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 :: NOTIZIE / INFORMAZIONE 

avvisi dal 9 novembre      notizia del 11/11/2019

Lunedì alle 18 inizia il percorso del dopocresima per i ragazzi di terza media alle 19 incontro del gruppo che prepara il corso fidanzati. Martedì 12 alle 21 si incontra la redazione di Oltre, il gi

orari invernali      notizia del 01/11/2019

Feriali: 8.30 e 18 prefestiva del sabato: ore 18 festivi domenica e solennità ore 9, 10.30, 12, 19

Doposcuola      notizia del 10/11/2019

Ogni mercoledì dalle 16.30 alle 18,30 e ogni sabato dalle 9 alle 11 i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie possono fruire del doposcuola comunitario organizzato con maestria e passione dalla signora Carmen Zingali. Basta venire in questi orari per iscriversi, in aula 6.

Christmas for Africa      notizia del 08/11/2019

Come ogni anno,la parrocchia si prepara al Natale con l´iniziativa solidale della vendita di panettoni e pandori Christmas for Africa. A soli 7€ cadauno, li potrete acquistare aiutando le missioni stimmatine nel continente africano.Di primissima e ottima qualità,provenienti dalla fabbrica Paluani,prodotti a Verona,terra natia di San Gaspare Bertonii. Grazie per chi vorrà sostenere questo progetto insieme a noi.Potete sin da ora prenotare in parrocchia e portarli a casa per gustarli in famiglia.Li potrete ritirare anche presso l´area bimbi Papaveri e Papere,tutte le mattine dalle 8 alle 14 dal lunedì al venerdì o accordandoci quando volete, grazie di ❤ a tutti.

Avvisi dal 2 novembre      notizia del 02/11/2019

Oggi pomeriggio (domenica 3) in oratorio i ragazzi ci invitano a una castagnata dalle 16.30 in poi Lunedì alle 17 confessioni per i ragazzi che si preparano alla cresima Lunedì ricorre l´anniv

ORA SOLARE      notizia del 25/10/2019

Con l´inizio dell´ora solare la messa della sera passa alle 18, ma non nelle domeniche e nelle solennità dove rimane alle 19

AVVISI DAL 26 OTTOBRE      notizia del 25/10/2019

(nel giorno di domenica) fuori dalla chiesa troverete i nostri giovani che collaborano alla bancarella per Mission Bambini, che raccoglie fondi per aiutare i bambini del terzo mondo con malformazioni

Corso di ginnastica dolce      notizia del 25/10/2019

da mercoledì 29 ottobre in salone parrocchiale

Orari sante messe      notizia del 19/10/2019

Fino a sabato 26 ottobre sante messe feriali 8.30 e 19, festive 9, 10.30, 12 e 19. Da domenica 27 ottobre in poi le messe serali feriali e festive passano alle 18

pesca missionaria      notizia del 19/10/2019

in oratorio è organizzata in questo weekend una favolosa pesca di beneficienza i cui ricavati saranno destinati alle missioni stimmatine, progetto haba na haba contro la lebbra in Tanzania

testimonianza sul Sinodo      notizia del 19/10/2019

Domenica sera, alle 18.30 in salone parrocchiale avremo ospite padre Elizeu, stimmatino, che ci parlerà del Sinodo sull´Amazzonia a cui sta partecipando

Avvisi dal 20 ottobre      notizia del 19/10/2019

Oggi è la giornata missionaria mondiale, le offerte raccolte nelle messe, saranno interamente devolute alle missioni più povere con il coordinamento dell´ufficio missionario diocesano. In occas

Gita parrocchiale      notizia del 11/10/2019

ANNULLATA! aperte le iscrizioni, entro il 14 ottobre in segreteria, alla gita parrocchiale in Sabina, sabato 26 ottobre

Donazione sangue      notizia del 11/10/2019

Domenica 13 ottobre mattina, dalle 7.30 alle 11 donazione del sangue presso la parrocchia dei Sacri Cuori

Avvisi dal 13 ottobre      notizia del 12/10/2019

Avvisi della settimana dal 13/10 Martedì alle 21 è convocata la riunione del consiglio pastorale, ogni realtà della parrocchia deve essere rappresentata, alcuni hanno già comunicato chi sarà il loro

AVVISI PARROCCHIALI SETTIMANA DAL 6 OTTOBRE      notizia del 06/10/2019

Lunedì 7 ottobre iniziano i corsi del catechismo alle 17 il parroco con i catechisti incontrerà i genitori e i bambini del primo anno di comunione alle 18 incontrerà i genitori e ragazzi del primo a

Concerto brasiliano      notizia del 29/09/2019

Tutti invitati lunedì al concerto della Banda Racional, appuntamento alle 19.30 in chiesa, offerte libere che saranno devolute agli Stimmatini del Kerala e alla loro gente che sta ripartendo dopo la tremenda alluvione

Avvisi parrocchiali 21/28 settembre      notizia del 23/09/2019

Lunedì alle 21 consiglio degli affari economici
martedì alle 10.30 incontro caritas e centro di ascolto, visto che già da questo lunedì riaprirà, quello di ministri straordinari e segreteria è ri

Orario messe e gruppo FB      notizia del 15/09/2019

Da domenica 26 ottobre
messe feriali e prefestive alle 8.30 e 18
messe festive 9, 10.30, 12, 19
iscriviti al gruppo facebook della parrocchia: https://www.facebook.com/groups/trinichigi

Incaricati attuali      notizia del 14/09/2019

Parrocchia SS. Trinita a Villa Chigi - Via Filippo Marchetti, 36 - 00199 ROMA - Tel. 06-86.00.733 - Fax. 06-86.21.39.56

Congregazione delle Santissime Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo

Ultima domenica con orario estivo      notizia del 14/09/2019

Domenica 15 settembre sarà l´ultima domenica l´orario estivo delle messe: le celebrazioni domenicali saranno alle 9, 11 e 19 mentre con domenica 22 si ritornerà all´orario invernale

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2019      notizia del 07/09/2019

Commento alla XXIII domenica del T. O. : Gesù chiede sì una rinuncia, ma a ciò che ci impedisce di volare ed essere liberi . (Lc 14,25-33) SS. Messe h. 9.00 - 11.00 - 19.00 Gesù parla alla folla che lo segue, ma a differenza dei tanti demagoghi di ogni tempo, pronti a promettere anche la luna pur di trovare seguaci, egli non nasconde le difficoltà che comporta l´essere suoi amici. Nel vangelo di oggi (Luca 14, 25-33) dice: "Chi vuol essere mio discepolo, deve amarmi più di quanto ami il padre, la madre, la moglie, i figli e persino se stesso; chi vuol essere mio discepolo, porti la sua croce dietro di me". Parole drastiche, si direbbe fatte apposta per scoraggiare quanti gli andavano appresso. Chi pensasse che vivere da cristiani sia una passeggiata tra prati in fiore, è avvertito: in realtà significa non pensare soltanto ai propri vantaggi, ma mettere sempre Lui al primo posto, costi quel che costi.
 Del resto, essere cristiani è una scelta, non un obbligo, e come tutte le scelte va compiuta dopo averci ragionato. Lo stesso Gesù invita a farlo; alle parole riportate aggiunge: "Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolarne la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila?" Così, sottintende, chi vuole dirsi cristiano deve essere consapevole di che cosa comporta, deve valutare come si configurerebbe la sua vita, presente e futura, con o senza di lui. 
 Senza di lui, tutto appare più facile e comodo: vivo come mi pare, spremendo da ogni giornata tutto il succo di vantaggi e piaceri che ne posso trarre, avvalendomi di quanto dispongo e servendomi degli altri per realizzare i miei intendimenti; se poi gli altri ne patiscono, che importa a me? La realtà però è diversa: la mia presunta libertà mi lascia spesso insoddisfatto; le cose non vanno sempre come vorrei, e quand´anche riescono mi lasciano quel retrogusto amaro che si chiama rimorso. Con lui, invece, devo rinunciare a tante cose, devo farmi carico di chi mi sta intorno per dargli attenzione e aiuto; ma alla sera non fatico a prender sonno, perché non ho nulla di cui vergognarmi, so di avere speso la mia giornata al meglio delle mie possibilità, so che sto dando alla mia vita un senso e uno scopo, di cui un giorno raccoglierò pienamente i frutti. Non è preferibile? 
 Particolare attenzione va oggi anche alla seconda lettura, che offre i passi essenziali del più breve tra gli scritti di Paolo, la lettera a Filemone. L´apostolo ha fatto la conoscenza di Onesimo, uno schiavo fuggito dal suo padrone; gli ha parlato, l´ha convertito alla fede cristiana, dopo di che compie un gesto inaudito: malgrado la legge romana punisse severamente gli schiavi fuggitivi, Paolo rimanda Onesimo dal padrone, con una lettera per lui, da cui si apprende che il padrone è Filemone, anche lui cristiano. Per l´autorità di cui è investito, e che Filemone riconosce, l´apostolo potrebbe ordinarglielo, e invece non glielo comanda: lo prega di riaccoglierlo, "non più però come schiavo, ma come fratello carissimo, sia come uomo, sia come fratello nel Signore".
 Uno scritto illuminante. Paolo compie un coraggioso atto di fiducia nei protagonisti dell´episodio: Filemone, anziché seguire il precetto della carità e riconoscere in Onesimo un fratello, potrebbe appellarsi alle leggi dello stato e punirlo; anche Onesimo lo sa, eppure senza essere costretto torna da lui. La felice conclusione della vicenda è un magnifico attestato dei nuovi rapporti tra gli uomini che la fede cristiana ha introdotto nel mondo. Proprio questi nuovi rapporti sono alla base delle trasformazioni sociali originate dal cristianesimo e recepite poi anche dalla legislazione civile. Paolo non contesta le leggi sulla schiavitù, ma le svuota di valore insegnando che tutti gli uomini sono fratelli di pari dignità. Il vangelo non invita alle rivoluzioni armate: è più efficace e duraturo esortare tutti a vivere come il Signore insegna.
 In sintesi partendo dalla prima lettura in sintonia con il Vangelo, ascoltiamo parole significative del libro della sapienza che, anche in questo caso, ci indica precise direzioni di marcia nel cammino della nostra fede e della nostra spiritualità: “Quale, uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I nostri ragionamenti umani sono inconsistenti davanti all´onniscienza e onnipotenza di Dio. L´uomo porta in se l´anelito del sapere assoluto e completo, aspira alla felicità piena. Tutto questo non glie è possibile raggiungerlo con gli strumenti della scienza e del ragionamento umano. Necessità di un´altra ala per volare in alto e questa ala è la sapienza che viene dal cielo e che ha un solo nome: fede in Dio. E´ questa sapienza che è amore ed accoglienza che libera l´uomo da ogni schiavitù del proprio pensare ed operare tipicamente umano senza respiro di cielo e di eternità. Perciò l´apostolo Paolo nel brano della seconda lettura di oggi, scrivendo al suo amico Filemone, lui che è ormai anziano e in carcere a causa di Cristo, gli raccomanda Onésimo, suo figlio spirituale, generato nelle catene, fatto ritornare da Filemone, perché Paolo non poteva più pensare a lui, ma non più nella condizione di schiavo, ma molto più che schiavo, come fratello carissimo, in primo luogo per me, ma ancora più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore. E poi un ultima raccomandazione: “Se dunque tu mi consideri amico, accoglilo come me stesso”. Un atto di fiducia, stima e soprattutto un chiaro messaggio a considerare l´essere umano libero e non schiavo di nessuno, come purtroppo per secoli è stata considerata una certa categoria di persone umane, vendute e mercanteggiate ai tempi dei romani ma anche sotto altre forme in tutti i tempi, anche ai nostri giorni. Dio, in Cristo, mediante la croce ci ha resi liberi, perché noi restassimo liberi davvero non solo dalla schiavitù culturale e sociale, ma dalla schiavitù morale. In conclusione, in questi tre testi biblici cogliamo quello invito esplicito a fare tesoro del dono della grazia e della fede per essere liberi da ogni forma di schiavitù ed alzare gli occhi al cielo con la dignità di persone umane e figli di Dio, tutti uguali e fratelli, avendo Dio come nostro Padre e Salvatore. Sia questa la nostra preghiera oggi, che rivolgiamo al Signore insieme a tutti i fratelli che parteciperanno alla celebrazione eucaristica domenicale: “O Dio, tu sai come a stento ci raffiguriamo le cose terrestri, e con quale maggiore fatica possiamo rintracciare quelle del cielo; donaci la sapienza del tuo Spirito, perché da veri discepoli portiamo la nostra croce ogni giorno dietro il Cristo tuo Figlio. Amen.

