicende che lo hanno interessato, Maria non poteva che essere Assunta al Cielo. Prestiamo attenzione ad un particolare: non è “ascesa” al cielo quasi come si trattasse di una divinità dotata di autonomia decisionale. Questo possiamo dirlo del solo Signore Gesù Cristo che essendo Dio unitamente al Padre e al Figlio è asceso, ossia ha recuperato la pienezza della sua dimensione divina. Maria è pur sempre una creatura umana, ma ciò non le ha impedito che Dio la “assumesse” al cielo. E´ stata quindi assunta, cioè innalzata e recata alla gloria indescrivibile dell´eternità non soltanto nella sua anima immortale, ma anche nel suo corpo immacolato. Eccoci allora alla solennità odierna dell´Assunzione: essa ci descrive come Maria è stata assunta in anima e corpo nella dimensione della gloria in modo tale che le sue membra non si dissolvessero fra la putredine della terra. La sua continua vicinanza al Figlio redentore e la sua perenne compartecipazione alla sua opera le hanno meritato la necessaria conseguenza che anche il suo corpo venisse preservato dalla corruzione e dalla senescienza terrena. Nel VI secolo la Chiesa ortodossa e in più parti anche il mondo cattolico orientale celebrava il 15 Agosto la festa della Dormitio Mariae, che esaltava la Vergine dormiente accerchiata dalla schiera degli apostoli che veniva poi sollevata e recata al cielo secondo differenti testimonianze tradizionali avallati anche da alcuni discorsi omiletici, non ultimo quello di Germano di Costantinopoli. La festa orientale della Dormitio divenne un po alla volta in Occidente Festa dell´Assunzione. Nel 1950 Pio XII definiva Dogma di fede la presente Solennità, estinguendo ogni dubbio in ambito cattolico che Maria fosse davvero stata assunta al Cielo in anima e corpo, ma l´intervento autorevole del Magistero del pontefice nulla pregiudica alla fondatezza storica e teologica dell´evento. Dio non sarebbe oltretutto davvero munifico e latore di doni e non avesse corrisposto alla Vergine il premio proporzionato alle sue fatiche e alla sua fedeltà e di conseguenza non poteva non concedere a Maria lo speciale privilegio di venire assunta. La figura dell´Assunta ci incoraggia a perseverare camminando sulla terra con gli occhi volti verso al cielo, considerando che se il nostro impegno di testimonianza ci è richiesto in questo mondo, siamo pur sempre invitati a cercare le cose di lassù poiché la realtà di questo mondo è pur sempre destinata a pasare(Col 3, 1 - 2). Ci attende il compimento della speranza intermedia che è quella del Paradiso, dove vedremo Dio come egli è, configurandoci a lui in tutto e immedesimandoci in una dimensione ben differente da quella farraginosa e distorta quale quella del secolo presente. Maria si incoraggia quindi verso questa speranza che diventa certezza già adesso nel costante impegno di fedeltà al Signore.

DOMENICA 5 AGOSTO 2018      notizia del 04/08/2018

Commento alla XVIII Domenica del T. O. (Gv 6,24-35) : dall´essere folla al diventare Chiesa SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Tutto sommato, l´impressione finale che deriva dalla lettura del Vangelo di oggi è un po´ triste: quella “folla”, che all´inizio del brano cercava Gesù con tanta ansia da salire sulle barche e andare “alla ricerca di Gesù”, non diventa “Chiesa”, ma rimane “folla”, una marea di gente senza coscienza e senza unità. Ed è significativo che questo avvenga in un contesto in cui si parla del “pane di vita”: questo pane, prima di essere l´Eucaristia, è innanzi tutto la sapienza che Dio ha inviato, cioè la sua Parola da ascoltare, una Persona, Gesù stesso, alla quale aderire con tutto se stessi (cioè: “credere”), poiché su di lui “Dio, il Padre, ha posto il suo sigillo”, la sua garanzia. La folla rimane folla innanzi tutto perché è rimasta ancora “prima” della fede, del riconoscimento di Colui che il Padre ha mandato; e quindi è ancora “prima” dell´Eucaristia, del condividere il Pane vivente della sua Parola e della sua reale Persona. Ecco perché la folla è ancora priva di unità in sé, perché non crede, e quindi è priva anche di quell´unità che viene da Lui, che è il duplice pane della Parola e dell´Eucaristia. Infatti è l´Eucaristia che costruisce, o fa, la Chiesa; ma l´Eucaristia è possibile solo per mezzo della fede. E dunque questa pagine ci interroga sulle nostre Eucaristie, o, per meglio dire, sulla nostra partecipazione ad esse. Si può ben essere presenti ad una celebrazione, ma rimanendone esterni: quanta gente partecipa a Messe che si celebrano per vari motivi, ma senza fede, ed è paragonabile a questa folla che ha visto la moltiplicazione dei pani, ma è come se non l´avesse vista, perché non la ha capita, e la ha confusa con altro. Questa pagina pone però una domanda anche a noi, che confessiamo la fede retta nella presenza reale del Signore e cerchiamo di ascoltarne la Parola: che cosa cerchiamo, in verità, cioè nella vita nostra reale? Cerchiamo “il pane che perisce o quello che dura per la vita eterna”? Certo, il Signore stesso ci ha espressamente comandato di cercare il pane quotidiano, il sostentamento di ogni giorno. Eppure è vero che più cerchiamo le cose che passano, più il nostro desiderio si incarna in esse: avrete notato anche voi che se uno cerca, giustamente peraltro, di avere qualche soldo in più, quando lo ha ne cercherà ancora, e così si immette in una ricerca sempre più assoluta di quel cibo che perisce, che non ha fine: la conclusione è che non solo ne rimani sempre affamato, ma ne hai sempre più fame. L´appetito cresce, e il pane diminuisce. Insomma, più sei ricco, e più aumenta il tuo bisogno di mantenere e aumentare uno stile di vita da ricco; più aumenta la paura di perdere quello che hai, e più aumenta la necessità di aumentare il tuo bene. E´ un po´ come correre dietro all´arcobaleno: ti si sposta sempre avanti, e la vita diventa una ricerca senza gioia della gioia, un correre sempre più veloce per non arrivare da nessuna parte. Questo è vero per i soldi, ma vale per ogni altro bene, o pane, che cerchiamo per appagare i nostri bisogni. Insomma, non puoi mai dire: adesso sono sazio. Al contrario, Gesù ci dice che “chi viene a me non avrà fame, e chi crede in me non avrà sete, mai”. In queste sue parole, il “venire” è anche il “credere”: non si crede “di testa”, come si crederebbe ad una dottrina, a una cosa che si legge su di un libro, ma si tratta di un´adesione “di cuore”, dell´intelletto, ma anche degli affetti, ad una Persona, a Gesù: cioè volgiamo i desideri dalla parte giusta, e questi vengono così piegati e diretti dalla fede in Colui che solo li sazia, perché è Lui Colui che il Padre ha garantito, mettendo su di Lui il suo sigillo. Dunque, pur essendo fisicamente in chiesa, possiamo ben domandarci se siamo “Chiesa”, oppure se siamo ancora rimasti “folla”, gente ancora al di qua della fede, ma anche al di qua del pensiero, della sapienza su di sé e sulla propria vita. Infatti il pane della vita nell´Antico Testamento è appunto la sapienza: qui non si tratta di fare gli intellettuali o gli accademici, ma piuttosto di elevarci al senso più profondo delle nostre scelte, del perché vivere, del per chi vivere. Si tratta di entrare nella verità di se stessi, atteso che è tristemente facile rimanere appunto come folle, cioè gregge non pensante, che è quello a cui ci conducono, e ci vogliono condurre, i cattivi pastori. Solo Gesù è il buon Pastore, quello appunto che dà la vita alle sue pecorelle: gli altri, mantenendole nell´ottusità, le usano, le mungono, le tosano e le mangiano. Al contrario, Gesù dà il cibo, che è Lui stesso alle sue pecore. In questo senso, siamo invitati a vivere non più “come i pagani con i loro vani pensieri”: parole d´altri tempi, ma sempre vere, visto che “vano” vuol dire qualcosa di fluttuante nel nulla, senza alcuna consistenza, come il fumo delle sigarette. La folla appunto è ondivaga, va ora qua ora là, cercando qualcosa per saziarsi: ma lo cerca nella direzione sbagliata, perché cerca il cibo che perisce e non quello che dura per la vita eterna, cioè la vita dello spirito, che è l´integrità della persona, e non solo il suo stomaco. Così nel Vangelo di Giovanni l´espressione “vita eterna” non significa la vita dell´al di là, ma quel tipo di vita radicalmente diverso dalla vita “che perisce”, cioè che passa, quella di coloro che non hanno riconosciuto e creduto l´amore che Dio ha per noi e vivono senza speranza e senza amore, perché senza fede. Vita eterna è vivere come Gesù, entrare con Lui nella sua stessa relazione con il Padre, conoscerlo a tu per tu, vivere “a petto con l´infinito”, nello Spirito di Dio; cioè vivere nell´autenticità di quel per cui siamo stati creati, nella verità di noi stessi. In altri termini, non come animali, al livello dei quali possiamo abbrutirci, e non solo come creature ragionevoli, quali siamo già per natura, per poter “seguir virtute e conoscenza”, ma, di più, come figli di Dio, cioè rivestire “l´uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità”. Alla doppia mensa della parola e del Pane vivente si offre a noi questa possibilità, si dischiude questo orizzonte: beati quelli che ne sapranno approfittare.

DOMENICA 29 LUGLIO 2018      notizia del 28/07/2018

Commento alla XVII Domenica del T. O. ( Gv 6,1-15 ) : Gesù ci vuole compagni nel riconoscere la “fame” dell´altro che ci sta davanti. A partire da questa domenica ascolteremo, suddiviso in brani, il capitolo sesto del Vangelo di Giovanni, dedicato al tema del Pane di vita. Oggi i primi 15 versetti, che presentano la narrazione del segno fatto da Gesù, la moltiplicazione dei pani. La scorsa domenica il Vangelo di Marco ci ha lasciati con lo sguardo di Gesù sulle folle, uno sguardo commosso perché erano come pecore senza pastore (Mc 6, 34). La liturgia inserisce a questo punto il Vangelo di Giovanni, ma senza interrompere la trama poiché anche seguendo quello di Marco avremmo trovato il racconto della moltiplicazione dei pani. Nel racconto di oggi, le coordinate del contesto sono fornite dalla narrazione: il luogo è il lago di Galilea e Gesù passò all´altra riva. Il tempo è che era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Queste due notazioni fanno trasparire subito uno sfondo pasquale, con l´esperienza dell´esodo dall´Egitto, la celebrazione della prima pasqua di Israele ed il passaggio all´altra riva del mar Rosso, la riva della libertà raggiunta grazie all´intervento potente di Dio. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli: la scena richiama anche nel linguaggio l´inizio delle Beatitudini (cf Mt 5). Gesù siede nell´atto di insegnare ai discepoli. E´ importante notare, infatti, che il dialogo avviene fra Gesù e i suoi discepoli, i quali saranno profondamente coinvolti in quello che farà poco dopo. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo... Ci sono due azioni nel guardare di Gesù. La prima è che lo sguardo di Gesù è un alzarsi verso, esprime il suo essere in relazione ed anche la sua pronta disponibilità. Solo nell´episodio dell´adultera, di fronte agli accusatori ipocriti, Gesù chinatosi giù scriveva per terra (Gv 8,6). La seconda azione è un guardare nel profondo, è uno sguardo intelligente (intus-legere) che comprende bisogni e situazioni, non una semplice percezione visiva. «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova. Giovanni ci mostra un Gesù che si preoccupa di come sfamare tanta gente e che coinvolge nella sua compassione i discepoli. E´ interessante confrontare questo con i racconti dei Vangeli sinottici nei quali leggiamo che sono i discepoli ad avvicinarsi a Gesù per dirgli di licenziare la folla affinché vada a comprarsi da mangiare nei luoghi vicini (cf Mt 14,15 e par). Incuriosisce la questione della prova: in che senso Gesù mette alla prova il discepolo? In cosa consiste questa prova? Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Filippo fa un rapido calcolo e conclude che anche se avessero una grande somma, non basterebbe per sfamare tutta quella gente. Filippo guarda al tanto che non posseggono. La sua risposta si condensa in due parole: non possiamo! «C´è qui un ragazzo che ha cinque pani d´orzo e due pesci; ma che cos´è questo per tanta gente?» Si fa sentire la voce di un altro discepolo dal carattere diverso, Andrea fratello di Pietro il quale interviene con entusiasmo e generosità. Andrea constata che qualcosa ce l´hanno, ma è troppo poco e quindi sono al punto di prima. Entrambi arrivano alla stessa conclusione. Gesù li ha voluti condurre proprio a questo punto, attraverso la sua prova. Però poi valorizza quel poco che hanno e compie su quei cinque pani le azioni dell´Eucaristia: Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Questa è una scena di abbondanza e di cura ad “oltranza”. L´evangelista sottolinea la sazietà che sperimentano le folle, quindi non un boccone a testa ma ce n´è addirittura d´avanzo. Però, nonostante possa offrire pane a volontà, Gesù fa quella raccomandazione così particolare a che nulla vada perduto. Questo significa che il pane da Lui moltiplicato è prezioso di per sé, ma vuol dire anche altro. Infatti, quel pane va conservato per qualcuno, per altri da sfamare e saziare. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d´orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Il numero dodici rimanda agli apostoli, i quali diventano i responsabili di questi canestri colmi del Pane di Gesù. Giovanni, a differenza dei sinottici, mette anche l´accento sul tipo di pane, pane d´orzo (vv. 9 e 13). * * * * * Filippo, Andrea, il ragazzo dei pani... noi Per cogliere uno dei messaggi del Vangelo odierno, dobbiamo sostituire alla parola “discepoli” un bel “noi” e al nome “Filippo” il nostro nome e così via. In altre parole oggi Gesù invita noi al dialogo con Lui su questa questione fondamentale: la fame dell´essere umano, il suo bisogno di essere sfamato. Nel contesto di un segno che prefigura l´Eucaristia e quindi il fatto che Gesù sfama noi, Egli ci coinvolge ad occuparci della fame altrui. Gesù ci insegna ad usare gli occhi. Il suo sguardo è attento a cogliere i bisogni, non è distratto né indifferente, ma è intenzionalmente rivolto verso ogni persona. Se al tempo dei nonni, ci insegnavano a salutare la persona che si incrociava sulla strada, ora - nel tempo della spersonalizzazione del web - quando incontriamo un altro lo ignoriamo, spesso abbassiamo lo sguardo, restiamo indifferenti e chiusi in noi stessi. Gesù, invece, alza gli occhi e guarda nel profondo e ci vuole rendere partecipi del suo sguardo, ci vuole dare i suoi occhi per vedere bene. Gesù ci insegna oggi a guardare i volti, le rughe, le espressioni, le mani, i corpi, le assenze di sorriso, gli sguardi che chiedono aiuto laddove le parole non osano uscire e i cuori non riescono a sperare. Ci vuole compagni nel riconoscere la “fame” dell´altro che ci sta davanti. La seconda cosa che il Signore ci insegna è che dobbiamo renderci responsabili nei confronti della “fame” degli altri. Questa “fame” tra virgolette è sinonimo di molti bisogni e non solo di quello fisico del mettere qualcosa sotto i denti. Quello c´è, è evidente e va soddisfatto, ma ci sono anche le fami più nascoste, quella di affetto e amicizia, di stima, di relazioni buone, di comprensione, di sostegno, di consolazione, di rassicurazione. Gesù, con la sua domanda che mette alla prova, ci invita a guardarci dentro e a renderci disponibili in quello che siamo e abbiamo, ci scuote per farci uscire dall´egoismo e farci entrare nella solidarietà e, ancor di più, nel suo modo d´amare che si chiama carità. Gesù ci invita a vivere quello che mirabilmente dice san Paolo: Caritas Christi urget nos, la carità di Cristo ci spinge (2Cor 5,14). Il Vangelo ci mostra, poi, le misure del tanto (duecento denari cioè la paga di molti mesi per un operario) e del poco (cinque pani d´orzo) ma la conclusione a cui ci fa arrivare è che quello che abbiamo non basterebbe e che non dobbiamo preoccuparci del quanto. Gesù vuol portarci a questa consapevolezza: da soli non siamo in grado di sfamare proprio nessuno, non siamo in grado di colmare e soddisfare nessuna fame, neanche quella dei più vicini a noi. Questa nostra povertà può essere colmata solo da Lui. Per questo è bello e importante notare che Gesù chiede: dove potremo comprare il pane... Non dove puoi ma dove potremo. Gesù usa il plurale, perché sa che questo pane necessario agli altri lo possiamo provvedere solo insieme con Lui e Lui lo vuole provvedere con noi. Cinque pani d´orzo: un pane da poveri Il ragazzo che non ha nome ha cinque pani d´orzo. In questo c´è tutto il senso di una povertà. Il pane d´orzo, infatti, era il pane dei poveri e degli schiavi. Il numero ha il significato di “alcuni” (cf Lc 12,6; 1 Cor 14,19) e però fa riferimento anche alle dita della mano e quindi alla sua possibilità di essere aperta o chiusa, in atto di donare o trattenere. Affidiamo a Gesù la nostra povertà ed avremo in custodia un canestro sempre pieno. i frammenti custoditi Che bella la cura di Gesù per i frammenti! Ma cosa significa? Non è certo un semplice risparmio degli avanzi. Ci viene subito da pensare all´attenzione che prestiamo ai frammenti eucaristici, ma c´è anche altro nella linea di lettura che stiamo seguendo. Intanto dobbiamo notare che questo invito di Gesù a non perdere nulla si trova solo nel IV Vangelo. Proprio nello stesso capitolo 6 di Giovanni leggiamo: Ora, questa è la volontà di Colui che mi ha mandato: che nulla vada perduto di ciò che mi ha dato, ma io lo risusciti nell´ultimo giorno (Gv 6,39), ma anche in altri testi è espressa l´attenzione del Signore a non perdere nessuno (cf Gv 17,12; 18,9) o a cercare ciò che era perduto (cf Lc 19,10). Ecco allora che in questi frammenti che non devono andare perduti dobbiamo ancora vedere la cura di Gesù per l´umanità, per i frammenti di umanità e per l´umanità che va in frammenti, in pezzi sotto il peso di tante difficoltà e tentazioni. Per ogni frammento di umanità è pronto e custodito un pezzo del Pane di Gesù. Le altre letture Nella prima lettura, l´episodio del profeta Eliseo - oltre ad offrire una prefigurazione antico testamentaria dell´Eucaristia - mette in luce l´abbondanza straordinaria che sprigiona dall´azione di Gesù: là 20 pani per cento persone, nel Vangelo 5 pani per cinquemila. La seconda lettura invita a conservare l´unità dello spirito, e insiste sull´essere uniti in un solo corpo, nella fede, nella speranza e nell´opere. Le parole di Paolo ci aiutano a comprendere che Eucaristia e comunione tra fratelli sono una cosa sola: non si realizza davvero la Comunione eucaristica se allo stesso tempo non si realizza quella fraterna.

DOMENICA 22 LUGLIO 2018      notizia del 21/07/2018

Commento alla XVI Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 6,30-34) :a Do non non interessa ciò che fa, ma ciò che sei .Prenditi tempo SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Gli apostoli, nel loro primo invio missionario, ebbero subito l´onore di subire il disonore del disprezzo, così come era stato loro predetto (ma perché ci si lamenta della crescente ostilità nei confronti della chiesa con continue e noiose esternazioni sui social e altrove? Cosa c´è di nuovo in ciò?...); ma poterono anche godere subito dell´accoglienza di chi li riconosceva quali inviati di Dio. Consapevoli di aver molto ricevuto in fiducia e potere dal Maestro, si affrettano, ritornando dalla loro prima missione, a riferire al Signore quanto avevano insegnato e operato (Mc 6,30). Questo movimento centripeto, dopo quello centrifugo, è di fondamentale importanza. Infatti, la comunità dei discepoli è costituita dal suo riunirsi davanti a Gesù; esiste in quanto si relaziona con questo unico referente, centro di tutti e di ciascuno. Diversamente, ecco la tanto segnalata autoreferenzialità comunitaria o individuale in cui cadono aggregazioni ecclesiali e leaders cristiani. La missione del discepolo dunque parte da Lui e, senza distogliere lo sguardo da Lui, porta a Lui, conducendo gli altri a Lui per un dinamismo di attrazione che, se non fa innamorare, almeno fa incuriosire sulla sua persona. Si comprende meglio perché, ad esempio, nella prima lettura di oggi il profeta Geremia annuncia guai per i pastori del popolo di Dio che hanno dimenticato il centro della propria vocazione/missione. Chi se ne dimentica, finisce inevitabilmente per farsi il centro di essa e nello stesso tempo per sfruttare e poi far perire e disperdere il gregge del mio pascolo (Ger 23,1). Altri verbi che la Parola di Dio attribuisce alla condotta di questi pastori sono scacciare e non preoccuparsi (Ger 23,2). Chi si dimentica del Signore, finisce per maltrattare le pecore e non prendersi più cura di esse. Ma Dio, per la sua incommensurabile misericordia, promette di venire Egli stesso a cercare e radunare le pecore abbandonate al loro destino (Ger 23,3); promette di generare nuovi pastori che le riporteranno a Lui perché abbiano una vita felice. Da notare il verbo che viene attribuito all´azione di questi e le conseguenze sulla vita delle pecore: faranno pascolare, così che (le pecore) non dovranno più temere né sgomentarsi (Ger 23,4). Contrariamente agli altri, i pastori che si conformano al cuore di Dio sono coloro che lasciano le pecore respirare e gustare la loro libertà, collaborando con la parola e l´azione perché Dio possa liberarle dalla paura e da ogni angosciosa preoccupazione. Gesù è l´unico Pastore delle pecore; i suoi discepoli, i veri pastori messi a guardia del gregge. Nel vangelo è indicato con chiarezza il segreto del discepolo. Malgrado sia rivestito come tutti di debolezza, è un uomo che non si incammina sulla strada dei guai annunciata da Geremia: è uno che cerca di rispondere all´invito di Gesù ad andare in disparte, da soli, in un luogo deserto e riposarsi un po´ (Mc 6,31a). Dal testo si capisce subito quella che sarà sempre la tentazione del discepolo (Mc 6,31b-33). Essere talmente immersi nella propria missione verso gli altri da dimenticare sé stessi e soprattutto Chi è la fonte della stessa. E´ un equivoco in cui ci imbattiamo più che facilmente: si è talmente “presi” in quello che facciamo da dimenticare che non siamo noi né la sorgente né il fine della missione. E quindi giungiamo a far confusione di identità. A volte inconsciamente e a volte no, facciamo la parte di Dio e chiediamo a Lui di farci da discepolo! La cosa è sottile e quindi non sempre percettibile, ma ben reale. Certo anche il Signore, quando è sbarcato, sembra sia disposto a cambiare programma (Mc 6,34a). La visione di quella gente accorsa nel luogo deserto scelto per il riposo lo commuove al punto da fargli optare per un surplus di assistenza spirituale verso di essa (Mc 6,34b). Che significa? Che bisogna mandare all´aria i propositi di una riposante sosta per restare da soli con Dio? Sarebbe contraddittorio con l´invito del Signore e con quanto detto finora. Il vangelo vuole solo dirci che se siamo discepoli e pastori guidati dall´amore compassionevole di Gesù, sapremo opportunamente essere capaci di sacrificare, per le sue pecore, la nostra rigenerante sosta con Dio. Ma questo non vuol dire affatto che ce ne priveremo ogni volta che una o più pecore ci cercano. Lo stesso comportamento di Gesù è normativo in tal senso (cfr. Mc 1,35-37). E poi c´è un´altra icona evangelica, ancora più esplicita, che ci ricorda come il sapersi ritirare con il Signore sia la parte più fruttuosa della propria attività apostolica. Invitato a casa dei suoi amici Marta, Maria e Lazzaro, Gesù si imbatte nelle proteste di Marta che mal sopporta la visione di sua sorella ai suoi piedi concentrata nell´ascoltarlo, mentre lei è affaccendata. Sappiamo come è andata (Lc 10,40-42). Andare in disparte con il Signore è la miglior parte della vita, anche se i temperamenti più dinamici fanno e faranno sempre fatica ad accettarlo. Più di ciò che fai, a Dio interessa ciò che sei: non chiede ai dodici di pregare, di preparare nuove missioni o affinarne il metodo, solo li conduce a prendersi un po´ di tempo tutto per loro, del tempo per vivere. È il gesto d´amore di uno che vuole loro bene e li vuole felici. Come suggerisce questo testo molto noto: Prenditi tempo per pensare / perché questa è la vera forza dell´uomo Prenditi tempo per leggere / perché questa è la base della saggezza Prenditi tempo per pregare / perché questo è il maggior potere sulla terra Prenditi tempo per ridere / perché il riso è la musica dell´anima Prenditi tempo per donare / perché il giorno è troppo corto per essere egoista Prenditi tempo per amare ed essere amato / perché questo è il privilegio dato da Dio Prenditi tempo per essere amabile / perché questo è il cammino della felicità. Prenditi tempo per vivere! (Pablo Neruda)

