Inizia oggi in nuovo anno parrocchiale 2009/2010. Volglio inizare con un piccolo messaggio a tutti voi partendo da un noto brano del vangelo di san Matteo
Non sono i sani che hanno bisogno del medico...Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” ” (Mt 9, 12-13)]
Le relazioni umane non sono per niente facili, né quelle familiari, né amicali, né professionali. Dove però arriva il Signore le cose cominciano a girare in un’altra maniera.
Questa verità emerge anche dal brano evangelico della chiamata di Matteo. Il Signore ha stupito la gente che non avrebbe immaginato che chiamasse come suo apostolo un l’esattore delle tasse.
La comunità cristiana non è fatta di gente che umanamente sta insieme per simpatia. Tutt’altro. Il Signore chiama Matteo per mostrare che cosa succede, quando arriva lui. Gli esattori delle tasse – chiamati pubblicani – erano disprezzati da tutti. Il loro era mestiere più odiato: portava ad essere ladri, oltre che a collaborare con gli invasori romani.
Chi è oggi l’esattore delle tasse? E’ colui che dà, ma in cambio di qualcosa. Lo Stato dava i servizi e domandava qualcosa ai sudditi. Noi nasciamo tutti così, è la nostra situazione di partenza. Diamo agli altri per ricevere. L’amore gratuito, inizialmente, è solo di Dio. Poi, lo diventa in quelli che sono toccati da Dio.
La visione che hanno di Dio i farisei è quella di un esattore delle tasse: Dio ti dà qualcosa se te lo meriti: ti ama se fai il bravo; se non lo fai, ti castiga.
Il Signore viene a correggere questa idea, andando a chiamare il più disprezzato. Dice: “Io sono venuto a chiamare non le persone brave, oneste, sono venuto a chiamare gli altri”. Un dottore non va dalle persone sane, ma dagli ammalati. Siamo tutti da curare, tutti, come Matteo, dei pubblicani. La differenza fra lui e noi è che lui faceva quel mestiere sei giorni alla settimana, mentre noi lo facciamo tutti i giorni.
Il Signore deve curarci nel profondo per portarci ad avere un cuore diverso, un cuore che un po’ alla volta ama nella gratuità.
A Matteo Gesù dice: “Seguimi. Vieni con me”. E’ la parola che il Signore vuole dire a tutti. Il fine dell’uomo è conoscere l’amore del Signore. Si sta bene con il Signore. Lontano dal Signore si sta male, anche se non lo si sa.
Il Signore fa a Matteo una promessa: “Vieni con me”. In queste parola c’è la stessa promessa che il Signore ha fatto ad Abramo. Dio ha visto un vecchio, Abramo, e in lui ha visto un popolo. “Tu diventerai padre di una moltitudine di persone”.
Lo stesso sguardo di Dio Gesù lo ha su Matteo. Il Signore ha cambiato quell’uomo. “Seguimi” vuol dire “Tu, stando con me, assomiglierai a me”. E così è stato.
Si cambia, si guarisce piano, piano. C’è un detto che dice che le malattie, sia fisiche che spirituali, arrivano in groppa a un cavallo e se ne vanno a passo di lumaca. Noi cambiamo a passo di lumaca per assomigliare al Signore.
E’ stato così anche per Matteo. Nel giorno in cui ha seguito il Signore era ancora quello di prima. Con una fortuna in più: aveva accanto il Signore. Egli, debole, aveva accanto il forte. Prima non aveva accanto nessuno.
A ciascuno di noi il Signore dice: “Vieni con me”. Ce lo dice nella situazione in cui ci troviamo. Siamo tutti poco o tanto “seduti” nella vita. Il Signore vuole metterci in piedi.
Oggi il Signore ci incontra, perché questa pagina di vangelo diventi un pezzetto della nostra vita, perché sentiamo che il Signore passa accanto a noi con una misericordia infinita.
Dice a ciascuno: “Vieni con me. Ogni giorno hai la possibilità di ricominciare di nuovo”. Con questo invito chiedo ad ognuno a dare il proprio aiuto di collaborazione e di preghiera per il nuovo anno che andiamo ad inizare. P. Lucio Boldrin