Domenica 11 Agosto 2019      notizia del 10/08/2019

Commento alla XIX Domenca del T.O. O (Lc12, 32-48): Sono state sempre piccole le risorse scelte da Dio per confondere i potenti. SS. MESSE h. 9.00 - 11.00 e 19.00 La fede, la nostra fede non si fonda sull´evidenza degli avvenimenti. E´ un inno di fiducia piena nella potenza, nella parola, e nell´amore di Dio. Quando Dio parla non si smentisce. Non stabilisce il cronogramma della realizzazione delle sue promesse. Lo scrive nel cuore di ciascuno come una certezza. ll popolo di Dio, lungo la sua storia, ha spesso dubitato del suo Signore. Ma guidato dai profeti ha sempre ritrovato la strada della fiducia. La sequenza entusiasmante della Lettera agli Ebrei mette davanti ai nostri occhi e tiene viva nella nostra memoria il fatto che Dio non ha mai parlato invano. Coloro che si sono fidati di Lui, sono diventati suoi amici, le creature predilette, le luci accese come fari nel percorso burrascoso del popolo. Noi non siamo meno beati dei nostri padri: non dobbiamo più riporre la nostra fede su realtà lontane, ma sulla sicurezza che Dio ha preparato per noi una casa definitiva, luminosa, accogliente, le cui vie, i segnali, le tracce di orientamento sono indicate, esclusivamente, dal suo amore per noi. Alla fine la fede scomparirà e resterà l´amore. Ma l´amore che tutti ci avvolge in una ebbrezza incontenibile, scaturisce dalla fede, dall´aver creduto in Dio, dall´aver riposto nelle sue mani ogni certezza. Possiamo essere sballottati dalle prove, talvolta dalla paura. Se entriamo nel mistero dell´amore che lega Dio a noi e noi a Dio, comprendiamo che nulla potrà capitarci di male, di così terribile, da allontanarci da Lui. Gesù ci offre una garanzia della fedeltà di Dio ancora più affettuosa e inattesa. Per incoraggiare il nostro smarrimento, poteva trovare un´espressione più dolce di questa: “Non temere piccolo gregge”? Sono state sempre piccole le risorse scelte da Dio per confondere i potenti. Oggi più che mai siamo un piccolo gregge, impaurito, a volte scoraggiato, a volte deluso. Gesù non si stanca di dirci: “Non temere piccolo gregge, il Padre vi ha già dato il Regno. Non lo vedete albeggiare? Non lo vedete incombere come una Luce, attraverso tutto il bene che vibra nelle vene del mondo?”. Gesù osa ancora di più. Ci dice che quel Regno è la perla preziosa per la quale vale la pena di spogliarsi di ogni cosa. Per il Regno dobbiamo essere sempre vigilanti, tutti. Chi aspetta lo sposo prova la gioia dello sposo e sente il bisogno di tenere costantemente accesa la lampada dell´affidamento e dell´amore. Lo sposo farà festa con noi. Una festa di gioia, di bellezza, di rendimento di grazie davanti allo stupore di quanto sia buono il Signore. Se in noi viene meno la fiducia, da servi amanti e vigilanti, ci trasformiamo in padroni senza Dio, senza cuore, senza docilità, presi soltanto dalla frenesia illusoria e arrogante di costruire il Regno di Dio prescindendo da Dio, come se fosse il “nostro” regno. “Non temete, piccolo gregge. Andate senza sacco, né bisaccia, né beni che si consumano, lungo le strade nelle quali i volti lontani dei vostri fratelli, quelli che conoscete ad uno ad uno, vi aspettano. Forse non vi accoglieranno subito. Hanno bisogno di scontrarsi con lo scandalo della vostra fede che vi fa dire: . Voi sapete di chi vi fidate. Non abbiate un cuore debole. Non lasciatevi cadere le braccia. Il vostro nulla è la mia fortezza”. Questo è il messaggio incoraggiante di Gesù, pieno di vigore e di sostegno: a noi è stato dato molto e verrà chiesto molto. A noi è stato dato di più e ci verrà chiesto ancora, ancora molto di più. Gesù lo ha promesso: è con noi infaticabile, insonne, appassionato della nostra povertà amorosa. Secondo punto che voglio sottolineare del vangelo di questa domenica è il senso della provvisorietà: Questo esempio ci può aiutare a comprendere quanto viene espresso al termine del ricco e composito brano di vangelo che ascolteremo questa domenica: “A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più”. Nella mentalità ebraica, i beni che una persona possedeva erano ritenuti segni della benedizione di Dio: e più se ne possedevano, più si era benedetti. Ovviamente, a chi riceveva questa benedizione divina, veniva chiesto da Dio stesso di essere capace di rispondere a questa benedizione, restituendo molto di più di quello che Dio aveva donato: e questo avveniva attraverso la capacità di far fruttare questi beni, di modo che si moltiplicassero e rendessero così visibile l´abbondanza della benedizione di Dio sul soggetto. Ecco perché gli uditori di Gesù rimanevano sconvolti di fronte ad alcune sue affermazioni sulla - o meglio “contro” - la ricchezza, ritenuta da Gesù più che un dono, un pericolo, in quanto incapace di dare sicurezze e addirittura potenzialmente capace di portare alla rovina, terrena ed eterna. Un brano di Vangelo come quello di domenica scorsa, dove - secondo la mentalità ebraica, ma anche secondo il buon senso di un lavoratore che si arricchisce col lavoro onesto di una vita - il ragionamento del ricco desideroso di godere dei beni del proprio lavoro e della propria terra viene troncato da Gesù con uno sferzante giudizio sulla sua vita, più preziosa e più precaria dei molti beni ricevuti, non poteva che sconvolgere l´uditorio di Gesù, a partire dai discepoli stessi. E, infatti, nel capitolo 12 del Vangelo di Luca che oggi abbiamo letto, il Maestro continua la sua riflessione sul senso del possedere i beni materiali come dono e benedizione di Dio. E la conclusione a cui giunge è proprio la frase che abbiamo citato prima: quanto ci è stato donato, richiede responsabilità (cosa che il ricco stolto di domenica scorsa forse non aveva messo in conto), ma quanto ci è stato affidato e quindi non ci appartiene, richiede ancor maggiore responsabilità, in quanto va curato e tenuto da conto, per restituirlo intatto e non rovinato a chi ce lo ha affidato. E cos´è che ci è stato “affidato”? In fondo, una sola cosa: la vita. La vita, per quanto noi sempre riteniamo che ci appartenga, non è un dono di cui diveniamo proprietari e del quale possiamo disporre come vogliamo. È qualcosa che ci è stato affidato, senza che ne entriamo in possesso, perché proprietario della nostra vita rimane l´affidatario, l´artefice della nostra vita: Dio. E come ci ha insegnato il brano di domenica scorsa - così come ce lo ricordano anche i primi versetti del Vangelo di oggi - Dio può chiederci conto della nostra vita in qualsiasi momento, improvvisamente, senza che meno ce lo aspettiamo, come fa un ladro quando, nel cuore della notte, entra a svaligiare una casa e ovviamente non avvisa né chiede permesso agli inquilini. La precarietà di questa nostra condizione, tuttavia, non ci deve spaventare, facendoci vivere nell´agitazione di qualcosa che può arrivare in maniera repentina, senza che ci siamo preparati (e comunque, all´incontro con lui preparati non lo saremo mai, c´è poco da fare): non a caso, Gesù si preoccupa di aprire l´annuncio del Vangelo di oggi con queste parole: “Non temere, piccolo gregge”. Quel piccolo gregge che era lo sparito gruppo di cristiani al tempo dell´evangelista Luca, e che siamo anche noi, seguaci di Gesù Cristo magari numerosi nel mondo, ma comunque minoritari rispetto al pensiero del mondo su Dio, non deve temere di fronte al pensiero delle realtà ultime della vita, o della precarietà della vita stessa, o della gestione dei beni che ci sono stati affidati, in primis, appunto, la nostra esistenza: deve solo cercare di vivere con quella serenità fondamentale di chi sa che quello che ha tra le mani non è suo, per cui non deve affannarsi nel gestirlo come se tutto dipendesse da lui, ma anche con quel senso di responsabilità di chi sa che deve restituire integro e intatto al proprietario il bene che ci è stato affidato. E quando il bene affidato è il bene più prezioso, e si chiama vita, allora va conservato come un tesoro prezioso, al quale attaccare non le nostre mani, pronte sempre a dilapidare ogni bene, bensì il nostro cuore, come facciamo quando il nostro cuore lo affidiamo a quelle persone che chiamiamo “tesoro” perché le amiamo come qualcosa di veramente prezioso. Le quali, pur essendo dei tesori meravigliosi, non avrebbero alcun senso di esistere se a loro e a Dio non fossimo capaci di donare i beni del tesoro più prezioso che abbiamo: e si chiama vita.

Domenica 04 agosto 2019      notizia del 03/08/2019

Commento alla XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Lc 12,13-21): Il problema non è ciò che possiedi: il problema è quando identifichi la tua vita con le tue proprietà, col tuo denaro. SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 A causa di una lettura superficiale e a interpretazioni errate proposte lungo i secoli, il vangelo è ritenuto dai più una guida non attendibile riguardo al denaro e al suo investimento, anzi, è relegato a una vita più o meno spirituale, eterea, senza alcun riferimento alla vita reale in questo mondo. Ebbene, non c´è niente di più falso, e questa pagina ce lo dimostra. Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell´abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede. Gesù usa ben due verbi: guardate (fate attenzione) e custoditevi (tenetevi lontani). Un verbo riguarda il pericolo fuori di noi, da guardare per essere consapevoli che esiste; l´altro verbo riguarda noi stessi, e fa riferimento a un altro livello di consapevolezza. Il pericolo è la fuori, guardalo in faccia, dagli un nome e un cognome. Tu invece sei il soggetto vulnerabile da custodire e proteggere. Guardate e custoditevi: da chi? Da che cosa? Dall´avere di più, sempre di più, un di più che divora la tua vita, che la svuota, rendendola un´inutile corsa verso il possesso, la bramosia, l´avarizia, l´avidità. Gesù Cristo non ha mai detto che denaro e proprietà siano un male, ha invitato a pagare le tasse, a essere corretti e generosi. Tuttavia nella pagina che stiamo leggendo il Signore evidenzia fortemente questo pericolo del "di più" e dice chiaramente anche il perché: ipotizzando che tu abbia questo di più, la tua vita non dipende da ciò che hai. Il problema non è ciò che possiedi: il problema è quando identifichi la tua vita con le tue proprietà, col tuo denaro. Ecco perché la vita eterna è un problema talvolta insormontabile: perché il "di più" per cui tanto ci affanniamo è destinato a essere abbandonato, anche dalle mani che lo stringono con veemenza e avidità. Il richiamo di Gesù non è tanto quello di non possedere, ma quanto più quello di non essere posseduti. Povero o ricco, la tua vita viaggia su un altro binario, e se tu non viaggi nella giusta direzione vieni travolto, stravolto, perché di uno strumento e un mezzo ne hai fatto il fine, il traguardo di una corsa affannata che ha distrutto tutto, anche te stesso, e che ti lascia con le mani vuote, il cuore a pezzi, e tanta tanta fatica inutile. Dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Questo è quanto ci viene propinato come legge suprema anche oggi: divertiti, rilassati, ridi, mangia, bevi, pensa a te stesso, non cambiare mai. I social network sono stracolmi di queste "perle". Queste sono le parole di un uomo al quale gli affari stanno andando benissimo, i conti tornano e anche molto bene, quindi si appresta a vivere (o a sopravvivere) solo in funzione di se stesso, e usa quattro verbi che mirano a un beneficio esclusivamente materiale; in questa scelta c´è almeno un po´ di coerenza da parte di chi per una vita ha pensato solo all´accumulo, al di più. Questo pover´uomo (nonostante sia tanto ricco), è così egoista che parla a se stesso: non ha nessuno con cui condividere il risultato, è profondamente solo, perché in questa sua corsa ha perso ogni relazione. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?” La risposta di Dio è una domanda, preceduta da un titolo: "Stolto", o meglio ancora, nel suo significato letterale: "senza mente". Quest´uomo posseduto dai suoi averi è in realtà un contenitore vuoto, il suo unico pensiero è il possedere, il bramare, il desiderare smodatamente. Dopo averlo definito, Dio gli comunica che il tempo a disposizione è finito: time out. Interessante notare che la vita di quest´uomo finisca di notte, nel buio, nella solitudine negativa di chi ha vissuto solo per se stesso, di chi non ha mai gustato un´alba o un tramonto, di chi non ha mai donato un sorriso: è sempre stato buio pesto nella sua vita, e i suoi occhi sempre ottenebrati dalle cose che lo possiedono. "Quello che hai preparato, di chi sarà?" Questa domanda è un esame di coscienza, sempre attuale e utile a tutti: per chi stai vivendo? Dove ti stai dirigendo? Per chi o per cosa ti affatichi? Il vangelo non riporta la risposta di quest´uomo, anche perché risposte non ne ha, nessuno ha popolato la sua vita, neppure se stesso. Riposati, mangia, bevi, divertiti sono quattro verbi (positivi se ben intesi), che quest´uomo non ha vissuto e non potrà vivere. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio. Questa conclusione da parte di Gesù contiene il vero insegnamento di tutta questa pagina. Così accadrà a chi accumula tesori (il risparmiatore) e non si arricchisce presso Dio. Il risparmiatore è colui che "mette in tasca", tiene stretto il suo tesoro, sempre quello, un tesoro statico, che né aumenta né diminuisce. Chi si arricchisce invece espande il suo tesoro, lo amplia, è un tesoro sempre più grande. Presso Dio: questa precisazione è fondamentale, perché indica che non è la proprietà il traguardo, ma Dio. Posso possedere tanto, essere ricco, espandere il mio tesoro, ma la mia meta è Dio, là sono diretto, e quando mi verrà posta la fatidica domanda "quello che hai preparato, di chi sarà?" saprò rispondere con un grande grazie al Signore, perché è Dio il senso della mia vita, non il denaro, non le cose. Se mi sono arricchito presso Dio, il mio cuore è pieno di gioia, di pace, di riconoscenza! Non è notte: il sole splende e la mia vita viene messa nelle mani di Dio, anzi è sempre stata in quelle mani. Le mani di chi si è arricchito presso Dio hanno gestito denaro e proprietà senza mai farsi possedere. La risposta può essere quella del salmista che esclama: "Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita." (Salmo 16,5) Le mani di Dio sono la più grande ricchezza, in questa e nell´altra vita