DOMENICA 15 Luglio 2018      notizia del 14/07/2018

Commento alla XV Domenica del T. O. ( Mc 6,7-13 ) liberi per annunciare Cristo ovunque e a tutti SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 La storia del profeta Amos è interessante e originale. Forse la possiamo sentire vicina alla nostra. Riceve una chiamata improvvisa, pur non essendo particolarmente idoneo, sul piano umano, a fare il profeta; è un uomo semplice, rude e schietto. Un contadino e mandriano. Da contadino-allevatore impreparato si trasforma in un batter d´occhio nel più virulento profeta del Vecchio Testamento. Amos rimase colpito dalla corruzione dilagante che egli individuò in due settori soprattutto: l´ingiustizia sociale e la degenerazione del culto. Egli interviene contro tale stato di cose con la forza della parola profetica che da lui erompe implacabile e terribile; il suo ministero non dovette durare più di un anno. Ma in un anno la sua voce fu sentita sia dal Regno del Nord che da quello del Sud. Non era tra i suoi progetti o tra le sue ambizioni esercitare questo ministero: si trova costretto. Osserviamo il tratto determinante della personalità di Amos: la libertà. Libertà verso il prossimo: non essendo un profeta di corte, si può permettere di dire senza peli sulla lingua quello che pensa e non ha paura che il re lo mandi via dal suo palazzo, dove i falsi profeti di Geroboamo possono mangiare, bere e divertirsi a scrocco. Libertà verso le cose e il possesso: ha lasciato greggi e piantagioni e vive con il cuore leggero, senza necessità di accumulare. Non gli si può portare via nulla! Libertà verso Dio: dimostra una capacità di lettura della propria vocazione molto originale. Ha accolto il dono profetico e le persecuzioni che esso comporta. Ma non ha nulla da recriminare contro Dio. Pace! Invece il profeta di corte Amasìa e il re Geroboamo non hanno questa triplice libertà: vivono nel continuo timore del linguaggio politically correct, della diplomazia, delle alleanze di convenienza, del calcolo, del tornaconto personale. Sono attaccati ai loro possedimenti e non hanno un rapporto libero con Dio: lo temono e non sanno bene cosa prepari loro nel futuro. Nelle istituzioni del Vecchio Testamento ci sono tre pilastri fondamentali: il sacerdozio, la monarchia e il profetismo. Va detto che il profetismo nel senso stretto della parola non è mai, in Israele, una vera istituzione, come la regalità e il sacerdozio: Israele può darsi un re, ma non può darsi un profeta; questo è un dono di Dio, oggetto di una promessa, ma accordato liberamente. Profeta si diventa per una speciale chiamata e iniziativa divina, non per designazione o consacrazione degli uomini. Ciascuno dei tre pilastri ha il suo luogo particolare: il sacerdote sta nel tempio, il re nel palazzo e il profeta nel mercato. Il mercato è il luogo in cui si raduna la gente povera, gli anali di Yahwé, coloro che sono stati scelti come popolo santo. Nessuno conosce gli umori del popolo di Israele come il profeta. Il re, dal lusso del suo palazzo e il sacerdoti, dall´alto del tempio, ricevono solo voci di seconda mano. Il loro mondo è ovattato dalla barriera del prestigio, che crea separazione, dell´essere una classe eletta (che crea snobbismo) e del lusso (che anestetizza la coscienza). Delle tre istituzioni di Israele solamente la profezia non dipende da legami familiari. È dono gratuito di Dio. Dio sceglie in modo umanamente pazzesco, senza badare al blasone, alla cultura, alla classe sociale. È per questo che i profeti sono la linfa vitale di Israele. La maggioranza di loro, dopo essere stati isolati, criticati e perseguitati, hanno subito il martirio. Ma hanno custodito sempre il loro elemento caratteristico: la libertà esteriore di dire ciò che pensano, quella interiore di essere in pace con Dio, e quella “ecologica” di essere in pace con le cose del mondo. Il ritratto del profeta del Vecchio Testamento, lo ritroviamo, aggiornato e riveduto dallo Spirito Santo, nel Vangelo di Marco. I discepoli sono i nuovi profeti, gli annunciatori del Regno che viene. Anch´essi godono della stessa libertà di Amos. Non hanno bisogno di due bastoni o due tuniche, non cercano di essere approvati dagli ascoltatori, ma annunciano con libertà e letizia che il Regno è vicino, hanno un rapporto di profonda amicizia con Gesù, che considerano Amico, Messia e Signore. Potremmo dire che in più hanno la dimensione carismatica: guariscono gli infermi e scacciano i demoni. Soprattutto hanno potere sugli spiriti impuri: è un dettaglio importante ed è l´unica motivazione del loro invio. È vero, anche Eliseo e qualche altro profeta hanno compiuto qualche segno, ma il nuovo potere di scacciare i demoni è il sigillo evidente che la potenza di Dio è entrata nel mondo in modo nuovo. Nella persona di Gesù, il Cristo di Dio, e attraverso il potere della liberazione, comunicato ai discepoli, si rende presente il regno di Dio. Questi prodigi sono il segno che siamo entrati negli ultimi tempi. Gesù è la manifestazione ultima di Dio: attraverso di lui si compie la nuova ed eterna alleanza (non occorre aspettarne altre). Anche la seconda lettura, in un certo modo, segue lo stesso filo delle altre due. Dio ci ha scelto per la vocazione profetica, in virtù del nostro Battesimo, non a causa della nostra appartenenza a qualche casato o perché abbiamo qualcosa in più degli altri. La sua chiamata è totalmente libera e gratuita, come quella di Amos. Ci ha predestinati ad essere più che profeti: figli adottivi. Scrive Paolo: “Avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità”. La differenza tra pegno e caparra sta nel fatto che il primo può essere qualsiasi oggetto dato per avere in cambio del denaro, mentre la seconda è una parte del dono finale. La caparra è della stessa natura del full payment. Il pegno no. La gioia che i cristiani possono sperimentare in questa terra è della stessa qualità di quella che avranno in cielo. L´unica differenza è la quantità: in questa vita ne riceviamo solo qualche briciola, in Paradiso la vivremo al 100%. In conclusione, anche noi, come Amos, Paolo e i discepoli del Vangelo odierno, siamo stati chiamati da Dio a testimoniare la sua Parola. Anche a noi viene conferita la triplice dignità: sacerdotale, profetica e regale. Primo: si tratta di un sacerdozio diverso, rispetto al Vecchio Testamento. Possiamo rivolgerci al Padre direttamente. Non c´é più il velo del tempio che ci separa da Dio. Nel Corpo di Cristo abbiamo accesso al cuore del Padre. Direttamente. Secondo: si tratta di una regalità diversa rispetto a quella di Geroboamo: possiamo servire Dio e i fratelli. “Servire Dio è regnare”. Terzo: si tratta di una profezia diversa e nuova. Possiamo testimoniare con la vita. Qualche volta (ma solo qualche volta) anche con le parole. Mentre la profezia di Amos era tutta imperniata sul parlare, noi siamo chiamati a manifestare con la condotta il nostro essere scelti, figli, eredi, predestinati.

domenica 8 LUGLIO 2018      notizia del 07/07/2018

Commento alla XIV Domenica del Tempo Ordinario ( Mc 6,1-6) : Chiamati da Dio a realizzare la propria vocazione SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Il racconto della vocazione di Ezechiele è, in sostanza, la storia di ogni vocazione a diventare profeta. Il profeta è per definizione una persona scomoda, che pronuncia parole scomode, e vive coerentemente alle parole che pronuncia. E dunque compie gesti che quantomeno fanno pensare...O, meglio, facevano pensare, in passato. Oggi neanche un profeta lo ascolta più nessuno... Con questo clima di generale indifferenza, non c´è da stupirsi che neanche i profeti trovino seguito tra il popolo; men che meno tra coloro che abitano i palazzi del potere, politico, o religioso che sia. Perché la categoria del profeta è valutata in senso negativo: profezia e sventura vanno a braccetto. Sarà questo stereotipo, sarà perché c´è inflazione anche di profeti e, si sa, l´inflazione ne diminuisce il valore. A proposito di stereotipo del profeta, è necessario precisare che, secondo la Bibbia, un profeta che non annunci l´avvento di una qualsivoglia salvezza, non è un vero profeta, comunque non lo è secondo Dio. La volontà di Dio è sempre una volontà di bene, di liberazione. Fatto sta che il mestiere del profeta non garantisce il pane quotidiano: i profeti dell´AT conducevano quasi sempre una vita poverissima; letteralmente mendicavano il pane. Ma anche dal NT sappiamo che il profeta non se la passava bene, non per necessità, ma per scelta: un esempio per tutti, Giovanni il precursore, il quale viveva nel deserto, vestiva pelli di cammello, mangiava locuste e miele selvatico... E inveiva contro tutti: “Razza di vipere!” La vocazione del profeta e, in generale, il mestiere del predicatore non paga mai. Non lasciatevi ingannare dagli odierni telepredicatori americani! Intendo i predicatori del Vangelo, i quali, in tanto annunciano il Vangelo, in quanto lo vivono radicalmente. Dirò di più: il primo annuncio avviene attraverso il comportamento, il modo di vivere, che colpisce, incuriosisce, attira e suscita il desiderio di ascoltare, e magari, anche, di imitare colui che predica. Tornando alla prima lettura, tanto per ripassarvi la lezione, Ezechiele è quello che a nome di Dio annunciò al popolo di Israele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne.” (cfr. 36,26-27): la famosissima profezia che si legge la notte di Pasqua. Venendo alla Rivelazione cristiana, uno degli esempi più autorevoli di cosa e di come si predica resta ancora e sempre san Paolo; il brano che la liturgia di oggi propone alla nostra riflessione, tratto dalla seconda lettera ai cristiani di Corinto, è una confessione intima dell´apostolo; questa spina che un messo di satana gli ha conficcato nella carne non si sa di che natura sia: una malattia? un handicap fisico? una tendenza sessuale? certo, era qualcosa di serio e di ineliminabile, contro il quale dovette sempre combattere. Sappiamo che Paolo aveva un temperamento acceso, non era propriamente un diplomatico; da questo punto di vista risponde bene all´identikit del profeta, il quale non usa mezzi termini, non è politically correct; e non esita a indicare i rimedi estremi, a quelli che secondo lui sono mali estremi. L´apostolo dei lontani è ossessionato dalla superbia - in appena tre righe la cita due volte -, contro la quale lotterà tutta la vita, mantenendo sempre una bassa, molto bassa autostima. Evidentemente (san Paolo) non fu mai in grado di archiviare del tutto il passato di persecutore e nemico acerrimo dei cristiani; chiamava se stesso l´infimo degli Apostoli, addirittura un aborto... Ma forse c´era dell´altro, che rendeva così negativa la sua percezione di sé. In questa convinzione di essere l´ultimo in classifica tra i testimoni di Cristo, Paolo approdò ad una rivelazione che accese una luce non solo nella sua vita e nel suo ministero, ma che può riscattare la vita di tutti, a cominciare dalla nostra: “Ti basta la mia grazia - gli disse il Signore -; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza.”. Ecco la grande rivelazione per Paolo, e per noi! San Giovanni sottolinea lo stesso principio teologico nella sua prima lettera, al cap. 3: “Qualunque cosa il vostro cuore vi rimproveri, Dio è più grande del vostro cuore.” La sfida è quella di imparare ad integrare le nostre debolezze, le nostre fragilità, nella vita fisica, nei nostri affetti, a scuola, nel lavoro... Fragilità e debolezze non vanno demonizzate, non vanno vissute come un corpo estraneo, come un virus, come una malattia, come una disgrazia, qualcosa che ci rende meno uomini e meno donne... Ma questo non significa arrenderci e lasciare che i nostri lati peggiori si manifestino, senza provare almeno a lavorarci su. Vedete, una fragilità può suscitare in noi due reazioni opposte; la prima è quella di fissarvi lo sguardo in modo ossessivo, malato, vivendola come una sorta di marchio di fabbrica; l´esito è fatale: ci si annega dentro! nessuno potrà aiutarci. Per noi non c´è redenzione! Ne siamo convinti, lo abbiamo già deciso! E se non c´è possibilità di redenzione, allora non la cercheremo neanche! E a chi ce la offre, fosse anche Dio, non gli crederemo. La seconda reazione alle fragilità è quella di chi, divenutone consapevole, alza lo sguardo e lo rivolge a Dio, come ha fatto san Paolo. E da Dio attende e riceve l´aiuto necessario per portare a compimento la missione ricevuta, o, più in generale, per realizzare la propria vocazione. Punto di partenza per affrontare il cammino della redenzione è diventare consapevoli dei nostri punti deboli; così come è necessario conoscere le nostre doti. Conoscete la regola del funambolo? Immaginate una corda tesa, e noi che ci camminiamo sopra: il segreto è l´equilibrio; e per mantenere questo equilibrio precario, è necessario tenere saldamente tra le mani un bilanciere munito di pesi: da una parte collochiamo i pregi, dall´altra i difetti: se perdiamo di vista i difetti, saremo vittime della superbia; se invece trascuriamo i pregi, cadremmo nel vizio opposto, l´avvilimento e il disimpegno. Benvenuti al circo della vita! Signore e signori, andiamo a incominciare! o, come dice una famosa canzone dei Queen: “The show must go on!”.

DOMENICA 1 LUGLIO 2018      notizia del 30/06/2018

Commento alla Domenica: Una fede che da vita ( Mc 5,21-43) SS. Messe h.9.00 - 11.00 e 19.00 La Prima Lettura di oggi ci assicura che Dio ha creato ogni cosa per la vita e non gode della morte e della disfatta soprattutto dell´uomo. E del resto le pagine della storia della salvezza delineate nella Scrittura ci ragguagliano sull´intervento di Dio a favore del suo popolo e dell´uomo singolo: ogni cosa è preziosa e non è interesse del Signore che vada perduta. Questo legittima allora che Dio possa intervenire a vantaggio del cosmo e dell´uomo per il tramite di parecchie vie, quelle ordinarie come anche quelle straordinarie. Quindi che Dio possa anche operare nella forma sovrannaturale. Che cos´è il miracolo? I teologi lo definiscono pressappoco come un evento di natura trascendente che provoca una momentanea interruzione dell´ordine della natura. Un intervento divino sovrannaturale che irrompe improvviso nell´ordinario della vita umana per turbarla lo spazio di un evento. Che il miracolo sia possibile lo dimostra il fatto stesso che è radicato nella cultura dell´uomo di tutti i tempi e che in ogni civiltà ed etnia si è parlato almeno una volta di un fatto sovrannaturale. Il miracolo è dunque possibile abbandonando la prospettiva propriamente umana e assumendo la posizione di Dio: lo si può accettare se si accetta che Dio esiste e provvede al meglio, come provvidenza e misericordia, al beneficio dell´uomo. E di conseguenza il miracolo non può essere concepito al di fuori di un discorso di fede. E´ infatti in conseguenza della disponibilità umile dell´apertura del cuore, del suo credere e affidarsi, del suo donarsi incondizionato a Dio, che è possibile essere destinatari di un evento straordinario. In altre parole, non avviene miracolo alcuno se non in conseguenza della fede e della buona disposizione, e del resto questa certezza ci proviene oltre che dalle pagine evangeliche anche dall´agiografia di tanti santi e uomini illustri di spiritualità. In relazione all´atteggiamento e alle opere di Gesù, ogni miracolo però non è tale se non contiene un messaggio o un´indicazione pedagogica: ogni volta che ne viene realizzato uno, esso è accompagnato da un significato preciso che riguarda la persona stessa di Gesù, il suo messaggio, la sua opera di salvezza. Anzi, sempre i teologi del miracolo hanno affermato che, prima ancora delle sue stesse opere prodigiose, Gesù è stato egli stesso un miracolo. Un evento cioè sconvolgente e turbativo dell´ordinario in quanto Verbo fatto carne da una vergine, morto, risorto e asceso al Cielo, che contrassegna la grande opera prodigiosa di cui è capace Dio Padre. Cristo è il primo Miracolo e ci parla di sé attraverso i miracoli. Nella pagina del Vangelo di Marco che ci viene proposta adesso, Gesù ha davanti a sè prima un uomo disperato e sconvolto che teme per la vita della sua figlioletta, poi una donna gravemente malata da dodici anni, quindi una bambina (la stessa figlia di Giairo) giacente senza vita su un letto. E fatta eccezione per la folla di increduli che si trova al capezzale della piccola, si trova un filo che lega tutti i personaggi: la fede. Al pover´uomo che chiede l´intervento di Gesù sulla figlia, questi raccomanda le condizioni fondamentali per essere graditi a Dio soprattutto a proposito dei benefici soprannaturali: “Non temere, soltanto abbi fede”. Lo convince cioè a non aver paura della morte, a non lasciarsi sorprendere dal timore dell´irrimediabile, ma ad aprire il cuore limitando la razionalità per non darla vinta al dubbio e all´arrendevolezza gratuita. Deve avere fede, cioè credere e affidarsi senza riserve a Colui che non è vincolato dai limiti circoscritti delle potenzialità dell´uomo, ma che le trascende e le prevarica. Insomma deve credere in Colui che può tutto. Alla donna emorroissa che sgomita fra la folla per lambire anche solo il lembo del suo mantello, Gesù elogia la fede con la quale non ha esitato a toccare la sua veste senza neppure la necessità di conferire con lui e appunto questo eroismo di apertura di cuore le guadagna la guarigione che la scienza non era mai stata in grado di assicurarle. La fede del padre della bambina, anche se vista in modo un po´ più blando e indiretto, ottiene che la piccola si ridesti e cammini, prendendo regolarmente cibo. I due miracoli di cui si parla oggi, come tutti gli altri compiuti da Gesù, contengono un messaggio ben definito al quale accennavamo poco prima: il Figlio di Dio fatto uomo è la via, la verità e la vita (Gv 14,6), nonché vita eterna origine e fine ultimo della cose. Egli quindi è la risurrezione e la vita, che toglie spazio al dolore e all´imprevisto pauroso della morte, essendo egli stesso risuscitato e avendoci chiamati a nuova vita e ha ragione sul dolore e sulla malattia, poiché egli ha preso su sé le nostre infermità (Is 53, 4). Quanto alla morte, Cristo risusciterà per toglierle potere e per definire anche per noi la vita per sempre, a dispetto delle apparenze della disfatta del corpo. In Gesù, che stramazzerà di dolore sulla croce, la sofferenza e la malattia acquistano il loro senso, perché diventano opportunità di condivisione del nostro dolore con il suo e ci immettono nello stesso mistero di redenzione che lui stesso opera sul legno per il riscatto dell´umanità. In più, il dolore e la malattia, seppure compagni scomodi e lancinanti, diventano pesi sempre meno gravosi quando vengono sopportati nella fiducia e nella speranza; quando nella prova ci si sente sostenuti dallo stesso Signore Crocifisso e Risorto. Cristo patisce con noi, ci dona forza, fiducia, conforto e allevia sempre le nostre pene nel patire, anche quando il dolore non si estingue. Nella sofferenza si accresce la speranza e il coraggio e la fortezza ci aiuta a superare prove e smarrimenti. La fede ci permette di vederlo presente di un´attualità reale e consolidata, ci permette di scorgere la sua presenza e tutte le garanzie ad essa correlate. Nei miracoli descritti dal brano evangelico odierno, Gesù si configura come il Crocifisso Risorto e il suo messaggio è per l´appunto quello della fede da ravvivare in lui, nella quale prende corpo e si sviluppa la speranza. Chissà poi che la nostra fede non sia talmente forte e categorica da meritare anche ai nostri giorni una guarigione del tipo di quella descritta o anche una resurrezione da morte? Anche se va non vanno omesse prudenza e circospezione nell´interpretazione dei presunti episodi soprannaturali, d´altra parte non è assolutamente da mettere in discussione la possibilità che un evento straordinario possa verificarsi anche ai nostri giorni e sarebbe per noi un monito, oltre che un suggello di fede. Nulla vieta che noi possiamo sperare anche in un evento prodigioso, fatta salva la libertà decisionale di Dio. Ci sovviene un´altra riflessione osservando le protagoniste di questi eventi miracolosi. L´emorroissa soffriva da dodici anni di un´infermità grave che peraltro comportava anche una certa sorta di impurità. La bambina dormiente che si risveglia ha dodici anni. Come affermano non pochi commentatori, “dodici anni” nell´antichità giudaica è il tempo della maturità umana, l´età propizia per interagire socialmente e per dischiudersi alla prospettiva futura del fidanzamento e del matrimonio. Potremmo affermare che in dodici anni la donna affetta dal male ha potuto maturare nella conoscenza della misericordia di Dio e adesso la sua fede la rende pronta a rendere testimonianza di tale amore e di tale misericordia. La malattia l´ha visibilmente fatta crescere nella fede per l´esperienza liberatoria di donna emancipata e protagonista secondo il Signore. La bambina ricuperata alla vita da Gesù... è pronta per la vita e per le relazioni, ciò però non senza l´apporto della compagnia del suo guaritore. Anche la dodicenne si prodigherà per la testimonianza e per l´annuncio della misericordia e si farà forte di una fede radicata e indiscussa. Come avevo detto in precedenza, il vero miracolo è Gesù stesso. Ravvivare in noi una fede attenta per lo sviluppo di una vera speranza è l´ulteriore miracolo che lui vorrebbe compiere ogni giorno e al quale non dovremmo recalcitrare.