Domenica 28 luglio 2019      notizia del 27/07/2019

Commento alla XVII Domenica del Tempo Ordinario (Lc 11,1-13 ): Per emanciparsi dalla dipendenza da Dio non è necessario il peccato; basta accogliere la libertà e imparare ad usarla, non solo per dire di no, sempre e comunque; questo è un atteggiamento infantile, ma anche avere il coraggio dei si: eccomi SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Quando leggo la pagina della Genesi che abbiamo appena ascoltato, provo un senso di tenerezza, per quel contrattare di Abramo con Dio, così come si contratta la frutta al mercato... È tipico delle culture mediorientali contrattare, non solo e non tanto per trarne un vantaggio, quanto piuttosto per venirsi incontro: un modo come un altro per camminar l´uno verso l´altro, riducendo progressivamente le distanze. E così il Buon Dio scende a patti con Abramo, dimostrando la pazienza celeste con il suo "campione della fede" e la misericordia divina per un popolo indegno. È per la fede di Abramo, che il Signore si mostra disponibile e ridimensionare la condanna dei sodomiti, tristemente famosi per le loro scandalose pratiche sessuali. Se andiamo un poco oltre il livello superficiale della narrazione un po´ naif, emerge il profondo valore teologico, l´intima relazione tra Dio e l´uomo: il Creatore ha voluto dare vita a un essere che potesse conoscere Lui, potesse parlare con Lui, camminare accanto a Lui, e così dare vita ad un mondo bello e fecondo, frutto maturo della collaborazione tra l´Onnipotenza divina e le nostre energie intellettuali, spirituali e fisiche... In questa delicata sinergia non c´è confusione tra i soggetti e i ruoli sono ben distinti: Dio fa la sua parte, l´uomo la sua. Inutile invocare un intervento dal Cielo quando i problemi, ma soprattutto, le soluzioni ai problemi, rientrano nelle nostre capacità naturali... Dio non si sostituisce agli uomini, rispetta la nostra libertà, la quale è ciò che ci rende immagine e somiglianza di Lui. Questa sacrosanta libertà, tanto desiderata, ma anche tanto detestata, è l´ultimo baluardo che Dio stesso ha eretto, e contro il quale (Dio) non andrà mai! Per questa libertà Eva e Adamo commisero il peccato originale. Per questa libertà i Giudei misero a morte Gesù. Per questa libertà i martiri diedero la loro eroica testimonianza di fede. In nome della stessa libertà, possiamo scegliere di credere, di sperare, di amare, facendo verità su noi stessi; e la verità è che siamo figli di Dio! ce lo ricorda Gesù proprio oggi. Questo Dio, che Gesù ci ha insegnato a chiamare Padre, ci ha educati all´autonomia, non alla dipendenza. Lo abbiamo ricordato tante volte, ma siamo sempre tentati di dimenticarcene... Non è facile il mestiere del padre: troppo forte la tentazione di provvedere in tutto e per tutto, impedendo, in ultima analisi, che un figlio maturi la propria individualità, chiara e distinta. Molti padri mancano il bersaglio di favorire la maturazione dei figli; con le migliori intenzioni, certo! si dice che l´inferno sia lastricato di buone intenzioni... Ma, troppo amore!! un amore egoista, un amore sbagliato, amore-non-amore... Il troppo amore può causare in un figlio danni che si manifesteranno...poi, e che il figlio dovrà portarsi appresso per il resto della vita. Ogni relazione è libera e liberante se e soltanto se i soggetti sono ben distinti tra loro. In particolare, il rapporto tra padre e figlio esige un progressivo distanziamento - concedetemi questa brutta espressione -, al fine di potersi riavvicinare in modo fecondo, al tempo opportuno; solo allora ci si potrà arricchire a vicenda, e, insieme fecondare il contesto. Sarei tentato di canonizzare il peccato del primo uomo e della prima donna che decretò la separazione da Dio... in fondo, il Preconio pasquale lo esalta come ‘felice colpa´. Ma si tratterebbe un´interpretazione psicoanalitica della Genesi, per giunta, di dubbio valore, quella che riabilita il peccato originale come via di uscita dalla dipendenza della creatura rispetto al suo Creatore, la conditio sine qua non perché l´uomo sviluppasse una linea di pensiero propria, una coscienza propria, una propria discrezionalità di giudizio... Meno provocatoriamente, credo piuttosto che il peccato originale sia il rischio di ogni uomo che inizia a camminare con le proprie forze... Basta guardare il bambino che si regge in piedi per la prima volta: cade quasi subito. Senonché il bambino non si vergogna di essere caduto, mentre l´uomo dell´Eden sì... e la motivazione è semplice: la prima coppia si era accorta di avere sbagliato; e per quell´errore, per aver desiderato l´unico bene che non poteva raggiungere, perdette tutto il resto. L´autore ispirato precisa che si scoprirono nudi. Per emanciparsi dalla dipendenza da Dio non è necessario il peccato; basta accogliere la libertà e imparare ad usarla, non solo per dire di no, sempre e comunque; questo è un atteggiamento infantile: sono i bambini che, dicono sempre di no... in realtà vogliono affermare la propria individualità. Un uomo adulto e maturo sa dire di sì, assumendo le responsabilità delle proprie scelte e portandole a termine, pagando di persona, consapevole che la fatica e i sacrifici sono ‘soltanto´ il corrispettivo di un bene molto, molto più importante, in valore assoluto, delle fatiche e dei sacrifici. Allora, che cosa dobbiamo chiedere, che cosa dobbiamo cercare, per cosa dobbiamo bussare? In altre parole, che valore ha la preghiera di domanda? Il Padre Nostro ce lo spiega: la cosiddetta preghiera di domanda non è l´unica preghiera, e neppure la più importante. Prima di tutto si ringrazia Dio perché il Suo nome è santo, cioè onnipotente; invocare il nome di Dio, possibilmente non a sproposito, è efficace; tuttavia, non basta invocare il nome di Dio; è necessario assumersi gli impegni della fede, che i nostri genitori hanno assunto per noi in occasione del battesimo: a questo allude l´espressione "venga il Tuo Regno". Ed ecco la preghiera di domanda in senso stretto: - chiediamo il pane quotidiano che non abbiamo: non si tratta solo del pane materiale, che forse non ci manca; potrebbe essere il pane del consiglio, il pane del silenzio, il pane del coraggio... - il perdono: perdono invocato, ma anche assunto come impegno a perdonare a nostra volta; - infine, preghiamo che Dio non ci abbandoni nel momento della tentazione, quando siamo più fragili e vulnerabili. Speriamo che la presente (nuova) traduzione venga al più presto adottata anche come preghiera liturgica ufficiale. La versione di Luca si ferma qui; possiamo confrontarla con quella di Matteo: il senso è comunque lo stesso. Auguro a tutti di recitare il Padre Nostro tutti i giorni, più volte al giorno. Qualche esegeta ha scritto che Gesù concepì questa preghiera per sé, da recitare durante i momenti terribili della Passione. È verosimile; il Padre Nostro assume allora un valore ancor maggiore, perché è intriso del sangue di Cristo; va dunque rispettato e custodito tra i tesori più preziosi della nostra fede. Ma i tesori della fede cristiana non sono cimeli da esporre all´ammirazione del pubblico... Liberiamoli dalle urne (delle sacrestie) e viviamoli in spirito e verità (cfr. Gv 4,24). "Chi perdona per amore si addossa la responsabilità delle conseguenze di ciò che Dio ha fatto." (Dag Hammarskj-ld)

Domenica 21 luglio 2019      notizia del 20/07/2019

Commento XVI Domenica del Tempo Ordinario (Lc 10,38-42 ): il senso dell´accoglienza, l´ascolto e l´agire SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 La vicenda di Marta e Maria, - secondo il Vangelo di Giovanni, sorelle di Lazzaro e amiche intime di Gesù - ha fatto molto parlare e scrivere; e ancora, fa discutere. Marta incarna il valore supremo dell´ospitalità; la pagina della Genesi che abbiamo che verrà letta in questa domenica presenta una scena analoga: il santo padre Abramo esprime l´accoglienza dei tre messaggeri di Dio apparecchiando la tavola e invitandoli a pranzo. Non basta: l´anziano patriarca e sua moglie provvedono personalmente alla preparazione delle vivande. Un paio di volte, ho avuto l´onore e il piacere di essere invitato a cena da famiglie di alto rango, e sempre trovavo in cucina, alle prese con le pentole, la padrona di casa, e non i domestici. Cucinare il cibo e offrirlo all´ospite mette in pratica il grande comando della carità, un comando che intercetta in modo trasversale tutta la S. Scrittura, e vede come protagonisti rappresentanti di fedi diverse: ebraica, cristiana, ma non solo. La cura per il prossimo - in talune occasioni, anche per il nemico - costituisce la cifra della civiltà e denota il passaggio da un´aggregazione umana di fatto alla società organizzata. Il comportamento di Marta non è dunque per nulla irriguardoso nei confronti della persona di Gesù; è un modo, il suo, di mostrare affetto e devozione per il Maestro, spendendosi nelle faccende domestiche. I piaceri della tavola non hanno soltanto un alto valore antropologico, ripeto, quale omaggio reso agli ospiti, conosciuti, o sconosciuti che siano. La condivisione del pasto è l´occasione offerta al Signore per insegnare la fede a coloro che sedevano a tavola con Lui. Resta il fatto che “saper ascoltare” rappresenta un livello progredito di umanità, rispetto al “saper fare”. In particolare, nel caso del Vangelo odierno, fermarsi ad ascoltare Cristo è assai più importante del fare e deve sempre precedere qualunque (nostra) opera. Se non impariamo ad ascoltare gli insegnamenti del Signore, difficilmente il nostro fare sarà un fare cristiano, ma soltanto umano, con tutto il rispetto... C´è una differenza sostanziale tra il fare e l´ascoltare: il primo atteggiamento è attivo, nel senso che l´azione la compie il soggetto che fa; ascoltare è un atteggiamento passivo, nel senso che l´ascolto presuppone qualcun altro che parli. Sembrano ovvietà, affermazioni lapalissiane. Ma l´esperienza ci ha insegnato quanto è difficile ascoltare, e farsi ascoltare. Son tutti pronti a parlare, a fare, fare, fare... L´homo faber, l´uomo che fa, che costruisce, è il modello, lo stereotipo rinascimentale dell´artefice, del costruttore. Si oppone all´homo sapiens, all´uomo che studia, al contemplativo. Le scienze umane, emancipate dal pensiero religioso e teologico, esaltano l´homo faber ipsius fortunæ, l´uomo responsabile della sua sorte. Colui che ascolta, deve fermarsi, cedere per così dire la parola e il potere a un altro; non si tratta solo di educazione. Ascoltare significa riconoscere all´interlocutore un valore, un´autorità che mancano invece all´ascoltatore. Non si può ascoltare mentre si fa altro: lo afferma esplicitamente il Vangelo, presentando la figura di Marta, la quale era distolta dalle parole del Signore, a causa dei molti servizi. Mettendoci in ascolto, noi riconosciamo la nostra incompiutezza, il bisogno di progredire nella conoscenza. Crediamo che colui che parla sia persona dalla quale possiamo imparare. Quanto è diffusa, invece, specie gli over sessanta, la convinzione di avere tutto da insegnare, e più nulla da imparare. Ecco il punto! Con quale atteggiamento ci accostiamo al Vangelo? con quale convinzione partecipiamo alla liturgia domenicale?...con il desiderio di acquistare sapienza, di maturare la nostra fede, con tutto ciò che ne consegue? Oppure il nostro convenire festivo è un semplice atto di ossequio fine a se stesso, dal quale non riceviamo alcun incentivo a progredire nella vita cristiana? Che domande! la risposta è scontata! Ma ne siamo proprio sicuri? Ciò che si legge non è un semplice riempitivo, un´alternativa al silenzio che tanto ci spaventa! La questione del silenzio liturgico è una nota dolente... meglio non toccare quel tasto. Ricordo, tuttavia, che si può ascoltare anche il silenzio; parola di Henri M. Nouwen, scrittore di trattati spirituali, molto in voga negli anni 70-80, il quale intitolò il suo più famoso capolavoro proprio così: Ho ascoltato il silenzio. In ultima analisi, ascoltare è un modo per realizzare il comando del Signore: “Chi vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso...” (Lc 9,23): considerando la protesta di Marta: “Signore, non t´importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire?...”, emerge forte e chiaro il disappunto della donna nei confronti di Maria e indirettamente anche nei confronti di Gesù: coinvolti in sante conversazioni, agli occhi di Marta, trascurano entrambi il lavoro di lei, negandole l´apprezzamento e, perché no? anche la gratitudine che merita. CONCLUSIONE: il Vangelo di oggi è dedicato a tutti quelli che non resistono a stare con le mani in mano - si fa per dire! -, che si sentono in colpa se smettono anche solo un minuto di lavorare nel campo del Signore - e sottolineo: del Signore! -; ma, intanto, trascurano di ascoltarlo davvero... convinti che il mondo non possa andare avanti senza di loro... educati a credere che ogni energia sottratta al lavoro sia fatica sprecata, pigrizia, tempo perso... Forse sì!...O forse no!... C´era una volta un uomo che un giorno ebbe a dire: “Chi perderà la vita per me, la ritroverà...”. Ebbene, se il tempo è unità di misura della vita, allora, anche il tempo apparentemente perso può diventare tempo ritrovato...che non ci sarà tolto.

DOMENICA 14 LUGLIO 2019      notizia del 13/07/2019

commento alla XV Domenica del Tempo Ordinario ( Lc 10,25-37): Amare il prossimo è obbedienza o libertà? SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Questa domenica ascolteremo il racconto di una delle più famose parabole del Vangelo, forse la più famosa in assoluto... tanto da diventare un proverbio. Conosciamo tutti almeno un parente, un amico, un collega, un vicino di casa, affetto da sindrome del buon samaritano, se è maschio; sindrome di Florence Nightingale se è donna; per chi non la conoscesse, Florence Nightingale è la fondatrice delle crocerossine. Egoisticamente parlando un malato di buonsamaritanismo torna sempre utile: per qualsiasi emergenza possiamo stare tranquilli, ci pensa lui, ci pensa lei. Scherzi a parte, ci sarà certo capitato di trovarci in una situazione problematica e di attenderci che qualcuno - non noi! - intervenisse. E forse anche i protagonisti della parabola, il sacerdote e il seminarista che proseguirono il cammino senza fermarsi, si aspettavano che qualcuno - non loro! - prestasse soccorso al malcapitato. E poi, chi assicurava che quei briganti non fossero appostati da qualche parte a tener d´occhio la scena, pronti ad aggredire il soccorritore e a ridurlo come il primo? meglio non fidarsi e affrettare il passo....Che, poi, al posto di quel povero Cristo, avrebbe potuto esserci il prete, o il levita: “mors tua vita mea!”. Vi confesso che ho a lungo pensato a qualcosa di nuovo da dire su questa parabola, ma invano. Allora non posso che attingere al repertorio del “già detto”, nella convinzione che, talvolta, ripetere le cose torna utile a chi parla e anche a chi ascolta. Quante volte una mamma è costretta a ripetere le raccomandazioni al figlio! Lo stesso dicasi per un insegnante, per un funzionario pubblico, per un dirigente di azienda; ma anche per un priore,... Che abbiano 6 anni, o 80, gli uomini non cambiano... Vedete, non si tratta di menefreghismo, o di scarsa sensibilità; la verità è che non ci sentiamo all´altezza delle situazioni, e siamo convinti che ci sia sempre qualcuno migliore di noi a risolvere i problemi... Il dramma è che la scusa del “non sono all´altezza”, la invocano tutti. Risultato: nessuno interviene; il problema rimane, e magari ci scappa pure il morto. Poi si apre la solita inchiesta, destinata fatalmente a concludersi con la solita archiviazione. ...Fino alla prossima volta. Così facendo, o, peggio, non facendo, rischiamo di perdere un sacco di occasioni - fosse anche una sola, sarà un´occasione perduta!... - per mettere in pratica il comandamento dell´amore: ama il prossimo tuo come te stesso. Il racconto evangelico è architettato ad arte per insegnare come comportarsi, quando la persona che versa in stato di necessità non è un nostro parente stretto, un nostro amico; magari è straniero,... Che cosa dobbiamo fare quando colui/colei che sta male appartiene a una confessione religiosa diversa, o professa un´idea politica contraria alla nostra?... In tutti questi casi, non esiste di per sé alcun vincolo che ci obblighi a correre in aiuto; solo la nostra libertà e la nostra volontà. Liberi di essere cristiani davvero! Un sinonimo per definire la libertà cristiana è: responsabilità. Ma se responsabilità è sinonimo di libertà, e viceversa, allora ci troviamo davanti ad uno scomodo ossimoro: la libertà è associata al dovere. Ma se si deve, allora non è più libertà! Siamo ad un bivio: seguire la libertà nella sua accezione comune - libertà come scelta di fare ciò che voglio e non fare ciò che non voglio... libertà legata indissolubilmente alla volontà individuale -; oppure decidere in base alla fede, e concepire la libertà come libertà obedienziale: libertà come fedeltà ad un volere superiore, il volere di Dio. Libertà e obbedienza: un altro ossimoro? Insomma, la domanda che dobbiamo porre al Vangelo e poi alla nostra coscienza è la seguente: può Dio ordinare l´amore? può Dio ordinarci di amare Lui con tutto noi stessi e di amare il prossimo come noi stessi? L´amore non è forse un sentimento che sgorga quale reazione naturale ad una attrattiva esercitata dall´altro, senza che lo si possa comandare? Non sarebbe una forzatura sentirsi obbligati ad amare in base ad un comando ricevuto sia pure da Dio? In verità noi avvertiamo un bisogno irrinunciabile di essere amati; è un bisogno profondo, il più profondo, il più umano dei bisogni; senza amore si può anche morire; e qualcuno ci muore, perché non si sente amato. Ma quando si tratta di rispondere all´amore dell´altro, di amare l´altro, ecco che cominciamo a fare dei distinguo, a porre delle condizioni, a invocare la libertà,... Noi siamo creature che Dio ha concepito per rispondere ad un bisogno Suo personale di amore; e ci ha concepiti capaci di rispondere all´amore, capaci di amare. Credo di non esagerare quando dico che l´essere umano è strutturato in funzione della sua capacità di amare. Non amare sarebbe come, per un gabbiano, rinunciare a volare, o, per un salmone, rinunciare a risalire la corrente... Amare è iscritto nel nostro DNA. Non amare è una scelta contro natura... Certo, l´amore va declinato a seconda delle situazioni; c´è amore e amore. l´amore tra coniugi è diverso dall´amore di amicizia; l´amore filiale è ancora diverso; così pure l´amore di un maestro per il suo discepolo.... Non si possono fare paragoni!...anche se Gesù ha eletto l´amicizia come l´amore più grande, così grande da muovere l´amico a dare la vita per l´amico (cfr. Gv 15,13). Non amare significa non essere veri uomini, prima che veri cristiani! Sarà poi la fede, e non il principio del piacere, ad ispirarci le forme, l´intensità e le occasioni in cui esprimere questa caratteristica peculiare della nostra natura. A partire dalla fede e non dal piacere immediato, capiremo quale amore è autenticamente cristiano e quale no. Sulla fede come radice dell´amore ci sarebbe molto da dire. Ma, ahimé, il tempo a nostra disposizione è terminato. Le prossime domeniche continueremo la riflessione, aiutati dalla parola del Vangelo.

DOMENICA 07 Luglio 2019      notizia del 06/07/2019

Commento XIV Domenica del Tempo Ordinario ( Lc 10,1-12.17-20) :Gesù rivela che le tenebre si stanno diradando e che il regno del male ha i giorni contati. SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 “La messe è molta, ma gli operai sono pochi”, dice il Signore; e consegna ai suoi discepoli un codice di comportamento: al primo posto, la preghiera per impetrare il dono di nuove vocazioni. Poi la prudenza: viviamo in un mondo che non ascolta volentieri l´annuncio del Vangelo; insieme con la prudenza, un discepolo del Signore deve manifestare, lui per primo, il valore del Vangelo, seguendo un costume di vita sobrio; ecco un secondo aspetto che va decisamente in controtendenza rispetto a come va il mondo; se lo mettiamo in rapporto con l´aspetto citato prima, il fatto cioè che la società non sia naturalmente incline alle verità evangeliche, si potrebbe obbiettare che, per avvicinare il più possibile le posizioni rispettivamente del mondo e del Vangelo, coloro che scelgono di annunciarlo dovrebbero conformare il loro modo di vivere a quello della gente comune, così da entrare in sintonia, traducendo il pensiero di Cristo, nel pensiero della gente; in fondo, è una forma di incarnazione anche questa, no? Attenzione però: il principio dell´incarnazione non va confuso con un generico e acritico assecondamento delle mentalità e dei comportamenti più diffusi, considerai normali, proprio perché diffusi... normali e dunque giusti... Il fatto che una mentalità sia diffusa, che un comportamento sia (ormai) generalizzato, non significa che quella mentalità, quel comportamento siano giusti e secondo verità. Affermazioni del tipo: “lo fanno tutti!”, “si è sempre fatto così!”, oppure: “non si è mai fatto!”,... non sono sinonimo di giusto/sbagliato! E noi, già avanti negli anni, di affermazioni come queste ne pronunciamo molte. Per i giovani è diverso; loro preferiscono il criterio “mi piace/non mi piace”, oppure, “che male c´è?”, “non faccio male a nessuno...”. Il Vangelo è tutta un´altra cosa! Il Vangelo non tiene conto né della statistica, in base alla quale un costume di vita è positivamente o negativamente influenzato dalla sua diffusione; tanto meno dei gusti individuali che orientano le scelte in misura del piacere che procurano al soggetto... “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa!...”: l´uomo evangelico è sempre uomo di pace. Anche in questa delicata questione della pace cristiana, è necessario chiarire: il punto di partenza è l´insegnamento che Gesù impartì ai Dodici, in occasione della cena di addio: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo io la do a voi...” (Gv 14,27): la pace di Cristo non è accondiscendenza supina; è vero, il Signore era tollerante nei confronti dei pubblicani e delle prostitute; ma ciò non significa che ne condividesse le rispettive professioni. Cristo era un uomo di pace per il fatto che coloro che lo incontravano non avvertivano in lui alcun pregiudizio nei loro confronti. Prima che si veda, o si ascolti, il pregiudizio si intuisce a pelle; pregiudizio è la malafede; pregiudizio è la differenza che tiene distanze e innalza muri, in nome della differenza stessa; pregiudizio è provare scandalo per principio; pregiudizio è l´apriori ideologico; pregiudizio è tante cose...; pregiudizio è: “Io con te non ci parlo neanche, perché non sei dei nostri, perché non vivi come me, perché non la pensi come me,...”. Un discepolo di Cristo non cede mai sul Vangelo, ma resta sempre cordiale, sempre disponibile al confronto... Un discepolo di Cristo ama le persone in quanto persone, e non per come vivono, o per cosa votano. Perché il discepolo crede che le persone sono altrettante immagini di Dio e come tali vanno accostate, con rispetto, con devozione, con disponibilità,... Avete certo notato l´insistenza di san Luca sul particolare del cibo: “mangiate e bevete quello che hanno,...”; “mangiate quello che vi sarà offerto,...”: la condivisione del cibo è uno dei segni più chiari che stiamo bene con gli altri e che gli altri stanno bene con noi. I Vangeli insistono sul particolare della convivialità, sui piaceri della tavola,... A tavola, il Signore ha detto le parole e ha compiuto i gesti più importanti e più significativi del suo ministero. I capitoli 13-17 del quarto vangelo ce ne danno migliore testimonianza. La conclusione del Vangelo di oggi ha un sapore vagamente apocalittico, tipico della letteratura dei tempi di Gesù; fuor di metafora, ai 72 discepoli che tornano impressionati dall´efficacia dei loro poteri carismatici, Gesù rivela che le tenebre si stanno diradando e che il regno di satana - il regno del male - ha i giorni contati. La fede ci fa partecipi della forza stessa di Cristo, per opporci efficacemente all´antico avversario, che ancora tiene schiavi noi e gli altri con la pre-potenza della seduzione. I carismi del discepolo non sono da intendere come titoli di privilegio e di prestigio personale; ma come occasione per rendere grazie a Dio, così liberale con coloro che si sono affidati a Lui. Sappiamo che, per gli antichi, il nome indicava la persona; dunque, rivelare che i nostri nomi sono scritti nei cieli, significa affermare che noi siamo già parte integrante della salvezza. Il segreto è ancora e sempre la fede. Lavoriamo sulla nostra fede, riconosciamo alla fede pieno diritto di cittadinanza nella nostra vita,... e ce ne renderemo conto.

DOMENICA 30 GIUGNO 2019      notizia del 29/06/2019

Commento al vangelo della Domenica :( Luca 9,51-62) Cristo ci ha liberati perchè restassimo liberi SS. Messe h. 9.00 - 11.00 e 19.00 Il Vangelo di oggi tocca punti nevralgici del ministero di Gesù, ma anche del nostro ministero, del nostro mandato di battezzati, discepoli del Signore. Al Vangelo fa eco la pagina di san Paolo: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi!”; mi permetto di citare secondo la penultima versione, che ritengo più chiara e illuminante. Ma procediamo con ordine. Il terzo evangelista descrive lo stato d´animo di Gesù, allorché, divenuto consapevole di ciò che lo attendeva a Gerusalemme, decise di salirvi insieme con gli Apostoli - letteralmente: fece la faccia brutta contro Gerusalemme -, perché si compissero le Scritture. I Dodici erano del tutto ignari della imminente passione del loro Maestro, e interpretarono il rifiuto dei Samaritani come la conseguenza dell´antica scomunica reciproca tra costoro e gli Israeliti... L´ostilità tra Samaria e Gerusalemme è un aspetto anche questo per nulla secondario nell´economia del Vangelo; basta ricordare la parabola del buon samaritano. Farisei e Israeliti osservanti avranno certo digrignato i denti per la rabbia, sentendo Gesù che presentava loro un samaritano come modello di amore del prossimo... Resta il fatto che il rifiuto opposto dai samaritani aggravò verosimilmente la prostrazione psicologica del Figlio di Dio e rese ancor più pesante la sua salita a Gerusalemme. Tuttavia Gesù non ne tenne conto, anzi, trattò duramente Giacomo e Giovanni per il loro risentimento, molto umano, ma poco cristiano. L´animo del Maestro di Nazareth è assolutamente tranquillo e sereno. Del resto, Lui non è come noi; o meglio, noi non siamo come Lui! Questa distanza tra noi uomini e il Cristo segna tutto il Vangelo della XIII Domenica. “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre.” “Signore, lascia che prima mi congedi da quelli di casa mia.” È del tutto ragionevole il desiderio espresso dai due anonimi interlocutori; chi non risponderebbe in questi termini alla chiamata del Signore? Salutare la famiglia, presiedere ai funerali del padre, della madre... Un uomo che trascurasse questi appuntamenti così delicati e importanti, allora sì che commetterebbe un gesto riprovevole, non solo verso la famiglia, ma anche verso Dio; onorare il padre e la madre, seppellire i morti,... la legge di Mosè, ma anche le opere di misericordia prescritte dalla Chiesa li impongono in modo tassativo, quali realizzazioni immediate della carità. Eppure Gesù reagisce nel modo che abbiamo sentito. Perché? In verità, il contrasto tra affetti familiari e sequela Christi è solo apparente; la parola chiave è “prima”: che cosa viene prima: l´amore per la famiglia, o l´amore per il Signore? Sarà forse questione di accenti, ma riconoscere un primato, un privilegio all´amore per Gesù, significa salvaguardare, o addirittura conquistare quella libertà personale, della quale san Paolo ci parla oggi, necessaria a scegliere Cristo senza esitazioni, né ripensamenti. E Dio solo sa quanti sono coloro che decidono di assecondare l´impulso della vocazione, e poi tornano indietro, si scoraggiano,... motivando questo loro ripensamento con i legami familiari. Perché, vedete, Dio non ha nulla contro l´amore per la famiglia... Casomai è il contrario: in nome di un certo modo di concepire gli affetti familiari, non è raro che un genitore, oppure l´intera famiglia si schieri contro la decisione di un figlio di spendersi, di realizzarsi seguendo a tempo pieno l´ideale cristiano. Sotto giudizio, non è l´Amore di Dio per noi, ma l´amore di famiglia, quel sentimento profondo - talvolta troppo profondo! - e non sempre ordinato ad una reale crescita dei figli in termini di autonomia, capacità affettiva, coraggio nell´assumersi la responsabilità della propria vita,... Il vincolo di famiglia può diventare un comodo alibi su entrambi i fronti, per nascondere - e manifestare senza freni inibitori - egoismo, presunzione, fragilità e paura: egoismo e presunzione da parte dei genitori; fragilità e paura da parte del figlio; egoismo e presunzione di sapere che cosa è bene e che cosa è male per il proprio figlio e imporglielo in nome dell´amore - maledetti ricatti affettivi! -; fragilità e paura di perdere la sicurezza del nido familiare; fragilità e paura di fare un passo falso, di prendere una decisione sbagliata e di doversene poi pentire... Alla fine, tocca pure sopportare battutine del tipo: “Io te l´avevo detto!”, “Io lo sapevo che finiva così!”... È vero, chi manifesta fragilità e indecisione come queste non è adatto per il regno di Dio! Gesù ci dà un esempio forte e chiaro di come si affronta la propria vocazione: guardandola bene in faccia, camminando a muso duro incontro alla vita. Ricordate ciò che accadde alla moglie di Lot, quando, in fuga col marito da Sodomia e Gomorra in fiamme, si fermò a guardare lo spettacolo impressionante che si stava consumando alle sue spalle, nonostante l´avvertimento ricevuto da Dio di non voltarsi indietro. Ebbene, venne trasformata in una statua di sale (cfr. Gn 19,26). Ecco un esempio particolarmente significativo che la Bibbia ci lascia, per farci capire quali danni produce l´indugiare sulle proprie scelte, il tergiversare, lo sguardo rivolto al passato,... Concludo con un ultima citazione, questa volta tratta dalla lettera di san Paolo ai cristiani di Filippi: “Fratelli, io non ritengo ancora di essere giunto alla perfezione. Questo solo so: dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la mèta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.” (Fil 3,14-15). Il coraggio e la determinazione di Paolo siano per tutti noi di esempio: la sua intercessione un aiuto. E così sia!