VENERDI´ 29 GIUGNO 2018      notizia del 28/06/2018

Ricordo che domani, con la prefestiva di questa sera h.19.00, si celebra la solennità dei patroni di Roma: SS. Pietro e Paolo e, rispondendo alla varie telefonate è , per i romani che lavorano e vivono a Roma, giorno di precetto. SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Il 29 giugno a Roma si festeggia ogni anno i Santi Pietro e Paolo, patroni della Città eterna. Le Origini della Festività Questi due giudei, molto diversi tra loro per origine e formazione, non sono i primi seguaci di Gesù ad essere arrivati nella capitale, ma piuttosto i due apostoli (termine, derivato dal greco, che significa inviati) che proprio a Roma furono uccisi per essersi fatti annunciatori del nuovo messaggio, divenendo così martirivittimi dalle persecuzioni anticristiana di Nerone. Si dice che Pietro fu crocifisso la testa in basso nel´64 d.C. e che Paolo venne decapitato nel´67. Più precisamente, Pietro fu crocifisso a testa in giù in Vaticano, Paolo fu decapitato nell´attuale zona delle Tre Fontane. Dai tre rimbalzi che fece il suo capo mozzato sgorgarono tre fonti e successivamente vennero edificate tre chiese. Storicamente, Le date di morte dei due apostoli e delle persecuzioni di Nerone non potevano essere il 29 giugno del 67, i due Santi non furono in effetti contemporaneamente martirizzati in tale data. In realtà, questa data del 29 giugno è legata all´antica festività romana del Quirino (divinazione e festa romana che celebrava i due gemelli Remo e Romolo). Col tempo i due apostoli furono considerati anche loro i fondatori della nuova Roma. Infatti papa Leone Magno, verso la metà del secolo V, si rivolse in un sermone pronunciato in occasione di questa festa, a Roma personificata ricordandole che gli apostoli le avevano portato il Vangelo di Cristo, trasformandola da maestra di errore in discepola di verità. Quelli sono i santi padri tuoi e i veri pastori che ti fondarono, molto meglio e molto più felicemente di coloro per opera dei quali fu stabilita la prima fondazione delle tue mura, rammentando che Romolo aveva macchiato la nascita della città col sangue fraterno. I due martiri vengono così a costituire le due colonne portanti della Chiesa: Pietro per aver ricevuto le chiavi del regno dei cieli da Cristo risorto, Paolo per essere l´apostolo dei Gentili. Riti e tradizioni La festività sarebbe celebrata dal 258. Fino ai primi decenni del ‘900 il 29 giugno si faceva festa grande, a Roma, con le classiche scampagnate fuori porta: presso le osterie e le fraschette si poteva mangiare pagando solo lo scommido all´oste e portandosi da casa il fagotto. San Pietro e San Paolo sono citati nei giochi dei ragazzini romani dell´800. Alcuni di loro, prendendosi per mano, cantavano: San Pietro e San Paolo, opritece le porte!. E un´altra coppia di ragazzini, i due capi-gioco sorteggiati, dopo aver deciso, in segreto tra di loro, due parole d´ordine, ed abbinatele sempre in segreto all´Inferno una ed al Paradiso l´altra, presisi anch´essi per le mani ed alzate le braccia ad arco, rispondevano: Le porte stanno aperte pe´ cchi ce vòle entra´! (un gioco che ricorda l´eterna contraddizione tra il Paradiso e il fatto di essere imprigionato in inferno). Al giorno d´oggi, ufficialmente, La celebrazione della festa patronale di Roma comincia la sera del 28 giugno, nella Basilica Vaticana, quando la statua di San Pietro viene vestita da pontefice. Un´altra tradizione ci viene del 1868 quando papa Pio IX affidò l´Abbazia ad una compagnia di frati Trappisti, i quali, dopo aver bonificato la zona dalla malaria, vi piantarono una gran quantità di eucalipti, allora ritenuti una barriera al diffondersi della malaria, costituendo così un celebre e salubre bosco, mèta delle scampagnate dei romani che qui venivano a godere sia della pace e della bellezza del luogo, sia delle rinomate specialità dei frati come il cioccolato ed il liquore ricavato dalle foglie di eucalipto. Un´antica tradizione dei romani era quella di recarsi di buon mattino presso i frati Trappisti per gustarsi una rosetta (pane tipico di Roma) riempita di una buona dose di cioccolato caldo. Da quel giorno, andare all´Abbazia delle Tre Fontane il 29 giugno è una tradizione da non perdere. Ai secondi vespri, chiamati dai romani familiarmente vesperoni, infatti la statua di San Pietro, di Arnolfo di Cambioera vestita con gli abiti solenni del pontefice: l´amitto (un liturgico panno di lino rettangolare da indossare sulla testa), la stola, il piviale (mantello) rosso, la tiara sul capo e l´anello al dito. In sua presenza si benedivano i pallii, che il giorno dopo sarebbero stati donati dal Papa a patriarchi, vescovi e metropoliti nominati in occasione della ricorrenza. Il Palio rappresenta l´unione tra la Chiesa Universale e quelle locali. Il Papa bacia poi il piede della statua di bronzo di San Pietro, adornata con il "piviale" rosso. Ogni 29 giugno, al tramonto si svolge anche una processione, che ha come particolarità quella di portare una reliquia di San Paolo: la sua catena composta da 14 anelli di ferro, attualmente custodita nella basilica di San Paolo Fuori le Mura (così come la catena di San Pietro è custodita in San Pietro in Vincoli, dove si possono anche ammirare la meravigliosa tomba di Giulio II° ed il Mosè, entrambe opere di Michelangelo). Dopo il tramonto la cupola della basilica di San Pietro è illuminata a giorno da decine di fiaccole, mentre sopra Castel Sant´Angelo vengono fatti esplodere i fuochi d´artificio. Visto che il 29 era però prevalentemente dedicato a San Pietro ed alle funzioni religiose, si decise di onorare San Paolo il 30 Giugno ed era, questa, una giornata esclusivamente dedicata alle scampagnate ed ai festeggiamenti.

DOMENICA 24 GIUGNO 2018      notizia del 23/06/2018

Commento alla liturgia della Domenica: solennità della Natività di S. Giovanni Battista ( Lc 1,57-66.80) SS: MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Diede alla luce un figlio Il racconto che Luca ci trasmette dell´annuncio e della nascita del Battista andrebbero letti in parallelo con gli stessi racconti che riguardano Gesù, non è il susseguirsi cronologico quanto il loro significato teologico che dovremmo considerare. All´annuncio a Zaccaria (Lc 1,5-25) fa eco quello a Maria (Lc 1,26-38), alla nascita di Giovanni (Lc 1,57-66) corrisponde la nascita e la circoncisione di Gesù (Lc 2,1-21), col cantico di Zaccaria (Lc 1,67-80) risuona quello di Simeone (Lc 2,29-32): il sole sorge dall´alto è luce per rivelarti alle genti; di Giovanni si dice che cresceva e si fortificava nello spirito (Lc 1,80) mentre di Gesù: cresceva e si fortificava, pieno di sapienza e la grazia di Dio era su di lui (Lc 2,40); meraviglia, stupore, timore sono suscitati nella gente in entrambi gli avvenimenti (Lc 1,65-66 e 2,18-19). Giovanni è Precursore dapprima della sua nascita; quanto è avvenuto nel tempio a Zaccaria è già annuncio della venuta del Signore, Dio ha posto fine alla nostra sterilità ci ha reso fecondi, ci conduce al battesimo al Giordano (Lc 3, 21-22) in cui è manifestato lo Spirito e ricevuto la conferma del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l´amato: in te ho posto il mio compiacimento». Il nostro itinerario di fede ha bisogno di confrontarsi con il Battista, passare attraverso il deserto in un impegno di conversione per il perdono dei peccati (Lc 3,3), per scoprire il senso di appartenenza alla famiglia umana e la necessità della comunione: «Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare faccia altrettanto» (Lc 3,11). Otto giorni dopo Il racconto della imposizione del nome è molto singolare, e per alcuni aspetti buffo, tanto da suscitare riflessioni anche al nostro tempo: la dinamica tra tradizione e novità, la condizione femminile, la relazione con i portatori di disabilità. Volevano chiamarlo con il nome di suo padre per seguire la logica del tradizionalismo, del “si è fatto sempre così”, per mantenere le cose come sono, come se la storia non camminasse, come se la Promessa e ogni Benedizione rimanessero cristallizzate nel passato, come se nella storia Dio non avesse offerto prospettive e speranze. Il tradizionalismo è la negazione dell´azione di Dio nel tempo, mentre il fare memoria chiede di ritornare sempre alle radici con grande rispetto per trovarvi stimoli e indicazioni per camminare avanti, crescere e rinnovarci. Rinnovarci è accogliere ogni giorno il dono di Dio che ogni giorno ci accompagna. Volevano portare Elisabetta e Zaccaria a trattare quella nascita come un evento qualsiasi senza riconoscere in esso la presenza decisiva del Signore. Con lo stile deciso e delicato che ci sta trasmettendo Papa Francesco bisogna resistere a tutto ciò che vuole fare della Chiesa, e del clero in particolare, una combriccola di gente che, tradendo Cristo ed il Vangelo, sostituisce l´uno e l´altro con le proprie fisime, ammantandole di sacralità falsa. (Nunzio Galantino 23.12.14) Ma sua madre intervenne per dare il nome al bambino che non viene presa in considerazione, anzi contestata. La tradizione prevedeva che il padre del bambino desse il nome al figlio seguendo la consuetudine della «discendenza». Il figlio è proprietà del padre, suo è il seme, la donna ha solo una funzione strumentale. Anche se la storia e la scienza ci hanno portato a capire altro ancora c´è molto da fare nel mondo perché il genio femminile sia rispettato e valorizzato. Allora domandavano con cenni a suo padre, cosa strana visto che è scritto che divenne muto e non sordo. Purtroppo, è assai difficile comportarsi normalmente con chi ha delle disabilità, come se un deficit rendesse tutto il suo essere incapace, fino a negare la possibilità di intendere e di volere. «Giovanni è il suo nome». Il nome indica la persona, il suo unico ed irripetibile valore. Noi non “ci chiamiamo”, “siamo chiamati” dagli altri, siamo il frutto di una relazione, di cui il nome è espressione. Il figlio di Elisabetta e Zaccaria non porta il nome del padre nella carne, ma di chi lo ha generato in forza della Promessa: «Giovanni», che significa «Dio fa grazia» o «Dio fa misericordia». Ogni nome deriva da Dio: solo in Lui l´uomo comprende il valore della esistenza che ha ricevuto. Dio chiama ciascuno per nome, amandoci singolarmente, nella concretezza della nostra storia.... E implica una risposta personale, non presa a prestito, con un “copia e incolla”. La vita cristiana infatti è intessuta di una serie di chiamate e di risposte: Dio continua a pronunciare il nostro nome nel corso degli anni, facendo risuonare in mille modi la sua chiamata a diventare conformi al suo Figlio Gesù. (Francesco, 18 aprile 2018)

DOMENICA 17 giugno 2018      notizia del 16/06/2018

Commento al vangelo della domenica( Mc 4,26-34):Eliminare il sentimento della nostalgia: perché con la nostalgia, nella vita di fede, non si va affatto lontano. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La nostalgia è un sentimento molto particolare. Formalmente, da un punto di vista puramente etimologico, è un dolore: è il dolore “da ritorno”, il dolore che l´animo prova quando rivive con la mente situazioni passate piacevoli che ora non ci sono più, oppure si manifestano in modo diverso, talmente diverso che non le riconosciamo più, non le sentiamo più “nostre”, per cui nasce dentro di noi un disagio profondo, perché le cose di prima ci piacevano tanto e adesso che non ci sono più, facciamo fatica a trovare un senso a ciò che facciamo. Ancora peggio, quando la nostalgia ci colpisce non tanto per via delle cose, quanto delle persone che non ci sono più. Se la nostalgia è fondamentalmente un dolore in ambito psicologico o antropologico, in ambito evangelico - o meglio in ambito ecclesiastico - è una vera e propria rovina... Ed è un sentimento molto diffuso, più di quanto si creda, anche perché spesso neppure ci accorgiamo di esserne pervasi, perché s´insinua in noi in maniera tutto sommato anche “innocente”, innocua, priva di malizia. E si manifesta in molte forme, alcune eclatanti, come quelle di un ritorno al passato attraverso la riscoperta (o meglio la riesumazione) di liturgie veterotestamentarie, di paramenti preconciliari, di formule eucologiche (preghiere) che emanano più fumo che sostanza, di concetti catechetici rassicuranti perché basati su risposte certe e precise a domande che toccano il nostro vivere quotidiano - soprattutto quando accadono fatti drammatici - e via discorrendo. Tutto quanto, riconducibile ad alcune semplici affermazioni, spesso sulla bocca di ognuno di noi, chi più chi meno: “Dove siamo andati a finire! Si è perso tutto quello che c´era una volta! Non c´è più religione, e nemmeno la fede!”. Senza tener conto, poi, di tutte quelle conseguenze che ne derivano, ovvero la ricerca delle cause di questo crollo, imputabili quasi sempre a fattori esterni a noi, a colpe che vengono da fuori: a buon intenditore, poche parole... Mentre se sapessimo guardare dentro di noi, non solo non daremmo la colpa del crollo della fede o della perdita delle “cose di una volta” a situazioni, fatti o persone che vengono da fuori (il problema è quello che viene da dentro di noi, dalla nostra indifferenza verso le cose di Dio), ma anche scopriremmo che, in fondo, non si è perso proprio nulla. Forse le cose non si manifestano in maniera così eclatante, pomposa, gloriosa e quantitativamente numerosa come prima: ma dentro di noi, dentro la vita della Chiesa, dentro le nostre case, dentro le quotidiane storie di vita familiare, di vita lavorativa, di vita sociale, di amicizie e legami che si fanno e si disfanno, c´è un segno di vita e di speranza che non si perde mai, c´è qualcosa di piccolo e insignificante che è visibile solo agli occhi della fede e del cuore, che ha il potere di impedire alla fede, alla religione e comunque più in generale ai valori della vita, di andare perduti. E questo piccolo segno di vita ha le fattezze di un seme. Piccolo o grande che sia, un seme ha dentro di sé una potenzialità enorme: da qualcosa di microscopico, gettato in terra, squarciato dal suo involucro, emerge la capacità di germogliare, di crescere, di produrre spontaneamente (spontaneamente, cioè senza che facciamo qualsiasi cosa per diventare matti ad avere gente, soldi e strutture) prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco, per poi farci sperimentare la gioia del raccolto. Purché sia un seme, non ha alcuna importanza che sia piccolo o grande. Anzi, secondo la logica del Vangelo, più è piccolo e più ha la possibilità di diventare grande, il più grande di tutti gli ortaggi di quell´orto, di quel giardino che domenica scorsa avevamo perduto per colpa della disobbedienza e dell´incoerenza del primo uomo e della prima donna. Anche loro avevano cercato di incolpare qualcun altro del loro peccato e della perdita della fede in Dio: in realtà, non si sono accorti che il seme di vita che avevano dentro era ancora vivo, era opera e proprietà di Dio, e non andava mercanteggiato con nessuno, neppure col demonio. Anche loro hanno perduto l´Eden, eppure (felice colpa!) per via del loro peccato l´umanità ha sperimentato la storia della salvezza. E noi abbiamo nostalgia dei tempi passati? E noi abbiamo paura di perdere la fede? E noi abbiamo paura che qualcuno ci porti via la nostra religione? E noi temiamo che i cattivi prevalgano sui buoni? Beh, se la pensiamo così, vuole dire che abbiamo ancora tanta strada da fare, prima di scoprire la potenza di ciò che Dio ha seminato nel nostro cuore! Facciamola, questa strada: chi mai ha fretta di arrivare a comprendere subito i misteri del Regno? Non ci erano arrivati nemmeno i nostri padri, quelli che vivevano in quei “bei tempi” che oggi sono andati perduti, perché dovremmo riuscirci noi, subito, senza fatica, in maniera gloriosa ed eclatante? L´importante è eliminare il sentimento della nostalgia: perché

DOMENICA 10 GIUGNO 2018      notizia del 09/06/2018

Commento della domenica : Appartenere alla famiglia di Dio seguendo gli esempi di Gesù (Marco 3,20-35) SS. Messe h. 9.00 - 11.00 - 19.00 In questi testi notiamo due opposizioni; quella di Gesù con i suoi parenti (all´inizio e alla fine) e l´aspro contrasto con gli scribi (al centro). Vediamo brevemente quello con gli scribi; essi accusano Gesù di operare prodigi per mezzo del capo dei demoni. È assurdo: danno a Dio dell´indemoniato, lo trattano ostilmente, calunniandolo e maltrattandolo. E Gesù, con grande pazienza, cerca di farli riflettere: come potrebbe andare avanti un regno diviso in se stesso? Questo è un principio universale; come si può reggere se si è “separati” in casa? Come può sussistere una comunità, un gruppo di amici, un presbiterio (=insieme dei sacerdoti) se si è divisi? Persino il diavolo non potrebbe fare niente se, tra diavoli, non fossero uniti nel desiderio del nostro male. Perciò Gesù dice che la liberazione dal male che compie è segno che è arrivato Colui che è più forte del male. E poi parla della bestemmia contro lo Spirito Santo che non sarà mai perdonata; egli intende quell´indurimento estremo di cuore che ti porta a negare l´evidenza e a chiuderti ostinatamente e orgogliosamente alla verità. E se uno si chiude così, neanche Dio può farci nulla, un po´ come diceva S. Agostino: il sole brilla su tutte le case, ma entra se uno apre dall´interno le finestre. Andiamo ora all´incomprensione dei parenti. Anzitutto, per comprendere meglio, dobbiamo tener conto che all´epoca di Gesù la famiglia era il riferimento-base dell´individuo per l´inserimento nella vita sociale: tu ti presentavi al mondo come parte della tua famiglia e avevi la considerazione sociale a seconda della famiglia di appartenenza (ad esempio, ti riconoscevano come figlio di Tizio, che fa questo mestiere, dunque tu “vali” a seconda del livello sociale della tua famiglia); non solo, ma spesso la famiglia era anche luogo di lavoro (proseguivi l´attività del padre) e di sostentamento (abbandonarla significava rischiare il futuro), ed eri tenuto a proseguire l´attività della famiglia, dando il tuo contributo e provvedendo ai tuo genitori nell´anzianità. Gesù “rompe” con queste norme sociali; rinuncia a tutto per l´annunzio del regno di Dio, vive in maniera itinerante, povero, chiama a sé dei discepoli (uomini e donne) che condividono il suo stile e “infrange” alcuni codici culturali e religiosi dell´epoca. Ora, Gesù si trova in una casa, non quella dei suoi genitori, dove sta insegnando; la casa appare qui come un luogo di insegnamento e di condivisione. Gesù secondo i “canoni” del buon senso comune, si comporta in modo strano, disonorevole; insegna in un luogo non adibito a ciò (era la sinagoga), a contatto con tante persone (magari c´era qualche impuro) e non si ferma neanche un attimo per mangiare. Per i parenti questo è troppo, è “fuori di sé”, e vanno a prenderlo. Non comprendono la sua missione e vorreb-bero fermarlo; questo nasce da una preoccupazione per lui (è l´atteggiamento tipico del difendere il “loro”), ma anche dal voler difendere se stessi: arrecare disonore a se stessi significava arrecare onore alla famiglia. I familiari non sono in aperta opposizione a Gesù, ma sono preoccupati che delle sue azioni o parole fuori posto (= contrarie alla Legge o alle regole di vita correnti) possano compromettere l´onore familiare (la gente che pensa?). La folla intanto gli stava seduta intorno. Gli dicono: «Ecco, tua madre e i tuoi fratelli, fuori, ti cercano». Madre e fratelli restano fuori: perché? La casa (in greco oikos) è immagine della casa dei discepoli, il luogo della comunità; è come se avessero difficoltà ad entrare nei discepoli. Non entrano: dovrebbero cambiare la relazione familiare, accettando di fare come Gesù, che “disonora” la famiglia secondo lo schema del tempo. Colpisce che tra essi Marco sottolinei che c´era anche “sua madre”. Ma come, la Madonnina? Eh sì, anche lei; anche la Madonnina ha fatto il suo percorso di fede, e ha faticato a comprendere Gesù; lei ovviamente non le era ostile, era solo umanamente preoccupata per lui e non capiva fino in fondo il suo stile, ma la sua grandezza è stata proprio nel suo essersi fatta sua discepola, nell´averlo seguito, ascoltando e praticando la sua Parola. E per chi è madre o padre, sa bene che ascoltare e seguire il figlio, rinunciando alla sua autorità su di lui, non è semplice. Quante volte anche oggi il seguire Gesù comporta incomprensioni a livello familiare; quanti giovani chiamati faticano anzitutto con i genitori che non ne capiscono la grandezza, quante persone che iniziano una conversione sono incomprese e sbeffeggiate: che il Signore dia loro la grazia di perseverare. E infine, nella sua risposta Gesù dice: Ecco mia madre e i miei fratelli: sono coloro che fanno volontà del Padre. Gesù qui ci mostra una nuova famiglia: quella della Chiesa, dei discepoli, che hanno un solo Padre, Dio, e uno stile di vita: fare la sua volontà. I legami familiari non sono esclusi, ma risignificati: Gesù sposta e allarga la famiglia da un piano naturale a un piano soprannaturale. Che bello sarebbe riscoprire l´appartenenza a questa grande famiglia; lavorare per formare comunità cristiane nelle chiese, che troppo spesso somigliano a dei grandi “distributori del sacro”, dove ognuno, dopo aver attinto, se ne va, solo come quando è arrivato! Chiediamo al Signore che ci aiuti ad essere e vivere come suoi veri familiari, portando nel mondo “lo stile alternativo” dei figli di Dio, la cui legge è l´amore.