Domenica 23 giugno 2019      notizia del 22/06/2019

Commento della domenica: Santissimo Corpo e Sangue di Cristo ( Lc 9,11-17): Gesù si fa cibo per tutti affinché ognuno di noi divenga aiuto per i fratelli e sorelle che si si trovano nella necessità La Messa di oggi parla di sè: ricorre infatti la "Solennità del Corpo e Sangue di Cristo", più nota col precedente nome latino di "Corpus Domini", che richiama l´istituzione dell´Eucaristia (seconda lettura, 1Corinzi 11,23-26). Nel cuore della fede si insinua però anche un dato sociologico: lo ricorda chiaramente il vangelo (Luca 9,11-17), narrando la moltiplicazione dei pani e dei pesci.
 "C´erano circa cinquemila uomini... Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono a sazietà". Il miracolo con cui un giorno Gesù ha sfamato la folla accorsa ad ascoltarlo in un luogo dove non c´era modo di procurarsi cibo, a prima vista si direbbe di scarso rilievo, a confronto dell´incomparabile dono lasciato da Gesù con il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Ma nell´ottica e nell´abituale comportamento di Gesù non è così: a lui interessa l´uomo in ogni sua dimensione, spirituale ma anche fisica, terrena.
 Appena prima di compiere il prodigio, dice il vangelo, il Signore si era dedicato "a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure". Preoccupandosi di risanare i malati e sfamare la folla, egli ha formulato nei fatti un insegnamento perenne. Primo, non è certo volontà di Dio, se gli uomini soffrono di malattia o di fame, se non possono condurre una vita serena, dignitosa e sicura. Secondo, tutti, e particolarmente quanti si dicono cristiani, devono impegnarsi a beneficio di chi si trova in difficoltà. Circa la fame, il pensiero va ai milioni di bambini che per questo muoiono, agli innumerevoli adulti debilitati dal non avere cibo a sufficienza e perciò facile preda di malattie. Da sempre i cristiani sono in prima linea nel soccorso a questi sventurati, senza clamore, senza strombazzarlo sui giornali o alla televisione; pochi sanno quanto fanno in proposito i missionari, quanto qui da noi fanno strutture come le Caritas, quanta generosità di singole persone rimane nell´ombra, nota solo a Dio. 
 C´è poi un risvolto del problema cui spesso non si pensa: tanta fame e povertà nel mondo è quasi sempre frutto di ingiustizia, perché causata da regimi tirannici, o da un colonialismo spietato che, conclusa la fase politica, non è scomparso ma ha solo cambiato volto. Il problema della fame si potrà risolvere soltanto eliminandone le cause profonde, trasformando le strutture politiche ed economiche basate sullo sfruttamento dei più deboli: e anche in questo ambito i cristiani sono chiamati a fare la loro parte. Pochi conoscono in proposito il paziente lavoro diplomatico dei rappresentanti del papa; tutti possiamo concorrere, ad esempio non comperando quei beni che si sa prodotti facendo lavorare i bambini o adulti tenuti di fatto in schiavitù.
 Ma l´impegno a risolvere questi drammatici problemi non esaurisce il compito dei cristiani. Essi sanno che l´uomo, quand´anche fosse in buona salute e avesse da mangiare a sufficienza e potesse guardare senza troppe preoccupazioni al domani proprio e della propria famiglia, non avrebbe soddisfatto tutte le proprie aspirazioni. Gli rimane un altro vuoto da colmare; nel cuore e nella mente gli urgono altri orizzonti, cui magari non sa dare un nome ma che lo inquietano. La risposta, quella vera, egli non la sa trovare da solo: ecco allora Gesù, che moltiplica il pane per la folla, ma come anticipazione di quell´altro pane che è lui, quello su cui in seguito avrebbe pronunciato le parole al centro della festa di oggi: "Prendete e mangiate, questo è il mio corpo". Del resto in una precedente occasione lui stesso aveva ricordato che "non di solo pane vivrà l´uomo" (Matteo 4,4). C´è anche un pane non materiale, di cui abbiamo bisogno: perciò il grande Agostino ne deduce, per sé e per noi: "Tu ci hai fatto per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te".

Domenica 16 giugno: SS. TRINITA´      notizia del 15/06/2019

Commento alla domenica nella solennità della Santissima Trinità: (Gv 16,12-15 ) La festa titolare della nostra parrocchia e che ci dice che Il rispetto della natura e del creato, opera di Dio, passa attraverso l´amore di tutto ciò che è riflesso dell´amore trinitario La solennità della Santissima Trinità che celebriamo in questa domenica, è la festa che sintetizza tutto il cammino che abbiamo compiuto, spiritualmente, in questo tempo di Pasqua. Il mistero del Dio Uno e Trino. Uno nella natura, trino nelle persone ci rivela quanto è grande l´amore che Dio ha per noi e sul modello di relazioni che intercorrono tra le tre persone divine si devono strutturare i rapporti tra i credenti e tra tutti gli esseri viventi, come pure la stessa creazione, di cui Dio è autore. E poi sul tema della creazione che la prima lettura ed il salmo responsoriale ci fanno riflettere e meditare, per cogliere in essi il messaggio biblico di gratitudine a Dio creatore. Il libro della Sapienza ci ricorda, infatti, parlando di se stessa, di quella sapienza che viene dal cielo e che si è incarnata nel Verbo fatto uomo, che «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all´origine. Dall´eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata”. Tutto quello che è stato poi avviato all´essere e all´esistenza, trova ragion d´essere proprio nell´azione creatrice di Dio, che come ci ricorda la dottrina cattolica, egli ha fatto tutto dal nulla. Un inno alla bellezza del vertice della creazione che è l´essere umano, ci viene, poi, dal salmo responsoriale, tratto dal salmo 8, in cui incontriamo queste espressioni di lode a Dio, per tutto quello che noi, esseri umani siamo e per quello che ci circonda e vediamo con i nostri occhi e percepiamo con i nostri sensi: “Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato”. E poi l´interrogativo di senso, quello su cui tutti noi esseri mortali dobbiamo riflettere: “Che cosa è mai l´uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell´uomo, perché te ne curi?” E qui troviamo la risposta alla nostra dignità di persone umane, che non hanno una localizzazione o identificazione geografica o storica, ma ha attinenza con l´essere umano nella sua essenzialità: “Davvero l´hai fatto poco meno di un Dio, di gloria e di onore lo hai coronato. Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi”. E´ l´essere umano posto da Dio stesso al vertice della creazione, che deve rispettare e proteggere e non certamente distruggere, come purtroppo sta avvenendo nella nostra cultura e nel progresso illimitato che porta a violare costantemente l´ambiente naturale. Il rispetto della natura e del creato, opera di Dio, passa attraverso l´amore di tutto ciò che è riflesso dell´amore trinitario che circola all´interno e al di fuori delle relazioni tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Con grande afflato spirituale ce lo ricorda l´apostolo Paolo nella sua lettera ai Romani, seconda lettura di questa solennità della Santissima Trinità, nella quale troviamo queste espressioni: “giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l´accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio”. Essere uniti in Cristo, in comunione con Dio e con il fratelli, mediane la docilità allo Spirito Santo, nonostante le tante difficoltà che la vita ci presenta: “Ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l´amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato”. Il credente non si lascia abbattere dai problemi dell´esistenza, fossero anche quelli più seri, ma ha sempre uno sguardo proiettato l´oltre, nell´al di là, fondato sulla speranza che è l´energia motrice per camminare nella vita. In questo discernimento del gusto di amare, attimo per attimo, la vita e di assaporare la gioia dell´esistenza, ci viene in aiuto il testo del vangelo di Giovanni inserito nella solennità della Santissima Trinità e che, come discepoli di Gesù, allo stesso modo dei apostoli, facciamo nostro e mettiamo in pratica: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». Noi siamo in ascolto dello Spirito per capire il senso della nostra vita e per agire di conseguenza, in attesa di godere per sempre della visione beatifica di Dio, quando lo vedremo faccia a faccia, nel Regno dei Cieli e dove il mistero trinitario, inspiegabile con i ragionamenti umani e con la limitatezza del nostro pensiero, sarà chiaro, comprensibile e luminoso per l´eternità, in ogni parte ed elemento che ne costituisce, teologicamente, l´affermazione dottrinale, risalente al Concilio di Nicea del 325, perché sarà l´amore di Dio Uno e Trino a motivare la nostra comprensione di tutto e per sempre. Tutto, infatti, avrà un termine, come la fede e la speranza, mentre la carità sarà in eterno, perché Dio è amore, nell´unità della sua natura e nella perfettissima comunione tra le tre divine persone.

DOMENICA 9 GIUGNO 2019      notizia del 08/06/2019

Commento alla Domenica Pentecoste (Anno C) - Gv 14,15-16.23-26: siamo sempre alla scuola di Dio avendo come insegnante lo Spirito Santo Dopo aver celebrato l´Ascensione di Gesù al cielo, ecco oggi la solennità della Pentecoste, che celebra l´episodio riferito nella prima lettura (Atti 2,1-11), cioè la visibile discesa dello Spirito Santo sugli apostoli e gli altri primissimi amici del Risorto. Gesù "sale", lo Spirito "scende": questi verbi spaziali non sono da prendere alla lettera: esprimono semplici convenzioni; sono soltanto un modo umano di designare la distinzione tra la realtà visibile e quella trascendente. Sottintendono tuttavia un rapporto tra i due mondi, che non si limita ai fatti eccezionali celebrati domenica scorsa e oggi: per la fede cristiana il rapporto è abituale, quotidiano; da un lato "sale" a Dio la fiduciosa preghiera degli uomini, e dall´altro "scende" su di loro in varie forme la costante benevolenza divina.
 Oggi dunque i cristiani, oltre al fatto appena ricordato, indirettamente celebrano il dono dello Spirito che nella sua infinita bontà Dio continua a elargire a tutti, attraverso il battesimo, la cresima e ogni altro sacramento. A tutti, come ricorda Paolo scrivendo ai cristiani di Roma (seconda lettura; Romani 8,8-17). 
 La presenza dello Spirito Santo tra gli apostoli e poi tutti i cristiani, cioè nella Chiesa, è fondamentale, e per questo le sacre Scritture ne parlano ripetutamente. Domenica scorsa abbiamo sentito che prima di ascendere al cielo Gesù ha raccomandato agli apostoli di restare a Gerusalemme sino a quando non avessero ricevuto quel dono. Ma già in precedenza egli l´aveva annunciato e spiegato: ne è esempio il vangelo di oggi (Giovanni 14,15-26), tratto dai discorsi rivolti da Gesù agli apostoli durante l´ultima cena: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto".
 Sono parole molto eloquenti. Anzitutto Gesù chiama lo Spirito con un nome che dichiara il suo ruolo presso gli uomini: Paràclito significa amico, consigliere, difensore, consolatore. Dice poi che lo Spirito è dono di Dio Padre, elargito su richiesta di Gesù e per i suoi meriti: il dono è dunque un frutto della Pasqua. Inoltre Gesù parla di uno dei ruoli che lo Spirito svolge: insegnare e ricordare. I vangeli, le lettere di Paolo e insomma tutta quella parte della Bibbia che chiamiamo Nuovo Testamento raccoglie quanto i primi cristiani, sotto la guida dello Spirito Santo, ricordavano e avevano capito delle parole e dell´opera di Gesù. Ma la comprensione delle ricchezze racchiuse nell´operato di Gesù non può né potrà mai dirsi conclusa, per due buone ragioni: perché quelle ricchezze sono infinite e dunque inesauribili, e perché hanno un valore perenne, per cui prendono sempre nuova luce col mutare delle situazioni cui vanno applicate. In altri termini: ogni uomo è unico, è irripetibile, ha qualcosa di esclusivamente suo da illuminare con la Parola di Dio; gli uomini nel loro insieme fanno la storia, creando o fronteggiando situazioni ogni giorno diverse, da discernere e orientare secondo la Parola di Dio.
 Dio ha parlato una volta per sempre; lo Spirito Santo guida a recepire il messaggio nel modo giusto, per tradurlo al meglio nella realtà in continua mutazione. Concretamente, tuttavia, ci si può chiedere chi e come può comprendere quale sia la volontà di Dio nelle diverse circostanze, e in proposito la risposta non manca. Il primato è della coscienza, che sa capire e valutare e decidere tanto più e meglio quanto più e meglio conosce l´immutabile Parola di Dio (da qui la necessità per i cristiani di familiarizzarsi con la Bibbia, senza mai presumere di conoscerla "abbastanza"). Inoltre, nella sua bontà Gesù ha predisposto un aiuto vivente e perenne, in grado di "leggere" la Bibbia come si conviene. E´ questo uno dei compiti della Chiesa, che lo può svolgere perché così ha voluto il suo Fondatore: "Lo Spirito Santo vi insegnerà ogni cosa".