3 Giugno 2018: CORPUS DOMINI      notizia del 02/06/2018

Commento alle letture della Domenica : Corpus Domini )Mc 14,12-16.22-26) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 -12.00 e 19.00 “Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue” Quest´anno la festa del Corpo del Signore mi coglie un po´ impreparato. È una festa a cui ci tengo moltissimo perché questa solennità mi ricorda il giorno che ho ricevuto la mia rima Comunione ...e non avevo ancora compiuto 6 anni!, eppure quest´anno viene in un periodo di tanti impegni che non mi permettono, purtroppo, di darle quello spazio di tempo che normalmente voglio dargli. Ho riflettuto su due cose, e qualcuno potrà dire: cosa si mette a fare le belle testimonianze oggi? Ebbene, sì. Magari non sarà bella, ma di sicuro proverò a condividere alcune cose che possono, credo, essere testimonianza. Sapete perché? Perché, sono convinto che parlare dell´Eucaristia è sempre un parlare di se stessi, è sempre un parlare di come vivo io, personalmente, l´incontro con il Signore nell´Eucaristia. Eh, si, nell´Eucaristia riceviamo né più né meno che Dio, ecco allora i due pensieri: Mi tormenta sempre un´osservazione che, quasi giustamente, sento dire da parte di alcune persone: “Padre, io faccio da tanti anni la comunione (o più precisamente, il termine adoperato è: “prendo”), eppure non è cambiato nulla. La mia perplessità sta proprio qui: perché l´Eucaristia non fa effetto, per lo meno effetto in certe persone e come si possono riconoscere questi effetti quando ci sono? O se volete, più da vicino, quali cambiamenti ha provocato/sta provocando in me il ricevere Gesù nell´Eucaristia? Ebbene, sono tanti anni che faccio la comunione, questa domanda me la devo/ce la dobbiamo fare. Vedete, l´Eucaristia, questa grandissima “invenzione” di Dio per rimanere con noi, non può non cambiarci, non può non iniziare in noi un cammino verso il meglio. Certo siamo deboli e magari le debolezze aumentano con il passare degli anni, ma qualcosa deve cambiare in noi, e se l´Eucaristia, cioè Dio, non riesce a cambiarci, quando riusciremo noi con i propri sforzi?... Mai! Allora, la domanda che dobbiamo farci è: ma io ricevo bene l´Eucaristia? Mi preparo per l´incontro reale con il Signore? Guardate, l´Eucaristia non fa il suo effetto in noi così automaticamente, senza che noi ci mettiamo la nostra parte. Come partecipo alla messa? Sapete, la migliore preparazione è quella del raccoglimento (il silenzio: rendersi consapevoli di ciò che facciamo: prima, durante e un po´ dopo la messa: che impatto dovrebbe avere quel libro del Card. Sarah: “La forza del silenzio”!) e soprattutto nell´ascolto della parola di Dio durante la messa. Guardate che l´ascolto della parola di Dio è ugualmente importante come il fare la comunione. Origene diceva: “così come ci preoccupiamo che non cada nessuna briciola del Corpo di Cristo, così dobbiamo preoccuparci che non cada nessuna briciola della parola di Dio che ascoltiamo durante la Messa”. Ma se noi siamo distratti, ma se noi chiacchieriamo durante la messa, come farà il suo effetto l´Eucaristia o la parola di Dio? Per la curiosità di qualcuno, la messa domenicale è valida se si partecipa (attenzione: se si partecipa attivamente, non solo se si “prende la messa”) dall´inizio alla fine; letture comprese: perché l´Eucaristia, la Messa è fatta di Parola di Dio e del suo corpo. Verificate Lc 24 o gli scritti di S. Giustino. È una frase di S. Paolo: “chi mangia o beve il corpo e il sangue di Cristo con peccato, mangia e beve la propria condanna”. Guardate che non ho intenzione di rimproverare nessuno, ma di richiamare tutti, me compreso, all´importanza dell´accostarsi all´Eucaristia con cuore adatto, anzi purificato dalla confessione. Cari miei, non si può fare la comunione con peccati! Esempi di peccati? Mah, tutti sappiamo che di peccati ne facciamo. Accenno solo: come fa a fare la comunione una persona che non viene a messa la domenica oppure che non prega regolarmente? Ricordo anche in questa occasione che non ci si confessa da soli, nemmeno noi preti!!! O tanti altri che fanno la comunione “di passaggio”, sia nel senso che “ah, già che ci sono”, sia nel senso di “quando capito in chiesa”. Oppure quando tutta la messa si sta a “chattare sul telefonino” o a chiacchierare con il vicino (magari criticando oppure sparlando) e poi, ad un certo punto si va a “prendere l´ostia”. Allora, se l´Eucaristia non fa il suo effetto, ci sarà un motivo: e questo riguarda tutti noi, preti compresi. Potrebbe essere utile ricordarci che la messa non la si fa, ma la si celebra. Così come nell´amicizia non si sta insieme perché si deve, bensì perché ci si vuole bene. Provate a preparare bene la messa domenicale, a preparavi bene per ricevere l´Eucarestia (non solo a prenderla come si prende un pesce, per esempio) e vedrete come cambierete... da dentro! Ed è la cosa più bella che ci può capitare: perché diventiamo nuovi, con un cuore nuovo, di carne, abbandonando il cuore di pietra dell´ipocrisia e dell´egoismo. L´Eucaristia ci cambia se lo riceviamo nell´ambito dell´amicizia con Dio, non per dovere! Chiediamo al Signore in questa eucaristia la grazia di saper sempre meglio accostarci all´Eucaristia. Non che poi sarà un premio per il nostro sforzo “autopurificativo”, ma perché sappiamo corrispondere all´amore immenso di Dio nascosto nell´Eucaristia con il nostro piccolo, ma pur concreto amore.

3 Giugno 2018: CORPUS DOMINI      notizia del 02/06/2018

Commento alle letture della Domenica : Corpus Domini )Mc 14,12-16.22-26) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 -12.00 e 19.00 “Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue” Quest´anno la festa del Corpo del Signore mi coglie un po´ impreparato. È una festa a cui ci tengo moltissimo perché questa solennità mi ricorda il giorno che ho ricevuto la mia rima Comunione ...e non avevo ancora compiuto 6 anni!, eppure quest´anno viene in un periodo di tanti impegni che non mi permettono, purtroppo, di darle quello spazio di tempo che normalmente voglio dargli. Ho riflettuto su due cose, e qualcuno potrà dire: cosa si mette a fare le belle testimonianze oggi? Ebbene, sì. Magari non sarà bella, ma di sicuro proverò a condividere alcune cose che possono, credo, essere testimonianza. Sapete perché? Perché, sono convinto che parlare dell´Eucaristia è sempre un parlare di se stessi, è sempre un parlare di come vivo io, personalmente, l´incontro con il Signore nell´Eucaristia. Eh, si, nell´Eucaristia riceviamo né più né meno che Dio, ecco allora i due pensieri: Mi tormenta sempre un´osservazione che, quasi giustamente, sento dire da parte di alcune persone: “Padre, io faccio da tanti anni la comunione (o più precisamente, il termine adoperato è: “prendo”), eppure non è cambiato nulla. La mia perplessità sta proprio qui: perché l´Eucaristia non fa effetto, per lo meno effetto in certe persone e come si possono riconoscere questi effetti quando ci sono? O se volete, più da vicino, quali cambiamenti ha provocato/sta provocando in me il ricevere Gesù nell´Eucaristia? Ebbene, sono tanti anni che faccio la comunione, questa domanda me la devo/ce la dobbiamo fare. Vedete, l´Eucaristia, questa grandissima “invenzione” di Dio per rimanere con noi, non può non cambiarci, non può non iniziare in noi un cammino verso il meglio. Certo siamo deboli e magari le debolezze aumentano con il passare degli anni, ma qualcosa deve cambiare in noi, e se l´Eucaristia, cioè Dio, non riesce a cambiarci, quando riusciremo noi con i propri sforzi?... Mai! Allora, la domanda che dobbiamo farci è: ma io ricevo bene l´Eucaristia? Mi preparo per l´incontro reale con il Signore? Guardate, l´Eucaristia non fa il suo effetto in noi così automaticamente, senza che noi ci mettiamo la nostra parte. Come partecipo alla messa? Sapete, la migliore preparazione è quella del raccoglimento (il silenzio: rendersi consapevoli di ciò che facciamo: prima, durante e un po´ dopo la messa: che impatto dovrebbe avere quel libro del Card. Sarah: “La forza del silenzio”!) e soprattutto nell´ascolto della parola di Dio durante la messa. Guardate che l´ascolto della parola di Dio è ugualmente importante come il fare la comunione. Origene diceva: “così come ci preoccupiamo che non cada nessuna briciola del Corpo di Cristo, così dobbiamo preoccuparci che non cada nessuna briciola della parola di Dio che ascoltiamo durante la Messa”. Ma se noi siamo distratti, ma se noi chiacchieriamo durante la messa, come farà il suo effetto l´Eucaristia o la parola di Dio? Per la curiosità di qualcuno, la messa domenicale è valida se si partecipa (attenzione: se si partecipa attivamente, non solo se si “prende la messa”) dall´inizio alla fine; letture comprese: perché l´Eucaristia, la Messa è fatta di Parola di Dio e del suo corpo. Verificate Lc 24 o gli scritti di S. Giustino. È una frase di S. Paolo: “chi mangia o beve il corpo e il sangue di Cristo con peccato, mangia e beve la propria condanna”. Guardate che non ho intenzione di rimproverare nessuno, ma di richiamare tutti, me compreso, all´importanza dell´accostarsi all´Eucaristia con cuore adatto, anzi purificato dalla confessione. Cari miei, non si può fare la comunione con peccati! Esempi di peccati? Mah, tutti sappiamo che di peccati ne facciamo. Accenno solo: come fa a fare la comunione una persona che non viene a messa la domenica oppure che non prega regolarmente? Ricordo anche in questa occasione che non ci si confessa da soli, nemmeno noi preti!!! O tanti altri che fanno la comunione “di passaggio”, sia nel senso che “ah, già che ci sono”, sia nel senso di “quando capito in chiesa”. Oppure quando tutta la messa si sta a “chattare sul telefonino” o a chiacchierare con il vicino (magari criticando oppure sparlando) e poi, ad un certo punto si va a “prendere l´ostia”. Allora, se l´Eucaristia non fa il suo effetto, ci sarà un motivo: e questo riguarda tutti noi, preti compresi. Potrebbe essere utile ricordarci che la messa non la si fa, ma la si celebra. Così come nell´amicizia non si sta insieme perché si deve, bensì perché ci si vuole bene. Provate a preparare bene la messa domenicale, a preparavi bene per ricevere l´Eucarestia (non solo a prenderla come si prende un pesce, per esempio) e vedrete come cambierete... da dentro! Ed è la cosa più bella che ci può capitare: perché diventiamo nuovi, con un cuore nuovo, di carne, abbandonando il cuore di pietra dell´ipocrisia e dell´egoismo. L´Eucaristia ci cambia se lo riceviamo nell´ambito dell´amicizia con Dio, non per dovere! Chiediamo al Signore in questa eucaristia la grazia di saper sempre meglio accostarci all´Eucaristia. Non che poi sarà un premio per il nostro sforzo “autopurificativo”, ma perché sappiamo corrispondere all´amore immenso di Dio nascosto nell´Eucaristia con il nostro piccolo, ma pur concreto amore.

DOMENICA 27 maggio: SS: TRINITA´      notizia del 26/05/2018

Commento della domenica :Santissima Trinità (Mt 28,16-20) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Nella lingua corrente non esisteva una parola che indicasse contemporaneamente ‘uno´ e ‘tre´... Quando la teologia cristiana cominciò a raccogliere le idee sull´identità di Dio, non poté far altro che inventare un nuovo termine, per esprimere che il nostro Dio è uno solo, ma in tre persone; e questo neologismo è proprio TRINITÁ. Sulle tre persone della Trinità è stato detto e scritto tanto, eresie comprese. Nei primi quattro secoli, i due nodi più difficili da sciogliere erano tre.... Il primo consistette nel definire la Trinità - un solo Dio in tre Persone - senza cadere nell´errore di presentarla come relazione fra tre Dei. La seconda difficoltà riguarda la divinità del Cristo e la sua generazione dal Padre; il rischio - e anche più di un rischio! - era di farne una creatura, sublime finché si vuole, eccelsa, perfetta, celeste... ma sempre una creatura; e non lo si può accettare! Non vi sembri un problema superato... Ancora oggi, molti (sedicenti) cristiani, interrogati se Gesù di Nazareth fosse Dio, dichiarano senza alcuna esitazione che “Gesù non era Dio: Gesù era Gesù; ma Dio è un´altra cosa”... Della serie: poche idee, ma confuse! La terza difficoltà - indovinate un po´! - non poteva che riguardare la terza Persona della SS.Trinità; a ciascuno il suo nodo... “Da dove viene lo Spirito Santo?”, si chiesero i Padri che definirono in Concilio il dogma della Trinità: dal Padre, o dal Figlio?...o da tutti e due? La soluzione finale fu quella che ripetiamo ogni domenica recitando il Credo: lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, e con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato. Ora, tutte queste verità - per molti fedeli, si tratta di concetti astratti, mandati a memoria al catechismo e recitati a macchinetta, senza troppa attenzione, perché, se appena si pensa a quel che si dice, ci si scorda le parole... - (queste verità) ricevono l´ossequio della ragione; in quanto cristiani, siamo stati educati da santa madre Chiesa a credere tutto ciò che afferma in materia di fede... Ma lo sapete che nel IV secolo, quando i Padri che parteciparono ai Concili di Nicea e Costantinopoli, uscirono dall´aula conciliare con il testo del Credo, la popolazione li portò in trionfo per le strade della città, perché avevano finalmente trovato le parole per poter dire la fede? Sarà capitato anche a voi di voler dire qualcosa, ma di non trovare le parole adatte... si è colti da un senso di frustrazione, di inadeguatezza... quasi che quello che sentiamo non fosse del tutto reale, del tutto vero... del tutto chiaro a noi, prima che agli altri. Alcuni filosofi moderni, da Schleiermacher in poi, scrivono che non ci sono parole adeguate per comunicare il proprio sentimento religioso. In pratica siamo condannati al silenzio... o, peggio ancora, dubitiamo che si possa addirittura vivere un´esperienza religiosa. Tantovale arrendersi, abbandonare il cammino dello spirito e percorrere altre strade, ad esempio il cimento intellettuale... Tornando alla odierna solennità, vi confesso che non mi è facile pregare la Trinità in quanto tale: preferisco indirizzare la preghiera a Gesù, più precisamente al Cristo del Venerdì Santo. Non solo perché il Crocifisso è il simbolo per eccellenza della nostra fede; non solo perché l´azione liturgica del Venerdì Santo è particolarmente ricca di pathos, pervasa dal silenzio, e favorisce il raccoglimento e l´adorazione del Figlio di Dio deposto dal legno... L´ultimo soffio vitale di Cristo è lo Spirito Santo, lo stesso che (cfr. Gen1,1) aleggiava sulle acque, agli albori della creazione, quando Dio chiamava all´esistenza tutto ciò che è, semplicemente pronunciandone il nome. Ebbene, sul Calvario la storia degli uomini vive un nuovo inizio, una nuova creazione. In mezzo a quel caos, straordinariamente simile al caos primigenio, tra le tenebre di un pomeriggio particolare, le voci concitate della folla che rientrava in città, le manovre dei soldati pronti a lasciare la scena dell´esecuzione - chiamiamola pure scena del crimine... il peggiore della storia! -, (in mezzo a quel caos) il Signore si abbandonò tra le braccia del Padre suo, esalando l´ultimo respiro. Quel respiro fu il protagonista della creazione nuova, chiamata Chiesa, scaturita dal costato aperto del Signore, vitalizzata dal Suo ultimo respiro, e rappresentata dalla madre e dall´amico del cuore. Come vedete, sul monte della crocifissione, le tre Persone della Trinità sono presenti, a diverso titolo: il Padre contempla l´azione, restando per così dire all´esterno della scena. Il Figlio, la sua missione l´ha compiuta. Ora è l´ora dello Spirito Santo: dopo avere scortato il Verbo ad incarnarsi nel grembo della Vergine; dopo aver assistito Gesù nel suo ministero pubblico, ripresentandogli la volontà del Padre affinché la realizzasse in parole e gesti; sul Calvario lo Spirito Santo diede dunque inizio alla Chiesa; ora la assiste e la assisterà fino alla consumazione dei giorni. Come ci insegna san Paolo, lo Spirito è Colui che ci educa a chiamare Dio papà; ci suggerisce che cosa chiedere, e come chiederlo; ci trasforma con la sua Grazia infusa nei sacramenti; feconda la nostra opera di promozione umana, trasformandola in autentica carità. L´apostolo dei pagani è il primo ad avviare una riflessione teologica seria e coraggiosa sulle tre Persone divine, prima ancora che il magistero ufficiale ne dichiarasse la natura e le reciproche relazioni; prima ancora che si cominciasse a parlare della Trinità: scrivendo ai cristiani di Roma, Paolo dichiara che siamo figli di Dio e coeredi di Cristo, a condizione, però, che prendiamo parte alle sue sofferenze. Che significa? Un aiutino? OK: Vangelo di Matteo, capitoli 5, 6 e 7. Rileggeteli con attenzione e capirete. Non bisogna aver paura di leggere il Vangelo. È una buona notizia, per tutti! Anche per noi.

DOMENICA 20 maggio: PENTECOSTE      notizia del 19/05/2018

Commento alla domenica di Pentecoste ( Gv 15,26-27; 16,12-15) : un vento di libertà che ci rende unici per creare unità SS. MESSE h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 La Bibbia è un libro pieno di vento e di strade. E così sono i racconti della Pentecoste, pieni di strade che partono da Gerusalemme e di vento, leggero come un respiro e impetuoso come un uragano. Un vento che scuote la casa, la riempie e passa oltre; che porta pollini di primavera e disperde la polvere; che porta fecondità e dinamismo dentro le cose immobili, «quel vento che fa nascere i cercatori d´oro» (G. Vannucci). Riempì la casa dove i discepoli erano insieme. Lo Spirito non si lascia sequestrare in certi luoghi che noi diciamo sacri. Ora sacra diventa la casa. La mia, la tua, e tutte le case sono il cielo di Dio. Venne d´improvviso, e sono colti di sorpresa, non erano preparati, non era programmato. Lo Spirito non sopporta schemi, è un vento di libertà, fonte di libere vite. Apparvero lingue di fuoco che si posavano su ciascuno. Su ciascuno, nessuno escluso, nessuna distinzione da fare. Lo Spirito tocca ogni vita, le diversifica tutte, fa nascere creatori. Le lingue di fuoco si dividono e ognuna illumina una persona diversa, una interiorità irriducibile. Ognuna sposa una libertà, afferma una vocazione, rinnova una esistenza unica. Abbiamo bisogno dello Spirito, ne ha bisogno questo nostro piccolo mondo stagnante, senza slanci. Per una Chiesa che sia custode di libertà e di speranza. Lo Spirito con i suoi doni dà a ogni cristiano una genialità che gli è propria. E abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali. Abbiamo bisogno cioè che ciascuno creda al proprio dono, alla propria unicità e che metta a servizio della vita la propria creatività e il proprio coraggio. La Chiesa come Pentecoste continua vuole il rischio, l´invenzione, la poesia creatrice, la battaglia della coscienza. Dopo aver creato ogni uomo, Dio ne spezza la forma e la butta via. Lo Spirito ti fa unico nel tuo modo di amare, nel tuo modo di dare speranza. Unico, nel modo di consolare e di incontrare; unico, nel modo di gustare la dolcezza delle cose e la bellezza delle persone. Nessuno sa voler bene come lo sai fare tu; nessuno ha quella gioia di vivere che hai tu; e nessuno ha il dono di capire i fatti come li comprendi tu. Questa è proprio l´opera dello Spirito: quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità. Gesù che non ha la pretesa di dire tutto, come invece troppe volte l´abbiamo noi, che ha l´umiltà di affermare: la verità è avanti, è un percorso da fare, un divenire. Ecco allora la gioia di sentire che i discepoli dello Spirito appartengono a un progetto aperto, non a un sistema chiuso, dove tutto è già prestabilito e definito. Che in Dio si scoprono nuovi mari quanto più si naviga. E che non mancherà mai il vento al mio veliero.

DOMENICA 13 MAGGIO . ASCENSIONE di GESU´      notizia del 12/05/2018

commento della domenica: Ascensione del Signore ( Mc 16,15-20) Cristo torna la Padre, per rimanere sempre con noi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 «Partenza», «Presenza», «Prodigio»: con tre parole che iniziano con la “p” possiamo custodire nel nostro cuore e nella nostra mente un messaggio per la nostra vita, nella festa del Cristo risorto, asceso al cielo.. «Partenza»: ci ricorda l´ultimo atto del racconto dell´evangelista Marco, in cui contempliamo il partire dei discepoli di Gesù per le strade del mondo a predicare la buona notizia: «Allora partirono e predicarono dappertutto». A questa «partenza» della missione di evangelizzare, corrisponde la «partenza» del Cristo risorto: ascende al cielo, sono finite le sue apparizioni nel mondo. Strana «partenza»: se ci immedesimiamo nei discepoli, è un partire umanamente impreparati perché Gesù, li aveva appena «rimproverati della loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a coloro che lo avevano visto risuscitato» (Mc 16,14). E poi partivano con un lutto da elaborare dentro di loro: Gesù risorto non sarebbe più apparso a loro. «Partenza» ricolma di stupore: nonostante l´incredulità, la durezza di cuore e un lutto da elaborare, quel comando di Gesù, «Andate», risuona come una iniezione di grande fiducia. Sembra che Gesù risorto ci dica: «Io confido in voi! Non temete! Non tiratevi indietro! Non fermatevi! Mettetevi in cammino, con la durezza del vostro cuore e con i dubbi che vi accompagnano. Partite! Partite perché il vostro camminare come miei discepoli è un andare abitato». Partenza abitata di «presenza»: la festa dell´ascensione al cielo di Gesù segna l´inizio del tempo dello Spirito Santo, l´inizio della responsabilità di evangelizzare tutte le genti, di diventare testimoni del Risorto nel mondo. Il nostro «andare a predicare la buona notizia ad ogni creatura» parte dal luogo della nostra quotidianità, dal luogo della situazione in cui ci troviamo, dal luogo interiore del nostro cuore sempre fragile e impreparato, ma con la consapevolezza che tutto ciò che ci circonda, che ogni situazione di vita, tutto è già “abitato dalla Presenza divina, dal Padre, per mezzo del Cristo, nello Spirito Santo”, ed è questa la speranza, che fa della nostra partenza una partenza abitata di «presenza». Partiamo, siamo in cammino con la certezza che «Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose» (Ef 4,10) Tutto è riempito della «presenza» del Risorto, con l´azione dello Spirito Santo, perché tutti si riconoscano figli dell´unico Padre. Tutto è già “Cristificato”: non siamo solitari testimoni del Risorto, lo siamo portando nel nostro corpo, irradiante l´amore di Cristo, l´ appartenenza alla nostra “Gerusalemme”, la nostra comunità. Contempliamo allora la «presenza» del Risorto che riempie la nostra comunità con il dono della Parola di Dio, parola del Cristo vivente per noi; con il dono del pane e del vino, suo corpo e sangue offerti per la remissione dei nostri peccati, perché risplenda nel mondo la pienezza di Cristo con la testimonianza dell´unità nella carità. Il mio corpo è membro vivo del Corpo di Cristo, la Chiesa. Partiamo dunque coltivando in noi questa essenziale appartenenza ecclesiale «cercando di conservare l´unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siamo stati chiamati, quella della nostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.» (Ef 4,3-6) «Presenza» significa anche «posto» da occupare nella Chiesa, il nostro posto specifico, chi come sacerdote, chi come diacono, chi come catechista, chi come animatore, chi come educatore, «affinché arriviamo tutti all´unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, all´uomo perfetto, a quello sviluppo che realizza la pienezza del Cristo» (Ef 4, 13). L´uomo perfetto ci richiama la responsabilità al pieno rispetto della dignità umana di ogni persona, soprattutto dei sofferenti, spesso lontani dalla comunità, ma già abitati dalla «presenza» del Risorto. Si, perché Lui è già «presenza» in chi ha fame, è assetato, è senza tetto, è malato, è in carcere, è emarginato, e attende il nostro incontro, la nostra condivisione di vita. Partiti, in cammino, con il nostro corpo in comunione al Corpo di Cristo ecclesiale, diventiamo così «Presenza» viva dello Spirito Santo per essere «prodigio» della sua azione di liberazione, nelle sfide drammatiche del nostro stare in un mondo, con l´arma efficace della Parola di Dio. Il vero e unico prodigio, che lo Spirito Santo compie per mezzo della nostra disponibilità, è quello di confermare la potenza della Parola del Signore Risorto, contro tutti gli ostacoli che si oppongono alla manifestazione del Regno di Dio nel mondo. Il Signore risorto «opera insieme con noi», per mezzo «della forza dello Spirito Santo sceso su di noi», e «conferma la sua parola con i prodigi che l´accompagnano». Il «prodigio» di «scacciare demoni nel suo nome», può significare liberazione da tutte quelle forze di male che ci disumanizzano e disumanizzano gli altri: l´attaccamento ai beni materiali e al denaro, l´essere condizionati dalla paura dell´altro, dalla ricerca sfrenata del piacere che appaga i desideri egoistici del cuore, dal potere che vuole dominare e manipolare cose e persone. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che scaccia queste forze di morte e divisione. Il «prodigio» di «parlare lingue nuove», può significare la novità assoluta del nuovo linguaggio della gratuità dell´amore di Dio, che si offre di fronte ai linguaggi molteplici del mondo fatti di giudizi discriminanti tra buoni e cattivi, maldicenze, mormorazioni, critiche, menzogne camuffate di verità. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che propone il linguaggio del farsi dono gratuito. Il «prodigio» di «prendere in mano i serpenti», può significare coraggio di affrontare tutte quelle situazioni di ingiustizia che minacciano la vita e la dignità dell´uomo. Cammineremo su aspidi e vipere (Sal 91,13). In nome della Parola liberante del Vangelo, avremo il coraggio di non diventare complici di situazioni che uccidono la dignità degli impoveriti del mondo, degli ultimi, calpestati della malvagità che esce dal cuore di quelle persone, che confidano troppo in se stesse, annullando il timore di Dio. Il «prodigio» di «bere qualche veleno senza ricevere danno», può significare la capacità di resistere a quei veleni che beviamo ogni giorno attraverso i mezzi di comunicazione, che ci trasmettono prevalentemente fatti di morte, conflitti e tensione. Può significare oggi la capacità di resistere ai veleni che circolano in rete, quando navighiamo in internet e possiamo accogliere tutto e il contrario di tutto. Oppure la capacità di resistere alla mentalità dominante che ci avvelena con i principi del “tutto è necessario”, “tutto è lecito”, “tutto è possibile” in nome della nostra libertà individuale. L´annuncio del Vangelo è la Parola prodigiosa che ci fa resistere a tutti questi veleni, che cercano di stordirci ogni giorno. Il «prodigio» di «imporre le mani ai malati e bene avranno», può significare la capacità di dare o e trovare un senso nel momento in cui siamo costretti a condividere il nostro vivere con chi soffre la perdita dolorosa della salute fisica e mentale. Il Vangelo è un annuncio che dà un senso alla fase dolorosa della malattia e l´imporre le mani diventa segno che lo Spirito Santo abita ancora nel tempio martoriato di un corpo malato e può operare il prodigio della serenità del cuore. Ed è già un grande segno di sollievo e può anche significare speranza di guarigione.

8 maggio 2018      notizia del 08/05/2018

Oggi a livello devozionale si celebra Madonna del Rosario di Pompei h.12.00. recita della supplica alla Madonna di Pompei Il culto della Beata Vergine del Rosario di Pompei, o, più semplicemente, della Madonna di Pompei, nasce alla fine del 1800 ad opera di Bartolo Longo, oggi Beato Bartolo Longo, il quale, si narra che, mentre si trovava nei campi, udì la Madonna dirgli: "Se propagherai il Rosario sarai salvo" . Il giovane Bartolo Longo, rimase scosso da questo messaggio che la Madonna gli affidava, tanto da abbandonare gli ambienti satanici che frequentava, e iniziare la propria opera di diffusione della preghiera del Rosario. Tuttavia i primi tentativi di diffusione del Rosario non ottennero grandi risultati, e per questo si recò a Napoli, per acquistare un dipinto affinché il popolo di Pompei potesse più facilmente convertirsi a questa preghiera. La sorte volle che, una volta giunto a Napoli, Bartolo Longo incontri il proprio confessore, che gli suggerisce di rivolgersi a Suor Maria Concetta del convento di Porta Medina, la quale custodiva un dipinto della Madonna del Rosario, che lo stesso confessore gli aveva affidato anni prima. La tela era in pessime condizioni, danneggiata dalle tarme e con intere parti di colore mancante, tanto che Bartolo Longo non voleva accettarlo. Ma, di fronte alle insistenze della suora, non potè rifiutare il dono e con questo si diresse verso Pompei, su di un carretto utilizzato solitamente per il trasporto del letame. Il quadro, così come era, non poteva essere esposto alla cittadinanza, sia per lo stato di degrado, che per un errore nel dipinto, che ritraeva Santa Rosa, al posto di Santa Caterina da Siena, come colei che riceveva il rosario, e dunque ponendo l´immagine a rischio di interdetto. Fu così che Bartolo Longo decise di affidare alle mani di un restauratore il quadro e, contemporaneamente, diede inizio alla costruzione di una nuova chiesa nella quale esporre il dipinto: la edificazione di questa chiesa sarà resa possibile dalla contessa Marianna De Fusco, futura sposa dello stesso Bartolo Longo, che fece cospicue donazioni, e, le successive elargizioni dei fedeli fecero in modo che ben preso la chiesa si trasformasse nella attuale Basilica Pontificia della Beata Vergine del Rosario di Pompei. Il dipinto della Madonna di Pompei, o della Beata Vergine del Rosario di Pompei, che dir si voglia, infatti, venne venerato fin dalla prima esposizione pubblica: infatti, già il 13 Febbraio 1876, quando appunto venne mostrato per la prima volta il dipinto, si verificò il primo miracolo, ovvero la guarigione a Napoli di una ragazzina che malata di epilessia inguaribile. In ben poco tempo iniziarono a giungere a Pompei migliaia di fedeli, ciascuno chiedendo una grazia alla Madonna, tanto che ai giorni nostri si stima che più di 4 milioni di persone ogni anno si rechino in pellegrinaggio, facendo così, di quello di Pompei, uno dei santuari mariani più visitato al mondo. La importanza della Basilica di Pompei, per il mondo cattolico, è testimoniata anche dal fatto che per ben 4 volte è stata visitata da un papa: in particolare sia papa Giovanni Paolo II, sia papa Benedetto XVI che papa Francesco si sono recati in visita al Santuario e, in occasione della visita di San Giovanni Paolo II venne recitata la Supplica. SUPPLICA ALLA MADONNA DI POMPEI si recita l´8 maggio e la prima domenica di ottobre Nel mentre i fedeli giungevano al Santuario, Bartolo Longo cominciò a diffondere preghiere e pie devozioni, componendo, poi, nel 1883, anche la Supplica. Questa è una preghiera, inizialmente intitolata "Atto d´amore alla Vergine" ma poi ribatezzata "Supplica alla potente Regina del SS.mo Rosario di Pompei". Il testo ha avuto nel tempo vari ritocchi, prima della formula attuale La Supplica viene recitata solennemente due volte l´anno, l´8 maggio e la prima domenica di ottobre. L´otto maggio del 1915, la preghiera fa il suo ingresso in Vaticano: alle 12.00 di quel giorno, Benedetto XV e i dignitari vaticani la recitarono nella cappella Paolina. Da allora la tradizione è continuata con i Pontefici successivi.

DOMENICA 6 MAGGIO 2018      notizia del 05/05/2018

Commento VI Domenica di Pasqua Gv 15,9-17: essere amici di Gesù, cristiani: amandoci, perdonandoci, accogliendoci, aiutandoci SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 In questo breve passo tratto dal capitolo 15 del quarto Evangelo la Rivelazione raggiunge il culmine: Gesù svela il senso profondo della vocazione dei discepoli: diventare suoi amici. Si delinea così un nuovo legame tra Dio e gli uomini: fino ad allora percepito e vissuto come rapporto servile tra un padrone e i suoi schiavi, è sovvertito; al suo posto, Cristo ne inaugura un altro nel suo sangue: coloro che accolgono il Verbo Eterno di Dio, che in Gesù di Nazareth ha assunto un volto di uomo, sono chiamati a diventare coeredi di Cristo. La passione di Gesù rappresenta l´atto costitutivo di questa nuova famiglia dei figli di Dio, fratelli tra loro e amici del Signore. È vero, Gesù sceglie personalmente coloro che chiama a vivere con lui: l´iniziativa di Gesù è conforme alla volontà del Padre, ma, attenti bene, tale iniziativa non si impone a nessuno! Il Vangelo di Giovanni, l´amico del Signore, non nasconde che i primi discepoli seguirono Gesù sulla base della testimonianza del Battista, del quale erano stati seguaci, senza che ci fosse stata una chiamata diretta ed esplicita del Cristo (1,37): un modo per sottolineare quanto il Figlio di Dio rispetti la libertà degli Apostoli, all´origine, ma anche strada facendo; e la rispetti fino alla fine. Vedendo che molti discepoli se ne andavano a motivo della durezza dei suoi insegnamenti, Cristo indirizza ai Dodici una domanda inquietante: “Forse volete andarvene anche voi?” (6,67); un modo fin troppo diretto per dar loro l´aut aut? in realtà, (Gesù) vuole ricordare loro, e ricordare a noi che la fede è esigente, sì, molto esigente, ma non obbliga nessuno contro voglia! Care mamme, care nonne, vostro malgrado, una volta raggiunta la maggiore età, figli e nipoti sono liberi di dire ‘sì´ al Signore, ma anche di dire ‘no´! La fede va scoperta di persona! e ciascuno ha i suoi tempi... La comunità di Gesù è l´esatto contrario di una setta. Recentemente, una famosa showgirl ha raccontato in un libro l´esperienza personale vissuta dopo essere entrata in una setta, e come ne sia uscita, a caro prezzo: ne emerge una vicenda dai risvolti psicologici e affettivi a dir poco tragici. E di questi racconti - veri e propri casi di plagio, ricatti, istigazioni al suicidio... - se ne sono sentiti in passato e se ne sentono tanti ai giorni nostri. Essere discepoli di Cristo, invece, non è vivere da schiavi, in una soggezione che annienta la personalità. Divenire discepoli di Cristo significa accogliere la Sua parola, dimorare in essa per accedere alla verità che rende liberi (8,31-32). Gesù di Nazareth ci offre di entrare in uno spazio di libertà vasto quanto il mistero di Dio: “Io sono la porta - dice il Signore -: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà... Sono venuto perché abbiano la vita e l´abbiano in abbondanza.” (10,9-10). Nel corso della sua vita pubblica, il Messia ha agito così con i suoi discepoli. Quando giunse l´ora di passare da questo mondo al Padre (cfr. 13,1), annunciò loro la nuova condizione del discepolo: non più servi, ma amici (15,15). Giovanni inserisce questo insegnamento nel contesto della cena di addio. Alla luce dei fatti immediatamente successivi, non possiamo fare a meno di pensare che in questa dichiarazione così nuova e, suppongo, inaspettata, Gesù abbia insinuato una supplica, affinché, da buoni amici, da veri amici, gli Apostoli non lo abbandonassero, nell´imminenza della passione. Ma, già... ho appena ricordato che l´amicizia non pretende nulla, l´amicizia libera e lascia liberi. Anche nel momento di maggiore paura, quando la sua fragile umanità era più esposta e vulnerabile, il Figlio di Dio rispettò questa libertà sovrana degli amici e se ne fece una ragione! E non gliene volle!!! La sera della sua risurrezione fece Lui, ancora e sempre Lui, il primo passo per riannodare il rapporto con ciascuno. Lo fece con Pietro, lo fece con Giovanni, lo fece con Tommaso, con Maria Maddalena, con i due di Emmaus... Quale lezione!! Questa è l´amicizia secondo Cristo! Ma la vocazione di ogni discepolo che sia tale in base alla scelta di fede, non consiste solo in una relazione nuova con Dio. O meglio, questa nuova relazione produce conseguenze, che il Signore esprime così: “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.” (15,8). Il discepolato cristiano è una lunga, avvincente avventura! Portare frutto e diventare grandi realizza il comando che il Creatore diede al primo uomo e alla prima donna, fin dagli albori della creazione! (cfr. Gen 1,28). Portare frutto, nel tempo della Chiesa, significa essere testimoni del Vangelo. La testimonianza evangelica non è monopolio dei sacerdoti, dei religiosi, dei missionari. In forza del battesimo, tutti siamo stati chiamati a dare testimonianza. Questa testimonianza, lo sappiamo, può essere difficile da rendere; del resto, chi ha mai detto che la scelta cristiana sia una scelta facile? Come Lazzaro, amico di Gesù, la radicalità cristiana può condurci al martirio (12,10-11). Ma, non temete, fare un semplice segno di croce in pizzeria, o al ristorante, anche questo è una piccola testimonianza di fede cristiana, e non ci condurrà al martirio! Tuttavia, chi testimonieremo, se non avremo gustato personalmente l´amore, con il quale Cristo ci ha amati, consegnandosi corpo e anima a ognuno di noi? (cfr. Gal 2,20). Vivere da amici dello sposo, come il Battista, da discepoli amati come Giovanni, da risorti come Lazzaro... è la proposta di Dio, che suo Figlio ha rivelato e ha reso possibile: parlare di Gesù, scrivere di Lui, ma soprattutto condurre un´esistenza impregnata di Vangelo che sia testimonianza personale ed unica del Risorto; rendergli ragione con tutti i pori della nostra pelle, con tutte le sinapsi del nostro cervello, con ogni umore della nostra anima,... affinché anche altri possano a loro volta accedere all´incontro personale con Gesù e diventare suoi amici. Come la sapienza della Scrittura, il Cristo, mostrerà loro, Cristo mostrerà a noi il Regno dei Cieli e ce lo donerà nell´ora che il Padre ha stabilito.

DOMENICA 29 APRILE 2018      notizia del 28/04/2018

Commento V Domenica di Pasqua su Giovanni 15,1-8: rimanere in Cristo per non arrendersi, rialzarsi...esserci con la mente e con il cuore SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -19.00 Il quarto evangelista, unico a riportare questo insegnamento del Signore, ambienta la parabola della vite e dei tralci nel cenacolo, durante la cena di addio. Il contesto conferisce alle parole di Gesù una profondità e un valore singolari: (queste parole) rappresentano le ultime volontà del Maestro, il quale sa che la sua missione è ormai alla fine, ed è tempo - direbbe san Paolo - di sciogliere le vele e di prendere il largo... Il mare e la campagna, la pesca e l´agricoltura rappresentavano le due fonti di sostentamento del popolo palestinese: normale, pertanto, che il Signore facesse riferimento ad esse, nelle sue catechesi. Fosse vissuto ai giorni nostri, in un paese occidentale come questo, chissà che similitudine avrebbe usato per trasmettere il Suo messaggio... Forse, Gesù non avrebbe neppure scelto la categoria del lavoro; non nella sua accezione tradizionale; magari avrebbe predicato sui social, sarebbe apparso in televisione, in un format di fama internazionale... Stare davanti alle telecamere in un programma seguito da milioni e milioni di spettatori in tutto il mondo è una tentazione troppo gustosa, praticamente irresistibile. Uno scrittore americano ha recentemente pubblicato una storia di Gesù, immaginando che il Signore ritorni tra gli uomini del ventunesimo secolo, nei panni di un cantautore che si iscrive a una gara di voci nuove... E approfitta della situazione - la scena sfavillante di luci, i microfoni, e tutto il resto - per annunciare il Vangelo; naturalmente questo Gesù postmoderno non usa i generi letterari di duemila anni fa, ma quelli in voga presso i giovani di oggi... turpiloquio compreso... sfidando la morale corrente, i modi garbati e un po´ asettici della gente per bene e dribblando il linguaggio convenzionale e politically correct della politica...Un effettone! Peccato... finisce che muore...anche stavolta. Del resto, ogni volta che il mondo di Dio viene a contatto con il mondo degli uomini, l´epilogo è scontato: gli uomini uccidono Dio. In molti discorsi parabolici, soprattutto quelli in cui il Maestro di Nazareth prende spunto dalla natura, emerge il tema del sacrificio, della sofferenza, della ferita, della morte... ma sempre in funzione di un frutto abbondante, di una vita nuova, di un bene maggiore e più perfetto della vita perduta/donata ...il tema sotteso è ovviamente la risurrezione. Il verbo-simbolo di questo Vangelo è “rimanere”: rimanere significa resistere, rimanere significa non arrendersi, rimanere significa provare ancora, rialzarsi,... Rimanere significa esserci con la mente e con il cuore, oltre che con il corpo... Sono tutte declinazioni della fede: i personaggi della Bibbia ci incoraggiano a guardare in faccia la nostra verità: ci sfidano, e se appena diamo loro credito, hanno il potere di risvegliare in noi energie sopite. A condizione che non facciamo di loro delle immagini idealizzate, dei modelli di perfezione. Adamo, Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosé, Sansone, Davide, Salomone, Geremia, Elia, Giobbe, Giona,... e poi Pietro, Paolo, il Battista, Giovanni l´amico del Signore, Gesù, sì, anche Gesù; Maria sua madre, Giuseppe suo padre... Costoro hanno percorso strade intricate; qualcuno ha anche commesso errori, errori gravi; qualcuno si è smarrito, è stato sconfitto... Tutti sono caduti almeno una volta lungo il cammino! Ci hanno lasciato un grande lezione: ciò che importa non è fare le cose in modo perfetto, ma mettersi in gioco con coraggio, e con tutto noi stessi! in una totalità di ordine qualitativo, ma anche quantitativo; il che vuol dire tutto e sempre... Nascondere gli errori è infantile. Imparare da essi è saggio. Combattendo è giocoforza che si riportino ferite, anche gravi. Non si sfugge, fanno parte del gioco; è necessario riconoscerle, per poterle integrare nella vita. Voglio dire che le ferite non sono disfunzionali alla vita, ma funzionali! Le ferite non sono un aggressore esterno alla vita, ma fanno parte integrante della vita. Dirò di più: le ferite che riportiamo lungo il cammino, se sappiamo assumerle con atteggiamento di fede, o come dice il Vangelo, potature operate dal Padre, secondo un suo disegno misterioso e ineffabile, affinché portiamo più frutto, (le ferite) ci rendono più sensibili, e potenzialmente più capaci di amare. Non c´è amore senza ferite. Non bisogna aver paura delle energie che pervadono il nostro essere, corpo e anima: aggressività, sensualità, passioni; immaginate se fossimo in grado di dominarle in modo dispotico, cioè totale. Peggio: immaginate se queste energie oscure, talvolta ambigue, improvvisamente si spegnessero... La vita diventerebbe invivibile, moriremmo di noia! La noia può uccidere! Alcuni filosofi l´hanno analizzata... Tra la noia di vivere e il senso del nulla, il passo è brevissimo! L´inerzia, l´abitudine, il conformismo, l´omologazione... sono questi i veri pericoli che bisogna conoscere per poterli evitare! Impediscono di vivere. Se vita e vitalità hanno la stessa radice, la vita non può restare ferma, ma deve muoversi in qualche direzione, possibilmente in avanti. Ci penserà il buon Dio a portare a compimento la nostra esistenza! Non moriamo prima del tempo! Non moriamo prima di morire!! Impegniamoci con tutte le energie che abbiamo, poche o tante che siano, giovani o vecchi che siamo; e tra queste energie c´è la fede, c´è la speranza e c´è l´amore! Roba da preti? Roba da suore? Roba da uomini! Roba da donne! Roba da cristiani!