ASCENSIONE del SIGNORE 2/6/19      notizia del 01/06/2019

Commento della Domenica :Ascensione del Signore ( Lc 24,46-53)...dove Gesù si fa più vicino a tutti noi SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Oggi facciamo memoria della Festa dell´Ascensione di Gesù al Cielo. Forse ci saremmo aspettati, alla fine del breve racconto dell´Ascensione, che si evidenziasse l´afflizione degli Apostoli per la partenza ormai definitiva del Maestro. Ma non è così, perché non vi fu tristezza, come racconta Luca, nel suo Vangelo: "Poi li condusse fuori verso Betania, e alzate le mani li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. E gli apostoli, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio, lodando Dio". (Lc. 24, 46-53) C´è una bella differenza rispetto al Venerdì santo, quando erano stati lasciati nella paura e nello smarrimento... come se tutto avesse avuto una fine inaspettata. Non si erano resi conto, e a volte non ce ne rendiamo conto, profondamente, neanche noi, che ‘quella´ era stata la scelta dello stesso Gesù: non era stato crocifisso, ma si era lasciato crocifiggere, dando di propria volontà la vita, estremo atto di amore per noi. Era difficile, per gli Apostoli, capire il trionfo di Gesù sulla croce e la sconfitta dei crocifissori. Ma Gesù, con la sua resurrezione, ha messo fine, ai loro e nostri dubbi: ha cambiato completamente la verità della fragilità nella nostra vita, chiamata ad una gloria, che solo Dio, il Figlio di Dio, poteva conquistare per noi. La resurrezione ha ormai tracciato strade, che possono conoscere l´infinito di Dio. Gesù ‘passa le pareti´, non conosce più spazio né tempo: ci ha aperto la porta della vita eterna. I discepoli ormai sanno che ora il Maestro sarà sempre con loro... e dovremmo saperlo anche noi! L´Ascensione chiude solo l´esperienza terrena di Dio tra noi, ma continua la più grande storia di amore mai scritta o immaginata. E´ il ritorno del Figlio al Padre che, in altro modo, assicura la Sua Presenza, attraverso il dono del Consolatore, lo Spirito Santo. Afferma Papa Francesco: ‘L´Ascensione non indica l´assenza di Gesù, ma ci dice che Egli è vivo in mezzo a noi in modo nuovo; non è più in un preciso posto del mondo come lo era prima dell´Ascensione; ora è nella signoria di Dio, presente in ogni spazio e tempo, vicino ad ognuno di noi. Nella nostra vita non siamo mai soli: abbiamo questo avvocato che ci attende, che ci difende. Non siamo mai soli". Adesso sappiamo che la nostra vita non è un´esperienza di poco conto, senza alcuna speranza nel dopo.... al contrario, anche se può essere o apparire un Calvario, ci conduce ad ascendere con Gesù. Così presentava l´Ascensione di Gesù al Cielo il nostro sempre caro e santo Paolo VI: "L´avvenimento finale della vita di Cristo sulla scena della storia umana, è la sua ammirabile ascensione al Cielo, il suo passaggio da questa terra, da questo nostro mondo, a noi conoscibile, in cui noi siamo immersi come pesci nell´oceano, ad un altro mondo, ad un altro universo, ad un´altra forma di esistenza, della quale abbiamo la certezza, ma ancora scarsa notizia e, forse, nessuna esperienza... Il nostro ricordo di tale avvenimento misterioso e storico ad un tempo, ci fa sentire la nostra solitudine, la nostra condizione di seguaci di Cristo, di credenti in Cristo, di legati a Cristo, rimasti in terra senza la sua visibile presenza. Nasce nei fedeli, privi del rapporto sensibile con Gesù, lo sforzo di comunicare ugualmente con Lui; nasce cioè la ricerca di vincoli che tuttora ci uniscono a Lui; una ricerca che sarà subito ricca di risultati, fino a darci la prova della promessa realizzata di una sua dolcissima parola di commiato: ‘Non vi lascerò orfani, verrò da voi´ e di quell´altra parola solenne, che proclama Cristo presente nei secoli: ‘Ecco io sono con voi fino alla fine del mondo´. E noi vogliamo metterci nei panni degli apostoli, che scomparso Gesù dai loro occhi, se ne tornarono a Gerusalemme, si raccolsero con Maria nel cenacolo in attesa dello Spirito Santo." (maggio 1963) Dovremmo anche noi ritrovare quanto hanno provato gli Apostoli il giorno in cui Gesù salì al Cielo: ‘Tornarono a Gerusalemme con grande gioia´, una gioia che diverrà, con la Pentecoste, forza e capacità di trasmetterla a tutti. Il giorno dell´Ascensione, gli Apostoli sanno ormai - e dovremmo esserne certi anche noi - che Gesù sarà dovunque essi si troveranno. Quando parleranno diranno ‘Parole Sue´; Lo troveranno nel cuore, riempito dalla Sua pace, anche quando saranno arrestati; i loro gesti saranno i ‘Suoi gesti´, per continuare la Sua opera, segno del grande bene che il Padre ci vuole, quella carezza che quotidianamente Dio, se abbiamo fede, ci fa, perché dimentichiamo le frustate dell´indifferenza, della cattiveria e violenza cieca. E per sentirselo ancora più vicino, ogni volta parteciperanno, parteciperemo, all´Eucarestia, lasceranno il posto principale libero, perché a presiedere sia sempre Lui. Con passo deciso, illuminati dalla certezza del nostro futuro con Lui, camminiamo per le strade del mondo, testimoni del Risorto, a ‘predicare´ Lui, salvezza di tutti. Sono venti secoli che questa Presenza divina nella Chiesa si fa strada nella storia, tessendo la vera nostra storia, che non conoscerà più tramonto. Oggi davvero tutti noi, che crediamo, alzando le mani al cielo, indichiamo il Maestro che si eleva su di noi ed è assiso alla destra del Padre, eppure continua a camminare al nostro fianco! Questa è davvero la gioia dell´Ascensione di Gesù al Cielo per noi. Con madre Teresa di Calcutta preghiamo:"Signore, nostro Dio, tu hai dato te stesso per noi. Noi vogliamo essere a tua disposizione per essere tuoi, affinché un giorno possiamo possederti e per ricevere tutto ciò che dai e dare tutto ciò che chiedi, con un sorriso. Prendi ora tutto di noi, perché ti serva di noi come ti piace, senza tentennamenti. Prenditi la nostra volontà e tutta la vita m affinché tu possa compiere le tue opere con le nostre mani, e così un giorno possiamo ascendere in cielo con te. Per sempre."

Venerdì 31 maggio 2019      notizia del 31/05/2019

Buongiorno a tutti . Oggi la Chiesa celebra la VISITAZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA, LA FESTA DEL MAGNIFICAT h.18.15 recita del S.rosario e a seguire la SS. Messa Si celebra il 31 maggio a conclusione del mese mariano. Ricorda la visita che la Madonna fece alla cugina Elisabetta dopo avere ricevuto l´annuncio che sarebbe diventata madre di Gesù per opera dello Spirito Santo. Giovanni il Battista che sussulta nel grembo materno inizia già la sua missione di Precursore Festa del Magnificat, la Visitazione prolunga ed espande la gioia messianica della salvezza. Maria, arca della nuova alleanza, è “teofora” e viene salutata da Elisabetta come Madre del Signore. La Visitazione è l´incontro fra la giovane madre, Maria, l´ancella del Signore, e l´anziana Elisabetta simbolo degli aspettanti di Israele. La premura affettuosa di Maria, con il suo cammino frettoloso, esprime insieme al gesto di carità anche l´annunzio che i tempi si sono compiuti. Giovanni che sussulta nel grembo materno inizia già la sua missione di Precursore. Il calendario liturgico tiene conto della narrazione evangelica che colloca la Visitazione entro i tre mesi fra l´Annunciazione e la nascita del Battista. COSA DICONO I VANGELI? Dopo l´annuncio dell´Angelo, Maria «si mette in viaggio frettolosamente» dice San Luca per far visita alla cugina Elisabetta e prestarle servizio. Aggregandosi probabilmente ad una carovana di pellegrini che si recano a Gerusalemme, attraversa la Samaria e raggiunge Ain-Karim, in Giudea, dove abita la famiglia di Zaccaria. È facile immaginare quali sentimenti pervadano il suo animo alla meditazione del mistero annunciatole dall´angelo. Sono sentimenti di umile riconoscenza verso la grandezza e la bontà di Dio, che Maria esprimerà alla presenza della cugina con l´inno del Magnificat, l´espressione "dell´amore gioioso che canta e loda l´amato" (S. Bernardino da Siena): «La mia anima esalta il Signore, e trasale di gioia il mio spirito...». QUAL È IL SIGNIFICATO? La presenza del Verbo incarnato in Maria è causa di grazia per Elisabetta che, ispirata, avverte i grandi misteri operanti nella giovane cugina, la sua dignità di Madre di Dio, la sua fede nella parola divina e la santificazione del precursore, che esulta di gioia nel seno della madre. Maria rimane presso Elisabetta fino alla nascita di Giovanni Battista, attendendo probabilmente altri otto giorni per il rito dell´imposizione del nome. PERCHÉ È STATA SCELTA LA DATA DEL 31 MAGGIO? Accettando questo computo del periodo trascorso presso la cugina Elisabetta, la festa della Visitazione, di origine francescana (i frati minori la celebravano già nel 1263), veniva celebrata il 2 luglio, cioè al termine della visita di Maria. Sarebbe stato più logico collocarne la memoria dopo il 25 marzo, festa dell´Annunciazione, ma si volle evitare che cadesse nel periodo quaresimale. La festa venne poi estesa a,tutta la Chiesa latina da papa Urbano VI per propiziare con la intercessione di Maria la pace e l´unità dei cristiani divisi dal grande scisma di Occidente. Il sinodo di Basilea, nella sessione del 10 luglio 1441, confermò la festività della Visitazione, dapprima non accettata dagli Stati che parteggiavano per l´antipapa. L´attuale calendario liturgico, non tenendo conto della cronologia suggerita dall´episodio evangelico, ha abbandonato la data tradizionale del 2 luglio (anticamente la Visitazione veniva commemorata anche in altre date) per fissarne la memoria all´ultimo giorno di maggio, quale coronamento del mese che la devozione popolare consacra al culto particolare della Vergine. «Nell´Incarnazione - commentava S. Francesco di Sales - Maria si umilia confessando di essere la serva del Signore... Ma Maria non si indugia ad umiliarsi davanti a Dio perché sa che carità e umiltà non sono perfette se non passano da Dio al prossimo. Non è possibile amare Dio che non vediamo, se non amiamo gli uomini che vediamo. Questa parte si compie nella Visitazione».

DOMENICA 26 MAGGIO      notizia del 25/05/2019

Commento alla VI Domenica di Pasqua Gv 14,23-29: Non si è mai sicuri di amare Dio davvero, se non si ama il prossimo. SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Continua l´insegnamento della scorsa domenica sulle caratteristiche dell´amore cristiano: il Signore ha dettato le sue condizioni e le avvalora dichiarando che chi non ama così, non ama Dio! Su questo aspetto determinante della vita cristiana c´è molta confusione: e anche il comportamento religioso di molti sedicenti cristiani pone drammaticamente la questione del senso di una devozione cristiana che rasenta talvolta il fanatismo, cui non si accompagni la carità verso il prossimo. Non sto pensando all´integralismo di marca islamica, il quale in nome di chissà quale amore per Dio, giunge ad uccidere gli uomini. Mi riferisco a fatti che capitano in casa nostra, nella nostra amata Chiesa cattolica... Fin troppo diffusi i commenti della gente: “Guarda quello, guarda quella, così devoto, così devota, sempre in chiesa,...e poi tratta male i genitori anziani, insulta i colleghi di lavoro, rifiuta gli stranieri,...”. Quasi che si potesse amare Dio e detestare i propri simili. È sempre Giovanni, nella sua prima Lettera, a ritornare sui fondamenti dell´amore cristiano: “Se una dicesse: «Io amo Dio», e odiasse suo fratello. È un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.” (4,20-21). In altre parole, non si è mai sicuri di amare Dio davvero, se non si ama il prossimo. Al contrario, amando il prossimo, chiunque egli sia, stiamo pur certi di amare Dio! “Chi non mi ama, non osserva le mie parole...”, ci ricorda oggi il Signore; il peso di questa sentenza è ancor più rafforzato se la riscriviamo così: chi non osserva le mie parole, non mi ama! Ciascuno di noi faccia un esame di coscienza onesto e non troppo indulgente: di certo troveremo almeno un aspetto del Vangelo che proprio non riusciamo ad accettare, o se pure lo accettiamo in linea di principio, non riusciamo poi a metterlo in pratica. I soliti “Sì, ma...”, “Sì, però...”; una sorta di obbiezione di coscienza... l´invocazione di quelle circostanza eccezionali, che sanno tanto di escamotage per sfuggire ai vincoli della Legge. Non si dice forse che le eccezioni non smentiscono, ma confermano la regola? - che vale per gli altri, naturalmente, ma non per noi! -. Ebbene, quell´aspetto dell´insegnamento di Cristo che proprio non ci va giù, rappresenta l´unità di misura del nostro amore per Dio. Troppo duro? Non intendo gli aspetti marginali del Vangelo... sempre che nel Vangelo ci sia qualcosa che possa definirsi marginale. Nel Vangelo di oggi si menziona la Trinità, nelle persone del Padre, del Cristo e dello Spirito Santo. La teologia di Giovanni stabilisce una gerarchia tra il Padre e il Figlio; del resto, i nomi stessi delle due Persone divine definiscono Colui che viene prima - il Padre - e Colui che è generato - il Figlio, non creato, della stessa sostanza del Padre, come si recita ogni domenica nel Credo -. Non è facile predicare sulla Trinità, distinguendo fra le tre Persone... Nel terzo millennio, ha ancora senso, interessa ancora a qualcuno sapere che il nostro Dio è un Dio Trino: Padre, Figlio e Spirito Santo? Che cosa ne viene alla nostra fede? cambia qualcosa nella nostra vita? Altro esame di coscienza: quale concetto abbiamo di Dio? Sapete quanta gente si professa cristiana, nel senso che viene in Chiesa, invece di frequentare, che so, una moschea, o una sinagoga?... Forse perché di chiese ce ne sono tante e di moschee o sinagoghe, se ne trovano poche... Ma se poi vai a chiedere qualcosa circa gli articoli della fede, apriti cielo! Tutt´al più hanno un´idea vaga di Dio, come Essere Superiore, ma non identificabile con Una Persona... figuriamoci Tre... Basta sentire le risposte alle domande sulla religione dei concorrenti ai giochi a premi televisivi trasmessi in fascia preserale... Meglio cambiare discorso, va´... “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi...” Dunque, la pace di Cristo, la pace cristiana.... Che poi, siamo proprio sicuri che la pace cristiana sia la pace di Cristo? Le polemiche sul concetto cristiano di famiglia, esplose in occasione del recente congresso di Verona, sembra che abbiano gettato non poche ombre su che cosa si intende per “pace nella Chiesa”; un discorso, quello della pace, che chiede di essere ampliato al di fuori dei confini della Chiesa, visto che i cristiani, in forza del battesimo, sono inviati nel mondo a costruire legami di pace, sull´esempio di Cristo, il quale, sulla croce ha riunito tutti i popoli, abbattendo i muri di separazione... Muri che purtroppo rimangono ancora, dentro la Chiesa, intorno alla Chiesa e fuori dalla Chiesa. La comunità dei frati, come tutte le comunità religiose, è abbonata a parecchie riviste di stampo cattolico, che affrontano i più svariati temi teologici, politici, economici,... Ben inteso, leggiamo anche i quotidiani, non solo “l´Osservatore Romano”, o “Avvenire”, o “La voce e il tempo”... Dalla lettura di alcuni articoli riprodotti sulle diverse testate, emergono visioni di quella che dovrebbe essere l´unica Chiesa... Ma non è così! È difficile abbandonare le dinamiche che condizionano le relazioni internazionali, nazionali, cittadine, di quartiere,... per declinare il Vangelo; anche nella Chiesa ci sono i partiti, le lobby di potere, le correnti politiche, gli interessi economici, le distinzioni di classe, le discriminazioni sessuali,... Insomma, un mondo dentro il mondo; o forse, un mondo solo, lo stesso mondo, con le sue leggi che non sono quelle del Vangelo. Il Vangelo rimane ancora una novità, così come dice la parola... nel senso che risulta nuovo alle orecchie di parecchi cristiani, i quali non lo conoscono, perché non lo leggono mai, o quasi mai. Ma (il Vangelo) pare, dico pare, suonare sconosciuto anche alle orecchie di taluni esponenti della gerarchia ecclesiastica. D´altronde, perché stupirsi? Era così anche ai tempi di Gesù, quanto alla reale osservanza della Legge di Mosè. “Nihil novum sub soli!”, niente di nuovo sotto il sole. Domenica prossima celebreremo l´Ascensione del Signore, e quella successiva la Pentecoste dello Spirito Santo: invochiamo il fuoco dello Spirito su questa nostra Chiesa inquieta, ferita, ostinata e dal cuore indurito. Ma non dimentichiamo che la Chiesa siamo in prima istanza noi, individualmente e come comunità. Preghiamo dunque per noi! Il compito della conversione non finisce a Pasqua, ma dura tutta la vita. Questa vita, breve o lunga che sia, è l´unica che abbiamo per contribuire alla costruzione della città di Dio, della nostra felicità, della beatitudine eterna.