DOMENICA 22 APRILE 2018      notizia del 21/04/2018

Commento della IV Domenica di Pasqua : Gv 10,11-18: chiamati ad essere un unico gregge seguendo la voce di Cristo SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Oggi, Domenica del Buon Pastore, in tutta la Chiesa si celebra la 55° Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni; sappiamo che l´idea di vocazione è stata legata a doppio nodo alla scelta sacerdotale e di consacrazione religiosa. Fino a ieri l´altro, pensare alle vocazioni e pensare a frati e preti era la stessa cosa. Non è da molto che la Chiesa ha allargato la propria visuale, abbandonando certi schemi rigidi e, confessiamolo, non pochi stereotipi pesantemente maschilisti, per assumere un´idea più ampia di vocazione e, anche questo va detto, più in sintonia con la visione cristiana della vita. Siamo solo all´inizio di questo cammino di conversione integrale che la nostra amata e odiata Chiesa sta percorrendo, tra slanci coraggiosi e clamorose battute d´arresto, impennate profetiche e patetici ritorni al passato... Il tema, a dir poco scottante, a tratti scabroso, è un esame di coscienza di categoria, se così si può dire, e lo dico... La marcata impronta clerical maschilista assunta dalla Chiesa fin dai primi secoli costituisce uno solo dei due binari sui quali ha viaggiato veloce e sicura - beh, veloce mica tanto! -per venti secoli... Il secondo binario, inutile negarlo, è il potere. Le scienze umane, dall´antropologia alla fenomenologia, dalla psicoanalisi alla sociologia, hanno ampiamente mostrato le corrispondenze e le implicazioni tra maschilismo e potere. Volendo risalire il vasto fiume della Rivelazione, la Bibbia affonda le sue radici in una cultura caratterizzata dalla presenza ancestrale del cosiddetto maschio (dominante) alfa; se appena scorriamo i primi versetti della Genesi, al capitolo 3, in pieno racconto della creazione, tra le conseguenze del peccato d´origine, c´è appunto la soggezione della donna all´uomo, che lo scrittore ispirato ha così descritto: “Il Signore Dio disse alla donna: Moltiplicherò i tuoi dolori le tue gravidanze, con dolore partorirai figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.” (v.16). In questi ultimi cinquant´anni, dal Concilio in poi - in confronto a venti secoli di storia, che saranno mai 50 anni? e tuttavia non son neppure pochi! -, la Chiesa ha intuito che proseguendo il suo viaggio su questo binario, avrebbe raggiunto presto il capolinea... Sulla spinta delle successive rivoluzioni, o primavere, che nel volgere di un secolo, hanno profondamente mutato gli equilibri tra i sessi, a livello familiare, professionale, culturale, anche la Chiesa ha preso maggiore coscienza che il mondo religioso è popolato da donne, più che da uomini, e che il primato del maschio non è più un dogma teologico, né un apriori filosofico... Che il contesto religioso sia popolato per lo più da donne, non è una novità; è sempre stato così! Nelle culture antiche, l´istruzione religiosa (dei figli) era impartita dalla madre. Per converso, nei luoghi di culto, il protagonista era ed è ancora il maschio. Moschee, sinagoghe, chiese cristiane, prevedevano un luogo più discreto e appartato, il matroneo, ove le donne assistevano, opportunamente nascoste, alla liturgia. In talune religioni, compresa la nostra, assistiamo ancora oggi a questa singolare separazione tra devozioni prettamente femminili - basti pensare a taluni uffici funebri affidati da sempre alle pie donne, come l´animazione col canto dell´ultimo viaggio del defunto verso il cimitero - e culto pubblico, tassativamente presieduto dalla figura virile del pastore. Questo e altro ancora, a proposito della differenza - discriminazione? - presente nella Chiesa tra uomo e donna, nonostante, ripeto, la preponderanza femminile delle forze in gioco. Perdonate questo lungo cappello a margine della Giornata Mondiale delle Vocazioni; almeno una volta, ho ritenuto necessario sfiorare il tasto, il quale, ahimé, produce sempre dolenti note... Per fortuna, la persona di Gesù si tenne prudentemente ai margini della questione, assecondando peraltro la tradizione corrente. Chissà se in un futuro magari remoto le cose cambieranno... Mah... La similitudine del buon pastore la troviamo solo nel quarto Evangelo: ed è un modo suggestivo e originale, per definire le coordinate della relazione di Gesù rispettivamente con gli uomini e col Padre. Nell´opera giovannea, Gesù resta il Signore della storia, protagonista incontrastato della vicenda, colui che dà la vita quando vuole e la riprende quando vuole. Sul versante degli uomini, la persona del Figlio di Dio non è condizionata dal comportamento di coloro che lo circondano: lo accolgano oppure no, lo seguano oppure no, lo amino o lo tradiscano, il Verbo incarnato ha una missione da compiere e la porterà a compimento; per l´apostolo che Egli amava, la missione del Cristo, non è morire in croce, ma essere innalzato, glorificato; e in questo innalzamento, in questa glorificazione, Egli rivela l´amore a dir poco scandaloso del Padre. Come un generale vittorioso, fin dalle prime battute del Prologo, Cristo celebra i suoi trionfi, percorrendo le strade della Giudea e della Galilea. E strada facendo, parla, insegna, guarisce... Ne emerge un ritratto assolutamente inedito e per certi aspetti inquietante, misterioso, del Re dei re, come Lui stesso si definisce nel dialogo con il governatore romano Ponzio Pilato. Di fronte a Lui, le potenze del male sembra non abbiano alcun ascendente, alcun effetto, nonostante le apparenze! Incarnato, certo, nato al mondo, certo, uno di noi, certo,... il Cristo di Giovanni resta tuttavia un altro rispetto a noi, il viso impassibile del Pantocratore, così come lo ritraggono le icone, e però capace di sentimenti di straordinaria intensità, che nessun uomo sarebbe in grado di provare. Per questo ci è pastore e maestro: la voce inconfondibile, lo sguardo dolce e disarmante, la mano ferma. Per questo il Padre lo ama. E il male se ne fugge inorridito, mentre professa la fede in Lui: “Tu sei il Cristo, tu sei il Santo di Dio.”.

DOMENICA 15 Aprile 2018      notizia del 14/04/2018

Commento alla III Domenica di Pasqua:non c´è peccato che possa ostacolare la grazia che Dio dispiega nella resurrezione di ( Lc 24,35-48) SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Il primo discorso di Pietro dopo la Pentecoste afferma la nostra responsabilità collettiva per la morte di Gesù. Fu crocifisso dai suoi contemporanei, ma ancora oggi siamo complici delle stesse dinamiche che condussero alla sua condanna. Nella celebre leggenda del grande inquisitore de I fratelli Karamazov, Dostoevskij afferma che se Gesù ritornasse oggi nel mondo, ancora una volta non sarebbe riconosciuto e di nuovo lo crocifiggeremmo. La chiusura del cuore che Gesù incontrò nei suoi contemporanei resta la stessa oggi. La sola ragione per la quale non ce ne accorgiamo è perché essa appare solo quando Dio ce la svela: solo la luce della misericordia manifesta il nostro peccato nel momento stesso in cui lo perdona. Come i contemporanei di Gesù, anche noi oggi abbiamo paura di ciò che Dio può cambiare nelle nostre vite, temiamo le sue esigenze, la sua novità, il suo modo di presentarsi che non corrisponde all´idea che ci facciamo di lui. Le parole di Pietro non sono tenere: Avete rinnegato il Santo e il Giusto; avete graziato un assassino; avete ucciso l´autore della vita (At 3,14-15). Questa insistenza sulla gravità del peccato però è al servizio della proclamazione della grandezza del perdono di Dio, del cambiamento che esso introduce nella storia e nelle nostre esistenze: Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire (At 3,17-18). L´uccisione di Gesù, il rifiuto dell´intervento di Dio nella storia che essa rappresenta, è diventata per Dio l´occasione di manifestare la sua determinazione di salvarci malgrado ogni nostra resistenza. Nessun rifiuto dissuade Dio. Quella di Pietro è dunque non una condanna, ma un messaggio di speranza: non c´è peccato che possa ostacolare la grazia che Dio dispiega nella resurrezione di Cristo. Ce lo conferma Giovanni nella sua lettera quando dice: Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paraclito (un consolatore, un avvocato) presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo (1Gv 2,1-2). Colui che intercede per noi è lo stesso che abbiamo ucciso e rifiutato, ma che è ritornato alla vita in virtù di un amore più forte della morte. Ecco perché Pietro può proclamare: Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati (At 3,19). Risurrezione vuol dire proprio questo: possibilità di cambiare vita. La potenza di Dio vince la nostra ignoranza, la nostra incapacità di percepire Dio come colui che vuole la nostra salvezza. La colpevolezza che ci opprime non è più insormontabile perché abbiamo un Paraclito, cioè un difensore, un avvocato, un consolatore presso il Padre. Siamo spesso fatalisti, cinici, disillusi riguardo a questa possibilità di cambiamento, come questi discepoli che in presenza di Gesù, pur toccandolo, pur vedendolo mangiare davanti a loro, ancora non possono credere sia veramente vivo, presente tra di loro. Stentano a credere che colui che era stato così barbaramente soppresso, che avevano visto dissanguato, esanime, che era stato chiuso in un sepolcro, adesso fosse ritornato alla vita. Ecco perché Gesù dedica cinquanta lunghi giorni per farsi vedere, toccare dai discepoli. E´ paziente con la nostra difficoltà a credere. Sa che abbiamo bisogno di tempo per accogliere la sua novità e aprirci così al suo invito: Convertitevi! (Mc 1,15; Mt 4,17) Non dobbiamo allora scoraggiarci se, malgrado i nostri propositi di cambiamento di vita, continuiamo a sentirci pesanti, a non saper resistere al peccato. Se è vero infatti che il Vangelo ci chiede di non peccare, ancora più insistentemente ci invita a credere che la misericordia di Dio è più grande di ogni nostra trasgressione, come ce lo ricorda Giovanni: il Paraclito, cioè l´avvocato che difende la nostra causa, è Gesù stesso che ci ha amati e ha dato la propria vita per noi. La nostra salvezza si manifesta in un cambiamento della nostra vita, ma questo è possibile solo a condizione di riceverla costantemente da Dio. Salvezza e cambiamento non eliminano il peccato dalle nostre vite, ma ci permettono di vincerlo facendolo continuamente perdonare, cancellare da Dio. Più riconosciamo il nostro peccato, più esso è perdonato e ci è così restituita la libertà di poter avanzare in una vita diversa. Riflettiamo, meditiamo su questa equazione: credere nella resurrezione è credere nella possibilità di cambiare le nostre vite. Chiediamo al Signore questa grazia: “Signore, donami la grazia della conversione! Introduci questo fermento di novità nella mia vita. Aprimi gli occhi. Conducimi a percorrere, nella libertà dell´amore, le tue vie”.

DOMENICA 8 APRILE 2018      notizia del 07/04/2018

Lucio Boldrin ha aggiunto 3 nuove foto. 11 h · Commenti al Vangelo della II Domenica di Pasqua Gv 20,19-31: avere dubbi non è né peccato , né mancanza di fede..ma semplicemente essere persone in ricerca SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Il racconto dell´apparizione del Risorto a Tommaso risente di una modalità letteraria tipica del quarto evangelista: l´utilizzo di un personaggio, come figura collettiva, per presentare cioè un atteggiamento non solo individuale, ma diffuso... L´apostolo incredulo è la personificazione del dubbio dei discepoli - oggi parliamo del dubbio dei fedeli - riguardo alla risurrezione di Cristo. Caratteristica identificativa di Tommaso è l´assenza: Tommaso - Tomà in aramaico -, Didimo in greco, Gemello in italiano, non era con gli Undici, quando il Signore apparve nel cenacolo a porte chiuse la sera della sua risurrezione; non avendo visto di persona, Tommaso dubita. Sapete quanta gente ritiene che dubitare su articoli di fede sia un peccato, e se ne confessa? Dubitare non è affatto un peccato! è naturale, è umano... quando un fatto non è evidente, il rischio è sempre quello di temere che il fatto non sia vero, o, se è vero, non sia proprio proprio come ce lo hanno presentato. C´è di buono che il dubbio può risvegliare la voglia di cercare: che senso ha avere dei dubbi e tenerseli senza fare niente?...sempre che i nostri dubbi di fede siano veri dubbi, cioè che lascino inquieti e tengano desta l´attenzione, attivino la volontà,...non lascino tranquilli. Forse è proprio questo il motivo per il quale molti cristiani si sentono in colpa nel nutrire dubbi di fede, e lo dichiarano nella confessione sacramentale... In realtà, non fanno nulla per chiarire il dubbio, cioè non camminano nella via della fede. E questo, sì, è un peccato! Ma noi lo sappiamo che cosa significa camminare secondo la fede? Far del bene? certo, ma non solo!... Il mondo è pieno - beh, non esageriamo!! - di uomini e di donne che fanno del bene, ma che non credono nel Dio di Gesù Cristo... La lezione di Tommaso è dunque la lezione più grande che il gruppo degli apostoli ci ha lasciato. Tommaso rappresenta perfettamente la nostra condizione attuale. Ma Giovanni, vuole sottolineare un altro particolare: l´evangelista dell´aquila relaziona il dubbio all´assenza e vuole ricordare che il dubbio della fede si può aggravare - e fatalmente si aggrava! - quando si è assenti dalla chiesa, lontani dalla comunità dei credenti. Vedete, quando si parla di dubbio di fede, non si intende solo il classico dubbio intellettuale: questo si può certo gestire individualmente; basta studiare, basta aggiornarsi, basta cercare... Il dubbio di fede non è prima di tutto un dubbio intellettuale! è un dubbio che può sorgere solo se e quando la fede la si vive, quando la fede non è solo un concetto (astratto), sul quale si può fare tutt´al più dell´accademia, o una conversazione da salotto... ma quando (la fede) è stata scelta come stile di vita, criterio di discernimento del bene, metodologia di approccio al prossimo senza pregiudizio e in tutta verità... Parlavamo di fede autentica vissuta cioè nella comunità... Per questo il Signore non appare privatamente al discepolo incredulo, ma nel cenacolo, a tutto il gruppo, otto giorni dopo - cioè di domenica -. La fede non è dunque un fatto meramente individuale, ma solo e sempre ecclesiale. La fede è personale, in quanto è della Chiesa. Ecco perché al termine della preghiera eucaristica, il sacerdote prega Dio affinché non guardi ai nostri peccati, ma alla fede della Chiesa. È dunque nella Chiesa che possiamo trovare e riconoscere i segni della presenza del Cristo. Ma Tommaso non rappresenta soltanto l´icona, il modello del credente in crisi. Tommaso è anche colui che pronuncia la più alta e sublime professione di fede di tutti e quattro i Vangeli: “Mio Signore e mio Dio!”. Possiamo tradurla più o meno così: Sei proprio Tu, Gesù! sei proprio il Signore! sei proprio Dio! La gioia di credere - e sottolineo l´elemento della “gioia”! - esplode nel cuore del discepolo che si lascia incontrare da Cristo e sa vivere la fraternità di essere in gruppo, un cuore solo e un´anima sola, come racconta san Luca nei suoi Atti degli Apostoli. Toccando il tema della comunità e della gioia, so di toccare due nervi scoperti... La percezione del senso di comunità non è proprio così immediata nella nostra esperienza di fedeli. Quanto poi alla gioia, beh, neppure di questo è facile fare esperienza, al contrario di quanto Luca ci vorrebbe far credere, descrivendo la comunità delle origini... Dall´indagine compiuta tra la gente che frequenta le nostre chiese, più che di gioia, si sente parlare di noia... soprattutto tra i giovani. E la noia è quanto di più lontano ci possa essere dalla gioia... ancora più del dolore: ci sono dolori che sono vicinissimi alla gioia, al piacere - non l´hanno soltanto cantato i Queen!... -; dolori che sono preludio alla gioia, come i dolori del parto. Ma la noia... non ha niente a che vedere con la gioia, tantomeno può esserne preludio! Che dire a conclusione di questa omelia? (dico che) la fede è una continua conquista! Per questo il Signore proclama beati coloro che, pur non avendo visto, pur non avendo raggiunto l´evidenza dei fatti, crederanno in Cristo e nella sua risurrezione. Come spesso ripeto quando parlo di argomenti di fede, tutto ciò che poteva fare il Signore per noi, il Signore l´ha fatto. Ora tocca a noi dirgli di sì, oppure di no, credere oppure no. E non è detto, non è sicuro che il ‘sì´ pronunciato la prima volta, resti lo stesso anche dopo... I sacramenti che celebriamo solo nella Chiesa, costituiscono il nutrimento necessario - non possiamo cioè farne a meno! - a quel ‘sì´ pronunciato un giorno, davanti a Dio e alla comunità, ma che non è in grado di bastare a se stesso, non può vivere di vita propria... come, del resto, nulla e nessuno sotto il sole.

DOMENICA di PASQUA 2018      notizia del 31/03/2018

Commento alla Domenica di Pasqua - Risurrezione del Signore Gv 20,1-9:Ciò che per gli uomini è la fine, attraverso la la morte e risurrezione di Cristo è l´inizio della vita. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 12,00 e 19.00 Perché Gesù non è sceso dalla croce? Preché non ha reagito agli insulti e alle torture? Perché non si è opposto a una condanna ingiusta e atroce, pur avendone i mezzi e gli argomenti convincenti? In sintesi: perché Gesù ha voluto morire di un supplizio aberrante fra commenti pregiudiziali e le esecrazioni dei suoi avversari? Risposta: perché dopo la morte doveva avvenire un evento capace di trasformare la tragicità della sua fine, che avesse come obiettivo quello di superare le nequizie stesse della sua morte. Un evento che avrebbe dato origine al mutamento della storia a partire dal sorgere di un fenomeno esponenziale chiamato “cristianesimo”. Appunto in questo evento, avvenuto nel silenzio, nottetempo e nella forma sottaciuta, si rivela la soluzione ai quesiti di cui sopra: Gesù Cristo è risorto. Con queste parole non si intende dire che un cadavere ha riabilitato improvvisamente l´attività cerebrale, la circolazione sanguigna rimettendo in funzione varie membra dell´organismo, ma si vuol descrivere il fatto determinante di cui gli apostoli, seppure scettici e disorientati, hanno visto alcune tracce: Gesù, avvinto dal sudario e dalle bende, ostruito dalle oscurità del sepolcro che lo imprigionava, occluso dal macigno che ne ostruiva l´uscita, si è liberato da tutti questi vincoli di segregazione e ne è fuoriuscito indomito e padrone. Bende e sepolcro non gli sono stati cioè di impedimento perché tornasse a rendersi visibile e per di più con un corpo glorioso e invitto. Risuscitare da morte, ossia manifestarsi come il Vivente che della morte è il dominatore è stata la risposta più congeniale agli interrogativi di cui sopra, che sono propri della mediocrità della concezione umana: se avesse evitato la tortura e la morte non avrebbe potuto manifestare che la vita sussiste per sempre e che vi è una risposta al problema del dolore e della morte nonostante le tenebre del sepolcro. In altre parole, se Cristo avesse dato ai suoi avversari il “contentino” di scendere dalla croce sbaragliando i suoi avversari, non sarebbe risuscitato e non avrebbe potuto darci la vita per sempre. La resurrezione di Cristo è infatti un avvenimento che ancora una volta qualifica questi come Figlio di Dio (Rm 1, 3 - 4) e che gli meriterà la glorificazione, l´innalzamento al di sopra di tutte le creature, il recupero pieno della sfera del divino, ma non è solamente un evento circoscritto. Coinvolge tutti noi. Ci avvince del suo fascino e ci ragguaglia del fatto che anche noi siamo interessati alla vita per sempre. Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo, risorto dai morti, non muore più. La morte non ha più potere su di lui”(Rm 6, 8 - 9). Quando il teologo luterano Bonoheffer stava per essere ucciso nel lager nazista in cui era prigioniero, accomiatandosi dai suoi compagni di prigionia, commentava: “Questa è la fine. Per me è l´inizio della vita.” Diceva questo non perché avesse congetturato la possibilità di sopravvivenza fisica o perché credesse in una qualsiasi forma di vita oltre la morte, ma perché era animato da una convinzione di fondo che gli scaturiva da una fede da sempre vissuta e coltivata: Gesù Cristo, Figlio di Dio è risorto dai morti e questo incuteva in lui fiducia e coraggio nell´affrontare l´impiccagione, ben consapevole che non sarebbe stata la fine. Al di là del destino singolare del nostro corpo mortale, siamo consolati nella certezza che in Cristo risorto siamo destinati a risorgere anche noi e che la morte è stata sconfitta. Il fatto stesso che a distanza di centinaia di anni vi siano persone fiduciose nella prospettiva del trapasso, il fatto che parecchie persone anche ai nostri giorni accettano il martirio e il supplizio della morte cruenta a ragione della loro fede, ci dà la certezza che non soltanto la resurrezione di Cristo è un fatto reale e non di leggendaria mistificazione, ma che essa si attualizza in tutti i tempi e in tutte le epoche e che riguarda il passato e il futuro di tutti gli uomini. Se Cristo davvero non fosse risorto, non si spiegherebbe il fenomeno di tante persone ancora ben disposte a morire per lui e non avrebbe senso la serenità e la fiducia di innumerevoli persone che si abbandonano al trapasso con risolutezza e confidenza. Ciononostante, la risurrezione non deve consolarci solamente in merito alla vita ultraterrena. Essa incide anche al presente, riguarda la nostra storia e la nostra attualità, perché il Risorto vive per sempre con noi momento per momento, nient´altro che come Risorto e fautore di vita. In altre parole la resurrezione di Gesù ci da la certezza della sua presenza affinché possiamo vivere in pienezza il nostro quotidiano sospinti e spronati proprio da lui. Scrive Walter Kasper: “Risurrezione corporea significa che l´intera persona del Signore si trova definitivamente presso Dio. Ma significa anche che il risorto mantiene il suo riferimento al mondo e a noi”, che pur essendo innalzato alla destra del Padre e vivendo come l´eterno Glorioso, non cessa di vivere con noi per sempre sotto un aspetto rinnovato, misterioso eppure certo e convincente. Gesù è risorto per essere non solo non solo il Dio eterno e infinito ma anche il Dio con noi per sempre e in ogni luogo. La presenza di Cristo risorto ci sprona quindi a vivere la vita in pienezza, a investire al meglio ogni istante del nostro tempo, a qualificare noi stessi nella giusta dimensione che non si trova nel peccato e nell´illusione di vivere. La perseveranza nel male è semplicemente la smentita della vita nonché banalizzazione piena della resurrezione, deprezzamento della vita che Lui ci ha dischiuso nella sua morte di croce. La vita nel Risorto equivale invece alla riscoperta della gioia nonostante le sofferenze e le sfide, alla fiducia e al coraggio nonostante il sistema ci costringa in senso opposto, alla consolazione nonostante prove e afflizioni. Vivere nel risorto significa infatti sperare e persistere fino al successo, poiché nonostante le apparenze la meta potrebbe trovarsi già al prossimo incrocio. Non arrendersi alle difficoltà e alle cattiverie altrui, ma rispondere con serenità e fiducia al male facendo il bene (Rm 12, 21). Nella risurrezione di Cristo che ha vinto la croce si riscontra infatti che il bene trionfa sul male e che non conviene compromettersi con ingiustizie e malvagità. Piuttosto, solo dando amore vi è la possibilità ineluttabile di ricevere l´amore che ci aspettiamo dagli altri e che asseconda le nostre aspettative e solamente il dono di noi stessi agli altri può contribuire a vincere ogni sorta di malessere che serpeggia nel mondo. Il giorno di Pasqua è in definitiva l´invito che instancabilmente Dio ci rivolge a costruire la nostra società sul fondamento di sole tre virtù possibili: fede, speranza e carità. Che si rendono fattibili appunto in forza della risurrezione e nel solo ambito di essa. BUONA PASQUA A TUTTI

VEGLIA DI PASQUA      notizia del 31/03/2018

LA VEGLIA PASQUALE Per cominciare Per una tradizione che risale già alle antichissime tradizioni ebraiche, questa é la più importante notte di veglia in onore del Signore (Es 12,42). Sant´Agostino l´ha definita "la veglia madre di tutte le veglie". La prospettiva della chiesa quando celebra è sempre pasquale, ma questa notte di Pasqua assume un´importanza e un´intensità ineguagliabili, perché, "ci rappresenta quasi visivamente la memoria dell´evento" (sant´Agostino). In questa notte di Pasqua il Signore "è passato" per salvare e liberare il suo popolo oppresso dalla schiavitù. In questa notte Cristo "é passato" alla vita, vincendo la grande nemica dell´uomo, la morte. In questa notte si celebra il memoriale del nostro "passaggio" alla vita in Dio e nella chiesa attraverso il battesimo, la confermazione e l´eucaristia. Vegliare è un atteggiamento evangelico costante e caratterizza la vita di ogni cristiano, che attende la sua venuta definitiva, quando la Pasqua si compirà nelle nozze eterne con lo Sposo e nel convito della vita (cf Ap 19,7-9). La parola di Dio La prima Parola (prima lettura: Genesi 1,1 - 2,2) ci presenta la Parola che crea e dà inizio alla storia dell´umanità: è la narrazione della creazione. Ma tale riconoscimento ci apre alla seconda Parola, il dono della fede (seconda lettura: Genesi 22,1-18): a imitazione di Abramo, ogni uomo può rapportarsi in un dialogo confidente e pienamente fiducioso in Dio. Ma la fede è valore sommo e tutto le è subordinato. Come Abramo, siamo chiamati a donare tutto a Dio; anche il figlio. Ma questo in realtà lo ha fatto il Padre nella Pasqua di Gesù, il Figlio sommamente amato. Per tutti la vita, nella fede, si attua come Esodo (terza lettura: Esodo 14,13 - 15,1): il mare si divide; i nemici vengono sconfitti; il popolo di Dio è salvo. La parola profetica (quarta lettura: Isaia 54,5-14) ci assicura che il creatore è redentore, ed è "Dio di tutta la terra". Non ci abbandona nel nostro peccato, né ci lascia nella desolazione: ma conferma indefettibile la sua alleanza; e ci consola. Così pure (quinta lettura: Isaia 55,1-11) siamo autorizzati a ricorrere a lui, alla sua divina bontà e gratuità. E se siamo assaliti dal dubbio, riprendiamo viva coscienza che "le vie del Signore sovrastano le nostre vie; i pensieri del Signore sovrastano i nostri pensieri". Per questo dobbiamo riconoscere che solo il Signore è Dio (sesta lettura: Baruc 5,9-15. 32 - 4, 4), e convertirci a lui; ma anche questo è opera sua: anche obbedire alla Parola, alla sua Legge, il desistere da ogni forma di male. Alla realtà della dispersione (settima lettura: Ezechiele 36,16-28) si rinnova la chiamata e la conversione di tutti; alla condizione di miseria e di peccato si apre la possibilità di avere un cuore nuovo, reso tale dallo Spirito di Dio. Romani 6,3-11. Siamo coinvolti nell´esperienza di Gesù, in forza del battesimo che ci unisce alla sua Pasqua,. Muore il nostro uomo vecchio, "crocifisso" e sepolto insieme a lui, camminiamo in una vita nuova. Siamo liberati dal peccato, risorgiamo anche noi insieme a Gesù, lui che ha vinto il peccato e la morte definitivamente e per tutti. Marco 16, 1-7: dove le donne vanno al sepolcro e pensavano di vedere il cadavere, e invece vedono un giovane. Pensavano di vedere un lenzuolo che avvolgeva il morto, e invece vedono un vivente vestito di bianco. Pensavano di vedere un morto disteso a terra, e invece vedono un uomo seduto alla destra: alla destra di chi? Qualcuno ha posto questo giovane alla sua destra, dicendogli: “Siedi alla mia destra” (Sal 110,1). Le donne sono sorprese, exethambéthesan, alla lettera “sono colte da stupore”. Marco conosce un ricco vocabolario per parlare dello spavento: in pochi versetti usa almeno quattro termini per descriverlo. Qui registra spavento-stupore. E subito dopo il giovane parla alle donne ripetendo lo stesso verbo: “Non siate spaventate, stupite!”. Poi continua: “Voi cercate Gesù il Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui!” (Mc 16,6). Ecco la voce dell’interprete apparso, la voce di colui che legge ciò che le donne vedono. È una voce che viene da Dio, che è quella del Signore seduto alla destra di Dio, è la voce di chi ormai è stato tolto, come in un’ascensione verso il cielo, dalla mano di Dio che l’ha preso con sé. La voce invita innanzitutto a non spaventarsi, a non avere paura. Riflettere e attualizzare La successione e la ricchezza dei riti di questa Veglia, esprimono bene, in modo ampio e suggestivo il senso di una storia che ha Dio come amante e compagno dell´uomo, e che trova nella risurrezione di Cristo la definitiva salvezza dell´uomo e del mondo. La liturgia é "memoria", non coreografia, né vuoto ricordo, ma presenza viva, nei segni sacramentali, dell´evento centrale della salvezza: la morte e la risurrezione del Signore Gesù. Il fuoco e la luce, l´acqua, il pane e il vino assumono in questa santa Vigilia delle tonalità quasi primordiali: ogni cosa riprende il suo pieno significato originario e l´uomo ritrova le sue radici. Anche le Parole risuonano in modo diverso e trovano il loro significato più pieno. Si rivelano i progetti di Dio, i suoi sogni sull´umanità, i passi compiuti per amore dell´uomo, che trovano nella risurrezione di Cristo il loro compimento. Il cammino della storia si apre alla speranza di nuovi cieli e nuove terre, grazie alla morte del Figlio di Dio incarnato, risorto per la potenza del Padre. 1. Il simbolismo della luce. La Veglia si apre con questo simbolo espressivo: il mondo delle tenebre è attraversato dalla Luce del Cristo risorto, nel quale Dio ha realizzato in modo definitivo il suo progetto di salvezza. In lui, primogenito di coloro che risorgono dai morti (Col 1,18), prende luce anche il destino dell´uomo e la sua identità fatta a "immagine e somiglianza di Dio" (Gn 1,26-27). I catecumeni e i battezzati, dalla tradizione cristiana chiamati anche "illuminati" per la loro adesione a Cristo-Luce, sanno che la loro esistenza è radicalmente cambiata. Dio li "ha chiamati dalle tenebre alla sua luce ammirabile" (1Pt 2,9) e davanti a loro ha dischiuso un orizzonte di vita e di libertà. Ecco perché il canto si fa gioioso con il preconio pasquale (Exultet), il gloria e l´alleluia, a ricordo delle meraviglie operate dal Signore nella nostra storia di "salvati", e come rendimento di grazie per essere stati illuminati da Cristo. 2. L´ascolto della Parola. Le sette letture dell´antico testamento sono un compendio della storia della salvezza. Già la Quaresima ha sottolineato, soprattutto attraverso la prima lettura di ogni domenica, che il battesimo é inserimento in questa grande "storia" attuata da Dio fin dalla creazione. La Pasqua di Cristo diventa l´evento finale atteso, che tutto adempie e ricapitola. La comunità cristiana continua a riflettere su ciò che Dio ha operato nella storia. Quella serie di eventi e di promesse vanno riletti come realtà che si attuano nell´"oggi": sono dono e mèta da perseguire continuamente. 3. La liturgia battesimale. Il popolo chiamato da Dio a libertà, deve passare attraverso un´acqua che distrugge e rigenera. Come Israele nel Mar Rosso, anche Gesù è passato attraverso il mare della morte e ne è uscito vittorioso. Nelle acque del battesimo è inghiottito il mondo del peccato e riemerge la creazione nuova. L´acqua, fecondata dallo Spirito, genera il popolo dei figli di Dio: un popolo di santi, un popolo profetico, sacerdotale e regale. Con i nuovi battezzati, tutta la comunità fa memoria del suo passaggio pasquale e rinnova attraverso le "promesse battesimali" la propria fedeltà al dono ricevuto e agli impegni assunti in un continuo processo di rinnovamento, di conversione e di rinascita (cf Rm 6,3-11 e colletta). 4. Il pane e il vino dell´Ultima Cena. Sono il vertice di tutto il cammino quaresimale e di questa santa Vigilia. Il popolo rigenerato nel battesimo per la potenza dello Spirito, è ammesso al convito pasquale che corona la nuova condizione di libertà e riconciliazione. Partecipando al corpo e al sangue del Signore, la chiesa offre anche se stessa insieme a Gesù in sacrificio spirituale per essere sempre più inserita nella Pasqua del Risorto. Il Cristo risorto rimane per sempre presente nel suo riproporsi nei segni sacramentali perché la chiesa impari a passare ogni giorno da morte a vita nella carità (orazione dopo la comunione). 5. Un progetto di vita cristiana. Dentro la struttura e i simboli di questa celebrazione è possibile leggere il paradigma dell´esistenza cristiana nata dalla Pasqua. Luce, parola, acqua, eucaristia sono le realtà costitutive e i punti di riferimento essenziali della vita nuova. Uscito dal mondo tenebroso del peccato, il cristiano è chiamato a essere portatore di luce (cf Ef 5,8; Col 1,12-13); a perseverare nell´ascolto della parola di Cristo morto e risorto, che dà un senso definitivo alla storia; a vivere sotto la guida dello Spirito la vocazione battesimale; ad annunciare e a testimoniare nella comunità il mistero di cui l´eucaristia celebra il memoriale. 6. L´alba della Pasqua. In questa santa Vigilia ripercorriamo con le donne la sorpresa della tomba vuota. Esse corrono per prendersi cura di un cadavere, ma qualcosa di inatteso e di assolutamente sorprendente è avvenuto: la pesante pietra è stata ribaltata, il divino irrompe nel cuore del nostro vissuto, gli angeli annunciano il Cristo Risorto. Finita è la tragedia di questi giorni, la grande sofferenza di Cristo e la prostrazione di chi l´ha seguito e amato, tradito e abbandonato. Trionfa la vita e si diffonde una gioia inattesa, pur tra l´incertezza dei segni della fede e la fatica di credere ancora. La tomba di Cristo è vuota e perde per sempre il suo significato di morte. Anche le nostre tombe si spalancano nella certezza che la risurrezione di Cristo coinvolge pienamente anche di noi, diventati figli nel Figlio.

DOMENICA DELLE PALME 2018      notizia del 24/03/2018

Commento alla Domenica delle Palme: Mc 14,1-15,47: "Veramente costui è il Figlio di Dio" SS. Messe h. 9.00 - 10.15 - 12.00 e 19.00 La proclamazione liturgica del vangelo della passione di Gesù è normalmente distribuita tra più lettori che mettono in scena tre voci: quella del cronista, quella di Gesù e quella che tradizionalmente si chiamava in latino turba, cioè tutti gli altri personaggi. Quando la Passione è cantata secondo lo stile romano, una differenza di tonalità caratterizza le diverse voci. Quella del cronista è in una posizione mediana che ne rappresenta il distacco e l´oggettività. La voce di Gesù è più grave, come per significare il peso, la gravità, la consapevolezza che ha Gesù di quello che sta vivendo, ma anche la discesa della sua umiliazione, della sua Kenosi, del suo ‘svuotamento´ fino alla morte e alla morte di croce (Fil 2,6). Infine la voce chiamata turba -che comprende la folla, Pilato, Pietro, il Gran Sacerdote- è la più acuta, come per simboleggiare l´ultimo disperato e patetico tentativo del male di farsi udire prima di essere definitivamente sconfitto dal perdono di Gesù sulla croce. Possiamo meditare la Passione riprendendo in particolare le frasi che fanno parte della turba, considerandole come eco delle voci che si agitano dentro di noi, quelle delle nostre contraddizioni, delle nostre mille complicità con il male - che però in questo racconto hanno un esito insperato e sfociano, inaspettatamente, in una conversione. Vi è prima di tutto la voce di coloro che sono con Gesù a Betania nella casa di Simone il lebbroso quando una donna viene a spargere dell´olio profumato sui suoi piedi. Esprimono il nostro sdegno: Perché tutto questo spreco di olio profumato! Si poteva benissimo vendere quest´olio per più di trecento denari e darli ai poveri (Mc 14,4-5). Perché lo spreco immenso della passione e della morte del Signore? Come spiegare che una persona delle qualità e delle risorse di Gesù si lasci rinnegare, uccidere, annientare in questo modo? E, più profondamente, perché Dio acconsente ad un modo di salvarci così scandaloso? E´ un mistero per la nostra mentalità utilitaristica, la nostra ossessione per il risultato, il nostro desiderio costante di affermarci al di sopra degli altri, di utilizzare quello che abbiamo per venderci cari, per non sprecarci, per non spenderci. Certo è legittimo desiderare la valorizzazione di quello che siamo, ma non a qualsiasi costo. C´è un valore più grande, o piuttosto, c´è una maniera più profonda di valorizzare noi stessi, quella cioè di spenderci per Dio e per gli altri a causa di Dio. Quando abbiamo l´impressione che la nostra vita sia sprecata come questo olio profumato, ricordiamoci che nulla va perso di ciò che è donato, nulla è dissipato di ciò che è offerto in rendimento di grazie a Dio, di ciò che diventa Eucarestia in unione con Cristo, con la passione di Cristo. Passiamo poi a quest´altra voce: Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano? (Mc 15,4). E´ la voce di Pilato, ma è anche la nostra. Mentre vediamo Gesù non reagire alle umiliazioni, alle false accuse, ai rinnegamenti, non possiamo non essere sconcertati dal suo silenzio. A Gesù non mancava certo l´eloquenza. Diverse volte il vangelo attesta quanto tutti fossero sorpresi dall´autorità con la quale parlava. Già quando era bambino, i dottori nel Tempio erano stati strabiliati dalla saggezza e dalla grazia con le quali si esprimeva. Perché allora durante la Passione Gesù tace? Perché non risponde nulla? Può succedere che anche nelle nostre vite giunga il momento nel quale diventa impossibile difendersi, perché di fronte a noi non c´è più la volontà di ascoltare, ma solo un muro, solo ostilità e rifiuto. Tacere allora non è una rinuncia alla relazione con colui che si è trasformato in nemico. Al contrario, il silenzio può diventare l´espressione di una consapevolezza che la sola maniera di conquistare il nemico è una resistenza passiva, un silenzio che non esprime ostilità o chiusura, ma attesa. E´ un silenzio non vuoto, ma che sa riempirsi di preghiera e di intercessione. Facciamo tutti prima o poi l´esperienza del ‘nemico´, non tanto perché ci siano persone che ci odiano (può succedere, ma è abbastanza raro), ma perché è inevitabile che nelle nostre vite si producano conflitti, sorgano incomprensioni tali da rendere il dialogo impossibile. Si introduce allora un silenzio spesso pesante, sofferto, che non è però passivo. Se non ci difendiamo di fronte alle accuse è non per rassegnazione, ma in virtù di una speranza, quella che il Signore - come dice il Salmo - giudica la nostra causa (Sal 74,22). Crediamo che rimettendo al Signore la nostra causa, egli ci risponderà, cambierà il cuore di coloro che ci odiano e trasformerà l´incomprensione in salvezza, in redenzione, per gli altri e per noi stessi. Un´altra voce della Passione è poi quella di coloro che di fronte alla croce gridano: Ha salvato altri, non può salvare se stesso? Cristo, Re di Israele, scenda ora dalla croce perché vediamo e crediamo (Mc 15,51-52). Il Dio onnipotente, che potrebbe convocare una legione di angeli per soccorrerlo, sceglie invece di non scendere dalla croce, non cede alla tentazione di dimostrare la sua divinità attraverso una prova di forza. Gesù sa che non è scendendo dalla croce che saremo condotti a credere, sa che non è il potere che ci salva ma l´amore. La vera fede sboccia solo vedendo che Gesù dimora sulla croce come segno di un amore determinato a andare fino alla morte e alla morte di croce. Tutte queste voci sono scoordinate, gridate, acute, stridenti. Sono l´espressione dello scandalo che ci causa la vista di questo Dio fatto uomo che prende su di sé il nostro peccato, che soffre. Oggi come allora continuano ad agitarsi nel nostro cuore e a turbarci. Ma la potenza del silenzio di Gesù, della sua accettazione della croce, del suo amore sono tali che ad un certo punto, insperatamente, tutte queste voci confluiscono nella esclamazione del centurione: Veramente quest´uomo era figlio di Dio (Mc 15,39). Solo quando il silenzio di Gesù è giunto al culmine, quando egli spira, rimettendo, in un atto di suprema obbedienza e di suprema fiducia, il suo spirito al Padre - solo in quel momento qualcosa cambia nel nostro cuore. Solo allora la nostra voce acquista la capacità di confessare, di credere, di riconoscere in quest´uomo torturato, ucciso, inerme, impotente, in quest´uomo che non può salvare neanche se stesso - o che sembra non possa salvare neanche se stesso - il vero figlio di Dio. In questa settimana della Passione siamo invitati a prendere del tempo per contemplare la croce, per restare a lungo a guardarla. Non abbiamo bisogno di dire o fare nulla, non dobbiamo neanche pregare - solo guardarla. La croce ci apparirà come la porta di accesso alla vita che Dio vuole darci. Durante questa contemplazione della croce, per alimentare la nostra fede, possiamo allora sussurrare semplicemente, di tanto in tanto, la voce che esprime la nostra salvezza, che dà senso a tutta questa immane tragedia, nella quale è racchiuso tutto il senso delle nostre esistenze: Sì, veramente quest´uomo era figlio di Dio! (Mc 15,39).

DOMENICA 09 SETTEMBRE 2018      notizia del 17/03/2018

SS. Messe h.9.00 - 11.00 e 19.00

DOMENICA 18 MARZO 2018      notizia del 17/03/2018

Commento alla V domenica di Quaresima. Gv. 12, 20 -33: Rimanere soli o dare molto frutto. SS. Messa h.9.00 - 10.30 - 12.00 e 18.00 È il desiderio che ci spinge in questa quaresima. Che ci spinge in questa nostra vita confusa e claudicante. Un desiderio che emerge dal profondo. Vogliamo vedere Gesù. Non solo sentirne parlare, o leggere le sue parole. Ma vederlo. Con gli occhi dell’anima, con lo sguardo interiore, con la preghiera. E a chiederlo sono i greci, i pagani, i lontani di ieri e di oggi. Mi piacerebbe tanto, quanto lo desidero, quanto lo sogno, che anche oggi accadesse come quel giorno. Che chi desidera l’incontro con Gesù si rivolgesse ai discepoli. A quelli che sono in sintonia con loro, anzitutto: Filippo, il cui nome lascia intendere ascendenze col mondo greco e poi Andrea. Come mi piacerebbe che fossimo noi, i discepoli, ad essere capaci di condurre ancora a Gesù. Ma, purtroppo, spesso, troppo spesso, i greci non vengono da noi perché abbiamo perso di credibilità. Possa questa quaresima aiutare noi fragili discepoli a tornare ad essere portatori di Cristo. Ad accogliere i tanti lontani, perché sentinelle sui confini. Perché noi per primi siamo greci diventati discepoli. Il seme Filippo e Andrea vanno ad informare Gesù di quell’incontro. E Gesù ne esce scosso. Come se fosse un segnale. E lo è. Ora l’annuncio ha raggiunto i confini, ha varcato le porte di Israele. La missione è completata, si è compiuta. Gesù sa che il suo tempo è venuto. Un’ultima prova, un ultimo segnale, imponente, estremo, grandioso, si staglia all’orizzonte. Il vangelo di Giovanni è costruito come un immenso processo al Nazareno, sin dalle prime pagine. Il rifiuto da parte del Sinedrio e dei benpensanti, dei devoti e dei detentori della verità si palesa da subito. Gesù sa che il suo modo di parlare di Dio non può essere tollerato, visto che non è stato possibile ricondurlo a normalità. Non sa cosa accadrà. Sa solo che è pronto ad andare fino in fondo. A non cedere. Morirà, piuttosto che rinnegare il volto del Padre. Allora parla di fecondità. Di seme che deve morire per portare frutto. La gloria, la presenza di Dio, la shekinah, si manifesterà in Gesù, quando donerà definitivamente la sua vita. Il cuore dell’annuncio di Gesù non è la morte, ma il portare frutto. Ci sono gesti che apparentemente sono un fallimento ma che, invece, sono gravidi di vita e di futuro. Come la croce che non è un grande dolore, ma un grande dono di sé. Donare la vita Gesù parla di odiare questa vita per conservarla per l’eternità. Brutta traduzione. Gesù sta dicendo che esiste una vita più intensa nascosta in questa nostra vita. Una vita che è riflesso dell’Eterno. Una vita che si manifesta quando finalmente entriamo nella logica del dono, del servizio. Servi della felicità altrui. Servi come Filippo e Andrea che portano i greci ad incontrare Gesù. Non è facile donare la vita. In perenne bilico fra un narcisismo innalzato a regola di vita e un servilismo strisciante vestito da umiltà, donare la vita è una lotta continua, un equilibrio difficile che solo alla luce dello Spirito Santo possiamo realizzare. E che Gesù realizza come mai nessuno prima di lui. Libero. Senza rancore. Senza rabbia. Senza pianti. Senza recriminazioni. Libero di donare senza aspettarsi nulla in cambio. Questo significa seguire il Nazareno, questo significa diventare discepoli. Turbamento Ma non è una scelta semplice, quella del dono. Né eroica. Né devota. È sangue e fango. È paura e tentennamento. Gesù è turbato, e lo dice. E vorrebbe non arrivare fino a questo punto, fino al marcire in terra. Tentenna, parla ad alta voce, vorrebbe essere salvato dalla tenebra che si staglia all’orizzonte. Ma si fida di Dio. Si fida del Padre. Sia Lui a decidere. Sia Lui. Se questo manifesta la gloria agli uomini sia. Quella croce, quel dono, quel Dio osteso e osceno, quella brutale sconfitta esprime pienamente la logica del Padre. Che ama fino a morirne. Mi rattrista questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Mi consola questo Vangelo. Perché vedo il dolore del Signore. Che è il mio. Che è esattamente il mio. Se Gesù ha avuto paura, cosa ho da temere? Perché mai dovrei nascondere le mie fragilità e fingere di essere ciò che non sono forte. Deciso a donare, sì. Ma pavido e vigliacco. Desideroso di essere discepoli, ovvio, ma spesso chiedo di essere salvato dalla terra umida e buia. Ma da questa terra Gesù sarà innalzato. E tutti volgeranno lo sguardo. Lo alzerò