DOMENICA 19 MAGGIO 2019      notizia del 18/05/2019

Commento alla V Domenica di Pasqua (Anno ). Gv 13, 31 -Comandamento significa non un obbligo, ma il fondamento del destino del mondo e della sorte di ognuno SS. Messe h. 9.00 - 10.30- 12.00 - 19.00 “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri.” Quante volte abbiamo ascoltato queste parole! sono così conosciute che neanche ci facciamo più caso. Eppure, ragionando con la logica umana, dovrebbe immediatamente saltare all´occhio una particolarità che non è secondo la logica umana. Provate a farci caso: se A dice a B: “io ti amo così; dunque...” Dunque ci si aspetterebbe che A chiedesse a B di essere riamato con eguale amore. È naturale, in un rapporto di coppia, che all´amore di uno, corrisponda una risposta di amore dell´altro, in nome di quella reciprocità tipica della relazione tra due partners. Analogamente si può dire per la stima che un maestro nutre per i suoi discepoli, dai quali il maestro si attende altrettanta stima nei propri confronti. Invece Gesù cambia per così dire le frecce di direzione... L´amore verso di Lui, l´amore che si attende dagli apostoli, e per i quali sta per dare la vita, non è diretto verso di Lui... o, meglio, chi lo vuole amare deve impegnarsi a servire il prossimo, colui, colei, coloro che gli stanno accanto. Ciò che Gesù comanda ai suoi prima di salire in croce, lo esigerà la domenica di Pasqua, da Maria Maddalena, la prima che lo incontrerà e lo riconoscerà dopo la risurrezione: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre, ma va´ dai miei fratelli....”. Circa vent´anni fa, la regista americana Mimi Leder realizzò un film con un cast di attori stellare, che uscì in Italia con il titolo “Un sogno per domani”, sottotitolo: “Passa il favore”: la pellicola tratta da un romanzo di Lesile Dixon, racconta la storia di Trevor, un ragazzino di dieci anni, molto intelligente, che conduce un´esistenza difficile con la madre, ex alcolizzata, in un modesto quartiere di Las Vegas. La donna lavora come cameriera di giorno e come ballerina in un locale per soli uomini la notte. Il padre, violento e con problemi di alcolismo anche lui, è sempre assente. Trevor vive una sorta di confuso idealismo - del resto è poco più che un bambino, e ai bambini piace sognare, scambiando talvolta il sogno per la realtà -. Un giorno, entra in classe il nuovo insegnante di scienze sociali, il quale, per rompere il ghiaccio con gli alunni, propone di scrivere un tema dal titolo: Che cosa vuole il mondo da noi? Da quell´istante Trevor concepisce un progetto per cambiare il mondo in meglio: (il progetto) consistere nel compiere una buona azione a tre persone diverse, chiedendo in cambio non un favore nei suoi confronti, ma che facciano un favore ciascuna ad altre tre persone. Mai avrebbe creduto, questo ragazzino, di avviare un movimento riassumibile con lo slogan “passa il favore”, che in pochi mesi si diffuse a ragnatela in tutto lo Stato, tanto da smuovere la stampa e la televisione... Non vi voglio dire come va a finire... guardatelo e fatelo vedere ai vostri figli. Non ve ne pentirete. Il cap. 25 del Vangelo di Matteo presenta la famosa pagina in cui Gesù insegna ai suoi come guadagnare la vita eterna: chi farà del bene a un povero, a un malato, a un carcerato, a uno straniero... l´avrà fatto a Lui, e non perderà la ricompensa finale. Questo è il modo singolare, cioè cristiano, di amare Gesù così come Lui ha amato noi. Non ci è possibile amare Dio direttamente, senza passare attraverso l´amore umano; non perché Dio ce lo impedisca, ma perché noi non siamo capaci di amarlo senza mediazioni, ma solo attraverso l´amore per il prossimo. Questo sì, siamo in grado di farlo, anche se molti non ci credono. In verità chi non ama il prossimo, non è perché non ci riesce, ma perché non vuole. Ecco il motivo per il quale, nel cap.25 di Matteo, le condizioni per la nostra salvezza sono tutte riassunte nell´amore vicendevole e del prossimo. Dio non pretende da noi ciò che non siamo capaci di fare. Del resto, come potrebbe ignorare le nostre reali doti affettive? Ci ha fatti Lui così! E ce ne dà la prova in quell´altrettanto famoso dialogo con Pietro, all´indomani della risurrezione, quando gli chiede: “Simone di Giovanni, mi ami tu?”; e questi risponde: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene!”. In quel momento, Pietro non sa amare il suo Maestro più di così... e Gesù non lo esige, anzi, abbassa (Lui) l´asticella, per scendere al livello dell´apostolo, fino a quando Pietro non sarà pronto ad amarlo come Cristo ha amato lui. Pochi versetti dopo la pagina che abbiamo appena ascoltato, Pietro chiede a Gesù: “«Signore, dove vai?». Gli rispose: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi.». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? in verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m´abbia rinnegato tre volte.»” (Gv 13, 36-38). E neppure dopo la risurrezione di Gesù, Pietro sarà in grado di rendergli l´amore manifestato sulla croce. Ma il Maestro di Nazareth gli annuncia che quel momento verrà... Il 13 ottobre dell´anno 64, il Principe degli apostoli ricevette la corona del martirio, e donò la sua vita per amore di Cristo... lo amò finalmente con tutto se stesso, come Lui, Cristo, lo aveva amato. Forse a noi non sarà dato il privilegio di amarlo, donando la vita... Tuttavia, e questo vale per tutti, per tutti, non diamo troppo per scontato che la capacità di amare Dio e i fratelli non possa andare oltre le attuali possibilità. L´unica cosa che possiamo dire è che oggi, più di così non siamo capaci - ma sarà poi vero? -. Domani, chissà? Nessuno è in grado di prevedere il futuro... Le situazioni cambiano, le circostanze e le persone pure... Amare nel nome di Cristo è difficile... Ci vuole tanto coraggio per amare senza egoismo, in modo rispettoso e mai possessivo... Soprattutto ci vuole coraggio per vincere la tentazione di fare preferenze di persona. Leggete il capitolo 10 degli Atti degli Apostoli: scoprirete che anche in questo - nell´amare senza fare distinzioni di persona - san Pietro ci è di esempio.

Domenica 12 maggio 2019      notizia del 11/05/2019

Commento alla IV Domenica di Pasqua ( Gv 10,27-30): Attenzione ´individualismo, il ‘fai da te´ dilagate rischiano di minare l´unità della Chiesa voluta da Cristo SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Questo breve passo del Vangelo di Giovanni potrebbe sembrare l´espressione delicata e tenera dell´amore di Cristo per i suoi fedeli... In verità non è per niente delicata, tantomeno tenera! Andate a leggervi l´intero capitolo 10: siamo al culmine della polemica tra Gesù e i capi dei Giudei. A queste parole del Signore coloro che lo avevano interrogato se fosse lui il Cristo, “portarono di nuovo delle pietre per lapidarlo. Gesù rispose loro «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del padre mio; per quale di esse mi volete lapidare?». Gli risposero: «non ti lapidiamo per un´opera buona, ma per la bestemmia e perché tu che sei un uomo, ti fai Dio». (...) Cercavano di prenderlo di nuovo, ma egli sfuggì dalle loro mani.”. (10,31-39). Nonostante il clima rovente e il pericolo reale che sta correndo annunciando la Parola della Salvezza, il Signore intende rassicurare quei pochi discepoli ancora rimasti al ascoltarlo, che il loro rapporto con Lui non è in pericolo, anzi: alle sue pecore, a loro, a noi, Gesù dà la vita eterna, la sua stessa vita. Potete immaginare quale effetto faceva alla prima e seconda generazione di cristiani leggere queste parole del Signore, in piena stagione delle persecuzioni. Trecento anni sarebbero dovuti trascorrere prima che l´Editto di Costantino (314 d.C.) trasformasse il cristianesimo, da religio illecita in licita. “Il padre mio è il più grande di tutti...”: Giovanni scrive in un´epoca in cui il mercato religioso offriva molti prodotti interessanti, che attiravano le masse, ma intercettavano anche i gusti dei palati più raffinati. E, secondo quanto accade nel mercato, anche in quello religioso c´era molta concorrenza; e ce n´è ancora oggi, di concorrenza, tra movimenti, chiese, confessioni, devozioni popolari. Son passati più di vent´anni da quando, in occasione dell´Assemblea ecumenica europea di Gratz, i rappresentanti delle diverse confessioni cristiane ivi riuniti decisero di archiviare per sempre la parola ‘proselitismo´; eppure, lo ripeto, la concorrenza è ancora notevole, specie oggi che i fedeli son diminuiti e ci tocca pure contenderceli. Sapete come certi movimenti spirituali in seno alla Chiesa chiamano noi che frequentiamo la parrocchia,? I “parrocchiosi”... Non mi sembra proprio un complimento... e suona pure male. In alcune importanti città degli Stati Uniti i luoghi di culto delle diverse confessioni sorgono tutti lungo un´unica strada - io li ho visti in alcuni documentari -, allineati, l´uno dopo l´altro, come le bancarelle di frutta e verdura di un mercato rionale, o i negozi di alta moda di Via Montenapoleone di Milano o via Dei Condotti a Roma È vero, non c´è nulla di più delicato e variegato della sensibilità spirituale; sacrosanto il diritto individuale di cercare la scarpa giusta per il proprio piede, al supermercato dello spirito... Tuttavia, il rispetto per le esigenze spirituali di ciascuno, non può compromettere l´unità della Chiesa! Quell´unico gregge sotto un solo Pastore che il Signore ha promesso, sigillando questa promessa col suo sangue, rimane sullo sfondo... speriamo non sia un´utopia! È un fatto purtroppo abbastanza evidente che la Chiesa possiede diverse anime, tante quante sono le realtà che operano all´interno della stessa. E tra queste entità, tra queste diverse anime, non c´è coesione; i cuori non battono all´unisono... anzi, ci si guarda con sospetto - uso un eufemismo benevolo! -. Ci si stima a parole, forse, ma nei fatti c´è più che una naturale, umanissima, diffidenza... Sembra di vedere certi fratelli, talmente diversi e poco compatibili tra loro, al punto da suscitare il dubbio che siano figli dello stesso padre e di un´unica madre... L´individualismo, il ‘fai da te´ dilagano anche nello sconfinato universo dello Spirito. Non sono rari, poi, i casi di sedicenti cristiani che confessano senza alcun imbarazzo di non seguire un´unica scuola di pensiero, un´unica Chiesa; ma volano di fiore in fiore, utilizzando elementi selezionati dal cattolicesimo, dai Protestanti, shekerati a pratiche yoga, massime di santoni indiani, abitudini alimentari, palestra, e altro ancora. Se è vero che dai frutti si riconosce l´albero (cfr. Mt 7,16), ascoltando le professioni di fede di certi movimenti cattolici, per non parlare di taluni predicatori, che diffondono il Verbo dai canali radiotelevisivi, viene da chiedersi, se il Dio in cui credono sia davvero l´unico Dio di Gesù Cristo... Del resto, anche Gesù era un Giudeo Israelita; eppure, quale differenza tra il Dio che Lui annunciava in parole e in opere, e quello dei Maestri della Legge, con tanto di diploma! Questione di accentuazioni? Molto più che semplici accentuazioni! Capiamo tutti che differenza fa, parlare di Dio, in termini di giustizia celeste, giudizio finale, Novissimi,... oppure presentando l´icona del Padre misericordioso raccontata da san Luca al capitolo 15 del suo Vangelo. Pensiamo ancora che sia solo questione di accentuazioni? Il recente congresso internazionale sulla famiglia svoltosi a Verona, rappresenta un marker significativo di quante identità sedicenti cristiano-cattoliche ci siano oggi in Italia e non solo, l´una contro l´altra armate... Dobbiamo pregare, e tanto, per la pace all´interno della Chiesa! Ma noi, sta pace, la vogliamo sul serio? In una Chiesa fortemente politicizzata come quella italiana, ove le dinamiche relazionali tra le diverse entità, sono simili a quelle tra i partiti al governo e all´opposizione; ove non mancano neppure le cosiddette lobby di potere; la volontà di costruire la pace profuma molto, troppo, di moralismo ipocrita. Difficile concludere la presente riflessione con una nota di speranza. Tantovale chiudere qui, lasciando che siano i testi liturgici a parlare... Per fortuna, le preghiere eucaristiche, almeno queste, contengono più di una invocazione della pace. Ascoltiamole con attenzione; anzi, uniamoci spiritualmente al sacerdote che proclama a nome di tutti i fedeli la grande orazione che segue la professione di fede: “Credo in un solo Dio...”

MERCOLEDI´ 08 MAGGIO 2019      notizia del 08/05/2019

LA DEVOZIONE ALLA MADONNA DEL ROSARIO, NATA DA UN ANTICLERICALE Oggi,in chiesa, alle h. 12.00 supplica alla Madonna di Pompei La Vergine del Rosario si festeggia l´8 maggio e il 7 ottobre perché alla sua intercessione fu attribuita la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani nel 1571 a Lèpanto. A fondare il Santuario di Pompei fu un avvocato anticlericale e dedito allo spiritismo, Bartolo Longo, che si convertì per dedicarsi ai poveri "PREGATE CON IL ROSARIO CONTRO IL DEMONIO" GLI ARTICOLI DEL DOSSIER La Madonna del Rosario di Pompei si festeggia il 7 ottobre e l’8 maggio con la recita della Supplica solenne. Il culto verso la Vergine è molto antico e risale all’epoca dell’istituzione dei domenicani (XIII secolo), i quali ne furono i maggiori propagatori. Alla protezione della Vergine del Rosario, inoltre, fu attribuita la vittoria della flotta cristiana sui turchi musulmani, avvenuta a Lepanto nel 1571. A seguito di ciò il papa Pio V (1504-1572), istituì dal 1572 la festa del Santo Rosario, alla prima domenica di ottobre, che poi dal 1913 è stata spostata al 7 ottobre. Il culto per il Rosario ebbe un’ulteriore diffusione dopo le apparizioni di Lourdes del 1858, dove la Vergine raccomandò la pratica di questa devozione. La Madonna del Rosario, ebbe nei secoli una vasta gamma di raffigurazioni artistiche, quadri, affreschi, statue, di solito seduta in trono con il Bambino in braccio, in atto di mostrare o dare la corona del rosario; la più conosciuta è quella in cui la corona viene data a Santa Caterina da Siena e a San Domenico di Guzman, inginocchiati ai lati del trono. BARTOLO LONGO, DA ANTICLERICALE ALLA CONVERSIONE Ma il vero apostolo della devozione alla Vergine di Pompei è il beato Bartolo Longo, un avvocato acceso anticlericale nato in Puglia il 10 febbraio 1841. Di temperamento esuberante, da giovane si dedicò al ballo, alla scherma e alla musica; intraprese gli studi superiori in forma privata a Lecce; dopo l’Unità d’Italia, nel 1863, si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli. Fu conquistato dallo spirito anticlericale che in quegli anni dominava nell’Ateneo napoletano, al punto da partecipare a manifestazioni contro il clero e il papa. Dubbioso sulla religione, si lasciò attrarre dallo spiritismo, allora molto praticato a Napoli, fino a diventarne un celebrante dei riti. La sua vita ebbe allora una svolta totale, dopo una notte di incubi, egli si rivolse al Prof. Vincenzo Pepe. Pepe, suo compaesano e uomo molto religioso, fu per lui un vero amico, e lo inviò alla direzione spirituale di Padre Radente appartenente all´ordine dei Domenicani. Padre Radente dopo poco tempo riuscì a farlo aggregare al Terzo Ordine di San Domenico. LE OPERE DI CARITÀ DOPO L´INCONTRO CON LA CONTESSA DE FUSCO Nel 1864 si laureò in giurisprudenza, tornò al paese natìo, abbandonò la professione di avvocato, si prodigò in opere assistenziali, fece voto di castità seguendo anche le indicazioni del venerabile Emanuele Ribera redentorista che gli aveva preannunciato una probabile alta missione da compiere per la cristianità. Per seguire questa vocazione ad aiutare i bisognosi, tornò a Napoli dove conobbe il futuro beato Ludovico da Casoria e la futura santa Caterina Volpicelli. Nella Casa Centrale che la Volpicelli aveva aperto a Napoli, Bartolo conobbe la contessa Marianna Farnararo De Fusco, donna impegnata fortemente in opere caritatevoli ed assistenziali. Questa nel 1864 era rimasta vedova del conte Albenzio De Fusco di Lettere (Italia), i cui possedimenti si estendevano anche nella Valle di Pompei. Alla contessa, vedova di soli 27 anni con cinque figli in tenera età, serviva un amministratore per i beni De Fusco, nonché un precettore per i figli. Fu così che Bartolo accettò di stabilirsi in una residenza dei De Fusco per assolvere a tali compiti. Questa conoscenza segnò una svolta fondamentale nella vita di Bartolo Longo, poiché egli ne divenne l´inseparabile compagno nelle opere caritatevoli. Tale amicizia tuttavia diede luogo a parecchie maldicenze, per cui dopo un´udienza da Papa Leone XIII, i due nel 1885 decisero di sposarsi, con il proposito però di vivere come buoni amici, in amore fraterno, come avevano fatto fino ad allora. Il matrimonio fu celebrato senza gli atti civili e le pubblicazioni di rito. La contessa De Fusco era proprietaria di terreni ed abitazioni nel territorio di Pompei e Bartolo Longo come amministratore si recava spesso nella Valle; vedendo l’ignoranza religiosa in cui vivevano i contadini sparsi nelle campagne, prese ad insegnare loro il catechismo, a pregare e specialmente a recitare il rosario. Una pia suora Maria Concetta de Litala, gli donò una vecchia tela raffigurante la Madonna del Rosario, molto rovinata; restauratala alla meglio, Bartolo Longo decise di portarla nella Valle di Pompei e lui stesso racconta, che nel tratto finale, poggiò il quadro per trasportarlo, su un carro, che faceva la spola dalla periferia della città alla campagna, trasportando letame, che allora veniva usato come concime nei campi. Il 13 febbraio 1876, il quadro venne esposto nella piccola chiesetta parrocchiale, da quel giorno la Madonna elargì con abbondanza grazie e miracoli; la folla di pellegrini e devoti aumentò a tal punto che si rendeva necessario costruire una chiesa più grande. Bartolo Longo su consiglio del vescovo di Nola, iniziò il 9 maggio 1876 la costruzione del tempio che terminò nel 1887. Il quadro della Madonna, dopo essere stato opportunamente restaurato, venne sistemato su un trono; l’immagine poi verrà anche incoronata con un diadema d’oro, ornato da più di 700 pietre preziose, benedetto da papa Leone XII.

DOMENICA 05 MAGGIO 2019      notizia del 04/05/2019

Commento alla III Domenica di Pasqua Gv 21,1-19 : Se mi ami seguimi, dice Gesù In questa 3ª domenica di Pasqua l´evangelista Giovanni ci presenta un gruppo di apostoli incompleto, solo 7 su 11: «Si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Didimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedeo e altri due discepoli». Pietro è il leader, che decide di andare a pescare da solo: «Io vado a pescare», ma gli altri lo seguono: «Veniamo anche noi con te». L´evangelista prosegue scrivendo che: «quella notte non presero nulla». Perché la pesca è vana? Perché Gesù aveva detto: «Senza di me non potete far nulla» (cf Gv 15, 5). Ciò significa che non basta che sia Pietro a guidare la pesca, occorre che ci sia anche il Signore. Non è Pietro, dunque, che salva ma Cristo che salva tutti coloro che si fidano e si affidano a lui. Quindi, dopo una notte di inutile fatica, all´alba Egli si accosta al piccolo gruppo di pescatori e ribalta la loro deludente situazione. I discepoli non sanno riconoscerlo, poiché sono ancora avvolti dalle tenebre dell´incredulità. Nonostante ciò accolgono l´invito di Gesù il quale dice: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». Il risultato della loro pronta obbedienza è che «non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci». È allora che il discepolo amato grida: «È il Signore!». Udita questa confessione di fede sgorgata da un cuore che ama, Pietro si sente pervaso di vergogna, e, stringendosi «la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, si gettò in mare», mentre gli altri raggiungono la riva sulla barca. Giovanni scrive che: «Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane». Gesù, prosegue l´evangelista, disse loro: «Portate un po´ del pesce che avete preso ora». Giovanni, scrutando in profondità l´episodio della pesca miracolosa, annota un particolare: «la rete era piena di centocinquantatré grossi pesci». Il numero centocinquantatré, nel mondo greco-romano, era il totale di tutte le specie di pesci allora ritenute esistenti. Giovanni, dunque, ci ricorda che la Chiesa è chiamata a raccogliere tutti i popoli nella fede, usando soltanto la forza dell´umiltà e dell´obbedienza alla parola del Risorto. Il nostro apostolato deve confrontarsi continuamente con questo insegnamento. Chiediamoci allora: siamo sempre obbedienti e docili alla parola del Signore? Il nostro apostolato lo svolgiamo con umiltà o con superbia? Al termine del pasto in cui il Signore Gesù si è fatto nuovamente servo dei suoi discepoli, egli si rivolge a Pietro chiamandolo con il nome che questi aveva prima della vocazione. E lo fa ponendogli una precisa domanda: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Il Risorto non lo sta rimproverando, ma gli sta dando la possibilità di riscattare il triplice rinnegamento, perché non rimanga nessun residuo di senso di colpa. Per tre volte, infatti, Pietro aveva negato di conoscere Gesù, e ora per tre volte il Signore lo interroga, al punto che Pietro, addolorato per questa insistenza, gli risponde: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gesù allora lo riabilita, chiamandolo per tre volte a essere pastore delle sue pecore: «Pasci le mie pecore». Il rinnegamento, dunque, è avvolto dalla misericordia, e Simone torna a essere Pietro, la Roccia della Chiesa. La storia dei Papi, che sono i successori dell´umile pescatore di Galilea, va letta sempre alla luce di questo illuminante episodio e di queste decisive parole di Gesù. Il Signore, mentre conferma Pietro nel primato, gli ricorda con quale spirito deve esercitare l´autorità nella Chiesa. Comandare significa amare e servire, per questo Pietro è il «servo dei servi di Dio» e noi dobbiamo amarlo per questo e dobbiamo aiutarlo ad amare sempre di più, affinché il suo servizio, voluto da Gesù, sia luce per la Chiesa e per il mondo. Infine il Risorto rivela a Pietro il futuro che lo attende: «Quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Ebbene sì, Pietro glorificherà Dio accettando di essere condotto là dove non avrebbe voluto: al martirio, quando verserà il sangue per attestare la sua fedeltà a Cristo. E così risuona per lui ancora una volta la chiamata originaria del Signore: «Seguimi». Chiediamo a Dio Padre misericordioso, affinché accresca in noi la luce della fede per poter proclamare davanti a tutti che Gesù, il Risorto, è il Signore

DOMENICA 28 APRILE 2019      notizia del 27/04/2019

Commento alla II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia: Gv 20,19-31: Tommaso non è l´ateo miscredente: è "l´incredulo" sbalordito e meravigliato dalla potenza della resurrezione SS. Messe h. 9.00 - 10.30 - 12.00 e 19.00 Mi sono chiesto come la Chiesa nascente potesse essere così piena di entusiasmo, di freschezza, di voglia di evangelizzare, se in realtà la prima reazione di fronte all´annuncio della resurrezione fu di scetticismo, di paura, di chiusura, cose ben simboleggiate da quelle "porte chiuse per paura dei Giudei"... come è possibile una voglia così grande di sentirsi Chiesa, al punto che - ci dicono gli Atti degli Apostoli - "venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e donne"? Certo, la risposta è immediata e semplice: tra "il primo giorno della settimana" vissuto a porte chiuse, e quei giorni passati nel tempio sotto il portico di Salomone c´è stata la Pentecoste, con tutto ciò che è significata, con quel vento che si abbatte impetuoso sulla stanza dov´erano radunati e le lingue di fuoco che permettono loro di parlare in tutte le lingue. Ma non fu così immediato e semplice capire che era opera dello Spirito Santo: potente finché vuoi, ma sempre molto misterioso e incomprensibile rispetto al Maestro, a Gesù. Quello sì, i discepoli vorrebbero sempre vederlo, invece di rassegnarsi a saperlo salito al Padre una volta per sempre... Vederlo risorto, è la soddisfazione più grande, è una gioia incontenibile, è qualcosa che non è capitato a tutti quelli che l´hanno visto morto, ma solo "a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti", per citare ancora un passo di Atti. Certo, il Risorto ha fatto visita ai suoi, e l´ha fatto in un modo tutto particolare. L´ha fatto "il primo giorno" della settimana, così come "il primo giorno" Dio creò il cielo e la terra, perché dopo che lui, con la sua morte, ha fatto nuove tutte le cose, ora con la resurrezione si ricomincia da capo. Si ricomincia a partire dall´accettazione che quel Cristo che ora vediamo risorto, forte, glorioso, capace di passare anche attraverso le porte chiuse del nostro cuore, è lo stesso Cristo che era morto in croce, abbandonato e reietto dagli uomini, ultimo tra i malfattori: per questo mostra loro le mani e i piedi forati dai chiodi, perché nessuno, a Pasqua, dimentichi il Calvario. Se non accetti che il Calvario c´è stato, e che ci sarà sempre, la Resurrezione rimarrà senza effetti nella tua vita. E si ricomincia a partire dalla pace, il primo dono del Risorto. Una pace ricevuta, ma una pace che poi diventa impegno, trasmissione, dono agli altri: "Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi". Il Padre - lo sappiamo proprio dal Vangelo di Giovanni - ha mandato Gesù nel mondo con l´unico incarico di annunciare a tutti il comandamento dell´amore: questo stesso annuncio è quello che ora Gesù affida ai suoi discepoli, pace e amore, per ogni uomo e ogni donna, indistintamente. Gesù non fa preferenze di persone, non fa gerarchie, non annuncia pace e amore a qualcuno piuttosto che a qualcun altro, e nemmeno pone delle priorità. L´annuncio, il dono di pace e amore è dato a tutti. È significativo, infatti, come Giovanni collochi Gesù nel momento in cui appare ai discepoli: per ben due volte in pochi versetti (e quindi significa che è veramente così) ci dice che Gesù "stette in mezzo". Non è un particolare di poco conto, ancor più in un Vangelo come quello di Giovanni in cui i particolari sono di fondamentale importanza. Un Maestro nei confronti dei suoi discepoli si pone sempre "di fronte", o "in alto", in atteggiamento appunto di insegnamento frontale. Ma un Maestro che insegna frontalmente, come in una classe, ha di fronte a sé gli alunni disposti secondo delle gerarchie più o meno consolidate: i bravi davanti, e gli "asini" dietro; i migliori in prima fila e i peggiori nell´ultima... Niente di tutto questo: con Gesù, che sta in mezzo, tutti quanti si trovano alla stessa distanza da lui, ovvero allo stesso piano, sullo stesso livello, senza una priorità, senza una gerarchia, ma in comunione, proprio come è bene espresso dalla circolarità. Facendo così, non fa altro che ribadire, con il suo comportamento, ciò che nell´ultima cena narrata da Luca aveva lasciato come testamento ai suoi discepoli: "Io sono in mezzo a voi come colui che serve". E a stare nel mezzo, e non di fronte, Gesù ci tiene anche nel momento estremo del Calvario, dove viene crocifisso con due malfattori, "uno a destra, uno a sinistra, ed egli nel mezzo". È totalmente "in mezzo" a noi, nel mezzo della nostra esistenza, invischiato fino in fondo nella nostra umanità, facendoci tutti uguali di fronte a Dio, senza preferenze né favoritismi: il Dio morto come servo risorge pure come servo, in mezzo all´umanità, trattando tutti quanti come suoi fratelli. Tutti quanti, anche quelli che, in apparenza, faticano a credere: li chiama addirittura "gemelli" (è il significato di "Didimo", il nomignolo di Tommaso), per dire che con gente come lui non c´è solamente fraternità, ma addirittura uguaglianza. Sì, perché Tommaso, da noi visto sempre come l´emblema dell´incredulità, dell´ateismo, dell´uomo lontano da Dio, in realtà è un discepolo di profonda fede, e lo si vede nella storia della sua vicenda personale con Gesù. Quando Gesù è minacciato di morte dai Giudei e rischia la pelle per andare a resuscitare Lazzaro, Tommaso è l´unico pronto ad "andare a morire con lui"; quando dopo la Resurrezione i discepoli tornano a pescare sul lago di Tiberiade, è citato da Giovanni subito dopo Simon Pietro, secondo solo a lui; è a lui che Gesù rivela di essere "la Via, la Verità e la Vita"; è sua la professione di fede più bella di tutti i Vangeli, "mio Signore e mio Dio!", ovvero mio tutto, mio assoluto. Se questo è Tommaso, come ci viene da pensare di piazzarlo tra i peggiori increduli, atei e miscredenti, miracolosamente convertito da Gesù con l´ostensione dei segni della sua passione? No, Tommaso non è l´ateo miscredente: è "l´incredulo" sbalordito e meravigliato dalla potenza della resurrezione, di fronte alla quale s´interroga, di fronte alla quale vuole vederci chiaro, di fronte alla quale non gli basta il "sentito dire" degli amici, vuole portare a compimento lui la sua bella e personale storia d´amore con Dio. Anche nella nostra vita di fede, ben vengano, allora, dubbi, interrogativi, domande, desiderio di capire, desiderio di approfondire, volontà di non dare nulla per scontato: tutto questo ci farà esclamare, con Tommaso, "mio signore e mio Dio!". L´immagine può contenere: una o più persone e testo

 
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