DOMENICA 11 marzo 2018      notizia del 10/03/2018

Commento alla IV domenica di quaresima (domenica Laetare ) Gv 3,14-21:non è più l´osservanza della Legge a liberarci dall´ira ventura , ma è Gesù SS.Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 La pagina tratta dal libro delle Cronache, rilegge e interpreta in chiave religiosa la deportazione degli Israeliti a Babilonia: l´infedeltà reiterata del popolo di Dio ha attirato la rovina su Gerusalemme; il Tempio è stato contaminato dai figli di Dio, prima che dai loro nemici politici... In ultima analisi, l´esilio lontano dalla città di Davide avrebbe dovuto servire di lezione, una lezione impartita da Dio in persona, il quale si servì, appunto, dei Babilonesi. Settant´anni dopo, l´Onnipotente si sarebbe nuovamente servito dei nemici di Israele, nella persona del loro re, di Ciro, per avviare il processo di liberazione dalla schiavitù e il ritorno a casa. Piccolo problema: il Signore, quello vero, ste cose non le fa! Attribuire a Dio l´ira funesta è un´operazione tutta umana, una proiezione su Dio dei nostri modi di reagire al male che riceviamo. E dal momento che noi ci inc... pardon, ci arrabbiamo quando qualcuno ci offende - ma non sarà che siamo un po´ suscettibili, permalosi, etc. etc.? -, allora immaginiamo che anche Dio si offenda per il male che commettono i suoi figli. Temo, anzi sono convinto, che molti buoni cristiani, turbati, offesi dal male che vedono perpetrarsi nel mondo, rinuncino a far giustizia, nella speranza - convinzione certa? - che Dio, almeno Lui, nel giorno del giudizio finale, farà piazza pulita di tutti i criminali, di tutti i violenti, e vendicherà finalmente le ingiustizie con una pena esemplare. Se le cose stanno così, questi buoni cristiani dovrebbero venire al microfono e spiegarci a cosa è servita la passione di Cristo... Ma torniamo all´ira di Dio. Noi sappiamo parlare dell´ira dell´uomo, la conosciamo bene: chiamatela ira, chiamatela rabbia, o collera, credo di non esagerare se dico che questo vizio è uno dei più diffusi, se non addirittura il più diffuso - dagli attentati terroristici di marca integralista, agli episodi sempre più frequenti di femminicidio -. Ma dell´ira di Dio non sappiamo praticamente nulla. Sull´ira di Dio, è stato scritto tutto e il contrario di tutto. Pensate, qualche teologo ha definito l´ira divina niente meno che l´Amore infinito di Dio, talmente forte da bruciare tutto ciò che gli si oppone, come le scorie dell´oro si bruciano nel crogiuolo... Anche san Paolo si interrogò ripetutamente sull´ira di Dio e ne scrisse in diverse occasioni: ai cristiani di Tessalonica, ai Romani, agli Efesini,...: in sintesi, l´apostolo dei pagani dichiara che, con l´avvento di Cristo, qualcosa è radicalmente mutato: non è più l´osservanza della Legge a liberarci dall´ira ventura (Mt 3,7), ma è Gesù (1Ts 1,10). Dio, che non ci ha riservati per la sua ira, ma per la salvezza (1Ts 5,9), ci assicura che siamo giustificati nella persona del Figlio e dunque salvati dall´ira (Rm 5,9): è la fede che fa di noi dei salvati (1Cor 1,18). Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato, affinché noi diventassimo giustizia di Dio (2Cor 5,21): innalzato sulla croce, il Figlio di Dio è diventato per noi maledizione, per darci la benedizione (Gal 3,13). Paradossalmente l´ira di Dio si è abbattuta sul Figlio - una sorta di parafulmine... -, affinché tutti noi fossi liberati dalla stessa ira. Come potete intuire, anche san Paolo confessa il suo intimo tormento: consapevole di meritare bensì la punizione divina a causa del (suo) peccato, questa punizione è stata tuttavia neutralizzata, dissolta nel fuoco della passione fiammeggiante della croce di Cristo, come la chiama uno dei più suggestivi e visionari teologi del ‘900, H.U.von Balthasar. E per sgomberare ulteriormente il campo dalle convinzioni umane-troppo-umane sul castigo di Dio, ecco lo splendido affresco del Vangelo di Giovanni sull´amore misericordioso del Padre: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio infatti non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in Lui non è condannato...”. Già, chi ha creduto in Lui? chi crede in Lui? Noi, che ogni domenica celebriamo la Pasqua del Signore, crediamo davvero in Lui? A Nicodemo, esponente del Sinedrio, venuto ad incontrare Gesù, ma di nascosto, col favore delle tenebre, per non urtare la suscettibilità delle autorità religiose e dei capi del popolo, il Maestro di Nazareth dichiara senza mezzi termini: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce...”. Ecco la risposta del Figlio di Dio al quesito se gli uomini hanno creduto, se gli uomini credono in Lui. Non illudiamoci che i tempi siano cambiati e che gli uomini di oggi siano migliori di quelli di venti secoli fa. Ho paura di pensare da quale parte mi sarei schierato, se fossi vissuto quando il Nazareno camminava sulle nostre strade... Comunque sia, la grande idea che ci portiamo a casa oggi, idea straordinariamente nuova e rivoluzionaria, è che tra i tanti problemi, tra i tanti nemici che abbiamo, Dio non c´è, non è tra quelli! Dio è dalla nostra parte, sempre! ma non per assecondare a priori i nostri comportamenti, soprattutto quelli violenti, che offendono il nostro prossimo, financo a provocarne la morte. Mi preme puntualizzarlo, perché in un passato non remoto, qualcuno aveva osato scrivere sulle fiancate degli aerei da caccia: “Gott mit uns”, Dio è con noi... Non trascuriamo la conclusione del Vangelo di oggi: “Chi fa la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.”. Cosa significhi fare la verità per venire alla luce, è tutto da vedere. ...Ma sono convinto che lo sappiamo. Interroghiamo la nostra coscienza...e lei ci risponderà.

della settimana      notizia del 10/03/2018

appuntamenti della settimana dal 12 al 18 marzo 2018

DOMENICA 4 marzo 2018      notizia del 03/03/2018

Commento della III Domenica di Quaresima Gv 2,13-25: Dimenticare il sabato, per noi al Domenica, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 La Liturgia della Parola oggi si apre con la proclamazione delle “dieci parole” dell´alleanza, i così detti “Comandamenti”. Dimentichiamo facilmente il contesto nel quale tali parole sono pronunciate: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dalla terra d´Egitto, dalla condizione servile». Se uno è ancora un servo, queste “dieci parole” non sono altro che un peso; le possiamo comprendere appunto solo se siamo usciti da quella condizione, della quale l´Egitto è simbolo. Possiamo infatti, come dice san Paolo, non avere ancora ricevuto lo Spirito di figli, nella libertà loro propria, ma vivere nello spirito dei servi, inchiodati alla paura della legge e dunque di Dio. In effetti, i Comandamenti, se li volessimo chiamare così, avvengono dopo l´esodo, l´uscita cioè dalla schiavitù, e non prima: non ne sono la premessa, ma il frutto, o la conseguenza. Così molti si lamentano che la Chiesa non annuncia più la legge di Dio, i suoi precetti e i suoi comandi; e forse c´è del vero in questo, ma è vero che si può annunciare la legge del Signore sono a persone che conoscono l´alleanza di Dio, che è Gesù Cristo, perché la hanno sperimentato nella loro vita. Infatti, solo quando conosci l´amore, perché lo incontri, capisci che non hai amato; solo quando conosci la luce capisce quanto la tua vita è stata nell´ombra. In altri termini, i Comandamenti sono le vie dell´amore, le esigenze che ne derivano; non si possono insegnare se prima non lo hai ricevuto, accolto, e vissuto. Altrimenti, la fede diventerebbe una morale, una legge; ma la fede ci apre all´amore, non al dovere. Le “dieci parole” quindi sono le condizioni per rimanere in quell´amore che abbiamo conosciuto, in quella libertà che ci è stata data, perché è sempre possibile barattarla con qualcosa d´altro. E´ sempre possibile incontrare infatti illusioni, o idoli, che ci ipnotizzano, e ci fanno cercare altrove quello che solo in Cristo possiamo trovare, la vita bella e piena. E così Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro». Al contrario, lo Spirito Santo lamenta per bocca del profeta: «Hanno abbandonato me, sorgente d´acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l´acqua». Possiamo prostrarci ad altri dei, ad altri riempitivi della nostra esistenza. Alcuni possono essere visibilmente cattivi, ma altri possono presentarsi a noi sotto l´apparenza di bene. Un esempio potrebbe essere il lavoro: pensare a produrre, a lavorare, a quello che devi fare, e dimenticare la vita dello spirito, cioè perché e per chi lavori. Dimenticare il sabato, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata, in una vita che diventa un ingranaggio che schiaccia, e le stesse vacanze non fanno più riposare, perché sono uno stress ulteriore. Rimanere nell´alleanza è vitale: il dimenticarlo avvelena la vita anche nei figli, nelle nostre famiglie, ed è ben possibili vederlo con molti esempi: se adulteri l´amore, se lo corrompi e lo trasformi in aceto, da buon vino da custodire con cura come era in origine, di questo faranno le spese i tuoi figli, e i loro figli, proprio come faranno loro le spese di un genitore assente, o prepotente. Qui l´alleanza è essere quello che siamo: da padri si può diventare padroni, o anche solo amici, e da madri si può diventare chiocce o amiche, e non è di questo che i nostri figli hanno bisogno. Onorare il padre e la madre significa essere davvero quel che siamo, genitori o figli; riconoscere il peso, nella nostra vita, di papà e mamma, senza attribuirne loro troppo o troppo poco. Non sono come gli altri, ma non sono nemmeno semi dei. Non dobbiamo essere figli telecomandati, o genitori che proiettano sui loro figli i loro desideri. Quanti divorzi sono colpa dei genitori: «la mia bambina ha sposato un mostro», o «il mio ragazzo si è messo con una sgualdrina». Come sarebbe importante costruire un alleanza tra genitori e figli, e questo è proprio ciò di cui parla il quarto comandamento. Il senso dell´alleanza smaschera la violenza che è in noi: si uccide ogni volta che non facciamo alleanza con un altro, che non lo vediamo, non gli rispondiamo, insomma ogni volta che diciamo «ci ho messo una croce sopra», che è la traduzione plastica dell´omicidio. Per usare termini biblici: si uccide ogni volta che, con Caino, diciamo «sono forse il custode di mio fratello?», cioè «chi se ne frega». E´ chiaro che non abbandoni l´altro solo se hai provato come Gesù non ti ha abbandonato, ami, se tu sei stato amato per primo. Ecco, di nuovo, quel che dicevamo: l´amore non è una legge data prima dell´esperienza di Dio, ma solo l´esperienza di Dio lo fonda, e ne dà il senso. Così per i beni materiali, da mezzi per vivere meglio si possono trasformare, in una prospettiva deformata, in padroni: quante illusioni, cioè appunto idoli, possono rappresentare. La macchina, la promozione, la crociera, ma anche così più umili, perché il demonio propone tutto in proporzione delle tasche di ognuno, e ricchi e poveri sono ugualmente sue vittime. E per ottenere questo ci prostriamo spesso a chiunque ce li prometta, a volte anche in qualsiasi modo. Insomma, mi pare che ai Comandamenti si possa applicare quanto dice Paolo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi. Non lasciatevi di nuovo imporre il giogo della servitù”. Ma a volte, sembra strano, desideriamo avere dei padroni, per quanto giusti, cioè che ci diano le cose che ci promettono, piuttosto di essere liberi. In altri termini, preferiamo obbedire, piuttosto che amare. E così nel Vangelo Gesù butta in aria banchi e cambiavalute, cioè tutti gli strumenti necessari al buon funzionamento del Tempio: bisognava pur comprare gli animali per i sacrifici che quotidianamente vi si svolgevano, e cambiare le monete pagane in valuta accettabile ritualmente. Gesù rovescia una religione fatta di “tempi” o “luoghi” sacri, di offerte legali o rituali, per fare di tutta la nostra vita un´offerta, un unico tempo e luogo santo. Insomma, ci fa passare a quanto nei comandamenti veniva mostrato: una vita tutta aperta all´amore di Dio e del prossimo. Lui stesso è il sacrificio, nella sua persona; Lui è il tempio, come annota Giovanni, quando osserva che «parlava del tempio del suo corpo». L´evangelista, alla fine della sua narrazione, ci mostrerà questo tempio, aperto dal colpo di lancia del soldato e nel quale Tommaso metterà il dito: contemplando quella ferita aperta dai nostri peccati, conosciamo l´alleanza fatta carne. Infatti in Gesù «abbiamo riconosciuto e creduto l´amore che Dio ha per noi». In ogni Messa diciamo: «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell´unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli». In questo modo, all´offerta del corpo di Cristo uniamo l´offerta di noi stessi, che, con Lui, per mezzo di Lui, e in Lui, diventiamo un´offerta viva; la religione del Tempio è così superata per entrare nella dimensione dell´alleanza, del rispondere all´amore di Colui che ci ha amato per primo. Siamo così, secondo Paolo, liberati dalla legge, e dunque dalla paura della trasgressione, ed entriamo nell´adozione a figli: impariamo non ad obbedire per paura, e in alcune determinate circostanze, ma ad amare, sempre e in tutta la nostra vita. Questa è la potenza di Dio e la sapienza di Dio che per noi si è manifestata.

DOMENICA 4 marzo 2018      notizia del 03/03/2018

Commento della III Domenica di Quaresima Gv 2,13-25: Dimenticare il sabato, per noi al Domenica, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata SS. Messe h.9.00 - 10.30 - 12.00 -18.00 La Liturgia della Parola oggi si apre con la proclamazione delle “dieci parole” dell´alleanza, i così detti “Comandamenti”. Dimentichiamo facilmente il contesto nel quale tali parole sono pronunciate: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ho fatto uscire dalla terra d´Egitto, dalla condizione servile». Se uno è ancora un servo, queste “dieci parole” non sono altro che un peso; le possiamo comprendere appunto solo se siamo usciti da quella condizione, della quale l´Egitto è simbolo. Possiamo infatti, come dice san Paolo, non avere ancora ricevuto lo Spirito di figli, nella libertà loro propria, ma vivere nello spirito dei servi, inchiodati alla paura della legge e dunque di Dio. In effetti, i Comandamenti, se li volessimo chiamare così, avvengono dopo l´esodo, l´uscita cioè dalla schiavitù, e non prima: non ne sono la premessa, ma il frutto, o la conseguenza. Così molti si lamentano che la Chiesa non annuncia più la legge di Dio, i suoi precetti e i suoi comandi; e forse c´è del vero in questo, ma è vero che si può annunciare la legge del Signore sono a persone che conoscono l´alleanza di Dio, che è Gesù Cristo, perché la hanno sperimentato nella loro vita. Infatti, solo quando conosci l´amore, perché lo incontri, capisci che non hai amato; solo quando conosci la luce capisce quanto la tua vita è stata nell´ombra. In altri termini, i Comandamenti sono le vie dell´amore, le esigenze che ne derivano; non si possono insegnare se prima non lo hai ricevuto, accolto, e vissuto. Altrimenti, la fede diventerebbe una morale, una legge; ma la fede ci apre all´amore, non al dovere. Le “dieci parole” quindi sono le condizioni per rimanere in quell´amore che abbiamo conosciuto, in quella libertà che ci è stata data, perché è sempre possibile barattarla con qualcosa d´altro. E´ sempre possibile incontrare infatti illusioni, o idoli, che ci ipnotizzano, e ci fanno cercare altrove quello che solo in Cristo possiamo trovare, la vita bella e piena. E così Gesù dice: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò ristoro». Al contrario, lo Spirito Santo lamenta per bocca del profeta: «Hanno abbandonato me, sorgente d´acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l´acqua». Possiamo prostrarci ad altri dei, ad altri riempitivi della nostra esistenza. Alcuni possono essere visibilmente cattivi, ma altri possono presentarsi a noi sotto l´apparenza di bene. Un esempio potrebbe essere il lavoro: pensare a produrre, a lavorare, a quello che devi fare, e dimenticare la vita dello spirito, cioè perché e per chi lavori. Dimenticare il sabato, cioè il tempo della memoria di quel che Dio ha fatto per te, ne è il segno; e così il giorno festivo diventa il giorno del sonno, della partita o del cinema, in una vita sempre più frettolosa e alienata, in una vita che diventa un ingranaggio che schiaccia, e le stesse vacanze non fanno più riposare, perché sono uno stress ulteriore. Rimanere nell´alleanza è vitale: il dimenticarlo avvelena la vita anche nei figli, nelle nostre famiglie, ed è ben possibili vederlo con molti esempi: se adulteri l´amore, se lo corrompi e lo trasformi in aceto, da buon vino da custodire con cura come era in origine, di questo faranno le spese i tuoi figli, e i loro figli, proprio come faranno loro le spese di un genitore assente, o prepotente. Qui l´alleanza è essere quello che siamo: da padri si può diventare padroni, o anche solo amici, e da madri si può diventare chiocce o amiche, e non è di questo che i nostri figli hanno bisogno. Onorare il padre e la madre significa essere davvero quel che siamo, genitori o figli; riconoscere il peso, nella nostra vita, di papà e mamma, senza attribuirne loro troppo o troppo poco. Non sono come gli altri, ma non sono nemmeno semi dei. Non dobbiamo essere figli telecomandati, o genitori che proiettano sui loro figli i loro desideri. Quanti divorzi sono colpa dei genitori: «la mia bambina ha sposato un mostro», o «il mio ragazzo si è messo con una sgualdrina». Come sarebbe importante costruire un alleanza tra genitori e figli, e questo è proprio ciò di cui parla il quarto comandamento. Il senso dell´alleanza smaschera la violenza che è in noi: si uccide ogni volta che non facciamo alleanza con un altro, che non lo vediamo, non gli rispondiamo, insomma ogni volta che diciamo «ci ho messo una croce sopra», che è la traduzione plastica dell´omicidio. Per usare termini biblici: si uccide ogni volta che, con Caino, diciamo «sono forse il custode di mio fratello?», cioè «chi se ne frega». E´ chiaro che non abbandoni l´altro solo se hai provato come Gesù non ti ha abbandonato, ami, se tu sei stato amato per primo. Ecco, di nuovo, quel che dicevamo: l´amore non è una legge data prima dell´esperienza di Dio, ma solo l´esperienza di Dio lo fonda, e ne dà il senso. Così per i beni materiali, da mezzi per vivere meglio si possono trasformare, in una prospettiva deformata, in padroni: quante illusioni, cioè appunto idoli, possono rappresentare. La macchina, la promozione, la crociera, ma anche così più umili, perché il demonio propone tutto in proporzione delle tasche di ognuno, e ricchi e poveri sono ugualmente sue vittime. E per ottenere questo ci prostriamo spesso a chiunque ce li prometta, a volte anche in qualsiasi modo. Insomma, mi pare che ai Comandamenti si possa applicare quanto dice Paolo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi. Non lasciatevi di nuovo imporre il giogo della servitù”. Ma a volte, sembra strano, desideriamo avere dei padroni, per quanto giusti, cioè che ci diano le cose che ci promettono, piuttosto di essere liberi. In altri termini, preferiamo obbedire, piuttosto che amare. E così nel Vangelo Gesù butta in aria banchi e cambiavalute, cioè tutti gli strumenti necessari al buon funzionamento del Tempio: bisognava pur comprare gli animali per i sacrifici che quotidianamente vi si svolgevano, e cambiare le monete pagane in valuta accettabile ritualmente. Gesù rovescia una religione fatta di “tempi” o “luoghi” sacri, di offerte legali o rituali, per fare di tutta la nostra vita un´offerta, un unico tempo e luogo santo. Insomma, ci fa passare a quanto nei comandamenti veniva mostrato: una vita tutta aperta all´amore di Dio e del prossimo. Lui stesso è il sacrificio, nella sua persona; Lui è il tempio, come annota Giovanni, quando osserva che «parlava del tempio del suo corpo». L´evangelista, alla fine della sua narrazione, ci mostrerà questo tempio, aperto dal colpo di lancia del soldato e nel quale Tommaso metterà il dito: contemplando quella ferita aperta dai nostri peccati, conosciamo l´alleanza fatta carne. Infatti in Gesù «abbiamo riconosciuto e creduto l´amore che Dio ha per noi». In ogni Messa diciamo: «per Cristo, con Cristo e in Cristo, a te, Dio Padre onnipotente, nell´unità dello Spirito santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli». In questo modo, all´offerta del corpo di Cristo uniamo l´offerta di noi stessi, che, con Lui, per mezzo di Lui, e in Lui, diventiamo un´offerta viva; la religione del Tempio è così superata per entrare nella dimensione dell´alleanza, del rispondere all´amore di Colui che ci ha amato per primo. Siamo così, secondo Paolo, liberati dalla legge, e dunque dalla paura della trasgressione, ed entriamo nell´adozione a figli: impariamo non ad obbedire per paura, e in alcune determinate circostanze, ma ad amare, sempre e in tutta la nostra vita. Questa è la potenza di Dio e la sapienza di Dio che per noi si è manifestata.

 
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